Posts Tagged ‘Paul Feyerabend’

Italian professors copy and paste from Wikipedia to attack the Pope

6 febbraio 2008

.  The Vatican newspaper L’Osservatore Romano is reporting that 67 professors from La Sapienza University in Rome who wrote a letter opposing a visit by Pope Benedict XVI based their opposition on a quote taken out of context from Wikipedia.org.

The Vatican daily also referred to the declaration signed by the 1,479 subsequent protesters, as mark of solidarity with the 67 in wich is stated that they “would have acted the same in the name of liberty and the investigation of science.”

“Perhaps,”  L’Osservatore Romano  continued, “the 1,479  professors do not know that, In the name of ‘freedom of research and of knowledge,’ they have taken false information to be true, accepting an assertion without checking whether it is factual”.

In their letter, the 67 professors maintained that “on March 15, 1990, during a speech in the city of Parma when he was still a cardinal, Joseph Ratzinger quoted a statement by Feyerabend (a philosopher of science): ‘During the era of Galileo the Church was more faithful to reason that Galileo himself.  The trial of Galileo was reasonable and just.  These are words that, as scientists faithful to reason and teachers who devote their lives to the advance and spread of knowledge, offend and humiliate us.  In the name of the lay nature of science and culture and out of respect for our forum open to teachers and students of all creeds and ideologies, we urge that this event be canceled.”

“If before rushing to express their solidarity with the 67, one of the 1,479 would have verified the affirmation (of the original letter), they would have discovered that the one who wrote the letter took the citation of Ratzinger’s discourse from the entry Papa Benedetto XVI in Wikipedia, the well-known Internet encyclopedia, composed by its users, which no scientific person uses as an exclusive source of his investigations, without carefully verifying its credibility,” L’Osservatore Romano noted.

“That Wikipedia in all likelihood is the source of the quote is evident by the fact that the letter from the 67 professors makes reference to a speech by Cardinal Ratzinger on March 15, 1990 in Parma.  The speech was given, but it took place in Rome, at La Sapienza University on exactly that day,” L’ Osservatore continued.  “The surprising thing is that whoever took the quote from Feyerabend could not have read the rest of the entry in Wikipedia, as he would have realized that the meaning of Ratzinger’s statement is exactly the opposite of what the 67 claimed the Pope was saying.”
The complete text of Cardinal Ratzinger’s conference was published in 1992 with the title “Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti.”

In a footnote to the conference text in that volume, the author explained that the address was delivered at La Sapienza University in Rome, on Feb. 15, 1990.

“Now then,” L’Osservatore Romano continued, “what’s surprising is that the person who took the Feyerabend citation could not have read the complete Wikipedia entry, which enables one to realize that the meaning of Ratzinger’s phrase is exactly the contrary to what the 67 professors have aimed to attribute to the Pope.”

“Each person is free to judge if this way of using reason is correct or if it is an act of disloyalty.  The risk of reason folding to the pressure of interests and to the attractiveness of utility is exactly the risk which the Pope would have warned the staff of La Sapienza about had he been able to speak there,” the Vatican newspaper stated in conclusion.

Copia e incolla da Wikipedia: 67 docenti per un errore

6 febbraio 2008

Svela “L’Osservatore Romano”

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 6 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Di fronte alla raccolta di firme – tra professori, ricercatori e dottorandi delle università italiane – in segno di solidarietà con i 67 professori la cui lettera ha impedito la visita del Papa all’università “La Sapienza” di Roma, “L’Osservatore Romano” (6 febbraio 2008) avverte della diffusione di un errore sottoscritto, ora, da altre 1.479 persone.Riportiamo integralmente l’articolo del quotidiano della Santa Sede dal titolo “Copia e incolla da Wikipedia: 67 docenti per un errore”.

 

* * *

I 1.479 firmatari dell’appello di solidarietà coi 67 docenti de La Sapienza che con la loro lettera hanno, di fatto, impedito a Benedetto XVI di parlare in università, hanno scritto: «Noi firmatari affermiamo che ci saremmo comportati come i 67 in nome della libertà della ricerca e della scienza» (ne dà notizia il «Corriere della sera» del 5 febbraio). Forse i 1.479 non sanno che, «in nome della libertà della ricerca e della scienza», hanno preso per buono un falso, cogliendo un’affermazione senza verificarne l’affidabilità.

Nella lettera dei 67 si legge: «Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un’affermazione di Feyerabend: “All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato».

