Il cardinale scrive, il principe risponde. Le ragioni che dividono il papa dai musulmani

Il contrasto non è solo di fede. Riguarda anche le conquiste dell’Illuminismo: dalla libertà religiosa alla parità tra uomo e donna. La Chiesa cattolica le ha fatte proprie, l’islam no. Riusciranno a discuterne, quando Benedetto XVI e i musulmani della lettera dei 138 si incontreranno?

di Sandro Magister

ROMA, 2 gennaio 2008 – Il nuovo anno ha in agenda, in Vaticano, un incontro che il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, ha preannunciato come “storico”, in un’intervista a “L’Osservatore Romano” del 30 dicembre.

L’incontro è previsto in primavera. E avverrà tra Benedetto XVI e una delegazione dei 138 musulmani autori della lettera aperta “Una parola comune tra noi e voi” indirizzata al papa e ad altri capi cristiani lo scorso ottobre.

Oltre che il papa, i rappresentanti dell’islam incontreranno anche altre autorità vaticane e avranno sedute di lavoro in istituti come il PISAI, il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica.

Ad aprire la strada a questo evento è stato lo scambio epistolare che è avvenuto in novembre e dicembre tra Benedetto XVI – tramite il cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone – e un autorevole promotore della lettera dei 138, il principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal.

Come anticipato dalle due lettere, In febbraio o marzo tre rappresentanti dei 138 si recheranno a Roma a concordare gli incontri.

Fra i tre vi saranno l’unico italiano presente tra i 138, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, imam della moschea al-Wahid di Milano, e il teologo libico Aref Ali Nayed, autore ben noto ai lettori di http://www.chiesa, docente a Cambridge e in passato chiamato a insegnare al PISAI.

Nello stesso mese di febbraio il cardinale Tauran si recherà all’università al-Azhar del Cairo, la più importante università dell’islam sunnita. E avrà incontri con la World Islamic Call Society della Libia e con il Royal Institute for Inter-Faith Studies di Amman.

Nella citata intervista a “L’Osservatore Romano” Tauran si è detto “molto fiducioso” e ha apprezzato le “considerevoli aperture” di cui danno prova settori importanti del mondo musulmano.

Ma le difficoltà da superare restano comunque grandi. Lo scambio di lettere tra il cardinale Bertone e il principe di Giordania evidenzia che le due parti non sono affatto concordi soprattutto su un punto essenziale: sui temi da mettere al centro del confronto.

Nella lettera del cardinale Bertone, datata 19 novembre e resa pubblica una decina di giorni dopo, i temi di discussione proposti sono principalmente tre: “un effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana”; “la conoscenza obiettiva della religione dell’altro”; “l’impegno comune alla promozione del rispetto e dell’accettazione reciproci tra i giovani”.

Commentando la lettera di Bertone, il gesuita egiziano Samir Khalil Samir – che è uno degli islamologi più ascoltati dal papa, assieme all’altro gesuita Christian W. Troll, tedesco – ha sottolineato che sul primo di questi temi la lettera dei 138 non è chiara e, anzi, alcuni dei suoi firmatari si dicono per niente interessati a discutere di libertà di coscienza, di uguaglianza tra uomo e donna e tra credente e non credente, di distinzione tra potere religioso e politico, insomma di quelle conquiste dell’Illuminismo che la Chiesa cattolica ha fatto proprie ma che l’islam è ancora lontano dall’accogliere.

Viceversa, la lettera del principe di Giordania al cardinale Bertone, datata 12 dicembre e anch’essa resa pubblica una decina di giorni dopo, insiste perché il dialogo cattolico-musulmano sia primariamente “teologico” e “spirituale” e abbia come oggetto – più che aspetti definiti “estrinseci” come i comandamenti della legge naturale, la libertà religiosa e la parità tra uomo e donna – quella “Parola comune tra noi e voi” che è al centro della lettera dei 138, ossia l’unicità di Dio e il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.

Non mancano nella lettera del principe di Giordania delle stoccate polemiche nei confronti della linea vaticana. La prima stoccata è dove la lettera cita il comunicato di alcuni delegati musulmani all’incontro interreligioso di Napoli del 21-23 ottobre 2007, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio: un comunicato scritto per protestare contro alcune dichiarazioni fatte in quei giorni dal cardinale Tauran, sulla quasi impossibilità di una discussione teologica con l’islam, e contro il silenzio di Benedetto XVI, in visita a Napoli, a proposito della lettera dei 138.

La seconda stoccata è nel finale della lettera ed è rivolta contro “alcune recenti dichiarazioni provenienti dal Vaticano e da consiglieri vaticani”. Qui il bersaglio è di nuovo il cardinale Tauran, assieme agli islamologi Samir e Troll. Un’analisi critica della lettera dei 138, fatta da Troll, era uscita su “La Civiltà Cattolica”, con l’autorizzazione della segreteria di stato, negli stessi giorni in cui il cardinale Bertone aveva scritto al principe di Giordania, a nome del papa.

Tornando a Benedetto XVI, il dialogo da lui voluto con l’islam resta quello spiegato in un passaggio del suo discorso prenatalizio alla curia romana del 22 dicembre 2006:

“In un dialogo da intensificare con l’Islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell’Illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica.

“Si tratta dell’atteggiamento che la comunità dei fedeli deve assumere di fronte alle convinzioni e alle esigenze affermatesi nell’Illuminismo.

“Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l’uomo di suoi specifici criteri di misura.

“D’altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell’Illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione.

“Come nella comunità cristiana c’è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte.

“Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s’impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà”.

Dallo scambio di lettere tra il cardinale Bertone e il principe di Giordania si ricava che la distanza tra le due parti resta molto ampia e profonda, rispetto a questo percorso indicato da Benedetto XVI.

Ecco dunque i testi integrali delle due lettere, inframmezzati da una breve esegesi alla lettera di Bertone scritta da padre Samir per la rivista “Mondo e Missione” del Pontificio Istituto Missioni Estere:

1. Al principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal

dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone

Altezza Reale,

il 13 ottobre 2007 una lettera aperta rivolta a Sua Santità Papa Benedetto XVI e ad altri responsabili cristiani è stata firmata da centotrentotto capi religiosi musulmani, tra i quali Lei, Altezza. Lei, a sua volta, è stato così cortese da presentarla al Vescovo Salim Sayegh, Vicario del Patriarca latino di Gerusalemme in Giordania, con la richiesta che venisse inoltrata a Sua Santità.

Il Papa mi ha chiesto di trasmettere la sua gratitudine a Lei Altezza e a tutti coloro che hanno firmato la lettera. Desidera inoltre esprimere profondo apprezzamento per questo gesto, per lo spirito positivo che ha ispirato il testo e per l’esortazione a un impegno comune per la promozione della pace nel mondo.

Senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani, possiamo e quindi dobbiamo prestare attenzione a ciò che ci unisce, ed esattamente la fede nell’unico Dio, il creatore provvidente e il giudice universale che alla fine dei tempi considererà ogni persona secondo le sue azioni. Siamo tutti chiamati ad impegnarci totalmente con lui e ad obbedire alla sua sacra volontà.

Memore del contenuto dell’enciclica “Deus Caritas Est” (“Dio è amore”) Sua Santità è rimasto particolarmente colpito dall’attenzione prestata nella lettera al duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso gli uomini.

Come sa, all’inizio del suo Pontificato, Papa Benedetto XVI ha affermato: “Sono profondamente convinto che dobbiamo affermare, senza cedimenti alle pressioni negative dell’ambiente, i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. La vita di ogni essere umano è sacra sia per i cristiani sia per i musulmani. Abbiamo un grande spazio di azione in cui sentirci uniti al servizio dei fondamentali valori morali” (Discorso ai rappresentanti di alcune comunità musulmane a Colonia, 20 agosto 2005). Questo terreno comune ci permette di fondare il dialogo su un effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana, sulla conoscenza obiettiva della religione dell’altro, sulla condivisione dell’esperienza religiosa e, infine, sull’impegno comune alla promozione del rispetto e dell’accettazione reciproci tra i giovani.

Il Papa confida nel fatto che, una volta raggiunto questo obiettivo, sarà possibile cooperare in modo produttivo in seno alla cultura e alla società e per la promozione della giustizia e della pace nella società e in tutto il mondo.

Incoraggiando la sua lodevole iniziativa, sono lieto di comunicare che Sua Santità desidera ardentemente ricevere Lei, Altezza, e un ristretto gruppo che Lei vorrà scegliere tra i firmatari della Lettera aperta. Al contempo, un incontro di lavoro potrebbe essere organizzato dalla vostra delegazione insieme con il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, con la cooperazione di alcuni Pontifici Istituti specializzati, come il Pontificio Istituto di Studi Arabi Islamici e la Pontificia Università Gregoriana. I dettagli di questi incontri potranno essere decisi in seguito se questa proposta si dimostrerà per Lei accettabile in linea di massima.

Colgo l’occasione per rinnovarLe, Altezza, l’assicurazione della mia più elevata considerazione.

Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato

Dal Vaticano, 19 novembre 2007

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2. Commento alla lettera del cardinale Bertone

di Samir Khalil Samir

A una lettera di quasi trenta pagine, Benedetto XVI risponde con una di meno di 400 parole. Potrebbe sembrare scortese. Invece è una risposta che va in profondità.

Comincia con un “profondo apprezzamento per lo spirito positivo che ha ispirato il testo e per l’esortazione a un impegno comune per la promozione della pace nel mondo”. E papa Benedetto ha spesso invitato tutti a condannare la violenza senza ambiguità.

Continua: “Senza ignorare o sminuire le nostre differenze in quanto cristiani e musulmani, possiamo e quindi dovremmo guardare a ciò che ci unisce”. È tipico di questo papa: una visione positiva, mai parziale. Le differenze non devono nascondere ciò che ci unisce, né queste nascondere le differenze. Una parola di verità (qawl al-haqq) come dice il Corano (sura 19,34) di Cristo: “Egli è la Parola di verità”.

Il papa enumera tre elementi comuni: il fatto di credere nell’unico Dio, che è provvido creatore e (secondo aspetto) giudice universale, che alla fine dei tempi valuterà ciascuno secondo le sue azioni. Infine (terzo aspetto) il fatto che siamo tutti chiamati a dedicarci totalmente a lui e ad obbedire alla sua santa volontà.

Per non rimanere nei “pii voti”, avanza però una proposta, che è la cosa più importante di tutta la lettera: un invito per un incontro di lavoro tra un gruppo di firmatari scelto dal promotore della lettera e un gruppo di specialisti scelti dalla parte cristiana. Si tratta di concretizzare la buona volontà e di renderla duratura. Il papa elenca quattro temi di discussione.

