Il testo integrale del discorso che il Papa avrebbe pronunciato alla Sapienza

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 16 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). E’ stato da poco diffuso il testo del discorso che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere domani nel corso della visita all’Università di Roma La Sapienza, visita annullata ieri. Il testo è accompagnato da una lettera del card segretario di Stato Bertone al rettore dell’ateneo Renato Guarini in cui sono spiegati i motivi della rinuncia del Papa alla visita e che abbiamo già pubblicato nel post precedente. di Roma.

 

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“Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità”

Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della “Sapienza – Università di Roma” in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un “nuovo umanesimo per il terzo millennio”.

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università “Sapienza”, l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la “Sapienza” era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola “vescovo”–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a “sorvegliante”, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi “ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia“: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione” sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta “Facoltà degli artisti”, fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una “comprehensive religious doctrine” nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

BENEDICTUS XVI

 

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THE UNDELIVERED ADDRESS

The following is the Address that the Holy Father intended to give during a Visit to La Sapienza University in Rome on Thursday, 17 January:

“I have not come to impose the faith”

Magnificent Rector,
Political and Civil Authorities,
Distinguished Teachers, Technical and Administrative Staff,
Dear Young Students,

 

It is a cause of deep joy for me to meet the community of La Sapienza, the University of Rome, on the occasion of the inauguration of the academic year. For centuries this University has been a part of the story and the life of the city of Rome, harvesting the fruits of the best intellects in every field of knowledge. Both in the past, when the institution depended directly on ecclesiastical authority (having been founded at the behest of Pope Boniface VIII), and in its more recent history, when the Studium Urbis became an institution of the Italian State, your academic community has maintained a high scientific and cultural standard which places it among the world’s most prestigious universities. The Church of Rome has always looked with affection and admiration at this university centre, recognizing its dedication, often arduous and demanding, to research and to the formation of generations of young people. There have been important instances of collaboration and dialogue in recent years. I would like to recall in particular the World Meeting of Rectors on the occasion of the Jubilee of Universities, when your community not only hosted and organized the event, but above all took responsibility for the prophetic and complex proposal to elaborate a “new humanism for the third millennium”.

 

On this occasion, I am happy to express my gratitude to you for your invitation to give a lecture at your university. With this prospect in view, I first of all asked myself the question: what can and should a Pope say on such an occasion? In my lecture at Regensburg I did indeed speak as Pope, but above all I spoke in my capacity as a former professor of my old university, seeking to link past memories with the present. However, it is as Bishop of Rome that I am invited to La Sapienza, Rome’s ancient university, so it is as such that I must speak. Of course, La Sapienza was once the university of the Pope. Today, however, it is a secular university with that autonomy which, in keeping with the vision inspiring their foundation, has always been part of the nature of universities, which must be tied exclusively to the authority of the truth. It is in their freedom from political and ecclesiastical authorities that the particular function of universities lies – a function that serves modern society as well, which needs institutions of this kind.

 

To return to my initial question: what can and should the Pope say at a meeting with the university in his city? As I pondered this question, it seemed to me that it included two others, and the answer should follow naturally from an exploration of these. We need to ask ourselves this: What is the nature and mission of the Papacy? And what is the nature and mission of the university? I have no wish to detain you or myself with an extended discussion on the nature of the Papacy. Let a brief comment suffice. The Pope is first and foremost the Bishop of Rome and as such – as Successor to the Apostle Peter – he has an episcopal responsibility for the whole of the Catholic Church. In the New Testament, the word “bishop” – episkopos –, the immediate meaning of which indicates an “overseer”, had already been merged with the Biblical concept of Shepherd: the one who observes the whole landscape from above, ensuring that everything holds together and is moving in the right direction. Considered in such terms, this designation of the task focuses the attention first of all within the believing community. The Bishop – the Shepherd – is the one who cares for this community; he is the one who keeps it united on the way towards God, a way which, according to the Christian faith, has been indicated by Jesus – and not merely indicated: He himself is our way. Yet this community which the Bishop looks after – be it large or small – lives in the world; its circumstances, its history, its example and its message inevitably influence the entire human community. The larger it is, the greater the effect, for better or worse, on the rest of humanity. Today we see very clearly how the state of religions and the situation of the Church – her crises and her renewal – affect humanity in its entirety. Thus the Pope, in his capacity as Shepherd of his community, is also increasingly becoming a voice for the ethical reasoning of humanity.

 

Here, however, the objection immediately arises: surely the Pope does not really base his pronouncements on ethical reasoning, but draws his judgements from faith and hence cannot claim to speak on behalf of those who do not share this faith. We will have to return to this point later, because here the absolutely fundamental question must be asked: What is reason? How can one demonstrate that an assertion – especially a moral norm – is “reasonable”? At this point I would like to describe briefly how John Rawls, while denying that comprehensive religious doctrines have the character of “public” reason, nonetheless at least sees their “non-public” reason as one which cannot simply be dismissed by those who maintain a rigidly secularized rationality. Rawls perceives a criterion of this reasonableness among other things in the fact that such doctrines derive from a responsible and well thought-out tradition in which, over lengthy periods, satisfactory arguments have been developed in support of the doctrines concerned. The important thing in this assertion, it seems to me, is the acknowledgment that down through the centuries, experience and demonstration – the historical source of human wisdom – are also a sign of its reasonableness and enduring significance. Faced with an a-historical form of reason that seeks to establish itself exclusively in terms of a-historical rationality, humanity’s wisdom – the wisdom of the great religious traditions – should be valued as a heritage that cannot be cast with impunity into the dustbin of the history of ideas.

 

Let us go back to our initial question. The Pope speaks as the representative of a community of believers in which a particular wisdom about life has evolved in the course of the centuries of its existence. He speaks as the representative of a community that preserves within itself a treasury of ethical knowledge and experience important for all humanity: in this sense, he speaks as the representative of a form of ethical reasoning.

 

Now, however, we must ask ourselves: “What is the university? What is its task?” This is a vast question to which, once again, I can only endeavour to respond in an almost telegraphic style with one or two comments. I think one could say that at the most intimate level, the true origin of the university lies in the thirst for knowledge that is proper to man. The human being wants to know what everything around him is. He wants truth. In this perspective, once can see Socratic questioning as the impulse that gave birth to the western university. I am thinking, for example – to mention only one text – of the dispute with Euthyphro, who in debate with Socrates defended the mythical religion and cult. Socrates countered with a question: “Do you believe that the gods are really waging war against each other with terrible feuds and battles? … Must we effectively say, Euthyphro, that all this is true?” (6 b-c). The Christians of the first centuries identified themselves and their journey with this question which seems not particularly devout – but which in Socrates’ case derived from a deeper and purer religious sensibility, from the search for the true God. They received their faith not in a positivistic manner, nor as a way of escape from unfulfilled wishes; rather, they understood it as dispelling the mist of mythological religion in order to make way for the discovery of the God who is creative Reason, God who is Reason-Love. This is why reasoned enquiry concerning the truly great God, and concerning the true nature and meaning of the human being, did not strike them as problematic, as a lack of due religious sentiment: rather, it was an essential part of their way of being religious. Hence they did not need to abandon or set aside Socratic enquiry, but they could, indeed were bound to accept it, and recognize reason’s laborious search to attain knowledge of the whole truth as part of their own identity. In this way, within the context of the Christian faith, in the Christian world, the university could come into being – indeed it was bound to do so.

 

Now it is necessary to take a further step. Man desires to know – he wants truth. Truth in the first instance is something discerned through seeing, understanding, what Greek tradition calls theoría. Yet truth is never purely theoretical. In drawing a parallel between the Beatitudes of the Sermon on the Mount and the gifts of the Spirit listed in Isaiah 11, Saint Augustine argued that there is a reciprocity between scientia and tristitia: knowledge on its own, he said, causes sadness. And it is true to say that those who merely see and apprehend all that happens in the world end up being saddened. Yet truth means more than knowledge: the purpose of knowing the truth is to know the good. This is also the meaning of Socratic enquiry: What is the good which makes us true? The truth makes us good and the good is true: this is the optimism that shapes the Christian faith, because this faith has been granted the vision of the Logos, of creative Reason which, in God’s incarnation, revealed itself as the Good, as Goodness itself.

