Ciampi: un errore L’orologio della storia indietro di 100 anni

ROMA – Mercoledì, 16 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Riportiamo l’intervista al Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi

Ciampi: un errore L’orologio della storia indietro di 100 anni

«Danno enorme alle relazioni Stato-Chiesa»

Marzio Breda

ROMA — Presidente Ciampi, dopo giorni di polemiche, papa Ratzinger ha deciso di cancellare la sua visita all’Università La Sapienza. Ha davvero vinto un’intolleranza «chic e goliardica», come qualcuno denuncia?

«Anzitutto devo dire che mi spiace molto per la rinuncia di Benedetto XVI. Molto, anche perché potrebbe provocare un danno enorme nelle relazioni tra Stato e Chiesa.L’episodio va infatti inquadrato in un crescendo di prove di forza in cui le due sponde del Tevere si sono misurate negli ultimi anni. In alcune circostanze alzando i toni fino all’eccesso, alimentando frizioni e rendendo più difficile il dialogo. Se non si interrompe una simile deriva, si rischia di riportare indietro di un secolo l’orologio della storia italiana. Senza vincitori né dall’una né dall’altra parte».

Secondo lei, dunque, l’altolà al Pontefice firmato dai 67 professori romani, in nome di Galileo e della laicità, non aveva nulla di condivisibile?

«Capita a volte che, magari in nome di giusti princìpi, si facciano gravi errori al punto da ottenere l’effetto contrario a quello voluto. Questo mi pare uno di quei casi… Galileo e l’autonomia e la sovranità dello Stato c’entrano poco o niente. Sono solo dei pretesti, e lo affermo da laico che, culturalmente e politicamente, si è formato su una posizione, diciamo così, cavouriana».

Lei però è un laico piuttosto «light»: ha studiato dai gesuiti, alla domenica va a messa, era amico di Wojtyla…

«Certo, sono credente e praticante. Tuttavia questo non mi ha impedito di difendere la laicità della nostra Italia davanti a Giovanni Paolo II, quand’ero al Quirinale. Ora, la fede rientra nella sfera privata delle persone, quanto al resto mi chiarii le idee già in anni lontani e non credo d’essere sospettabile di indulgenze interessate verso la Santa Sede. Le ricordo che la tesi della mia seconda laurea, dopo quella in filologia classica, era sulle libertà delle minoranze religiose, concentrata quindi sulla tutela dei non-cattolici. La scrissi nel 1946, prima ancora che fosse completata la stesura della Carta costituzionale, di cui consideravo squilibrato proprio il capitolo concordatario. Che per fortuna, e giustamente, fu rivisto in via definitiva nel 1984».

Torniamo al braccio di ferro della Sapienza: lei teme che sia il prodromo di un ritorno a vecchie divisioni?

«Esatto. Vecchie e anacronistiche, che nessuna ragion di Stato può giustificare. Come si fa a proclamare l’ostracismo verso un’autorità morale e scientifica del rilievo di Benedetto XVI, che non ha certo bisogno di utilizzare un’aula magna come pulpito di propaganda religiosa? E, bon ton e buonsenso a parte, come si fa a intimargli di non venire dopo che nello stesso ateneo erano già stati accolti Paolo VI e Giovanni Paolo II e, mi sembra di ricordare, anche il rabbino Toaff? L’università non dovrebbe essere, quasi per definizione, il luogo del libero confronto, etico e civile?».

Comunque, poiché lei stesso riconosce che il Tevere si sta facendo «più largo» (per dirla con Spadolini), bisogna riconoscere che qualche responsabilità grava anche sulle gerarchie vaticane. Che non hanno remore a usare toni da crociata quando si rivolgono alla Roma politica.

«Guardi: lungo l’arco del Novecento si sono fatti grandi sforzi — tra delusioni e speranze, passi avanti e passi indietro — per avvicinare la Santa Sede alla capitale della Nazione italiana e normalizzare i rapporti. Oggi si stanno purtroppo accentuando diffidenze che credevamo superate. E capita che la dimensione confessionale (e, con il medesimo intento, quella a-confessionale) venga agitata come una clava nel dibattito pubblico. Ciò che è improprio e pericoloso, tale da far fermentare forme di fondamentalismo politico, o quasi. Perciò credo sia molto importante tornare al più presto a un sano, reciproco rispetto. Indipendentemente dallo spirito con cui Ratzinger è stato invitato alla Sapienza, e dal fatto che chi l’ha invitato sia credente o non-credente, sbarrargli le porte in quel modo è stato un imperdonabile errore».

© Copyright Corriere della sera, 16 gennaio 2008 consultabile online anche qui

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