Il primo è “l’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana”. Nella lettera dei 138 non c’è un accenno chiaro a questo punto. La dignità presuppone rispetto della libertà di coscienza, uguaglianza tra uomo e donna, tra credente e non credente, distinzione tra il potere religioso e quello politico. Alcuni dei redattori musulmani della lettera pensano: “Il dialogo etico-sociale avviene già ogni giorno, attraverso istituzioni del tutto secolari. Perciò molti teologi musulmani non sono affatto interessati a un dialogo puramente etico tra culture e civiltà”. Invece, per il papa – come disse il 22 dicembre 2006 nel discorso ai cardinali della curia romana – “è necessario accogliere le vere conquiste dell’Illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione”. Per lui, “il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani è in questo momento soprattutto quello di incontrarsi nell’impegno per trovare le soluzioni giuste”. Insieme ai musulmani, impegnarsi “contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà”. Nel dialogo la Chiesa s’ispira al Vangelo, ma non lo mette come fondamento per non escludere nessuno. Il fondamento è “la dignità di ogni persona umana”, espressa dai diritti umani.

Il secondo punto è la conoscenza obiettiva della religione dell’altro. In realtà, né i cristiani hanno una conoscenza seria dell’islam, né i musulmani del cristianesimo. Questo implica una revisione di tutti i libri scolastici, come dei discorsi tenuti in chiesa o in moschea. È un programma vasto, lungo ed essenziale.

Il terzo punto: condividere l’esperienza religiosa. La fede è esperienza di Dio, e non qualcosa di intellettuale, un’ideologia. Dialogare è condividere l’esperienza profonda dell’altro.

L’ultimo punto è incentrato sui più giovani. Occorre far crescere una nuova generazione che promuova il rispetto e l’accettazione reciproca. Sono i giovani, infatti, a rischiare di lasciarsi trascinare nell’ideologia della violenza. Con questa risposta di Benedetto XVI ai 138 si passa, dunque, dai buoni sentimenti a un progetto di costruzione della pace, cominciando dai giovani.

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3. Al cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone

dal principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal

Eminenza,

La ringrazio per la sua cortese lettera del 19 novembre 2007, una copia della quale mi è stata consegnata dal nunzio pontificio in Giordania il 27 novembre 2007. Io sono solo uno dei 138 firmatari della lettera aperta “Una parola comune tra noi e voi”, ma per rispondere alla sua lettera ho contattato e consultato un buon numero tra i principali autorevoli musulmani e sapienti religiosi che hanno firmato o poi aderito alla lettera aperta. Ed essi hanno gentilmente acconsentito che coordinassi questa risposta anche in loro vece. Posso quindi rispondere, a nome loro e mio personale, come segue.

Innanzitutto, La ringraziamo per la sua risposta, per la lettera e gli amichevoli suggerimenti. La preghiamo di trasmettere il nostro grazie anche a Sua Santità papa Benedetto XVI per il suo personale incoraggiamento e interessamento.

In secondo luogo, anche noi siamo molto desiderosi di incontrare Sua Santità a Roma. Ci è rimasta caldamente impressa nella mente e nel cuore la recente visita in Vaticano di Sua Maestà. Abd Allah bin Abd Al-Aziz, re dell’Arabia Saudita e custode dei Due Luoghi Santi.

Terzo, accettiamo, in via di principio, il dialogo che ci ha proposto, nella sua concezione generale e nell’impostazione. Le invieremo, Dio volendo, nel febbraio o nel marzo del 2008, come lei preferisce, tre rappresentanti per elaborare con Sua Eminenza o con suoi rappresentanti i dettagli dell’’organizzazione e delle procedure. Se Sua Eminenza avesse delle date particolari che preferirebbe all’interno di quel lasso di tempo, La pregheremmo di informarci di conseguenza.

Quarto, riceviamo la lettera di Sua Eminenza come risposta alla nostra lettera aperta “Una parola comune”. Inoltre, Sua Eminenza dice che “”Sua Santità è rimasto particolarmente colpito dall’attenzione prestata nella lettera al duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso gli uomini.” e che “”possiamo e quindi dobbiamo prestare attenzione a ciò che ci unisce, ed esattamente la fede nell’unico Dio, il creatore provvidente e il giudice universale che alla fine dei tempi considererà ogni persona secondo le sue azioni””, tuttavia “”senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani”. Capiamo così che l’’aspetto ‘intrinseco’ di questo nostro particolare dialogo cattolico-musulmano sarà basato, Dio volendo, sulla nostra lettera “Una parola comune” – che è, come ben sa, essenzialmente un’affermazione dell’unico Dio e del duplice comandamento di amare Lui e il prossimo – anche se traspare che tra noi esistono delle differenze nell’interpretazione o comprensione del testo di questa lettera, ognuna in accordo con le rispettive sensibilità religiose e tradizioni. Queste stesse differenze sono anch’’esse presumibilmente un argomento di discussione tra noi, e dovrebbero essere un’’occasione per il reciproco rispetto ed omaggio, e non per una disputa che divide.

Crediamo anche che Sua Santità papa Benedetto XVI abbia proposto i Dieci Comandamenti (di Esodo 20, 2-17 e Deuteronomio 5, 6.-21) come una base di dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani. Non abbiamo alcuna obiezione a proposito di questa eccellente idea aggiuntiva, come base della dimensione ‘estrinseca’ del nostro dialogo (poiché questi comandamenti sono ripetutamente prescritti anche nel Santo Corano in varie forme), nonostante il comandamento di osservare il Sabato, che il Sacro Corano menziona come istituito da Dio per gli antichi israeliti ma che i musulmani non sono più tenuti ad osservare in quanto tale. Per ‘intrinseco”’ intendo ciò che si riferisce alle nostre anime e alla loro intima impronta, mentre per “’estrinseco’” intendo ciò che è riferito al mondo e quindi alla società.

È su questa comune base intellettuale e spirituale, quindi, che capiamo che stiamo perseguendo, Dio volendo, un dialogo sui tre temi generali di dialogo che Sua Eminenza ha saggiamente menzionato nella sua lettera: (1) ““effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana””; (2) “”conoscenza obiettiva della religione dell’altro”” attraverso “”la condivisione dell’esperienza religiosa””; e (3) “un impegno comune alla promozione del rispetto e dell’accettazione reciproci tra i giovani”. Potremmo forse anche discutere su come portare i risultati del nostro dialogo su questi tre temi a una realizzazione pratica tra cristiani e musulmani, basata su “Una Parola Comune” ed i Dieci Comandamenti (ferma restando la precisazione sopra detta sul Sabato).

Quinto, la nostra ‘visione’ di dialogo è stata espressa con esattezza dal comunicato di alcuni dei delegati musulmani all’incontro “Per un mondo senza violenza: religioni e culture in dialogo”, (Napoli, 21-23 ottobre 2007, Comunità di Sant’Egidio), quando dissero:

“Il dialogo è per definizione tra persone di differenti vedute, non tra persone con lo stesso punto di vista. Il dialogo non è imporre agli altri le proprie concezioni, né decidere in proprio ciò che l’altra parte è capace o no di fare, tanto meno di credere. Il dialogo comincia con una mano aperta e un cuore aperto. Propone ma non fissa unilateralmente un’agenda. È ascoltare l’altra parte che parla liberamente per sé, e insieme è esprimere se stessi. Il suo proposito è vedere dove ci sia un terreno comune per incontrarsi e quindi rendere il mondo migliore, più pacifico, più armonioso e più capace di amare”.

Il nostro ‘motivo’ per dialogare è essenzialmente quello di voler cercare la buona volontà e la giustizia al fine di praticare quello che noi musulmani chiamiamo rahmah (e quello che voi preferite chiamare caritas), in modo di ricevere a nostra volta Rahmah da Dio. Il Profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione di Dio) disse: “A chi non dimostra misericordia, non sarà dimostrata Misericordia” (Sahih Bukhari, Kitab Al-Adab, n. 6063).

Infine, il nostro ‘metodo’ di dialogo è in accordo col divino comandamento del Santo Corano: “Non disputate con le genti del Libro se non nel modo migliore, eccetto con quelli di loro che sono ingiusti. Dite: “Crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio e a Lui ci sottomettiamo” (Al-Ankabut, il Ragno 29, 46).

Noi confidiamo, naturalmente, che Lei abbia un analogo atteggiamento generale a favore del dialogo, poiché leggiamo con piacere (nella prima Lettera ai Corinti 13, 1-6) le parole di san Paolo:

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, Non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ ingiustizia, ma si compiace della verità”.

Richiamo queste ultime cose soltanto a seguito di alcune recenti dichiarazioni provenienti dal Vaticano e da consiglieri vaticani – che non possono essere sfuggite all’attenzione di Sua Eminenza –– riguardo al principio di fondo del dialogo teologico con i musulmani. Anche se molti di noi considerano queste dichiarazioni superate dalla sua lettera, nondimeno desideriamo ripeterle che anche noi, al pari di Lei, riteniamo che un accordo teologico completo tra cristiani e musulmani non sia intrinsecamente possibile per definizione, ma nonostante questo desideriamo cercare e promuovere una comune attitudine e cooperazione basata su ciò in cui siamo d’accordo (come menzionato sopra) –– comunque si voglia chiamare questo tipo di dialogo: “’teologico’” o “’spirituale”’ o in qualsivoglia altro modo – per la ricerca del bene comune e per il bene del mondo intero, Dio volendo.

Colgo questa occasione per estendere alla sua persona i migliori auguri e il mio profondo rispetto, e le chiedo di trasmettere a Sua Santità papa Benedetto XVI i nostri migliori auguri per un Natale gioioso e di pace.

Ghazi bin Muhammad bin Talal

Amman, Giordania, 12 Dicembre 2007

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La lettera dei 138 nel sito web ad essa dedicato:

> Una parola comune tra noi e voi

L’elenco dei primi firmatari:

> Signatories

E le successive adesioni:

> New Signatories

Tra chi ha in seguito aderito alla lettera c’è Tariq Ramadan, contro il quale lo scorso 24 dicembre una corte federale dello stato di New York ha confermato il divieto d’ingresso negli Stati Uniti, “a causa di donazioni effettuate a organizzazioni che sostengono gruppi terroristici”.

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Le reazioni e i commenti alla lettera dei 138 antecedenti lo scambio di messaggi tra il cardinale Bertone e il principe di Giordania, con tutti i link utili:

> Perché Benedetto XVI è così cauto con la lettera dei 138 musulmani (26.11.2007)

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The Cardinal Writes, the Prince Responds. The Factors that Divide the Pope from the Muslims

The contrast is not only one of faith. It also concerns the achievements of the Enlightenment: from religious freedom to equality between men and women. The Catholic Church has made these its own, but Islam has not. Will they be able to discuss this, when Benedict XVI and the Muslims of the letter of the 138 meet together?

by Sandro Magister

ROMA, January 2, 2008 – For the Vatican, the new year brings a meeting that cardinal Jean-Louis Tauran, president of the pontifical council for interreligious dialogue, has pre-announced as “historic,” in an interview with “L’Osservatore Romano” on December 30.

The meeting is scheduled for the spring. And it will take place between Benedict XVI and a delegation of the 138 Muslim authors of the open letter “A Common Word between Us and You” addressed to the pope and to other Christian leaders last October.

In addition to the pope, the Muslim representatives will also meet with other Vatican authorities, and will hold working sessions at institutes like the PISAI, the Pontifical Institute of Arab and Islamic Studies.

What cleared the way for this event was the exchange of letters that took place in November and December, between Benedict XVI – through the cardinal secretary of state, Tarcisio Bertone – and an authoritative promoter of the letter of the 138, the prince of Jordan Ghazi bin Muhammad bin Talal.