 

In medieval theology there was a detailed disputation on the relationship between theory and practice, on the proper relationship between knowledge and action – a disputation that we need not explore here. De facto, the medieval university with its four faculties expresses this correlation. Let us begin with the faculty which was understood at the time to rank as the fourth – the faculty of medicine. Even if it was considered more as an “art” than a science, the inclusion of medicine within the ambit of the universitas clearly indicated that it was placed within the realm of rationality, that the art of healing was under the guidance of reason and had been removed from the realm of magic. Healing is a task that always requires more than plain reason, but this is precisely why it depends on the connection between knowledge and power, it needs to belong to the sphere of ratio. Inevitably the question of the relationship between praxis and theory, between knowledge and action, also arose in the faculty of jurisprudence. Here it was a matter of giving the correct form to human freedom, which is always a freedom shared with others. Law is the presupposition of freedom, not its opponent. At this point, however, the question immediately arises: How is it possible to identify criteria of justice that make shared freedom possible and help man to be good? Here a leap into the present is necessary. The point in question is: how can a juridical body of norms be established that serves as an ordering of freedom, of human dignity and human rights? This is the issue with which we are grappling today in the democratic processes that form opinion, the issue which also causes us to be anxious about the future of humanity. In my opinion, Jürgen Habermas articulates a vast consensus of contemporary thought when he says that the legitimacy of a constitutional charter, as a basis for what is legal, derives from two sources: from the equal participation of all citizens in the political process and from the reasonable manner in which political disputes are resolved. With regard to this “reasonable manner”, he notes that it cannot simply be a fight for arithmetical majorities, but must have the character of a “process of argumentation sensitive to the truth” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). The point is well made, but it is far from easy to put it into practice politically. The representatives of that public “process of argumentation” are – as we know – principally political parties, inasmuch as these are responsible for the formation of political will. De facto, they will always aim to achieve majorities and hence will almost inevitably attend to interests that they promise to satisfy, even though these interests are often particular and do not truly serve the whole. Sensibility to the truth is repeatedly subordinated to sensibility to interests. I find it significant that Habermas speaks of sensibility to the truth as a necessary element in the process of political argument, thereby reintroducing the concept of truth into philosophical and political debate.

 

At this point, though, Pilate’s question becomes unavoidable: What is truth? And how can it be recognized? If in our search for an answer we have recourse to “public reason”, as Rawls does, then further questions necessarily follow: What is reasonable? How is reason shown to be true? In any case, on this basis it becomes clear that in the search for a set of laws embodying freedom, in the search for the truth about a just polity, we must listen to claims other than those of parties and interest groups, without in any way wishing to deny the importance of the latter. Let us return now to the structure of the medieval university. Besides the faculty of jurisprudence, there were faculties of philosophy and theology, which were entrusted with the task of studying the human being in his totality, thus safeguarding sensibility to the truth. One might even say that this was the permanent and true purpose of both faculties: to be custodians of sensibility to the truth, not to allow man to be distracted from his search for the truth. Yet how could the faculties measure up to this task? This is a question which must be constantly worked at, and is never asked and answered once and for all. So, at this point, I cannot offer a satisfactory answer either, but only an invitation to continue exploring the question – exploring in company with the great minds throughout history that have grappled and researched, engaging with their answers and their passion for the truth that invariably points beyond each individual answer.

 

Theology and philosophy in this regard form a strange pair of twins, in which neither of the two can be totally separated from the other, and yet each must preserve its own task and its own identity. It is the historical merit of Saint Thomas Aquinas – in the face of the rather different answer offered by the Fathers, owing to their historical context – to have highlighted the autonomy of philosophy, and with it the laws and the responsibility proper to reason, which enquires on the basis of its own dynamic. Distancing themselves from neo-Platonic philosophies, in which religion and philosophy were inseparably interconnected, the Fathers had presented the Christian faith as the true philosophy, and had emphasized that this faith fulfils the demands of reason in search of truth; that faith is the “yes” to the truth, in comparison with the mythical religions that had become mere custom. By the time the university came to birth, though, those religions no longer existed in the West – there was only Christianity, and thus it was necessary to give new emphasis to the specific responsibility of reason, which is not absorbed by faith. Thomas was writing at a privileged moment: for the first time, the philosophical works of Aristotle were accessible in their entirety; the Jewish and Arab philosophies were available as specific appropriations and continuations of Greek philosophy. Christianity, in a new dialogue with the reasoning of the interlocutors it was now encountering, was thus obliged to argue a case for its own reasonableness. The faculty of philosophy, which as a so-called “arts faculty” had until then been no more than a preparation for theology, now became a faculty in its own right, an autonomous partner of theology and the faith on which theology reflected. We cannot digress to consider the fascinating consequences of this development. I would say that Saint Thomas’s idea concerning the relationship between philosophy and theology could be expressed using the formula that the Council of Chalcedon adopted for Christology: philosophy and theology must be interrelated “without confusion and without separation”. “Without confusion” means that each of the two must preserve its own identity. Philosophy must truly remain a quest conducted by reason with freedom and responsibility; it must recognize its limits and likewise its greatness and immensity.

 

Theology must continue to draw upon a treasury of knowledge that it did not invent, that always surpasses it, the depths of which can never be fully plumbed through reflection, and which for that reason constantly gives rise to new thinking. Balancing “without confusion”, there is always “without separation”: philosophy does not start again from zero with every thinking subject in total isolation, but takes its place within the great dialogue of historical wisdom, which it continually accepts and develops in a manner both critical and docile. It must not exclude what religions, and the Christian faith in particular, have received and have given to humanity as signposts for the journey. Various things said by theologians in the course of history, or even adopted in practice by ecclesiastical authorities, have been shown by history to be false, and today make us feel ashamed. Yet at the same time it has to be acknowledged that the history of the saints, the history of the humanism that has grown out of the Christian faith, demonstrates the truth of this faith in its essential nucleus, thereby giving it a claim upon public reason. Of course, much of the content of theology and faith can only be appropriated within the context of faith, and therefore cannot be demanded of those to whom this faith remains inaccessible. Yet at the same time it is true that the message of the Christian faith is never solely a “comprehensive religious doctrine” in Rawls’ sense, but is a purifying force for reason, helping it to be more fully itself. On the basis of its origin, the Christian message should always be an encouragement towards truth, and thus a force against the pressure exerted by power and interests.

 

Up to this point, I have spoken only of the medieval university, while seeking nonetheless to indicate the unchanging nature of the university and its task. In modern times, new dimensions of knowledge have opened up, which have been explored within the university under two broad headings: first, the natural sciences, which have developed on the basis of the connection between experimentation and the presumed rationality of matter; second, the historical and human sciences, in which man, contemplating his history as in a mirror and clarifying the dimensions of his nature, seeks to understand himself better. In this process, not only has an immense quantity of knowledge and power been made available to humanity, but knowledge and recognition of human rights and dignity have also evolved, and for this we can only be grateful. Yet the human journey never simply comes to an end; and the danger of falling into inhumanity is never totally overcome, as is only too evident from the panorama of recent history! The danger for the western world – to speak only of this – is that today, precisely because of the greatness of his knowledge and power, man will fail to face up to the question of the truth. This would mean at the same time that reason would ultimately bow to the pressure of interests and the attraction of utility, constrained to recognize this as the ultimate criterion. To put it from the point of view of the structure of the university: there is a danger that philosophy, no longer considering itself capable of its true task, will degenerate into positivism; and that theology, with its message addressed to reason, will be limited to the private sphere of a more or less numerous group. Yet if reason, out of concern for its alleged purity, becomes deaf to the great message that comes to it from Christian faith and wisdom, then it withers like a tree whose roots can no longer reach the waters that give it life. It loses the courage for truth and thus becomes not greater but smaller. Applied to our European culture, this means: if our culture seeks only to build itself on the basis of the circle of its own argumentation, on what convinces it at the time, and if – anxious to preserve its secularism – it detaches itself from its life-giving roots, then it will not become more reasonable or purer, but will fall apart and disintegrate.