Se prima di affrettarsi a sottoscrivere la solidarietà ai 67 qualcuno dei 1.479 avesse verificato tale affermazione, avrebbe scoperto che chi ha scritto la lettera ha tratto la citazione del discorso di Ratzinger dalla voce Papa Benedetto XVI di Wikipedia, la nota enciclopedia della rete che viene redatta dai lettori che navigano in rete e che nessun uomo di scienza utilizzerebbe come fonte esclusiva delle sue ricerche, se non verificandone accuratamente l’attendibilità.

Che Wikipedia sia con tutta probabilità la fonte da cui è tratta la citazione lo testimonia il fatto che nella lettera dei 67 si fa riferimento a una conferenza del cardinale Ratzinger del 15 marzo 1990 a Parma. La conferenza ci fu, ma si svolse a Roma, all’Università «La Sapienza», esattamente in quella data.

Il testo di quella conferenza è contenuto in un libro, pubblicato nel 1992 dalle Edizioni San Paolo col titolo Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti. A piè di pagina c’è la seguente «Avvertenza» dell’Autore: «La prima stesura di questo contributo fu presentata il 16 dicembre 1989 a Rieti – ancora sotto la viva impressione degli eventi appena verificatisi nell’Europa orientale – come tentativo di un’iniziale riflessione sulle cause e le conseguenze di quanto accaduto. La versione qui riportata è quella utilizzata per una conferenza all’Università “La Sapienza” di Roma, lo scorso 15 febbraio 1990. In occasione della celebrazione del millequattrocentesimo anniversario del terzo concilio di Toledo ho presentato a Madrid, il 24 febbraio 1990, un’ulteriore stesura, modificata in relazione alla specifica circostanza».

Ora, la cosa sorprendente è che chi ha preso la citazione di Feyerabend non può non avere letto la continuazione di quel brano, contenuta in Wikipedia, dove ci si può rendere ben conto che il senso della frase di Ratzinger è esattamente il contrario di quello che i 67 professori hanno preteso di attribuire al Papa.

Ciascuno è libero di giudicare se questo modo di usare la ragione sia corretto o non piuttosto un atto di slealtà: il rischio di piegare la ragione davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, è esattamente ciò da cui il Papa avrebbe messo in guardia il corpo docente de La Sapienza, se avesse potuto parlare. Ognuno giudichi chi ha difeso davvero la ragione.

[Ndr: la versione originale del paragrafo in questione di Wikipedia, prima della sua modifica, era la seguente: “Il 15 marzo 1990 Ratinger, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, riprese un’affermazione di Paul Feyerabend: «All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto»[21], aggiungendo però : «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica»; mostrando quindi di criticare le idee di Feyerabend su Galileo, sul cui processo Giovanni Paolo II aveva chiesto ufficialmente scusa per l’errore della Chiesa”; http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Benedetto_XVI].

Adattamento a cura di ZENIT

© ZENIT.org

Joseph Ratzinger, Paul Feyerabend e Galileo Galilei: il testo mai letto in Italia

26 gennaio 2008

Confronti Il Papa e la «sentenza razionale» sullo scienziato

Feyerabend e Galileo: il testo mai letto in Italia

Ecco il capitolo del filosofo citato dall’allora cardinale Ratzinger all’origine della rivolta di un gruppo di docenti universitari