As anticipated by the two letters, in February or March three representatives of the 138 will travel to Rome to arrange the meetings.

The three will include the only Italian among the 138, Yahya Sergio Yayhe Pallavicini, imam of the al-Wahid mosque in Milan, and the Libyan theologian Aref Ali Nayed, an author very familiar to the readers of http://www.chiesa, an instructor at Cambridge and in the past a teacher at the PISAI.

During that same month of February, cardinal Tauran will visit Al-Azhar University in Cairo, the most important university of Sunni Islam. And he will meet with the World Islamic Call Society of Libya, and with the Royal Institute for Inter-Faith Studies in Amman.

In the interview with “L’Osservatore Romano” mentioned above, Tauran said he is “very confident” and appreciated the “considerable openness” being demonstrated by important sectors of the Muslim world.

But there are still great difficulties to be overcome. The exchange of letters between cardinal Bertone and the prince of Jordan emphasizes that the two sides are not at all in agreement on one essential point in particular: on the topics to put at the center of the encounter.

The letter from cardinal Bertone, dated November 19 and made public about ten days later, proposes three main topics of discussion: “effective respect of the dignity of every human person”; “objective awareness of the other’s religion”; “‘a common commitment to promoting mutual respect and acceptance among the younger generation.”

In commenting on Bertone’s letter, the Egyptian Jesuit Samir Khalil Samir – who is one of the scholars of Islam most closely heeded by the pope, together with another Jesuit, Christian W. Troll, of Germany – emphasized that the letter of the 138 is not clear on the first of these topics, and that instead some of its signatories say that they are not at all interested in talking about freedom of conscience, about equality between men and women and between believers and nonbelievers, about the distinction between religious and political power – in short, about the achievements of the Enlightenment that the Catholic Church has made its own, but that Islam is still far from accepting.

For its part, the letter from the prince of Jordan to cardinal Bertone, dated December 12 and likewise made public about ten days later, insists that the Catholic-Muslim dialogue be primarily “theological” and “spiritual,” and that it have as its object – more than aspects defined as “extrinsic,” like the commandments of the natural law, religious liberty, and equality between men and women – the “Common Word between Us and You” which is at the center of the letter of the 138, or the unicity of God and the twofold commandment of love of God and neighbor.

There is no lack, in the letter from the prince of Jordan, of argumentative jabs against the Vatican’s position. The first jab is where the letter cites the communiqué of some Muslim delegates at the interreligious meeting in Naples from October 21-23 2007, organized by the Community of Sant’Egidio: a communiqué written in protest against some declarations made in those days by cardinal Tauran, on the near impossibility of a theological discussion with Islam, and against Benedict XVI’s silence, while visiting Naples, over the letter of the 138.

The second comes at the end of the letter, and is aimed against “some recent pronouncements emerging from the Vatican and from Vatican advisors.” Here the target is again cardinal Tauran, together with the Islamologists Samir and Troll. A critical analysis of the letter of the 138, written by Troll, was published in “La Civiltà Cattolica,” with the authorization of the secretary of state, during the same days when cardinal Bertone had written to the prince of Jordan, in the name of the pope.

Returning to Benedict XVI, the dialogue he wants with Islam is still as he explained it in a passage of his pre-Christmas address to the Roman curia on December 22, 2006:

“In a dialogue to be intensified with Islam, we must bear in mind the fact that the Muslim world today is finding itself faced with an urgent task. This task is very similar to the one that has been imposed upon Christians since the Enlightenment, and to which the Second Vatican Council, as the fruit of long and difficult research, found real solutions for the Catholic Church.

“It is a question of the attitude that the community of the faithful must adopt in the face of the convictions and demands that were strengthened in the Enlightenment.

“On the one hand, one must counter a dictatorship of positivist reason that excludes God from the life of the community and from public organizations, thereby depriving man of his specific criteria of judgment.

“On the other, one must welcome the true conquests of the Enlightenment, human rights and especially the freedom of faith and its practice, and recognize these also as being essential elements for the authenticity of religion.

“As in the Christian community, where there has been a long search to find the correct position of faith in relation to such beliefs – a search that will certainly never be concluded once and for all –, so also the Islamic world with its own tradition faces the immense task of finding the appropriate solutions in this regard.

“The content of the dialogue between Christians and Muslims will be at this time especially one of meeting each other in this commitment to find the right solutions. We Christians feel in solidarity with all those who, precisely on the basis of their religious conviction as Muslims, work to oppose violence and for the synergy between faith and reason, between religion and freedom.”

From the exchange of letters between cardinal Bertone and the prince of Jordan, it can be gathered that the distance between the two sides remains very wide and deep, with respect to this path indicated by Benedict XVI.

Here, then, are the complete texts of the two letters, separated by a brief exegesis of Bertone’s letter written by Fr. Samir for the magazine “Mondo e Missione” of the Pontifical Institute for Foreign Missions:

1. To the prince of Jordan Ghazi bin Muhammad bin Talal

by Cardinal Secretary of State Tarcisio Bertone

Your Royal Highness,

On 13 October 2007 an open letter addressed to His Holiness Pope Benedict XVI and to other Christian leaders was signed by one hundred and thirty-eight Muslim religious leaders, including Your Royal Highness. You, in turn, were kind enough to present it to Bishop Salim Sayegh, Vicar of the Latin Patriarch of Jerusalem in Jordan, with the request that it be forwarded to His Holiness.

The Pope has asked me to convey his gratitude to Your Royal Highness and to all who signed the letter. He also wishes to express his deep appreciation for this gesture, for the positive spirit which inspired the text and for the call for a common commitment to promoting peace in the world.

Without ignoring or downplaying our differences as Christians and Muslims, we can and therefore should look to what unites us, namely, belief in the one God, the provident Creator and universal Judge who at the end of time will deal with each person according to his or her actions. We are all called to commit ourselves totally to him and to obey his sacred will.

Mindful of the content of his Encyclical Letter Deus Caritas Est (“God is Love”), His Holiness was particularly impressed by the attention given in the letter to the twofold commandment to love God and one’s neighbour.

As you may know, at the beginning of his Pontificate, Pope Benedict XVI stated: “I am profoundly convinced that we must not yield to the negative pressures in our midst, but must affirm the values of mutual respect, solidarity and peace. The life of every human being is sacred, both for Christians and for Muslims. There is plenty of scope for us to act together in the service of fundamental moral values” (Address to Representatives of Some Muslim Communities, Cologne, 20 August 2005). Such common ground allows us to base dialogue on effective respect for the dignity of every human person, on objective knowledge of the religion of the other, on the sharing of religious experience and, finally, on common commitment to promoting mutual respect and acceptance among the younger generation. The Pope is confident that, once this is achieved, it will be possible to cooperate in a productive way in the areas of culture and society, and for the promotion of justice and peace in society and throughout the world.

With a view to encouraging your praiseworthy initiative, I am pleased to communicate that His Holiness would be most willing to receive Your Royal Highness and a restricted group of signatories of the open letter, chosen by you. At the same time, a working meeting could be organized between your delegation and the Pontifical Council for Interreligious Dialogue, with the cooperation of some specialized Pontifical Institutes (such as the Pontifical Institute for Arabic and Islamic Studies and the Pontifical Gregorian University). The precise details of these meetings could be decided later, should this proposal prove acceptable to you in principle.

I avail myself of the occasion to renew to Your Royal Highness the assurance of my highest consideration.

Cardinal Tarcisio Bertone, Secretary of State

From the Vatican, November 19, 2007

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2. Commentary on the letter from cardinal Bertone

by Samir Khalil Samir

To a letter of almost thirty pages, Benedict XVI responded with one of fewer than 400 words. This might seem impolite. Instead, it is a response that goes to the depths.

It begins with “deep appreciation for this gesture, for the positive spirit which inspired the text and for the call for a common commitment to promoting peace in the world.” And pope Benedict has frequently invited all to condemn violence without ambiguity.

He continues: “Without ignoring or downplaying our differences as Christians and Muslims, we can and therefore should look to what unites us.” This is typical of this pope: a positive vision, never partial. Differences must not conceal what unites us, nor should these obscure differences. A word of truth (qawl al-haqq) as the Qur’an says (sura 19:34) of Christ: “He is the Word of truth.”

The pope enumerates three common elements: the fact of believing in the one God, who is the provident creator and (second aspect) universal judge, who at the end of time will measure each one according to his actions. Finally (third aspect) the fact that we are all called to dedicate ourselves totally to him and to obey his holy will.

But in order to avoid stopping at “pious wishes,” he advances a proposal that is the most important feature of his entire letter: an invitation for a working meeting between a group of the signatories selected by the letter’s promoter, and a group of specialists selected by the Christian side. It is a matter of making good intentions practical and long-lasting. The pope lists four topics of discussion.

The first is “effective respect for the dignity of every human person.” There is no clear reference to this point In the letter of the 138. Dignity presupposes respect for freedom of conscience, equality between men and women, between believers and non-believers, a distinction between religious and political power. Some of the Muslim authors of the letter think: “Ethical-social dialogue already takes place each day, through entirely secular institutions. For this reason, many Muslim theologians are not at all interested in a purely ethical dialogue among cultures and civilizations.” Instead, for the pope – as he said on December 22, 2006, in his address to the cardinals of the Roman curia – “one must welcome the true conquests of the Enlightenment, human rights and especially the freedom of faith and its practice, and recognize these also as being essential elements for the authenticity of religion.” For him, “the content of the dialogue between Christians and Muslims will be at this time especially one of meeting each other in this commitment to find the right solutions.” Together with Muslims, to “work to oppose violence and for the synergy between faith and reason, between religion and freedom.” In dialogue, the Church is inspired by the Gospel, but does not set this as the foundation, in order not to exclude anyone. The foundation is “the dignity of every human person,” expressed by human rights.

The second point is objective awareness of the other’s religion. In reality, Christians do not have serious knowledge of Islam, nor Muslims of Christianity. This implies a revision of all the school books, as also of the addresses given in churches and mosques. It is a vast, long, and essential program.

The third point: the sharing of religious experience. Faith is an experience of God, and not something intellectual, an ideology. Conducting dialogue means sharing the other’s deep experience.

The final point is focused on the young. A new generation must be raised that will promote mutual respect and acceptance. It is the young, in fact, who are at risk of being carried away by the ideology of violence. With this response from Benedict XVI to the 138, the step is therefore made from good intentions to a project for the construction of peace, beginning with the young.

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3. To the cardinal secretary of state Tarcisio Bertone

by Prince of Jordan Ghazi bin Muhammad bin Talal

Your Eminence,

Thank you for your kind letter dated November 19th, 2007, a copy of which was delivered to me by the Papal Nuncio to Jordan on November 27th, 2007. I am only one of the 138 initial signatories of the Open Letter “A Common Word between Us and You,” but in order to respond to your letter, I have contacted and consulted a number of the senior Muslim authorities and religious scholars who signed or have since supported the Open Letter, and they have graciously consented to my co-ordinating this affair on their behalf. Thus I can now respond, on their behalf and on my own, as follows:

First, we thank you for your response, letter and amicable suggestions. Please also convey our thanks also to His Holiness Pope Benedict XVI and for his personal encouragement and concern.