This brings me back to my starting-point. What should the Pope do or say at the university? Certainly, he must not seek to impose the faith upon others in an authoritarian manner – as faith can only be given in freedom. Over and above his ministry as Shepherd of the Church, and on the basis of the intrinsic nature of this pastoral ministry, it is the Pope’s task to safeguard sensibility to the truth; to invite reason to set out ever anew in search of what is true and good, in search of God; to urge reason, in the course of this search, to discern the illuminating lights that have emerged during the history of the Christian faith, and thus to recognize Jesus Christ as the Light that illumines history and helps us find the path towards the future.

From the Vatican, 17 January 2008.

BENEDICTUS PP. XVI

 

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Allocution que le Pape aurait dû prononcer à l’Université “La Sapienza” de Rome le 17 janvier

Je ne viens pas imposer la foi mais solliciter le courage de la vérité

M. le Recteur Magnifique,
Mesdames et Messieurs les Représentants des Autorités politiques et civiles,
Illustres professeurs et membres du personnel tech- nique et administratif,
Chers jeunes étudiants!

 

C’est pour moi un motif de profonde joie de rencontrer la communauté de la “Sapienza – Université de Rome”, à l’occasion de l’inauguration de l’Année académique. Depuis des siècles, cette université marque le chemin et la vie de la ville de Rome, faisant fructifier les meilleures énergies intellectuelles dans tous les domaines du savoir. Que ce soit à l’époque où, après sa fondation voulue par le Pape Boniface VIII, l’institution dépendait directement de l’Autorité ecclésiastique, ou par la suite, lorsque le Studium Urbis s’est développé comme institution de l’Etat italien, votre communauté universitaire a conservé un haut niveau scientifique et culturel, qui l’inscrit parmi les universités les plus prestigieuses du monde. L’Eglise de Rome regarde depuis toujours avec sympathie et admiration ce centre universitaire, reconnaissant son engagement, parfois difficile et laborieux, dans la recherche et pour la formation des nouvelles générations. Ces dernières années ont été marquées par des moments significatifs de collaboration et de dialogue. Je voudrais rappeler en particulier la rencontre mondiale des Recteurs à l’occasion du Jubilé des Universités, qui a vu votre communauté prendre en charge non seulement l’accueil et l’organisation, mais surtout la proposition prophétique et complexe de l’élaboration d’un “nouvel humanisme pour le troisième millénaire”.

Je suis heureux aujourd’hui d’exprimer ma gratitude pour l’invitation qui m’a été adressée à venir dans votre université pour y tenir une leçon. Dans cette perspective, je me suis tout d’abord posé la question: Que peut et que doit dire un Pape en une telle occasion? Dans ma leçon à Ratisbonne, j’ai bien sûr parlé en tant que Pape, mais j’ai surtout parlé en qualité d’ancien professeur de cette université qui fut la mienne, en cherchant à relier souvenirs et actualité. A l’université de la “Sapienza”, l’antique université de Rome, je suis cependant invité en tant qu’Evêque de Rome, et je dois donc parler comme tel. Certes, la “Sapienza” était autrefois l’université du Pape, mais aujourd’hui c’est une université laïque avec l’autonomie qui, en fonc-tion du concept même de sa fondation, a toujours fait partie de la nature de l’Université, laquelle doit exclusivement être liée à l’autorité de la vérité. C’est dans sa liberté à l’égard de toute autorité politique et ecclésiastique que l’Université trouve sa fonction particulière, même pour la société moderne, qui a besoin d’une institution de ce genre.

Je reviens à ma question de départ: Que peut et que doit dire le Pape au cours de la rencontre avec l’université de sa ville? En réfléchissant à cette question, il m’a semblé qu’elle en contenait deux autres, dont l’éclaircissement devrait à lui seul conduire à la réponse. En effet, il faut se demander: Quelle est la nature et la mission de la papauté? Et encore: Quelle est la nature et la mission de l’Université? Je ne voudrais pas, en ce lieu, vous retenir par de longs discours sur la nature de la papauté. Une brève explication suffira. Le Pape est tout d’abord l’Evêque de Rome et, comme tel, en vertu de la succession de l’Apôtre Pierre, il a une responsabilité épiscopale à l’égard de l’Eglise catholique tout entière. Le terme “évêque-episkopos” qui, dans sa première signification, renvoie à l’idée de “surveillant”, a déjà été assimilé, dans le Nouveau Testament, au concept biblique de Pasteur: il est celui qui, d’un point d’observation élevé, a une vision d’ensemble, s’assurant du juste chemin et de la cohésion de l’ensemble. En ce sens, la tâche ainsi définie oriente tout d’abord le regard vers l’intérieur de la communauté des croyants. L’Evêque – le Pasteur – est l’homme qui prend soin de cette communauté; celui qui la maintient unie, la gardant sur le chemin vers Dieu, chemin qui, selon la foi chrétienne, est montré par Jésus – et non seulement montré: pour nous, Il est lui-même le chemin. Mais cette communauté, dont l’Evêque prend soin – qu’elle soit grande ou petite – vit dans le monde; ses conditions, son chemin, son exemple et sa parole influent inévitablement sur la totalité de la communauté humaine. Plus elle est importante, plus ses bonnes conditions ou sa dégradation éventuelle se répercuteront sur l’ensemble de l’humanité. Nous voyons aujourd’hui très clairement de quelle manière les conditions des religions et la situation de l’Eglise – ses crises et ses renouveaux – agissent sur l’ensemble de l’humanité. De ce fait, le Pape, précisément comme Pasteur de sa communauté, est également devenu toujours plus une voix de la raison éthique de l’humanité.

Une objection apparaît cependant immédiatement: le Pape, de fait, ne parlerait pas vraiment en fonction de la raison éthique, mais tirerait ses jugements de la foi et ne pourrait donc pas prétendre qu’ils soient valables pour ceux qui ne partagent pas cette foi. Nous devrons encore revenir sur ce thème, car c’est la question absolument fondamentale qui est posée là: Qu’est-ce que la raison? Comment une affirmation – surtout une norme morale – peut-elle se démontrer “raisonnable”? Ici, je ne voudrais pour le moment que brièvement observer que John Rawls, bien que niant à des doctrines religieuses compréhensives le caractère de la raison “publique”, voit toutefois dans leur raison “non publique” au moins une raison qui ne pourrait pas, au nom d’une rationalité endurcie par le sécularisme, être simplement méconnue par ceux qui la soutiennent. Il voit un critère de cet aspect raisonnable, entre autres, dans le fait que de telles doctrines découlent d’une tradition responsable et motivée, à partir de laquelle au fil du temps ont été développées des argumentations suffisamment valables pour soutenir la doctrine relative. Dans cette affirmation, il me semble important de reconnaître que l’expérience et la démonstration au long des générations, ainsi que le fonds historique de la sagesse humaine, sont également un signe de son caractère raisonnable et de sa signification durable. Face à une raison a-historique qui cherche à se construire toute seule uniquement dans une rationalité a-historique, la sagesse de l’humanité comme telle – la sagesse des grandes traditions religieuses – est à valoriser comme une réalité que l’on ne peut pas impunément jeter au panier de l’histoire des idées.