di PAUL FEYERABEND

La Chiesa all’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione.
Nel XVII secolo vi furono molti processi. L’azione legale si avviava a seguito di accuse mosse da privati, o di un atto ufficiale di un funzionario pubblico, o di un’indagine, basata a volte su sospetti piuttosto vaghi. A seconda del luogo, delle competenze giurisdizionali e dell’equilibrio dei poteri, i crimini potevano essere investigati da tribunali laici, come quelli del re o di una libera città, da tribunali ecclesiastici annessi alle diocesi, per le questioni spirituali, o dai tribunali speciali dell’Inquisizione. A partire dalla metà del XII secolo, i tribunali episcopali si avvalsero in gran misura dello studio del diritto romano. Gli avvocati divennero così influenti che, anche in mancanza di una preparazione in diritto canonico e in teologia, venivano spesso preferiti ai teologi. I processi dell’Inquisizione non tenevano conto delle tutele previste dal diritto romano e diedero luogo ad alcuni eccessi, ampiamente divulgati. Una minore attenzione è stata tuttavia rivolta al fatto che gli eccessi dei tribunali laici erano spesso paragonabili a quelli dell’Inquisizione. Erano tempi duri e crudeli. Nel 1600 l’Inquisizione aveva perso molto del suo potere e della sua aggressività, soprattutto in Italia, e in particolare a Venezia.
I tribunali dell’Inquisizione punivano anche crimini che riguardavano la produzione e l’uso della conoscenza. Questo si spiega con la loro origine: dovevano sradicare l’eresia, cioè un insieme di azioni, idee e dibattiti che portavano le persone a propendere per un determinato credo. Il lettore stupito che si chiede che cosa abbia a che fare la conoscenza con la legge dovrebbe considerare i molti ostacoli legali, sociali e finanziari che devono affrontare oggi i progressi delle conoscenze. Galileo voleva che le sue idee rimpiazzassero la cosmologia del tempo, ma gli fu proibito di lavorare in quella direzione. Oggi la ben più modesta aspirazione dei creazionisti a veder insegnate le loro opinioni nelle scuole, affiancandole e mettendole in competizione con idee diverse, si scontra con leggi che stabiliscono la separazione tra Chiesa e Stato. Una quantità crescente di conoscenze e tecnologie è tenuta segreta per ragioni militari ed è pertanto esclusa dagli scambi internazionali. Gli interessi commerciali generano le stesse tendenze restrittive. Così la scoperta della superconduttività nella ceramica a temperature (relativamente) alte, frutto di una collaborazione internazionale, ha indotto il governo americano ad adottare misure protettive. Accordi finanziari possono rendere possibili o interrompere programmi di ricerca, e influire su un intero ambito professionale. Vi sono molti modi di mettere a tacere le persone, oltre a impedir loro di parlare, e oggi li vediamo usati tutti. Il processo della produzione e della distribuzione del sapere non è mai stato lo scambio libero, «oggettivo» e puramente intellettuale che i razionalisti dipingono.
Il processo a Galileo fu uno dei tanti. Non ebbe alcuna caratteristica speciale, se non forse il fatto che Galileo fu trattato con una certa moderazione, nonostante le sue bugie e i suoi sotterfugi. Ma una piccola conventicola di intellettuali, con l’aiuto di scrittori sempre alla ricerca dello scandalo, sono riusciti a montarlo enormemente, così quel che in fondo era solo un contrasto tra un esperto e un’istituzione che difendeva una visione più ampia delle cose ora sembra quasi una battaglia tra paradiso e inferno. È una posizione infantile e anche ingiusta nei confronti delle molte altre vittime della giustizia del XVII secolo. È particolarmente ingiusta nei confronti di Giordano Bruno, che fu mandato al rogo, ma che gli intellettuali di formazione scientifica preferiscono dimenticare. Non è l’interesse per l’umanità, sono piuttosto interessi di parte ad avere un ruolo importante nell’agiografia di Galileo. Ma esaminiamo la questione più da vicino.
Il cosiddetto processo di Galileo consistette di due procedimenti, o processi, separati. Il primo si tenne nel 1616. Fu esaminata e criticata la dottrina copernicana. Galileo ricevette un’ingiunzione, ma non fu punito. Il secondo processo si tenne nel 1632-33. Questa volta il punto principale non era più la dottrina copernicana. Fu invece esaminata la questione se Galileo avesse obbedito all’ordine che gli era stato impartito nel primo processo e se avesse ingannato gli inquisitori facendo loro credere che l’ordine non fosse mai stato promulgato. Gli atti di entrambi i processi sono stati pubblicati da Antonio Favaro nel vol. 19 dell’Edizione Nazionale delle opere di Galileo. L’idea, piuttosto diffusa nel XIX secolo, che gli atti contenessero documenti falsificati e che quindi il secondo processo fosse una farsa, non sembra più accettabile.