Second, we, too, are most willing to meet with His Holiness in Rome. Indeed, we are mindful and heartened by the recent visit of H.M. King Abd Allah bin Abd Al-Aziz of Saudi Arabia, the Custodian of the two Holy Sites, to the Vatican.

Third, we do accept, in principle, the dialogue that you have proposed and the general concept and arrangements. We will, however, send at your convenience in February or March 2008, God Willing, three representatives to work out with Your Eminence or Your Eminence’s representatives the details of the arrangements and the procedures. Should Your Eminence have particular dates that you would prefer within that window of time, please do inform us accordingly.

Fourth, we receive Your Eminence’s letter as a response to our own Open Letter “A Common Word.” Moreover, Your Eminence says that: ‘His Holiness was particularly impressed by the attention given in the letter to the twofold commandment to love God and one’s neighbour’ and ‘that we can and therefore should look to what unites us, namely, belief in the One God, the provident Creator and universal Judge who at the end of time will deal with each person according to his or her actions’, all the while ‘without ignoring or downplaying our differences as Christians and Muslims’. We thus understand that the ‘intrinsic’ dimension of this particular Catholic-Muslim dialogue of ours will be based, God Willing, on our letter “A Common Word” – which, as you know, is essentially an affirmation of the One God, and of the twofold commandment to love Him and one’s neighbour – even if it transpires that there are differences between us in the interpretation or comprehension of the text of this letter, each in accordance with their own religious sensibilities and traditions. These differences themselves are presumably also a matter for discussion between us, and should be an occasion for mutual respect and celebration, and not divisive disputation.

We believe also that H.H. Pope Benedict XVI has proposed the Ten Commandments (of Exodus 20:2-17 and Deuteronomy 5:6-21) as a basis of dialogue between Jews, Christians and Muslims. We have no objection to regarding this excellent idea, additionally, as the basis of the extrinsic dimension of our dialogue (since these Commandments are also repeatedly enjoined in the Holy Qur’an in various forms), notwithstanding the Commandment to keep the Sabbath, which the Holy Qur’an mentions as having been Divinely instituted for the Ancient Israelites, but which Muslims are no longer enjoined to keep as such. By ‘intrinsic’ I mean that which refers to our own souls and their inner make-up, and by ‘extrinsic’ I mean that which refers to the world and thus to society.

It is on this common intellectual and spiritual basis, then, that we understand that we are to pursue, God Willing, a dialogue in the three general topics of dialogue Your Eminence wisely mentioned in your letter: (1) “Effective respect for the dignity of every human person”; (2) “Objective knowledge of the religion of the other” through “sharing of religious experience”, and (3) “A common commitment to promoting mutual respect and acceptance among the younger generation”. We could also perhaps discuss how to bring the results of our dialogue on these three topics to practical fruition between Christians and Muslims, based also on “A Common Word” and the Ten Commandments (notwithstanding the aforementioned proviso about the Sabbath).

Fifth, our vision of dialogue was expressed exactly by the Communiqué of some of the Muslim delegates on the occasion of the encounter “For a World without Violence Religions and Cultures in Dialogue”, (Naples, 21-23 October 2007, at the community of Saint Egidio), which said:

“Dialogue is by definition between people of different views, not people of the same views. Dialogue is not about imposing one’s views on the other side, nor deciding oneself what the other side is and is not capable of, nor even of what the other side believes. Dialogue starts with an open hand and an open heart. It proposes but does not set an agenda unilaterally. It is about listening to the other side, as it speaks freely for itself, as well as about expressing one’s own self. Its purpose is to see where there is common ground in order to meet there and thereby make the world better, more peaceful, more harmonious and more loving.”

Our motive for dialogue is essentially one of wanting to seek goodwill and justice in order to practice what we Muslims call rahmah (and what you may be pleased to call caritas) in order thereby to seek in turn Rahmah from God. The Prophet Muhammad said: “He who does not show mercy, will not be shown Mercy” (Sahih Bukhari, Kitab Al-Adab, no. 6063).

Finally, our method of dialogue is in accordance with the Divine Commandment in the Holy Qur’an: “Do not contend with the people of the Scripture except in the fairest way, save those of them that inflict wrong (and injury); but say, We believe in the revelation which has come down to us and the revelation which has come down to you and your God and our God is One, and unto Him we surrender'” (Al-Ankabut, 29:46).

We trust, of course, that you have a similar general attitude towards dialogue since we happily read (in 1 Corinthians 13:1-6) the words of St. Paul:

“Though I speak with the tongues of men and of angels, and have not charity, I am become as sounding brass, or a tinkling cymbal. / And though I have the gift of prophecy, and understand all mysteries, and all knowledge; and though I have all faith, so that I could remove mountains, and have not charity, I am nothing. / And though I bestow all my goods to feed the poor, and though I give my body to be burned, and have not charity, it profiteth me nothing. / Charity suffereth long, and is kind; charity envieth not; charity vaunteth not itself, is not puffed up, / Doth not behave itself unseemly, seeketh not her own, is not easily provoked, thinketh no evil; / Rejoiceth not in iniquity, but rejoiceth in the truth.”

I mention these last things only in view of some recent pronouncements emerging from the Vatican and from Vatican advisors – which cannot have escaped the notice of Your Eminence – as regards the very principle of theological dialogue with Muslims. Howbeit, although many of us consider these pronouncements as having been superseded by your letter, we nevertheless wish to reiterate to you that we, like you, also consider complete theological agreement between Christians and Muslims inherently not possible by definition, but still wish to seek and promote a common stance and co-operation based upon what we do agree on (as mentioned above) – whether we wish to call this kind of dialogue ‘theological’ or ‘spiritual’ or something else – for the sake of the common good and towards the good of the whole world, God Willing.

I take this occasion to extend to your person my best wishes and profound respects and ask that you convey to H.H. Pope Benedict XVI our best wishes in advance for a most joyous and peaceful Christmas.

Ghazi bin-Muhammad bin Talal

Amman, Jordan, December 12, 2007

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The letter of the 138 on the website dedicated to it:

> A Common Word between Us and You

The list of the first signatories:

> Signatories

And the following signers:

> New Signatories

Among those who later adhered to the letter is Tariq Ramadan, whose ban of entry into the United States was upheld last December 24 by a federal court in the state of New York, “because of donations made to organizations that support terrorist groups.”

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The reactions and comments on the letter of the 138, before the exchange of messages between Cardinal Bertone and the prince of Jordan, with all the useful links:

> Why Benedict XVI Is So Cautious with the Letter of the 138 Muslims (26.11.2007)

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English translation by Matthew Sherry, Saint Louis, Missouri, U.S.A.

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Le cardinal écrit. Le prince répond. Les raisons qui séparent le pape des musulmans

Le désaccord concerne la foi mais aussi les conquêtes des Lumières, qu’il s’agisse de la liberté religieuse ou de la parité entre homme et femme. L’Eglise catholique se les est appropriées, pas l’islam. Lorsque Benoît XVI et les musulmans de la lettre des 138 se rencontreront, parviendront-ils à en discuter?

par Sandro Magister

ROMA, le 2 janvier 2008 – Au Vatican, l’agenda de la nouvelle année prévoit une rencontre que le cardinal Jean-Louis Tauran, président du conseil pontifical pour le dialogue interreligieux, a qualifiée d’”historique” dans une interview accordée à “L’Osservatore Romano” du 30 décembre.

La rencontre est prévue pour le printemps. Elle réunira Benoît XVI et une délégation des 138 musulmans qui ont écrit la lettre ouverte “Une parole commune entre nous et vous” envoyée au pape et à d’autres leaders chrétiens en octobre dernier.

Les représentants de l’islam vont rencontrer en même temps d’autres autorités du Vatican et ils participeront à des séances de travail dans des établissements tels que l’lnstitut pontifical d’études arabes et d’islamologie (Pisai).

C’est l’échange de courrier entre Benoît XVI – par l’intermédiaire du cardinal secrétaire d’état Tarcisio Bertone – et l’une des personnalités à l’origine de la lettre des 138, le prince de Jordanie Ghazi bin Muhammad bin Talal, en novembre et décembre derniers, qui a ouvert la voie à cet événement.

Comme annoncé dans les deux lettres, trois représentants des 138 se rendront à Rome en février ou en mars pour s’accorder sur les rencontres.

Parmi eux, l’unique signataire italien de la lettre des 138, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, imam de la mosquée al-Wahid de Milan, et le théologien libyen Aref Ali Nayed, bien connu des lecteurs de http://www.chiesa, professeur à Cambridge et appelé dans le passé à enseigner au Pisai.

Toujours en février, le cardinal Tauran se rendra à l’université al-Azhar du Caire, la plus importante de l’islam sunnite. Il rencontrera également des membres de l’organisation libyenne World Islamic Call Society et du Royal Institute for Inter-Faith Studies d’Amman (Jordanie).

Dans son interview à “L’Osservatore Romano”, le président du conseil pontifical pour le dialogue interreligieux s’est dit “très confiant” et a apprécié les “ouvertures considérables” dont font preuve des groupes importants du monde musulman.

Mais les difficultés à surmonter sont encore grandes. L’échange de lettres entre le cardinal Bertone et le prince de Jordanie montre bien que les deux parties ne sont pas du tout d’accord en particulier sur un point essentiel: les sujets sur lesquels doit porter le débat.

La lettre du cardinal Bertone, datée du 19 novembre et rendue publique une dizaine de jours plus tard, propose trois principaux sujets de discussion: “un respect effectif de la dignité de tout être humain “; “la connaissance objective de la religion de l’autre”; “l’engagement commun à promouvoir le respect et l’acceptation mutuels entre les jeunes”.

Dans son commentaire de la lettre de Bertone, le jésuite égyptien Samir Khalil Samir – un des islamologues les plus écoutés par le pape avec un autre jésuite, l’Allemand Christian W. Troll – a souligné que la lettre des 138 n’est pas claire à propos du premier des trois sujets. A tel point que certains signataires ont exprimé leur manque total d’intérêt pour une discussion sur la liberté de conscience, l’égalité entre homme et femme et entre croyant et non-croyant, la séparation entre pouvoir religieux et pouvoir politique. Bref, toutes ces conquêtes des Lumières que l’Eglise catholique a fait siennes mais que l’islam est encore loin d’accepter.

A l’inverse, la lettre du prince de Jordanie au cardinal Bertone, datée du 12 décembre et elle aussi rendue publique une dizaine de jours plus tard, insiste sur le fait que le dialogue entre catholiques et musulmans doit être d’abord “théologique” et “spirituel”. Il doit en outre avoir pour objet – plus que des aspects définis comme “extrinsèques” tels que les commandements de la loi naturelle, la liberté religieuse et la parité entre homme et femme – cette “Parole commune entre nous et vous” qui est au centre de la lettre des 138, à savoir l’unicité de Dieu et le double commandement de l’amour de Dieu et du prochain.

Les attaques polémiques contre la position adoptée par le Vatican ne manquent pas dans la lettre du prince de Jordanie. La première se réfère au communiqué diffusé par certains délégués musulmans présents lors de la rencontre interreligieuse qui s’est déroulée du 21 au 23 octobre 2007 à Naples, organisée par la Communauté de Sant’Egidio. Un communiqué écrit pour protester contre certaines déclarations que le cardinal Tauran avait faites à cette occasion au sujet de l’impossibilité presque totale d’une discussion théologique avec l’islam et contre le silence de Benoît XVI, en visite à Naples, à propos de la lettre des 138.