Revenons à la question de départ. Le Pape parle comme le représentant d’une communauté de croyants dans laquelle, au cours des siècles de son existence, a mûri une sagesse déterminée de la vie; il parle comme le représentant d’une communauté qui conserve en elle-même un trésor de connaissance et d’expérience éthiques, qui est important pour l’humanité tout entière: en ce sens, il parle comme le représentant d’une raison éthique.

Mais on doit alors se demander: Qu’est-ce que l’Université? Quelle est sa tâche? C’est une question immense, à laquelle, encore une fois, je ne peux répondre qu’en style presque télégraphique, avec quelques observations. On peut dire, je pense, que la véritable et profonde origine de l’Université se trouve dans la soif de connaissance qui est le propre de l’homme. Il veut connaître la nature de tout ce qui l’entoure. Il veut la vérité. Dans ce sens, on peut voir dans l’interrogation de Socrate l’impulsion qui vit naître l’Université occidentale. Je pense, par exemple – pour ne mentionner qu’un texte – au dialogue avec Euthyphron, qui, face, à Socrate défend la religion mythique et sa dévotion. Socrate oppose à ce point de vue la question suivante: “Tu crois sérieusement qu’entre les dieux il y a des querelles, des haines, des combats… Euthyphron, devons-nous recevoir toutes ces choses comme bonnes?” (6 b.c). Dans cette question apparemment peu pieuse – qui chez Socrate découlait cependant d’une religiosité plus profonde et plus pure, de la recherche du Dieu vraiment divin – les chrétiens des premiers siècles se sont reconnus eux-mêmes, ainsi que leur démarche. Ils ont accueilli leur foi non de manière positiviste, ou comme une issue à des désirs non satisfaits; ils l’ont comprise comme la dissipation du brouillard de la religion mythologique, pour faire place à la découverte du Dieu qui est Raison créatrice et, dans le même temps, Raison-Amour. C’est pourquoi, la raison qui s’interroge sur le Dieu le plus grand, ainsi que sur la véritable nature et le véritable sens de l’être humain, était pour eux non une forme problématique d’absence de religiosité, mais qu’elle faisait partie de l’essence de leur façon d’être religieux. Ils n’avaient donc pas besoin de répondre à l’interrogation socratique, ou de la mettre de côté, mais ils pouvaient et devaient même accueillir et reconnaître comme une partie de leur identité la recherche difficile de la raison, pour parvenir à la connaissance de la vérité tout entière. C’est ainsi que pouvait et devait même naître dans le cadre de la foi chrétienne, dans le monde chrétien, l’Université.

Il est nécessaire d’accomplir un pas supplémentaire. L’homme veut connaître – il veut la vérité. La vérité est avant tout un élément en relation avec le fait de voir, de comprendre, avec la theoría, comme l’appelle la tradition grecque. Mais la vérité n’est jamais seulement théorique. En établissant une corrélation entre les Béatitudes du Discours sur la Montagne et les dons de l’Esprit mentionnés dans Isaïe 11, Augustin a affirmé une réciprocité entre “scientia” et “tristitia”: le simple savoir, dit-il, rend triste. Et de fait, celui qui voit et qui apprend seulement tout ce qui survient dans le monde finit par devenir triste. Mais la vérité signifie davantage que le savoir: la connaissance de la vérité a pour objectif la connaissance du bien. Tel est également le sens de l’interrogation socratique: Quel est le bien qui nous rend vrais? La vérité nous rend bons, et la bonté est vraie: tel est l’optimisme qui est contenu dans la foi chrétienne, car à celle-ci a été accordée la vision du Logos, de la Raison créatrice qui, dans l’incarnation de Dieu, s’est en même temps révélée comme le Bien, comme la Bonté elle-même.

Dans la théologie médiévale, il y eut un débat approfondi sur le rapport entre théorie et pratique, sur la juste relation entre connaître et agir – un débat que nous ne devons pas développer ici. De fait, l’Université médiévale avec ses quatre Facultés comporte cette corrélation. Commençons par la Faculté qui, selon la conception de l’époque, était la quatrième, la Faculté de médecine. Même si elle était considérée davantage comme un “art” que comme une science, toutefois, son inscription dans le monde de l’universitas signifiait clairement qu’elle s’inscrivait dans le cadre de la rationalité, que l’art de soigner était sous la conduite de la raison et se trouvait soustrait au domaine de la magie. Soigner est une tâche qui requiert toujours davantage que la simple raison, mais c’est précisément pour cela qu’il y a une connexion entre savoir et pouvoir, que le soin appartient à la sphère de la ratio. Inévitablement apparaît la question de la relation entre théorie et pratique, entre connaissance et action dans la Faculté de droit. Il s’agit de donner une juste forme à la liberté humaine, qui est toujours liberté dans la communion réciproque: le droit est le présupposé de la liberté et non son opposé. Mais se pose immédiatement la question: Comment définir les critères de la justice qui rendent possible une liberté vécue ensemble et qui permettent à l’homme d’être bon? A ce point il nous faut revenir au présent: comment peut être trouvée une norme juridique qui constitue une hiérarchisation de la liberté, de la dignité humaine et des droits de l’homme. C’est la question qui nous intéresse aujourd’hui dans les processus démocratiques de formation de l’opinion et qui dans le même temps nous angoisse comme une question pour l’avenir de l’humanité. Jürgen Habermas exprime, selon moi, un vaste consensus de la pensée actuelle, lorsqu’il dit que la légitimité d’une charte constitutionnelle, en tant que présupposé de la légalité, découlerait de deux sources: de la participation politique égalitaire de tous les citoyens et, d’autre part, de la forme raisonnable qui voit la résolution des oppositions politiques. En ce qui concerne cette “forme raisonnable”, Habermas note qu’elle ne peut pas être une simple bataille en vue de majorités arithmétiques, mais qu’elle doit se caractériser comme un “processus d’argumentation sensible à la vérité” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). C’est une belle formule, mais c’est quelque chose d’extrêmement difficile à réaliser dans une pratique politique. Les représentants de ce “processus d’argumentation” public sont – nous le savons – principalement les partis en tant que responsables de la formation de la volonté politique. En effet, ils auront immanquablement en vue tout particulièrement l’obtention de majorités et ainsi ils ne prendront en compte presque inévitablement que des intérêts qu’ils promettent de satisfaire; toutefois ces intérêts sont souvent particuliers et ne sont pas véritablement au service de l’ensemble. La sensibilité pour la vérité est toujours à nouveau remplacée par la sensibilité pour les intérêts. Je trouve significatif qu’Habermas parle de la sensibilité pour la vérité comme d’un élément nécessaire dans le processus d’argumentation politique, en réinscrivant ainsi le concept de vérité dans le débat philosophique et dans le débat politique.

Mais alors, la question de Pilate devient inévitable: Qu’est-ce que la vérité? Et comment la reconnaît-on? Si pour cela on renvoie à la “raison publique”, comme le fait Rawls, il s’ensuit nécessairement aussi la question: Qu’est-ce qui est raisonnable? Comment démontre-t-on qu’une raison est une raison vraie? Dans tous les cas, il devient à partir de là évident que, dans la recherche du droit à la liberté, à la vérité de la juste convivialité, il faut écouter des instances différentes des partis ou de groupes d’intérêts, sans pour cela vouloir le moins du monde contester leur importance. Nous revenons ainsi à la structure de l’Université médiévale. A côté de la Faculté de droit, on trouve les Facultés de philosophie et de théologie, auxquelles était confiée la recherche sur “l’être homme” dans sa totalité et avec celle-ci le devoir de conserver vivante la sensibilité pour la vérité. On pourrait même dire que c’est la fonc-tion permanente et véritable de ces deux Facultés: être les gardiennes de la sensibilité pour la vérité, empêcher que l’homme s’éloigne de la recherche de la vérité. Mais comment peuvent-elles remplir cette tâche? Il s’agit d’une question sur laquelle il faut toujours se pencher à nouveau et qui n’est jamais posée ni résolue de manière définitive. Ainsi, je ne peux pas ici proposer véritablement une réponse, mais plutôt inviter à demeurer en chemin avec cette question – en chemin avec les grands qui au fil de l’histoire, ont lutté et cherché, par leurs réponses et leur inquiétude pour la vérité, renvoyant continuellement au-delà de toute réponse particulière.