Il primo processo fu preceduto da voci e denunce in cui ebbero una parte avidità e invidia, come in molti altri processi. Si ordinò ad alcuni esperti di dare un parere su due enunciazioni che contenevano una descrizione più o meno corretta della dottrina copernicana. La loro conclusione toccava due punti: quel che oggi chiameremmo il contenuto scientifico della dottrina, e le sue implicazioni etiche (sociali).
Riguardo al primo punto, gli esperti definirono la dottrina «insensata e assurda in filosofia» o, usando termini moderni, la dichiararono non scientifica. Questo giudizio fu dato senza far riferimento alla fede o alla dottrina della Chiesa, ma fu basato esclusivamente sulla situazione scientifica del tempo. Fu condiviso da molti scienziati illustri — ed era corretto fondandosi sui fatti, le teorie e gli standard del tempo. Messa a confronto con quei fatti, teorie e standard, l’idea del movimento della Terra era assurda. Uno scienziato moderno non ha alternative in proposito. Non può attenersi ai suoi standard rigorosi e nello stesso tempo lodare Galileo per aver difeso Copernico. Deve o accettare la prima parte del giudizio degli esperti della Chiesa o ammettere che gli standard, i fatti e le leggi non decidano mai di un caso e che una dottrina non fondata, opaca e incoerente possa essere presentata come una verità fondamentale. Solo pochi ammiratori di Galileo si rendono conto di questa situazione.
La situazione diviene ancor più complessa quando si considera che i copernicani hanno cambiato non solo le idee, ma anche gli standard per giudicarle. Gli aristotelici, non diversi in questo dai moderni studiosi che insistono sulla necessità di esaminare vasti campioni statistici o di effettuare «precisi passi sperimentali», chiedevano una chiara conferma empirica, mentre i galileiani si accontentavano di teorie di vasta portata, non dimostrate e parzialmente confutate. Non li critico per questo, al contrario, condivido l’atteggiamento di Niels Bohr, «questo non è abbastanza folle». Voglio solo mostrare la contraddizione di coloro che approvano Galileo e condannano la Chiesa, ma poi verso il lavoro dei loro contemporanei sono rigorosi come lo era la Chiesa ai tempi di Galileo.
Riguardo al secondo punto, le implicazioni sociali (etiche), gli esperti affermarono che la dottrina copernicana era «formalmente eretica». Questo significa che contraddiceva le Sacre Scritture così come erano interpretate dalla Chiesa, e lo faceva con piena consapevolezza della situazione, non involontariamente.
Il secondo punto si fonda su una serie di assunti, tra cui quello che le Scritture siano un’importante condizione limite dell’esistenza umana e, quindi, della ricerca. Questa tesi era condivisa da tutti i grandi scienziati, tra cui Copernico, Keplero e Newton. Secondo Newton la conoscenza scaturisce da due fonti: la parola di Dio, la Bibbia, e le opere di Dio, la Natura, ed egli postulò l’intervento divino nel sistema planetario.
La Chiesa romana sosteneva inoltre di possedere un diritto esclusivo sullo studio, l’interpretazione e la messa in atto delle Sacre Scritture. I laici, secondo la Chiesa, non avevano né le conoscenze né l’autorità per occuparsi delle Scritture ed era loro proibito farlo. Questa norma non dovrebbe sorprendere chi conosce i comportamenti delle istituzioni che esercitano un potere. L’atteggiamento dell’American Medical Association verso i professionisti che non ne fanno parte è rigido come quello della Chiesa verso gli esegeti laici — e ha la benedizione della legge. Esperti, o ignoranti che hanno acquisito il riconoscimento formale di una competenza, hanno sempre cercato, spesso con successo, di assicurarsi diritti esclusivi in ambiti particolari. Qualsiasi critica al rigore della Chiesa romana è valida anche nei confronti dei suoi moderni successori che hanno a che fare con la scienza.
Passando ora dalla forma e dai presupposti amministrativi dell’obiezione al suo contenuto, notiamo che esso riguarda un argomento che sta diventando sempre più importante nel nostro tempo — la qualità dell’esistenza umana. L’eresia, intesa in senso lato, denotava una deviazione da comportamenti, atteggiamenti e idee che garantivano una vita equilibrata e santificata. Questa deviazione poteva essere incoraggiata dalla ricerca scientifica, e a volte lo era. Di conseguenza, era necessario esaminare le implicazioni eretiche degli sviluppi della scienza.