La deuxième attaque se trouve à la fin de la lettre: elle concerne “certaines déclarations récentes en provenance du Vatican et de certains de ses conseillers”. C’est à nouveau le cardinal Tauran qui était visé, ainsi que les islamologues Samir et Troll. Ce dernier avait publié dans “La Civiltà Cattolica”, avec l’autorisation de la secrétairerie d’état, une analyse critique de la lettre des 138, à l’époque même où le cardinal Bertone écrivait au prince de Jordanie au nom du pape.

Pour en revenir à Benoît XVI, sa vision d’un dialogue idéal avec l’islam reste celle qu’il avait présentée dans un passage de son discours à la curie lors de la présentation des vœux de Noël le 22 décembre 2006:

“Dans un dialogue à intensifier avec l’Islam, nous devrons garder à l’esprit le fait que le monde musulman se trouve aujourd’hui avec une grande urgence face à une tâche très semblable à celle qui fut imposée aux chrétiens à partir du siècle des Lumières et à laquelle le Concile Vatican II a apporté des solutions concrètes pour l’Eglise catholique au terme d’une longue et difficile recherche.

“Il s’agit de l’attitude que la communauté des fidèles doit adopter face aux convictions et aux exigences qui s’affirment dans la philosophie des Lumières.

“D’une part, nous devons nous opposer à la dictature de la raison positiviste, qui exclut Dieu de la vie de la communauté et de l’organisation publique, privant ainsi l’homme de ses critères spécifiques de mesure.

“D’autre part, il est nécessaire d’accueillir les véritables conquêtes de la philosophie des Lumières, les droits de l’homme et en particulier la liberté de la foi et de son exercice, en y reconnaissant les éléments essentiels également pour l’authenticité de la religion.

“De même que dans la communauté chrétienne, il y a eu une longue recherche sur la juste place de la foi face à ces convictions – une recherche qui ne sera certainement jamais conclue de façon définitive – ainsi, le monde musulman également, avec sa tradition propre, se trouve face au grand devoir de trouver les solutions adaptées à cet égard.

“Le contenu du dialogue entre chrétiens et musulmans consistera en ce moment en particulier à se rencontrer dans cet engagement en vue de trouver les solutions appropriées. Nous chrétiens, nous sentons solidaires de tous ceux qui, précisément sur la base de leur conviction religieuse de musulmans, s’engagent contre la violence et pour l’harmonie entre foi et religion, entre religion et liberté”.

On peut déduire de l’échange de lettres entre le cardinal Bertone et le prince de Jordanie que le fossé entre catholiques et musulmans reste encore très large et très profond, par rapport à ce cheminement indiqué par Benoît XVI.

Voici donc les textes intégraux des deux lettres, séparés par une courte exégèse de la lettre de Bertone, écrite par le père Samir pour la revue “Mondo e Missione” de l’Institut pontifical pour les missions étrangères:

1. Au prince de Jordanie Ghazi bin Muhammad bin Talal

du cardinal secrétaire d’État Tarcisio Bertone

Votre Altesse Royale,

Le 13 octobre 2007, une Lettre ouverte adressée à Sa Sainteté le Pape Benoît XVI et à d’autres responsables chrétiens a été signée par cent trente-huit chefs religieux musulmans, parmi lesquels figurent Votre Altesse. Vous avez ensuite eu l’amabilité de la remettre Vous-même à Mgr Salim Sayegh, Vicaire du Patriarche latin de Jérusalem en Jordanie, en lui demandant de bien vouloir la faire parvenir à Sa Sainteté.

Le Pape m’a demandé de transmettre sa gratitude à Votre Altesse, ainsi qu’à tous ceux qui ont signé cette lettre. En outre, il souhaite Vous faire savoir qu’il apprécie profondément ce geste, en raison de l’esprit positif qui a inspiré le texte et de l’exhortation à un engagement commun pour promouvoir la paix dans le monde.

Sans ignorer ou diminuer nos différences en tant que chrétiens et musulmans, nous pouvons, et nous devons prêter attention à ce qui nous unit, à savoir la foi dans le Dieu unique, le créateur providentiel et le juge universel qui, à la fin des temps, considérera chaque personne selon ses actions. Nous sommes tous appelés à nous en remettre totalement à lui et à obéir à sa sainte volonté.

Se référant au contenu de l’Encyclique Deus caritas est (“Dieu est amour”), Sa Sainteté a été particulièrement frappée par l’attention accordée dans la lettre au double commandement de l’amour envers Dieu et envers les hommes.

Comme Vous le savez, au début de son Pontificat, le Pape Benoît XVI a affirmé: “Je suis profondément convaincu que nous devons proclamer, sans céder aux pressions négatives du moment, les valeurs de respect réciproque, de solidarité et de paix. La vie de tout être humain est sacrée, que ce soit pour les chrétiens ou pour les musulmans. Nous avons un champ d’action dans lequel nous nous sentons unis pour le service des valeurs morales fondamentales” (Discours aux représentants de diverses communautés musulmanes à Cologne, 20 août 2005). Ce terrain commun nous permet de fonder le dialogue sur un respect effectif de la dignité de chaque personne humaine, sur la connaissance objective de la religion de l’autre, sur le partage de l’expérience religieuse et, enfin, sur notre engagement commun à promouvoir le respect et l’acceptation réciproques chez les nouvelles générations.

Le Pape estime qu’une fois cet objectif atteint, il sera possible de coopérer d’une manière productive au sein de la culture et de la société et pour la promotion de la justice et de la paix dans la société et dans le monde entier.

En encourageant votre louable initiative, je suis heureux de Vous communiquer que Sa Sainteté recevrait volontiers Votre Altesse, ainsi qu’un groupe restreint que Vous voudrez bien choisir parmi les signataires de la Lettre ouverte. En même temps, une rencontre de travail pourrait être organisée entre votre délégation et le Conseil pontifical pour le Dialogue interreligieux, avec la coopération de certains Instituts pontificaux spécialisés comme l’Institut pontifical d’études arabes islamiques et l’Université pontificale grégorienne. Les détails de ces rencontres pourront été décidés par la suite si vous trouviez recevable le principe de cette proposition.

Je saisis l’occasion qui m’est offerte pour Vous réaffirmer, Altesse, l’assurance de ma plus haute considération.

Cardinal Tarcisio Bertone, Secrétaire d’Etat

Du Vatican, le 19 novembre 2007

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2. Commentaire de la lettre du cardinal Bertone

par Samir Khalil Samir

A une lettre de presque 30 pages Benoît XVI a répondu par une autre de moins de 400 mots. Manque de courtoisie? Non, car il s’agit d’une réponse très profonde.

La lettre commence par exprimer une “estime profonde pour l’esprit positif qui a inspiré le texte et pour l’exhortation à un engagement commun pour la promotion de la paix dans le monde”. Et le pape Benoît XVI a souvent invité les uns et les autres à condamner sans ambiguïté la violence.

Le pape poursuit: “Sans négliger ou minimiser nos différences en tant que chrétiens et musulmans, nous pouvons et donc nous devrions nous concentrer sur ce qui nous unit”. Cette vision positive, jamais partiale, est caractéristique de Benoît XVI. Les différences ne doivent pas cacher ce qui nous unit, et inversement. C’est une parole de vérité (qawl al-haqq) comme le Coran (sourate 19,34) dit du Christ: “Il est la Parole de vérité”.

Le pape énumère trois éléments communs: le fait de croire en un Dieu unique, créateur prévoyant et (deuxième élément) juge universel qui, à la fin des temps, jugera chacun en fonction de ses actions. Enfin (troisième élément) le fait que nous sommes tous appelés à nous consacrer entièrement à lui et à obéir à sa sainte volonté.

Pour que tout cela ne reste pas au stade des “vœux pieux”, il fait cependant une proposition – qui est l’élément le plus important de toute la lettre: une invitation à une rencontre de travail entre d’une part un groupe de signataires choisis par le promoteur de la lettre et d’autre part un groupe de spécialistes choisis par le côté chrétien. Le but est de concrétiser la bonne volonté et de la rendre durable. Le pape recense quatre sujets de discussion.

Premier sujet: “le respect effectif de la dignité de tout être humain”. On ne trouve pas dans la lettre des 138 une référence explicite à ce propos. La dignité suppose le respect de la liberté de conscience, l’égalité entre homme et femme, entre croyant et non-croyant, la distinction entre le pouvoir religieux et le pouvoir politique. Certains rédacteurs musulmans de la lettre pensent que “le dialogue éthico-social a déjà lieu chaque jour, par le biais d’institutions tout à fait séculières. C’est pourquoi de nombreux théologiens musulmans ne sont pas du tout intéressés par un dialogue purement éthique entre culture et civilisation”. Pour le pape, en revanche – comme il l’a dit le 22 décembre 2006 dans son discours aux cardinaux de la curie – “il est nécessaire d’accueillir les vraies conquêtes des Lumières, les droits de l’homme et en particulier la liberté de la foi et de son exercice, en reconnaissant en ces droits des éléments essentiels y compris pour l’authenticité de la religion”. Pour Benoît XVI, “actuellement, le contenu du dialogue entre chrétiens et musulmans consiste surtout à se rencontrer dans un engagement pour trouver des solutions justes”. Avec les musulmans, s’engager “contre la violence et pour la synergie entre foi et raison, entre religion et liberté”. Dans le dialogue, l’Eglise s’inspire de l’Evangile, mais elle ne l’impose pas comme base afin de n’exclure personne. La base est “la dignité de tout être humain”, exprimée au travers des droits de l’homme.

Deuxième sujet: la connaissance objective de la religion de l’autre. En réalité, les chrétiens n’ont pas une vraie connaissance de l’islam et les musulmans n’ont pas une vraie connaissance du christianisme. Cela implique de revoir tous les manuels scolaires mais aussi les discours prononcés dans les églises et dans les mosquées. C’est un vaste programme, long et essentiel.

Troisième sujet: le partage de l’expérience religieuse. La foi est expérience de Dieu, et non pas quelque chose d’intellectuel, une idéologie. Dialoguer, c’est partager l’expérience profonde de l’autre.

Le dernier sujet concerne les plus jeunes. Il convient de faire grandir une nouvelle génération qui promeuve le respect et l’acceptation de l’autre. Ce sont les jeunes, en effet, qui risquent de se laisser entraîner par l’idéologie de la violence. Avec cette réponse de Benoît XVI aux 138, on passe donc des bons sentiments à un projet de construction de la paix, en partant des jeunes.

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3. Au cardinal secrétaire d’état Tarcisio Bertone

du prince de Jordanie Ghazi bin Muhammad bin Talal

Eminence,

Je vous remercie de votre aimable lettre datée du 19 novembre 2007, dont un exemplaire m’a été remis par le nonce apostolique en Jordanie le 27 novembre 2007. Je ne suis que l’un des 138 signataires initiaux de la lettre ouverte “Une parole commune entre vous et nous”, mais, pour répondre à votre lettre, j’ai contacté et consulté plusieurs hauts responsables et spécialistes religieux Musulmans qui ont signé la lettre ouverte ou lui ont ultérieurement apporté leur soutien. Ils ont gracieusement consenti à ce que je coordonne cette affaire pour eux. C’est pourquoi je puis maintenant vous répondre, pour eux et pour moi, de la manière suivante.