Théologie et philosophie forment en cela un couple original, dans lequel aucune des deux ne peut être totalement détachée de l’autre et, où chacune doit cependant conserver sa propre tâche et sa propre identité. Le mérite historique en revient à saint Thomas d’Aquin qui, face aux différentes réponses des Pères en raison des contextes historiques a mis en lumière l’autonomie de la philosophie et, avec elle, le droit et la responsabilité propres de la raison qui s’interroge en s’appuyant sur ses forces. Se différenciant des philosophies néoplatoniciennes, où la religion et la philosophie s’interpénétraient de manière inséparable, les Pères avaient présenté la foi chrétienne comme la vraie philosophie, soulignant également que cette foi correspond aux exigences de la raison en recherche de vérité; que la foi est le “oui” à la vérité, par rapport aux religions mythiques devenues une simple habitude. Mais, au moment de la naissance de l’Université, ces religions n’existaient plus en Occident; il n’y avait que le christianisme, et il fallait donc souligner de manière nouvelle la responsabilité propre de la raison, qui ne disparaît pas dans la foi. Saint Thomas oeuvra à un moment privilégié: pour la première fois les écrits philosophiques d’Aristote étaient accessibles dans leur intégralité; les philosophies juives et arabes étaient présentes comme des appropriations et des prolongements spécifiques de la philosophie grecque. Ainsi le christianisme, dans un nouveau dialogue avec la raison d’autrui, qu’il rencontrait, dut lutter pour son propre caractère raisonnable. La Faculté de philosophie que l’on appelait la “Faculté des artistes” et qui, jusqu’alors, n’avait été qu’une propédeutique à la théologie, devint une véritable Faculté, un partenaire autonome de la théologie et de la foi qui se réfléchissait en elle. Nous ne pouvons pas approfondir ici le débat passionnant qui en découla. Je dirais que l’idée de saint Thomas sur le rapport entre philosophie et théologie pourrait être exprimée dans la formule trouvée par le Concile de Chalcédoine pour la christologie: philosophie et théologie doivent entretenir entre elles des relations “sans confusion et sans séparation”. “Sans confusion” signifie que chacune des deux doit conserver son identité. La philosophie doit rester véritablement une recherche de la raison dans sa liberté et dans sa responsabilité; elle doit voir ses limites et précisément ainsi sa grandeur et son étendue. La théologie doit continuer à puiser dans un trésor de connaissance qu’elle n’a pas inventée elle-même, qui la dépasse toujours et qui, ne pouvant jamais totalement s’épuiser dans la réflexion, engage précisément pour cela toujours de nouveau la pensée. Avec le “sans confusion” s’applique également le “sans séparation”: la philosophie ne part pas chaque fois du point zéro du sujet pensant, de manière isolée, mais elle s’inscrit dans le grand dialogue du savoir historique, qu’elle accueille et développe toujours à nouveau, de façon à la fois critique et docile; mais elle ne doit pas non plus se fermer à ce que les religions et en particulier la foi chrétienne ont reçu et donné à l’humanité comme indication du chemin. Au cours de l’histoire, des choses dites par des théologiens ou encore traduites dans la pratique par les autorités ecclésiales se sont révélées historiquement fausses et nous déconcertent aujourd’hui. Mais, dans le même temps, il est vrai que l’histoire des saints, l’histoire de l’humanisme qui a grandi à partir de la foi chrétienne, démontrent la vérité de la foi en son noyau essentiel, en en faisant ainsi également un élément pour la raison publique. Bien sûr, beaucoup de ce que disent la théologie et la foi ne peut être approprié qu’à l’intérieur de la foi et ne peut donc pas se présenter comme une exigence pour ceux auxquels cette foi demeure inaccessible. Mais dans le même temps, il est vrai que le message de la foi chrétienne n’est jamais seulement une “comprehensive religious doctrine” au sens où l’entend Rawls, mais encore une force purificatrice pour la raison elle-même, qu’elle aide à être toujours davantage elle-même. Le message chrétien, en vertu de son origine, devrait toujours être un encouragement en vue la vérité et une force contre la pression du pouvoir et des intérêts.

Or, jusqu’à présent, j’ai uniquement parlé de l’Université médiévale, en tentant toutefois de laisser transparaître la nature permanente de l’Université et de sa tâche. A l’époque moderne, se sont ouvertes de nouvelles dimensions du savoir, qui sont mises en valeur dans l’Université, surtout dans deux grands domaines: tout d’abord dans les sciences naturelles, qui se sont développées à partir de la connexion entre l’expérimentation et une rationalité présupposée de la matière; en second lieu, dans les sciences historiques et humanistes, où l’homme, en scrutant le miroir de son histoire et en éclairant les dimen-sions de sa nature, cherche à mieux se comprendre lui-même. Dans ce développement s’est ouverte à l’humanité non seulement une mesure immense de savoir et de pouvoir; mais la connaissance et la reconnaissance des droits et de la dignité de l’homme ont également grandi, et nous ne pouvons que nous en réjouir. Toutefois le chemin de l’homme ne peut jamais se dire achevé et le danger de la chute dans le manque d’humanité n’est jamais tout simplement conjuré: nous le voyons bien dans le panorama de l’histoire actuelle! Le danger pour le monde occidental – pour ne parler que de lui – est aujourd’hui que l’homme, eu égard à la grandeur de son savoir et de son pouvoir, ne baisse les bras face à la question de la vérité. Et cela signifierait en même temps que la raison, en définitive, se plierait face à la pression des intérêts et à l’attraction de l’utilité, contrainte à la reconnaître comme critère ultime. Du point de vue de la structure de l’Université, il existe un danger que la philosophie, ne se sentant plus en mesure de remplir son véritable devoir, ne se dégrade en positivisme; que la théologie avec son message adressé à la raison soit confinée dans la sphère privée d’un groupe plus ou moins grand. Toutefois, si la raison – inquiète de sa pureté présumée – devient sourde au grand message qui lui vient de la foi chrétienne et de sa sagesse, elle se dessèche comme un arbre dont les racines n’atteignent plus les eaux qui lui donnent la vie. Elle perd le courage pour la vérité et n’en sort pas grandie, mais devient plus petite. Appliqué à notre culture européenne, cela signifie que si elle veut seulement se construire elle-même en fonction de sa propre argumentation et de ce qui sur le moment la convainc et – préoccupée de sa laïcité – se détache des racines qui la font vivre, elle n’en devient pas alors plus raisonnable ni plus pure, mais elle se décompose et se brise.

Je retourne ainsi à mon point de départ. Qu’est-ce que le Pape a à faire ou à dire à l’Université? Il ne doit certainement pas chercher à imposer aux autres, de manière autoritaire, la foi, qui ne peut être donnée que dans la liberté. Au-delà de son ministère de Pasteur dans l’Eglise et en raison de la nature intrinsèque de ce ministère pastoral, il est de son devoir de maintenir vive la sensibilité pour la vérité; d’inviter toujours à nouveau la raison à se mettre à la recherche du vrai, du bien, de Dieu et, sur ce chemin, de la pousser à découvrir les lumières utiles apparues au fil de l’histoire de la foi chrétienne et à percevoir ainsi Jésus Christ comme la lumière qui éclaire l’histoire et aide à trouver le chemin vers l’avenir.

Du Vatican, le 17 janvier 2008.