In questo atteggiamento sono presenti due idee. Anzitutto, si dà per scontato che la qualità della vita possa essere definita indipendentemente dalla scienza, che essa possa trovarsi in conflitto con esigenze che gli scienziati considerano naturali componenti della loro attività, e che conseguentemente sia la scienza a dover essere modificata. In secondo luogo, si dà per scontato che le Sacre Scritture, così come interpretate dalla Chiesa, indichino una forma corretta di vita piena e santificata. Il secondo assunto può essere rifiutato senza negare che la Bibbia sia assai più ricca di lezioni per l’umanità di qualsiasi cosa la scienza possa produrre. I risultati scientifici e l’ethos scientifico (se esiste) sono fondamenta troppo esili per dare un senso alla vita. Molti scienziati condividono questa opinione.
Si trovano d’accordo sul fatto che la qualità della vita si possa definire indipendentemente dalla scienza — che è la prima parte del primo assunto. Ai tempi di Galileo vi era un’istituzione — la Chiesa romana — che soprintendeva a questa qualità nei modi che le erano propri. Dobbiamo concludere che il secondo punto — vale a dire che Copernico fosse «formalmente eretico» — aveva a che fare con idee di cui c’è molto bisogno oggi. La Chiesa era sulla strada giusta.
Ma si sbagliava, forse, rifiutando opinioni scientifiche in contrasto con la sua idea di Buona Vita? Ho sostenuto che la conoscenza ha bisogno di una pluralità di idee, che anche le teorie più radicate non sono mai così forti da determinare la scomparsa di metodi alternativi, e che la difesa di queste alternative (quasi l’unico modo di scoprire gli errori presenti in posizioni molto rispettate) è necessaria anche da parte di una filosofia limitata come l’empirismo. Se essa risultasse necessaria anche per ragioni etiche, allora avremmo una ragione in più, anziché un conflitto con la «scienza».
Inoltre la Chiesa era assai più moderata. Non diceva: quel che è in contraddizione con la Bibbia interpretata da noi deve scomparire, per quanto siano forti le ragioni scientifiche in suo favore. Una verità sostenuta da un ragionamento scientifico non era respinta. Era usata per rivedere l’interpretazione di passi della Bibbia apparentemente incoerenti con essa. Molti passi biblici sembrano suggerire che la Terra sia piatta. Tuttavia la Chiesa ha accettato senza problemi che la Terra sia sferica. Dall’altro lato la Chiesa non era pronta a cambiare solo perché qualcuno aveva fornito delle vaghe ipotesi. Voleva prove scientifiche. In questo agì in modo non dissimile dalle istituzioni scientifiche moderne, che di solito aspettano a lungo prima di incorporare nuove idee nei loro programmi. Ma allora non c’era ancora una dimostrazione convincente della dottrina copernicana. Per questo fu consigliato a Galileo di insegnare Copernico come ipotesi; gli fu proibito di insegnarlo come verità.
Questa distinzione è sopravvissuta fino a oggi. Ma mentre la Chiesa era preparata ad ammettere che certe teorie potessero essere vere e anche che Copernico potesse avere ragione, se sostenuto da prove adeguate, ci sono ora molti scienziati che considerano tutte le teorie strumenti predittivi e rifiutano le discussioni sulla verità degli assunti. La loro motivazione è che gli strumenti che usano sono così palesemente progettati a fini di calcolo e che i metodi teoretici dipendono in modo così evidente da considerazioni sull’eleganza e sulla facile applicabilità, che una tale generalizzazione sembra ragionevole. Inoltre, le proprietà formali delle «approssimazioni » differiscono spesso da quelle dei principi di base, molte teorie sono primi passi verso un nuovo punto di vista che in un qualche tempo futuro potrebbe renderle approssimazioni, e un’inferenza diretta dalla teoria alla realtà è, pertanto, piuttosto ingenua. Tutto questo era noto agli scienziati del XVI e XVII secolo. (…) Il punto di vista copernicano era interpretato dai più come un modello interessante, nuovo e piuttosto efficiente. La Chiesa chiedeva che Galileo accettasse questa interpretazione. Considerate le difficoltà che quel modello aveva a essere considerato una descrizione della realtà, dobbiamo ammettere che «la logica era dalla parte di… Bellarmino e non dalla parte di Galileo», come scriveva lo storico della scienza e fisico Pierre Duhem.
Riassumendo: il giudizio degli esperti della Chiesa era scientificamente corretto e aveva la giusta intenzione sociale, vale a dire proteggere la gente dalle macchinazioni degli specialisti. Voleva proteggere la gente dall’essere corrotta da un’ideologia ristretta che potesse funzionare in ambiti ristretti, ma che fosse incapace di contribuire a una vita armoniosa. Una revisione di quel giudizio potrebbe procurare alla Chiesa qualche amico tra gli scienziati, ma indebolirebbe gravemente la sua funzione di custode di importanti valori umani e superumani.