Tout d’abord, nous vous remercions de votre réponse, c’est-à-dire votre lettre et vos suggestions amicales. Nous vous prions également de transmettre nos remerciements à Sa Sainteté le pape Benoît XVI pour ses encouragements personnels et pour l’intérêt qu’il a manifesté.

Deuxièmement, nous sommes également très désireux de rencontrer Sa Sainteté à Rome. En effet nous avons eu connaissance de la récente visite au Vatican de Sa Majesté le roi Abd Allah bin Abd Al-Aziz d’Arabie Saoudite, Gardien des Deux Lieux Saints, ce qui nous encourage.

Troisièmement nous acceptons vraiment, en principe, le dialogue que vous avez proposé ainsi que le concept général et l’organisation. Nous enverrons toutefois, à la date qui vous conviendra le mieux en février ou mars 2008, si Dieu le veut, trois représentants pour définir avec Votre Eminence ou ses représentants les détails d’organisation et les procédures. Si Votre Eminence a une préférence pour telle ou telle date à l’intérieur de la période indiquée ci-dessus, nous la prions de nous informer en conséquence.

Quatrièmement, nous recevons la lettre de Votre Eminence comme une réponse à notre Lettre Ouverte Une Parole Commune. De plus Votre Eminence dit que : “Sa Sainteté a été particulièrement impressionnée par l’attention qui est donnée, dans la lettre, au double commandement de l’amour de Dieu et du prochain” et “que nous pouvons et devons donc prêter attention à ce qui nous unit, c’est-à-dire la foi en un Dieu unique, le Créateur prévoyant et le Juge universel qui, à la fin des temps fixera le sort de chaque être humain en fonction de ce qu’il ou elle aura fait” et cela sans jamais “négliger ou minimiser nos différences en tant que Chrétiens et Musulmans”. Nous comprenons donc que la dimension intrinsèque de ce dialogue spécifique Catholiques-Musulmans sera fondée, si Dieu le veut, sur notre lettre Une Parole Commune – qui est essentiellement, comme vous le savez, une affirmation du Dieu unique et du double commandement de l’amour de Dieu et du prochain – même s’il se révèle qu’il y a des différences entre nous quant à l’interprétation ou la compréhension du texte de cette lettre, chacun s’appuyant sur sa sensibilité et ses traditions religieuses. Ces différences elles-mêmes sont probablement aussi un sujet de discussion entre nous et devraient être une occasion de respect et de célébration réciproques, et non de disputes qui divisent.

Nous croyons aussi que Sa Sainteté Benoît XVI a proposé de prendre les Dix Commandements (Exode 20, 2-17 et Deutéronome 5, 6-21) comme base de dialogue entre Juifs, Chrétiens et Musulmans. Nous n’avons pas d’objection à prendre, en outre, cette excellente idée comme base de la dimension extrinsèque de notre dialogue (puisque ces Commandements sont également prescrits plusieurs fois dans le Coran, sous différentes formes), à l’exception du Commandement de respecter le jour du Sabbat, que le saint Coran cite comme ayant été institué par Dieu pour les Anciens Israélites mais que les Musulmans ne sont plus tenus de respecter en tant que tel. Par “intrinsèque”, j’entends ce qui se réfère à nos âmes et à leur constitution intérieure et, par “extrinsèque”, j’entends ce qui se réfère au monde et donc à la société.

Nous comprenons donc que c’est sur cette base intellectuelle et spirituelle commune que nous allons poursuivre, si Dieu le veut, un dialogue portant sur les trois sujets généraux de discussion que Votre Eminence a sagement mentionnés dans sa lettre: (1) “Respect effectif de la dignité de tout être humain”; (2) “Connaissance objective de la religion de l’autre” par “le partage de l’expérience religieuse” et (3) “Engagement commun à promouvoir le respect et l’acceptation mutuels auprès de la jeune génération”. Nous pourrions peut-être aussi discuter de la manière de donner aux résultats de notre dialogue sur ces trois sujets une application concrète entre Chrétiens et Musulmans, également fondée sur “Une Parole Commune” et sur les Dix Commandements (à l’exception de la remarque ci-dessus à propos du Sabbat).

Cinquièmement, notre “vision” du dialogue a été exprimée exactement par le communiqué publié par quelques uns des délégués musulmans à l’occasion de la rencontre “Pour un monde sans violence: religions et cultures en dialogue”, (Naples, 21-23 octobre 2007, à la communauté de Sant’Egidio), qui déclarait:

Par définition le dialogue a lieu entre des personnes dont les points de vue sont différents, pas entre des gens qui sont du même avis. Dans le dialogue, il ne s’agit pas d’imposer son avis à son interlocuteur, ni de décider soi-même ce dont l’autre est capable ou incapable, ni même ce qu’il croit. Le dialogue commence avec une main ouverte et un cœur ouvert. Il propose mais ne décide pas tout seul du programme. Il s’agit d’écouter l’autre quand il exprime librement son point de vue et de s’exprimer soi-même. Le but est de voir où il y a des points communs afin de s’y rencontrer et, de cette façon, de rendre le monde meilleur, plus pacifique, plus harmonieux et plus aimant.

Notre “raison” de dialoguer est essentiellement que nous voulons chercher la bonne volonté et la justice pour pratiquer ce que nous, Musulmans, appelons rahmah (et qu’il vous plaît d’appeler caritas) afin de chercher par ce moyen Rahmah auprès de Dieu. Le prophète Mahomet (paix et bénédiction de Dieu sur lui) a dit: A celui qui ne manifeste pas de miséricorde, il ne sera pas manifesté de Miséricorde (Sahih Bukhari, Kitab Al-Adab, n° 6063).

Enfin notre “méthode” de dialogue est en accord avec le Commandement Divin qui figure dans le Saint Coran: Ne discutez avec les gens du Livre que de la manière la plus courtoise, sauf avec ceux d’entre eux qui font le mal (et qui vous blessent). Dites: “Nous croyons à la révélation qui est descendue vers nous et à la révélation qui est descendue vers vous. Votre Dieu et notre Dieu sont Un et nous Lui sommes soumis” (Al-Ankabut, 29:46).

Nous sommes convaincus, bien sûr, que votre attitude générale envers le dialogue est semblable à la nôtre, puisque nous avons le plaisir de lire (dans la première épître aux Corinthiens 13, 1-6) ces paroles de Saint Paul :

“Quand je parlerais les langues des hommes et des anges, si je n’ai pas la charité, je ne suis plus qu’airain qui sonne ou cymbale qui retentit. Quand j’aurais le don de prophétie et que je connaîtrais tous les mystères et toute la science, quand j’aurais la plénitude de la foi, une foi à transporter les montagnes, si je n’ai pas la charité, je ne suis rien. Quand je distribuerais tous mes biens en aumônes, quand je livrerais mon corps aux flammes, si je n’ai pas la charité, cela ne me sert de rien. La charité est longanime ; la charité est serviable ; elle n’est pas envieuse ; la charité ne fanfaronne pas, ne se rengorge pas. Elle ne fait rien d’inconvenant, ne cherche pas son intérêt, ne s’irrite pas, ne tient pas compte du mal. Elle ne se réjouit pas de l’injustice, mais elle met sa joie dans la vérité”.

Je ne mentionne ces derniers éléments qu’en raison de quelques déclarations récentes provenant du Vatican et de certains de ses conseillers – elles ne peuvent pas avoir échappé à l’attention de Votre Eminence – à propos du principe même du dialogue théologique avec les Musulmans. Néanmoins, même si beaucoup d’entre nous considèrent que ces déclarations ont été remplacées par votre lettre, nous souhaitons vous redire que, comme vous, nous considérons qu’un accord théologique complet entre Chrétiens et Musulmans n’est, par définition, pas possible en soi, mais que nous souhaitons encore chercher et promouvoir une position commune et une coopération fondée sur nos points d’accord (comme indiqué ci-dessus) – que nous souhaitions appeler cette sorte de dialogue “théologique” ou “spirituel” ou toute autre chose – dans l’intérêt du bien commun et en vue du bien du monde entier, si Dieu le veut.

Je profite de cette occasion pour vous exprimer mes meilleurs vœux et mon profond respect et je vous prie de transmettre à Sa Sainteté le Pape Benoît XVI nos meilleurs vœux anticipés de très joyeux et paisible Noël.

Ghazi bin Muhammad bin Talal

Amman, Jordanie, le 12 décembre 2007

__________

La lettre des 138, sur le site qui lui est consacré:

> Une parole commune entre vous et nous

La liste des premiers signataires:

> Signatories

Et les adhésions ultérieures:

> New Signatories

Parmi les nouveaux arrivants dans la liste des signataires, on compte Tariq Ramadan. Le 24 décembre dernier, la cour fédérale de l’état de New York a confirmé son interdiction d’entrée aux Etats-Unis, “à cause de donations effectuées en faveur d’organisations qui soutiennent des groupes terroristes”.

__________

Les réactions et commentaires à la lettre des 138 qui ont précédé l’échange de messages entre le cardinal Bertone et le prince de Jordanie, avec tous les liens utiles:

> Pourquoi Benoît XVI est si prudent au sujet de la lettre des 138 musulmans (26.11.2007)

__________

Traduction française par Charles de Pechpeyrou, Paris, France.

______________________________

 

El cardenal escribe, el príncipe responde. Las razones que separan al Papa de los musulmanes

El conflicto no es sólo de fe. Se refiere también a las conquistas de la Ilustración: desde la libertad religiosa a la igualdad entre hombre y mujer. La Iglesia católica las ha hecho propias, el Islam no. ¿Benedicto XVI y los musulmanes de la carta de los 138 lograrán discutir de ello cuando se reúnan?

por Sandro Magister

ROMA, 2 de enero del 2008 – El nuevo año tiene en agenda, en el Vaticano, una reunión que el cardenal Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consejo para el diálogo interreligioso, ha catalogado como “histórica” en una entrevista concedida a “L’Osservatore Romano” del 31 de diciembre.

La reunión está prevista para la primavera. Y será entre Benedicto XVI y una delegación de los 138 musulmanes autores de la carta abierta “Una palabra común entre nosotros y ustedes” dirigida al Papa y a otros jefes cristianos el pasado mes de octubre.

Además del Papa, los representantes del Islam se reunirán también con otras autoridades vaticanas y tendrán sesiones de trabajo en institutos como el PISAI, el Pontificio Instituto de Estudios Árabes e Islámicos.

Lo que ha abierto el camino a este evento ha sido el intercambio epistolar que ha ocurrido en noviembre y diciembre entre Benedicto XVI – a través del cardenal secretario de estado Tarcisio Bertone – y un autorizado promotor de la carta de los 138, el príncipe de Jordania Ghazi bin Muhammad bin Talal.

Como fue anticipado por las dos cartas, en febrero o marzo tres representantes de los 138 s trasladarán a Roma a coordinar las reuniones.