BENEDICTUS XVI

 

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Texto de la conferencia que el Papa Benedicto XVI iba a pronunciar durante su visita a la “Sapienza, Universidad de Roma”, el jueves 17 de enero. Visita cancelada el 15 de enero

“No vengo a imponer la fe, sino a estimular la valentía en la búsqueda de la verdad”

Rector magnífico;
autoridades políticas y civiles;
ilustres profesores y personal técnico administrativo;
queridos jóvenes estudiantes:

 

Para mí es motivo de profunda alegría encontrarme con la comunidad de la “Sapienza, Universidad de Roma” con ocasión de la inauguración del año académico. Ya desde hace siglos esta universidad marca el camino y la vida de la ciudad de Roma, haciendo fructificar las mejores energías intelectuales en todos los campos del saber. Tanto en el tiempo en que, después de su fundación impulsada por el Papa Bonifacio VIII, la institución dependía directamente de la autoridad eclesiástica, como sucesivamente, cuando el Studium Urbis se desarrolló como institución del Estado italiano, vuestra comunidad académica ha conservado un gran nivel científico y cultural, que la sitúa entre las universidades más prestigiosas del mundo. Desde siempre la Iglesia de Roma mira con simpatía y admiración este centro universitario, reconociendo su compromiso, a veces arduo y fatigoso, por la investigación y la formación de las nuevas generaciones. En estos últimos años no han faltado momentos significativos de colaboración y de diálogo. Quiero recordar, en particular, el Encuentro mundial de rectores con ocasión del Jubileo de las Universidades, en el que vuestra comunidad no sólo se encargó de la acogida y la organización, sino sobre todo de la profética y compleja propuesta de elaborar un “nuevo humanismo para el tercer milenio”.

En esta circunstancia deseo expresar mi gratitud por la invitación que se me ha hecho a venir a vuestra universidad para pronunciar una conferencia. Desde esta perspectiva, me planteé ante todo la pregunta: ¿Qué puede y debe decir un Papa en una ocasión como esta? En mi conferencia en Ratisbona hablé ciertamente como Papa, pero hablé sobre todo en calidad de ex profesor de esa universidad, mi universidad, tratando de unir recuerdos y actualidad. En la universidad “Sapienza”, la antigua universidad de Roma, sin embargo, he sido invitado precisamente como Obispo de Roma; por eso, debo hablar como tal. Es cierto que en otros tiempos la “Sapienza” era la universidad del Papa; pero hoy es una universidad laica, con la autonomía que, sobre la base de su mismo concepto fundacional, siempre ha formado parte de su naturaleza de universidad, la cual debe estar vinculada exclusivamente a la autoridad de la verdad. En su libertad frente a autoridades políticas y eclesiásticas la universidad encuentra su función particular, precisamente también para la sociedad moderna, que necesita una institución de este tipo.

Vuelvo a mi pregunta inicial: ¿Qué puede y debe decir el Papa en el encuentro con la universidad de su ciudad? Reflexionando sobre esta pregunta, me pareció que incluía otras dos, cuyo esclarecimiento debería llevar de por sí a la respuesta. En efecto, es necesario preguntarse: ¿Cuál es la naturaleza y la misión del Papado? Y también, ¿cuál es la naturaleza y la misión de la universidad? En este lugar no quisiera entretenerme y entreteneros con largas disquisiciones sobre la naturaleza del Papado. Baste una breve alusión. El Papa es, ante todo, Obispo de Roma y, como tal, en virtud de la sucesión del apóstol san Pedro, tiene una responsabilidad episcopal con respecto a toda la Iglesia católica. La palabra “obispo” —episkopos—, que en su significado inmediato se puede traducir por “vigilante”, se fundió ya en el Nuevo Testamento con el concepto bíblico de Pastor: es aquel que, desde un puesto de observación más elevado, contempla el conjunto, cuidándose de elegir el camino correcto y mantener la cohesión de todos sus componentes. En este sentido, esa designación de la tarea orienta la mirada, ante todo, hacia el interior de la comunidad creyente. El Obispo —el Pastor— es el hombre que cuida de esa comunidad; el que la conserva unida, manteniéndola en el camino hacia Dios, indicado por Jesús según la fe cristiana; y no sólo indicado, pues Él mismo es para nosotros el camino. Pero esta comunidad, de la que cuida el Obispo, sea grande o pequeña, vive en el mundo. Las condiciones en que se encuentra, su camino, su ejemplo y su palabra influyen inevitablemente en todo el resto de la comunidad humana en su conjunto. Cuanto más grande sea, tanto más repercutirán en la humanidad entera sus buenas condiciones o su posible degradación. Hoy vemos con mucha claridad cómo las condiciones de las religiones y la situación de la Iglesia —sus crisis y sus renovaciones— repercuten en el conjunto de la humanidad. Por eso el Papa, precisamente como Pastor de su comunidad, se ha convertido cada vez más también en una voz de la razón ética de la humanidad.

Aquí, sin embargo, surge inmediatamente la objeción según la cual el Papa, de hecho, no hablaría verdaderamente basándose en la razón ética, sino que sus afirmaciones procederían de la fe y por eso no podría pretender que valgan para quienes no comparten esta fe. Deberemos volver más adelante sobre este tema, porque aquí se plantea la cuestión absolutamente fundamental: ¿Qué es la razón? ¿Cómo puede una afirmación -sobre todo una norma moral- demostrarse “razonable”? En este punto, por el momento, sólo quiero poner de relieve brevemente que John Rawls, aun negando a doctrinas religiosas globales el carácter de la razón “pública”, ve sin embargo en su razón “no pública” al menos una razón que no podría, en nombre de una racionalidad endurecida desde el punto de vista secularista, ser simplemente desconocida por quienes la sostienen. Ve un criterio de esta racionalidad, entre otras cosas, en el hecho de que esas doctrinas derivan de una tradición responsable y motivada, en la que en el decurso de largos tiempos se han desarrollado argumentaciones suficientemente buenas como para sostener su respectiva doctrina. En esta afirmación me parece importante el reconocimiento de que la experiencia y la demostración a lo largo de generaciones, el fondo histórico de la sabiduría humana, son también un signo de su racionalidad y de su significado duradero. Frente a una razón a-histórica que trata de construirse a sí misma sólo en una racionalidad a-histórica, la sabiduría de la humanidad como tal —la sabiduría de las grandes tradiciones religiosas— se debe valorar como una realidad que no se puede impunemente tirar a la papelera de la historia de las ideas.

Volvemos a la pregunta inicial. El Papa habla como representante de una comunidad creyente, en la cual durante los siglos de su existencia ha madurado una determinada sabiduría de vida. Habla como representante de una comunidad que custodia en sí un tesoro de conocimiento y de experiencia éticos, que resulta importante para toda la humanidad. En este sentido habla como representante de una razón ética.

Pero ahora debemos preguntarnos: ¿Y qué es la universidad?, ¿cuál es su tarea? Es una pregunta de enorme alcance, a la cual, una vez más, sólo puedo tratar de responder de una forma casi telegráfica con algunas observaciones. Creo que se puede decir que el verdadero e íntimo origen de la universidad está en el afán de conocimiento, que es propio del hombre. Quiere saber qué es todo lo que le rodea. Quiere la verdad. En este sentido, se puede decir que el impulso del que nació la universidad occidental fue el cuestionamiento de Sócrates. Pienso, por ejemplo —por mencionar sólo un texto—, en la disputa con Eutifrón, el cual defiende ante Sócrates la religión mítica y su devoción. A eso, Sócrates contrapone la pregunta: “¿Tú crees que existe realmente entre los dioses una guerra mutua y terribles enemistades y combates…? Eutifrón, ¿debemos decir que todo eso es efectivamente verdadero?” (6 b c). En esta pregunta, aparentemente poco devota -pero que en Sócrates se debía a una religiosidad más profunda y más pura, de la búsqueda del Dios verdaderamente divino—, los cristianos de los primeros siglos se reconocieron a sí mismos y su camino. Acogieron su fe no de modo positivista, o como una vía de escape para deseos insatisfechos. La comprendieron como la disipación de la niebla de la religión mítica para dejar paso al descubrimiento de aquel Dios que es Razón creadora y al mismo tiempo Razón-Amor. Por eso, el interrogarse de la razón sobre el Dios más grande, así como sobre la verdadera naturaleza y el verdadero sentido del ser humano, no era para ellos una forma problemática de falta de religiosidad, sino que era parte esencial de su modo de ser religiosos. Por consiguiente, no necesitaban resolver o dejar a un lado el interrogante socrático, sino que podían, más aún, debían acogerlo y reconocer como parte de su propia identidad la búsqueda fatigosa de la razón para alcanzar el conocimiento de la verdad íntegra. Así, en el ámbito de la fe cristiana, en el mundo cristiano, podía, más aún, debía nacer la universidad.