© Copyright Corriere della Sera, 25 gennaio 2008 consultabile online anche qui

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Il ritratto L’epistemologo anarchico

L’affaire Sapienza lo avrebbe divertito

di GIULIO GIORELLO

Nelle conversazioni con gli amici, tanto per «ammazzare il tempo» (come suona all’incirca il titolo della versione italiana della sua Autobiografia asuo tempo pubblicata presso Laterza), Paul Feyerabend amava riferirsi al suo Contro il metodo
come a quel «bastardo, dannatissimo libro» che lo aveva trascinato in polemiche a non finire. In Italia è nota soprattutto la versione pubblicata da Feltrinelli nel 1979 che non contiene il celebre passaggio sul processo a Galileo; Feyerabend era solito modificare i propri testi nelle nuove edizioni. E comunque, quella sua valutazione del «caso Galileo » è contenuta in un contributo successivo dal titolo «Galileo e la tirannia della Verità», che fa parte dei saggi di Addio alla Ragione, pubblicato da Armando.
Uno dei motivi del contendere è che il filosofo e fisico austriaco aveva osato prendersela con Galileo Galilei, «il fiorentino scopritore non di nuove terre, ma di non più vedute parti del cielo», come recita la dedica con cui gli Accademici Lincei presentavano Il Saggiatore (1623) a Maffeo Barberini, ovvero Papa Urbano VIII, passato alla storia per aver in seguito fatto processare e condannare lo stesso Galileo. Il quale aveva, per così dire, rotto l’impegno, a suo tempo concordato con alti prelati, tra cui il cardinal Roberto Bellarmino, di non sostenere la validità della concezione copernicana in assenza di prove convincenti. A Feyerabend sono sempre piaciuti contrasto e anticonformismo. Galileo aveva avuto l’audacia di violare i criteri della buona scienza invalsi alla sua epoca e si era comportato da «opportunista»!
Le evidenze che portava dall’osservazione dello «splendore dei cieli» potevano trovare spiegazione anche nei sistemi di Tolomeo e di Tycho Brahe; quanto all’argomento fisico delle maree abbozzato nel Dialogo sopra i massimi sistemi per «dimostrare» il moto della Terra… faceva tipicamente acqua.
Se mi è lecito un ricordo personale, una volta il fisico Edward Teller (proprio lui, il padre della bomba H) mi diceva che Urbano
VIII avrebbe addirittura potuto «bruciare Galileo »!
Feyerabend non si spingeva a questo punto; si limitava a trovare corrette («razionali e giuste») le procedure seguite dalla Chiesa nei confronti dello scienziato. Roberto Bellarmino prima, e Maffeo Barberini poi, avevano soprattutto preoccupazioni di tipo etico: temevano che Galileo turbasse le coscienze proponendo una teoria che andava contro l’interpretazione usuale della Scrittura e che non pareva (ancora) confermata dalle osservazioni.
Ma Galileo aveva dalla sua il coraggio di chi sapeva di star «sovvertendo» la concezione dell’uomo centro del mondo e l’orgoglio di chi rivendicava il diritto di sostenere un’opinione, anche se sembrava «far violenza ai nostri sensi». Che le sue motivazioni più profonde fossero quasi di ordine estetico e poco dotate di supporto empirico, agli occhi di Feyerabend non toglieva niente al fascino di colui che il nostro Carlo Emilio Gadda chiamava ironicamente «il maligno pisano». Bertolt Brecht ci ha narrato la vita di un Galileo che non aveva saputo essere «eroe» fino in fondo. Feyerabend, che aveva ben presente l’approccio del drammaturgo tedesco, a sua volta ha messo a fuoco come colui che aveva mandato in pezzi «la fabbrica dei cieli » di Aristotele e di Tolomeo non fosse così attento alle «regole del metodo», come tendono a credere i posteri — specie storici e filosofi della scienza.

Paul e sua moglie Grazia Borrini amavano scherzare anche sul (cauto) interesse del teologo Joseph Ratzinger, all’epoca successore di Bellarmino, per le tesi del «dannato libro ».

Probabilmente, la recente disavventura della Sapienza (intesa come università romana) avrebbe divertito Feyerabend, questo grande «anarchico delle idee», che aveva soprattutto il dono della leggerezza.

Tanto più che in Italia Contro il metodo venne accolto come un testo che poteva «corrompere i giovani »: guarda caso, la stessa locuzione, infelicemente usata da qualche professore di laicismo nei confronti di Benedetto XVI.

Tolomeo, mappa del mondo abitato. La «Geografia» è un’esposizione teorica e un elenco di 8.000 località Copernico, con il Sole al centro del sistema dei pianeti, riprende la teoria greca di Aristarco da Samo.

© Copyright Corriere della Sera, 25 gennaio 2008 consultabile online anche qui

Tanto più che in Italia Contro il metodo venne accolto come un testo che poteva «corrompere i giovani »: guarda caso, la stessa locuzione, infelicemente usata da qualche professore di laicismo nei confronti di Benedetto XVI.


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