Entre los tres se encuentran el único italiano presente entre los 138, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, imán de la mezquita al-Wahid de Milán, y el teólogo libio Aref Ali Nayed, autor muy conocido por los lectores de http://www.chiesa, docente en Cambridge, que en el pasado fue llamado como profesor al PISAI.

En el mismo mes de febrero el cardenal Tauran se trasladará a la universidad Azhar de El Cairo, la más importante universidad del Islam sunita. Y tendrá reuniones con la World Islamic Call Society de Libia y con el Royal Institute for Inter-Faith Studies de Amman.

En la citada entrevista a “L’Osservatore Romano” Tauran se ha mostrado “muy confiado” y ha apreciado las “considerables aperturas” de las que dan prueba sectores importantes del mundo musulmán.

Pero las dificultades que se tienen que superar de todas maneras siguen siendo grandes. El intercambio de cartas entre el cardenal Bertone y el príncipe de Jordania evidencia que las dos partes no están en absoluto de acuerdo sobre todo en un punto esencial: sobre qué temas poner al centro del debate.

En la carta del cardenal Bertone, fechada el 19 de noviembre y hecha pública unos diez días después, los temas de discusión propuestos son principalmente tres: “un efectivo respeto de la dignidad de cada persona humana”; “el conocimiento objetivo de la religión del otro”; “el compromiso común a promover el respeto y la aceptación recíproca entre los jóvenes”.

Comentando la carta de Bertone, el jesuita egipcio Samir Khalil Samir – que es uno de los islamólogos más escuchados por el Papa, junto a otro jesuita Christian W. Troll, alemán – ha subrayado que sobre el primero de estos temas la carta de los 138 no es clara, más aún, algunos de sus firmantes no se manifiestan para nada interesados en discutir sobre la libertad de conciencia, de igualdad entre hombre y mujer, y entre creyentes y no creyentes, de distinciones entre poder religioso y político; en suma, de aquellas conquistas de la ilustración que la Iglesia católica ha hecho propias, pero que el Islam está todavía lejos de acoger.

En cambio, la carta del príncipe de Jordania al cardenal Bertone, fechada el 12 de diciembre y también hecha pública unos diez días después, insiste para que el diálogo católico-musulmán sea en principio “teológico” y “espiritual” y tenga como objeto – más que aspectos definidos como “extrínsecos”, como los mandamientos de la ley natural, la libertad religiosa y la igualdad entre hombre y mujer – la “Palabra común entre nosotros y ustedes” que está al centro de la carta de los 138, o sea la unicidad de Dios y el doble mandamiento del amor a Dios y al prójimo.

No faltan en la carta del príncipe de Jordania unas estocadas polémicas en relación a la línea que sigue el Vaticano. La primera estocada se da cuando la carta cita el comunicado de algunos delegados musulmanes en el encuentro interreligioso de Nápoles del 21 al 23 de octubre del 2007, organizado por la comunidad de San Egidio: un comunicado escrito para protestar contra algunas declaraciones hechas en aquellos días por el cardenal Tauran, sobre la casi imposibilidad de una discusión teológica con el Islam; y contra el silencio de Benedicto XVI, de visita en Nápoles, a propósito de la carta de los 138.

La segunda estocada está al final de la carta y está dirigida contra “algunas recientes declaraciones provenientes del Vaticano y de consejeros del Vaticano”. Aquí el blanco es de nuevo el cardenal Tauran, junto a los Islamólogos Samir y Troll. Un análisis crítico de la carta de los 138 firmantes, hecha por Troll, fue publicada por “La Civiltà Cattolica”, con la autorización de la secretaría de estado, en los mismos días en que el cardenal Bertone había escrito al príncipe de Jordania, a nombre del Papa.

Regresando a Benedicto XVI, el diálogo con el Islam que él quiere sigue siendo el que se explica en un pasaje de su discurso antes de la Navidad a la curia romana del 22 de diciembre del 2006:

“En el diálogo con el Islam, que es preciso intensificar, debemos tener presente que el mundo musulmán se encuentra hoy con gran urgencia ante una tarea muy semejante a la que se impuso a los cristianos desde los tiempos de la Ilustración y que el concilio Vaticano II, como fruto de una larga y ardua búsqueda, llevó a soluciones concretas para la Iglesia católica.

“Se trata de la actitud que la comunidad de los fieles debe adoptar ante las convicciones y las exigencias que se afirmaron en la Ilustración.

“Por una parte, hay que oponerse a una dictadura de la razón positivista que excluye a Dios de la vida de la comunidad y de los ordenamientos públicos, privando así al hombre de sus criterios específicos de medida.

“Por otra, es necesario aceptar las verdaderas conquistas de la Ilustración, los derechos del hombre, y especialmente la libertad de la fe y de su ejercicio, reconociendo en ellos elementos esenciales también para la autenticidad de la religión.

“Del mismo modo que en la comunidad cristiana tuvo lugar una larga búsqueda de la postura correcta de la fe ante esas convicciones – una búsqueda que desde luego nunca concluirá definitivamente –, así también el mundo islámico, con su propia tradición, tiene ante sí la gran tarea de encontrar a este respecto las soluciones adecuadas.

“En este momento, el contenido del diálogo entre cristianos y musulmanes consistirá sobre todo en encontrarse en este compromiso para hallar las soluciones correctas. Los cristianos nos sentimos solidarios con todos los que, precisamente por su convicción religiosa de musulmanes, se comprometen contra la violencia y en favor de la sinergia entre fe y razón, entre religión y libertad”.

Del intercambio de cartas entre el cardenal Bertone y el príncipe de Jordania se saca que la distancia entre las dos partes sigue siendo amplia y profunda, respecto a este recorrido indicado por Benedicto XVI.

A continuación, pues, los textos completos de las dos cartas, intercaladas por una breve exégesis a la carta de Bertone escrita por el padre Samir para la revista “Mondo e Missione” del Pontificio Instituto para las Misiones Extranjeras:

1. Al príncipe de Jordania Ghazi bin Muhammad bin Talal

del cardenal secretario de Estado Tarcisio Bertone

Alteza Real:

El 13 de octubre del 2007 una carta abierta dirigida a Su Santidad el Papa Benedicto XVI y a otros responsables cristianos fue firmada por ciento treinta y ocho jefes religiosos musulmanes, entre los cuales está usted, Alteza. Usted, a su vez, ha tenido la cortesía de presentarla al obispo Salim Sayegh, vicario del patriarca latino de Jerusalén en Jordania, con el pedido de que se le hiciera llegar a Su Santidad.

El Papa me ha pedido que trasmita a usted, Alteza, y a todos aquellos que firmaron la carta, su gratitud. Desea además expresar su aprecio profundo por este gesto, por el espíritu positivo que ha inspirado el texto y por la exhortación a un compromiso común por la promoción de la paz en el mundo.

Sin ignorar o minimizar nuestras diferencias de cristianos y musulmanes, podemos y por lo tanto debemos prestar atención a lo que nos une, y exactamente a la fe en el único Dios, el creador providente y el juez universal que al final de los tiempos considerará a cada persona según sus acciones. Todos somos llamados a comprometernos totalmente con Él y a obedecer su sagrada voluntad.

Recordando el contenido de la encíclica “Deus Caritas Est” (“Dios es amor”) Su Santidad ha quedado particularmente impresionado por la atención prestada en la carta al doble mandamiento del amor a Dios y a los hombres.

Como sabe, al inicio de su pontificado, el Papa Benedicto XVI afirmó: “Estoy profundamente convencido de que debemos afirmar, sin ceder a las presiones negativas del ambiente, los valores del respeto recíproco, de la solidaridad y de la paz. La vida de cada ser humano es sagrada tanto para los cristianos como para los musulmanes. Tenemos un gran campo de acción en el cual sentirnos unidos al servicio de los fundamentales valores morales” (Discurso a los representantes de algunas comunidades musulmanas en Colonia, 20 de agosto del 2005). Este terreno común nos permite fundar el diálogo sobre un efectivo respeto de la dignidad de cada persona humana, sobre el conocimiento objetivo de la religión del otro, sobre el compartir de la experiencia religiosa y, en fin, sobre el compromiso común a la promoción del respeto y de la aceptación recíproca entre los jóvenes.

El Papa confía en el hecho que, una vez alcanzado este objetivo, será posible cooperar en modo productivo en el seno de la cultura y de la sociedad y por la promoción de la justicia y de la paz en la sociedad y en todo el mundo.

Alentando su loable iniciativa, me complace comunicarle que Su Santidad desea vivamente recibirlo a usted, Alteza, y a un reducido grupo que usted quiera escoger entre los firmantes de la carta abierta. Al mismo tiempo, se podría organizar una reunión de trabajo entre su delegación y el pontificio consejo para el diálogo interreligioso, con la cooperación de algunos Institutos pontificios especializados, como el Pontificio Instituto de Estudios Árabes Islámicos y la Pontificia Universidad Gregoriana. Los detalles de estas reuniones podrán ser definidos luego si es que es usted acepta esta propuesta por.

Aprovecho la ocasión para renovarle, Alteza, los sentimientos de mi más alta consideración.

Cardenal Tarcisio Bertone, secretario de estado

En el Vaticano, el de 19 de noviembre del 2007

__________

2. Comentario a la carta del cardenal Bertone

por Samir Khalil Samir

A una carta de casi treinta páginas, Benedicto XVI responde con una de menos de 400 palabras. Podría parecer descortés. En cambio es una respuesta que va a lo profundo.

Comienza con un “aprecio profundo por el espíritu positivo que ha inspirado el texto y por la exhortación a un compromiso común por la promoción de la paz en el mundo”. Y el Papa Benedicto XVI frecuentemente ha invitado a todos a condenar la violencia sin ambigüedades.

Continúa: “Sin ignorar o minimizar nuestras diferencias de cristianos y musulmanes, podemos y por lo tanto debemos prestar atención a lo que nos une”. Es típico de este Papa: una visión positiva, jamás parcial. Las diferencias no deben esconder lo que nos une, ni esto esconder las diferencias. Una palabra de verdad (qawl al-haqq) como dice el Corán de Cristo (sura 19,34): “Él es la Palabra de verdad”.

El Papa enumera tres elementos comunes: el hecho de creer en el único Dios, que es providente creador (segundo aspecto) juez universal, que al final de los tiempos juzgara a cada uno según sus acciones. En fin (tercer aspecto) el hecho de que todos estamos llamados a dedicarnos totalmente a Él y a obedecer su voluntad.

Pero para no quedarse en los “votos piadosos”, adelanta una propuesta, que es la cosa más importante de toda la carta: una invitación para una reunión de trabajo entre un grupo de firmantes escogido por el promotor de la carta y un grupo de especialistas escogidos por la parte cristiana. Se trata de concretizar la buena voluntad y de hacerla duradera. El Papa enumera cuatro temas de discusión.