Es necesario dar un paso más. El hombre quiere conocer, quiere encontrar la verdad. La verdad es ante todo algo del ver, del comprender, de la theoría, como la llama la tradición griega. Pero la verdad nunca es sólo teórica. San Agustín, al establecer una correlación entre las Bienaventuranzas del Sermón de la montaña y los dones del Espíritu que se mencionan en Isaías 11, habló de una reciprocidad entre “scientia” y “tristitia“: el simple saber —dice— produce tristeza. Y, en efecto, quien sólo ve y percibe todo lo que sucede en el mundo acaba por entristecerse. Pero la verdad significa algo más que el saber: el conocimiento de la verdad tiene como finalidad el conocimiento del bien. Este es también el sentido del interrogante socrático: ¿Cuál es el bien que nos hace verdaderos? La verdad nos hace buenos, y la bondad es verdadera: este es el optimismo que reina en la fe cristiana, porque a ella se le concedió la visión del Logos, de la Razón creadora que, en la encarnación de Dios, se reveló al mismo tiempo como el Bien, como la Bondad misma.

En la teología medieval hubo una discusión a fondo sobre la relación entre teoría y praxis, sobre la correcta relación entre conocer y obrar, una disputa que aquí no podemos desarrollar. De hecho, la universidad medieval, con sus cuatro Facultades, presenta esta correlación. Comencemos por la Facultad que, según la concepción de entonces, era la cuarta: la de medicina. Aunque era considerada más como “arte” que como ciencia, sin embargo, su inserción en el cosmos de la universitas significaba claramente que se la situaba en el ámbito de la racionalidad, que el arte de curar estaba bajo la guía de la razón, liberándola del ámbito de la magia. Curar es una tarea que requiere cada vez más simplemente la razón, pero precisamente por eso necesita la conexión entre saber y poder, necesita pertenecer a la esfera de la ratio. En la Facultad de derecho se plantea inevitablemente la cuestión de la relación entre praxis y teoría, entre conocimiento y obrar. Se trata de dar su justa forma a la libertad humana, que es siempre libertad en la comunión recíproca: el derecho es el presupuesto de la libertad, no su antagonista. Pero aquí surge inmediatamente la pregunta: ¿Cómo se establecen los criterios de justicia que hacen posible una libertad vivida conjuntamente y sirven al hombre para ser bueno? En este punto, se impone un salto al presente: es la cuestión de cómo se puede encontrar una normativa jurídica que constituya un ordenamiento de la libertad, de la dignidad humana y de los derechos del hombre. Es la cuestión que nos ocupa hoy en los procesos democráticos de formación de la opinión y que, al mismo tiempo, nos angustia como cuestión de la que depende el futuro de la humanidad. Jürgen Habermas expresa, a mi parecer, un amplio consenso del pensamiento actual cuando dice que la legitimidad de la Constitución de un país, como presupuesto de la legalidad, derivaría de dos fuentes: de la participación política igualitaria de todos los ciudadanos y de la forma razonable en que se resuelven las divergencias políticas. Con respecto a esta “forma razonable”, afirma que no puede ser sólo una lucha por mayorías aritméticas, sino que debe caracterizarse como un “proceso de argumentación sensible a la verdad” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). Está bien dicho, pero es muy difícil transformarlo en una praxis política. Como sabemos, los representantes de ese “proceso de argumentación” público son principalmente los partidos en cuanto responsables de la formación de la voluntad política. De hecho, sin duda buscarán sobre todo la consecución de mayorías y así se ocuparán casi inevitablemente de los intereses que prometen satisfacer. Ahora bien, esos intereses a menudo son particulares y no están verdaderamente al servicio del conjunto. La sensibilidad por la verdad se ve siempre arrollada de nuevo por la sensibilidad por los intereses. Yo considero significativo el hecho de que Habermas hable de la sensibilidad por la verdad como un elemento necesario en el proceso de argumentación política, volviendo a insertar así el concepto de verdad en el debate filosófico y en el político.

Pero entonces se hace inevitable la pregunta de Pilato: ¿Qué es la verdad? Y ¿cómo se la reconoce? Si para esto se remite a la “razón pública”, como hace Rawls, se plantea necesariamente otra pregunta: ¿qué es razonable? ¿Cómo demuestra una razón que es razón verdadera? En cualquier caso, según eso, resulta evidente que, en la búsqueda del derecho de la libertad, de la verdad de la justa convivencia, se debe escuchar a instancias diferentes de los partidos y de los grupos de interés, sin que ello implique en modo alguno querer restarles importancia. Así volvemos a la estructura de la universidad medieval. Juntamente con la Facultad de derecho estaban las Facultades de filosofía y de teología, a las que se encomendaba la búsqueda sobre el ser hombre en su totalidad y, con ello, la tarea de mantener despierta la sensibilidad por la verdad. Se podría decir incluso que este es el sentido permanente y verdadero de ambas Facultades: ser guardianes de la sensibilidad por la verdad, no permitir que el hombre se aparte de la búsqueda de la verdad. Pero, ¿cómo pueden dichas Facultades cumplir esa tarea? Esta pregunta exige un esfuerzo permanente y nunca se plantea ni se resuelve de manera definitiva. En este punto, pues, tampoco yo puedo dar propiamente una respuesta. Sólo puedo hacer una invitación a mantenerse en camino con esta pregunta, en camino con los grandes que a lo largo de toda la historia han luchado y buscado, con sus respuestas y con su inquietud por la verdad, que remite continuamente más allá de cualquier respuesta particular.