El primero es “el efectivo respeto de la dignidad de cada persona humana”. En la carta de los 138 no hay una referencia clara a este punto. La dignidad presupone respeto de la libertad de conciencia, igualdad entre hombre y mujer, entre creyente y no creyente, distinción entre el poder religioso y el político. Algunos de los redactores musulmanes de la carta piensan: “El diálogo ético-social ya ocurre cada día, a través de instituciones del todo seculares. Por tanto muchos teólogos musulmanes no están en absoluto interesados en un diálogo puramente ético entre cultura y civilización”. En cambio, para el Papa – como dijo el 22 de diciembre del 2006 en el discurso a los cardenales de la curia romana – “es necesario aceptar las verdaderas conquistas de la Ilustración, los derechos del hombre, y especialmente la libertad de la fe y de su ejercicio, reconociendo en ellos elementos esenciales también para la autenticidad de la religión”. Para él, “el contenido del diálogo entre cristianos y musulmanes consistirá sobre todo en encontrarse en este compromiso para hallar las soluciones correctas”. Junto a los musulmanes, comprometerse “contra la violencia y por la sinergia entre fe y razón, entre religión y libertad”. En el diálogo la Iglesia se inspira en el Evangelio, pero no lo pone como fundamento para no excluir a ninguno. El fundamento es “la dignidad de cada persona humana”, expresada por los derechos humanos.

El segundo punto es el conocimiento objetivo de la religión del otro. En realidad ni los cristianos tienen un conocimiento serio del Islam, ni los musulmanes del cristianismo. Esto implica una revisión de todos los libros escolásticos, como de los discursos dados en las iglesias o en las mezquitas. Es un programa vasto, largo y esencial.

El tercer punto: compartir la experiencia religiosa. La fe es experiencia de Dios, y no algo intelectual, una ideología. Dialogar es compartir la experiencia profunda del otro.

El último punto está centrado en los jóvenes. Es necesario hacer crecer una nueva generación que promueva el respeto y la aceptación recíproca. Son los jóvenes, en efecto, los que corren el riesgo de dejarse arrastrar en la ideología de la violencia. Con esta respuesta de Benedicto XVI a los 138 se pasa, pues, de los buenos sentimientos a un proyecto de construcción de la paz, comenzando por los más jóvenes.

__________

3. Al cardenal secretario de estado Tarcisio Bertone

por el príncipe de Jordania Ghazi bin Muhammad bin Talal

Eminencia,

Le agradezco su amable carta fechada el 19 de noviembre del 2007, de la que el nuncio apostólico en Jordania me ha hecho llegar una copia. Sólo soy uno de los 138 primeros firmantes de la Carta Abierta “Una palabra común entre nosotros y ustedes”, pero para responder a su carta, he contactado y consultado a un número de las principales autoridades musulmanas y estudiosos religiosos que firmaron o que han apoyado la Carta Abierta. Ellos han tenido la gentileza de concederme el encargo de coordinar este asunto en representación de ellos. Por tanto, puedo ahora responder a nombre de ellos y del mío propio, como sigue:

Primeramente queremos darle las gracias por su respuesta, su carta y las amigables sugerencias. Le ruego transmita nuestro agradecimiento a Su Santidad el Papa Benedicto XVI por su personal aliento e interés.

En segundo lugar, también nosotros estamos deseosos de reunirnos con Su Santidad en Roma. De verdad, recordamos con entusiasmo la reciente visita al Vaticano de Su Majestad Abd Allah bin Abd Al-Aziz, rey de Arabia Saudita y custodio de los Dos Lugares Santos.

En tercer lugar, aceptamos, en principio, el diálogo que usted propone y el concepto general y coordinaciones. Sin embargo, enviaremos si está de acuerdo en febrero o marzo del 2008, si Dios quiere, tres representantes para que elaboren con Su Eminencia o sus representantes, los detalles de los preparativos y los procedimientos. Si Su Eminencia prefiere algunas fechas en particular dentro de ese periodo de tiempo, entonces le solicitamos que nos lo comunique.

Cuarto, recibimos la carta de Su Eminencia como una respuesta a nuestra Carta Abierta “Una palabra común”. Por otra parte, Su Eminencia dice que: “Su Santidad ha quedado particularmente impresionado por la atención prestada en la carta al doble mandamiento del amor a Dios y a los hombres” y que nosotros “podemos y por lo tanto debemos prestar atención a lo que nos une, específicamente a la fe en el único Dios, el creador providente y el juez universal que al final de los tiempos considerará a cada persona según sus acciones”, todo ello “sin ignorar o minimizar nuestras diferencias de cristianos y musulmanes”. Entendemos entonces que la dimensión intrínseca de este particular diálogo católico-musulmán nuestro se basará, si Dios quiere, en nuestra carta “Una palabra común” – que, como usted sabe, es esencialmente una afirmación del Dios Único, y del doble mandamiento del amor a Él y al prójimo – aunque ella transparente que hay diferencias entre nosotros en la interpretación o la comprensión del texto de esta carta, cada una de acuerdo con las propias sensibilidades y tradiciones religiosas. Estas mismas diferencias presumiblemente son también materia de discusión entre nosotros, y deberían ser una ocasión de mutua celebración y respeto, y no de división y disputa.

También creemos que Su Santidad el Papa Benedicto XVI ha propuesto los Diez Mandamientos (de Ex 20,2-17 y Dt 5,6-21) como una base para el diálogo entre judíos, cristianos y musulmanes. No tenemos ninguna objeción respecto al aporte de esta excelente idea como base de la dimensión ‘extrínseca’ de nuestro diálogo (ya que estos mandamientos están también prescritos de manera repetida en el
Santo Corán, en varias formas), no obstante el mandamiento de observar el sábado, que el Santo Corán menciona como instituido por Dios para los antiguos israelitas, pero que los musulmanes ya no tienen la obligación de obedecerlo. Por “intrínseco” me refiero a lo que se atañe a nuestras propias almas y su íntima estructura, y por “extrínseco” me refiero a lo que atañe al mundo y por tanto a la sociedad.

Entonces, es sobre esta base común intelectual y espiritual que nosotros entendemos que, Dios mediante, proseguiremos al diálogo en los tres tópicos generales de discusión que Su Eminencia sabiamente ha mencionado en su carta: (1) “efectivo respeto por la dignidad de toda persona humana”; (2) “objetivo conocimiento de la religión del otro” a través de “compartir experiencias religiosas”, y (3) “Un común compromiso a promover el mutuo respeto y aceptación entre las generaciones jóvenes”. Nosotros podríamos quizá discutir como llevar a la ejecución práctica entre cristianos y musulmanes los resultados de nuestro diálogo sobre estos tres tópicos, basados también en “Una palabra común” y en los Diez Mandamientos (no obstante la antes mencionada observación acerca del sábado).

Quinto, nuestra ‘visión’ del diálogo ha sido expresada exactamente en el comunicado de algunos delegados musulmanes con ocasión del encuentro “Por un mundo sin violencia: religiones y culturas en diálogo”, (Nápoles, 21-23 de octubre del 2007 Comunidad de San Egidio), cuando dijeron:

“El diálogo es por definición entre personas con diferentes visiones, no entre personas con el mismo punto de vista. El diálogo no es imponer a los otros las propias concepciones, ni decidir uno mismo lo que la otra parte es o no es capaz de hacer, menos lo que la otra parte cree. El diálogo comienza con una mano abierta y un corazón abierto. Propone sí, pero no fija unilateralmente una agenda. Es escuchar a la otra parte mientras habla libremente por sí misma, así como expresarse uno mismo. Su propósito es ver dónde hay un terreno común a fin de encontrarse allí y con eso hacer un mundo mejor, más pacífico, más armonioso y más capaz de amar”.

Nuestro ‘motivo’ para el diálogo es esencialmente el de querer buscar la buena voluntad y la justicia para practicar lo que nosotros musulmanes llamamos ‘rahmah’ (lo que ustedes prefieren llamar caritas) para así nosotros obtener a su vez el Rahmah de Dios. El Profeta Muhammad (sobre él la paz y la bendición de Dios) dijo: “A quien no muestra misericordia, no se le mostrará Misericordia” (Sahih Bukhari, Kitab Al-Adab, n. 6063).

Finalmente, nuestro ‘método’ de diálogo está de acuerdo con mandamiento divino que está en el Santo Corán: “No discutáis con la gente de las Escrituras sino en el modo mejor, excepto con los que entre ellos infrinjan maldad (y daño). En cambio digan: ‘Nosotros creemos en la revelación que ha descendido a nosotros y en la revelación que ha descendido a ustedes, su Dios y nuestro Dios es Uno solo, y ante Él nos rendimos” (Al-Ankabut, 29, 46).

Confiamos, naturalmente, en que usted tenga una similar actitud general a favor del diálogo, ya que leemos con beneplácito (en la primera Carta a los Corintios 13,1-6) las palabras de san Pablo:

“Aunque hablara las lenguas de los hombres y de los ángeles, si no tengo caridad, soy como bronce que suena o címbalo que retiñe. Aunque tuviera el don de profecía, y conociera todos los misterios y toda la ciencia; aunque tuviera plenitud de fe como para trasladar montañas, si no tengo caridad, nada soy. Aunque repartiera todos mis bienes, y entregara mi cuerpo a las llamas, si no tengo caridad, nada me aprovecha. La caridad es paciente, es servicial; la caridad no es envidiosa, no es jactanciosa, no se engríe; es decorosa; no busca su interés; no se irrita; no toma en cuenta el mal; no se alegra de la injusticia; se alegra con la verdad”.

Menciono estas últimas cosas sólo en vista a algunos recientes pronunciamientos provenientes del Vaticano y de consejeros del Vaticano – que no puede haber escapado a la atención de Su Eminencia – respecto al principio de fondo del diálogo teológico con los musulmanes. Aunque muchos de nosotros consideran estas declaraciones invalidadas por su carta, sin embargo deseamos reiterarle que nosotros, como usted, también consideramos que un completo acuerdo teológico entre cristianos y musulmanes de suyo no posible por definición, pero a pesar de ello deseamos buscar y promover una instancia común y una cooperación basada en aquello en lo que estamos de acuerdo (como mencionado más antes) – como quiera que llamemos a este tipo de diálogo, ‘teológico’, ‘espiritual’ o de otro modo – por el bien común y el bien de todo el mundo, Dios mediante.

Aprovecho la oportunidad para expresarle mis mejores deseos y mis profundos respetos, rogándole que transmita a Su Santidad el Papa Benedicto XVI nuestros mejores augurios de una Navidad llena de felicidad y de paz.

Ghazi bin Muhammad bin Talal

Amman, Jordania, 12 de diciembre del 2007

__________

La carta de los 138 en el sitio web dedicado a la misma:

> Una palabra común entre nosotros y vosotros

La lista de los primeros firmantes:

> Signatories

Y las adhesiones siguientes:

> New Signatories

Entre quienes se adhirieron después a la carta está Tariq Ramadan, contra quien el pasado 24 de diciembre una corte federal del estado de Nueva York ha confirmado la prohibición de ingresar en los Estados Unidos, “por donaciones efectuadas a organizaciones que sostienen grupos terroristas”.

__________

Las reacciones y los comentarios a la carta de los 138 previas al intercambio de mensajes entre el cardenal Bertone y el príncipe de Jordania, con todos los enlaces de interés:

> Por qué Benedicto XVI es tan cauto con la carta de los 138 musulmanes (26.11.2007)

__________

Traducción en español de Juan Diego Muro, Lima, Perú.

__________

tratto da http://chiesa.espresso.repubblica.it

© 1999-2008 Gruppo Editoriale L’Espresso Spa

 

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