De este modo, la teología y la filosofía forman una peculiar pareja de gemelos, en la que ninguna de las dos puede separarse totalmente de la otra y, sin embargo, cada una debe conservar su propia tarea y su propia identidad. Históricamente, es mérito de santo Tomás de Aquino -ante la diferente respuesta de los Padres a causa de su contexto histórico- el haber puesto de manifiesto la autonomía de la filosofía y, con ello, el derecho y la responsabilidad propios de la razón que se interroga basándose en sus propias fuerzas. Los Padres, diferenciándose de las filosofías neoplatónicas, en las que la religión y la filosofía estaban unidas de manera inseparable, habían presentado la fe cristiana como la verdadera filosofía, subrayando también que esta fe corresponde a las exigencias de la razón que busca la verdad; que la fe es el “sí” a la verdad, con respecto a las religiones míticas, que se habían convertido en mera costumbre. Pero luego, en el momento del nacimiento de la universidad, en Occidente ya no existían esas religiones, sino sólo el cristianismo; por eso, era necesario subrayar de modo nuevo la responsabilidad propia de la razón, que no queda absorbida por la fe. A santo Tomás le tocó vivir en un momento privilegiado: por primera vez, los escritos filosóficos de Aristóteles eran accesibles en su integridad; estaban presentes las filosofías judías y árabes, como apropiaciones y continuaciones específicas de la filosofía griega. Por eso el cristianismo, en un nuevo diálogo con la razón de los demás, con quienes se venía encontrando, tuvo que luchar por su propia racionalidad. La Facultad de filosofía que, como “Facultad de los artistas” -así se llamaba-, hasta aquel momento había sido sólo propedéutica con respecto a la teología, se convirtió entonces en una verdadera Facultad, en un interlocutor autónomo de la teología y de la fe reflejada en ella. Aquí no podemos detenernos en la interesante confrontación que se derivó de ello. Yo diría que la idea de santo Tomás sobre la relación entre la filosofía y la teología podría expresarse en la fórmula que encontró el concilio de Calcedonia para la cristología: la filosofía y la teología deben relacionarse entre sí “sin confusión y sin separación”. “Sin confusión” quiere decir que cada una de las dos debe conservar su identidad propia. La filosofía debe seguir siendo verdaderamente una búsqueda de la razón con su propia libertad y su propia responsabilidad; debe ver sus límites y precisamente así también su grandeza y amplitud. La teología debe seguir sacando de un tesoro de conocimiento que ella misma no ha inventado, que siempre la supera y que, al no ser totalmente agotable mediante la reflexión, precisamente por eso siempre suscita de nuevo el pensamiento. Junto con el “sin confusión” está también el “sin separación”: la filosofía no vuelve a comenzar cada vez desde el punto cero del sujeto pensante de modo aislado, sino que se inserta en el gran diálogo de la sabiduría histórica, que acoge y desarrolla una y otra vez de forma crítica y a la vez dócil; pero tampoco debe cerrarse ante lo que las religiones, y en particular la fe cristiana, han recibido y dado a la humanidad como indicación del camino. La historia ha demostrado que varias cosas dichas por teólogos en el decurso de la historia, o también llevadas a la práctica por las autoridades eclesiales, eran falsas y hoy nos confunden. Pero, al mismo tiempo, es verdad que la historia de los santos, la historia del humanismo desarrollado sobre la base de la fe cristiana, demuestra la verdad de esta fe en su núcleo esencial, convirtiéndola así también en una instancia para la razón pública. Ciertamente, mucho de lo que dicen la teología y la fe sólo se puede hacer propio dentro de la fe y, por tanto, no puede presentarse como exigencia para aquellos a quienes esta fe sigue siendo inaccesible. Al mismo tiempo, sin embargo, es verdad que el mensaje de la fe cristiana nunca es solamente una “comprehensive religious doctrine” en el sentido de Rawls, sino una fuerza purificadora para la razón misma, que la ayuda a ser más ella misma. El mensaje cristiano, en virtud de su origen, debería ser siempre un estímulo hacia la verdad y, así, una fuerza contra la presión del poder y de los intereses.

Bien; hasta ahora he hablado sólo de la universidad medieval, pero tratando de aclarar la naturaleza permanente de la universidad y de su tarea. En los tiempos modernos se han abierto nuevas dimensiones del saber, que en la universidad se valoran sobre todo en dos grandes ámbitos: ante todo, en el de las ciencias naturales, que se han desarrollado sobre la base de la conexión entre experimentación y presupuesta racionalidad de la materia; en segundo lugar, en el de las ciencias históricas y humanísticas, en las que el hombre, escrutando el espejo de su historia y aclarando las dimensiones de su naturaleza, trata de comprenderse mejor a sí mismo. En este desarrollo no sólo se ha abierto a la humanidad una cantidad inmensa de saber y de poder; también han crecido el conocimiento y el reconocimiento de los derechos y de la dignidad del hombre, y de esto no podemos por menos de estar agradecidos. Pero nunca puede decirse que el camino del hombre se haya completado del todo y que el peligro de caer en la inhumanidad haya quedado totalmente descartado, como vemos en el panorama de la historia actual. Hoy, el peligro del mundo occidental -por hablar sólo de éste- es que el hombre, precisamente teniendo en cuenta la grandeza de su saber y de su poder, se rinda ante la cuestión de la verdad. Y eso significa al mismo tiempo que la razón, al final, se doblega ante la presión de los intereses y ante el atractivo de la utilidad, y se ve forzada a reconocerla como criterio último. Dicho desde el punto de vista de la estructura de la universidad: existe el peligro de que la filosofía, al no sentirse ya capaz de cumplir su verdadera tarea, degenere en positivismo; que la teología, con su mensaje dirigido a la razón, quede confinada a la esfera privada de un grupo más o menos grande. Sin embargo, si la razón, celosa de su presunta pureza, se hace sorda al gran mensaje que le viene de la fe cristiana y de su sabiduría, se seca como un árbol cuyas raíces no reciben ya las aguas que le dan vida. Pierde la valentía por la verdad y así no se hace más grande, sino más pequeña. Eso, aplicado a nuestra cultura europea, significa: si quiere sólo construirse a sí misma sobre la base del círculo de sus propias argumentaciones y de lo que en el momento la convence, y, preocupada por su laicidad, se aleja de las raíces de las que vive, entonces ya no se hace más razonable y más pura, sino que se descompone y se fragmenta.

Con esto vuelvo al punto de partida. ¿Qué tiene que hacer o qué tiene que decir el Papa en la universidad? Seguramente no debe tratar de imponer a otros de modo autoritario la fe, que sólo puede ser donada en libertad. Más allá de su ministerio de Pastor en la Iglesia, y de acuerdo con la naturaleza intrínseca de este ministerio pastoral, tiene la misión de mantener despierta la sensibilidad por la verdad; invitar una y otra vez a la razón a buscar la verdad, a buscar el bien, a buscar a Dios; y, en este camino, estimularla a descubrir las útiles luces que han surgido a lo largo de la historia de la fe cristiana y a percibir así a Jesucristo como la Luz que ilumina la historia y ayuda a encontrar el camino hacia el futuro.

Vaticano, 17 de enero de 2008

BENEDICTO XVI

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9 Risposte to “Il testo integrale del discorso che il Papa avrebbe pronunciato alla Sapienza”

  1. Vera Cultura - 1 « SeFosseFacileEssereSani Says:

    […] Cultura – 1 16 Gennaio 2008 Posted by zorapide in Cosmonautica. trackback In Versione Integrale ciò che avrebbe impedito di “Liberare i Saperi”. Ripeto: […]

  2. l’editoriale de L’Osservatore Romano: La paura della verità « Vatican Diplomacy Says:

    […] Per approfondire, si veda il discorso che Benedetto XVI avrebbe dovuto leggere all’Università di Roma “La Sapienza” nel corso della sua visita programmata per giovedì 17 gennaio e poi annullata, discorso pubblicato su questa pagina di Vatican Diplomacy: “Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità“. […]

  3. Petrus Says:

    solidarietà al Papa con una firma
    http://www.ipetitions.com/petition/colpapa/

  4. Kijio Says:

    Un appunto: non confondiamo la ragione con la moralità ed entrambe con la logica. La logica puo’ seguire la ragione pura, che diviene convenienza cinica, la logica puo’ prospettare alternative a questa che abbiano come scopo l’incremento di benessere e sostenibilità di tutto cio’ che ci circonda. Questa ultima puo’ essere una scelta da seguire, e che io condivido, indipendentemente se si parla di Dio, di cristianesimo, buddismo o di qualsiasi altra forma di ideologia o religione.
    Rinunciare a sentire un’idea per affermare solo la propria, ritenuta unica e negare alternative, non e’ una scelta nè razionale, nè logica. Ritenere di aver già effettuato la cernita di tutte le scelte è, umanamente parlando, impossibile.

  5. Antonio Says:

    Ma dove si sta’ andando?, chrediamo tutti di essere nel giusto? ma non sappiamo neanche prendere in considerazione dei consigli o delle opinioni diverse dalle nostre. L’università deve formare il nostro futuro di giovani e non, ma se non lasciamo che questo accada come possiamo pretendere di avere un mondo migliore, se non siamo in grado oggi noi di ascoltare, come possiamo pretendere che i nostri o i vostri figli lo possano fare un domani.
    Le opinioni saranno sempre diverse ma non é questo che ci fà vivere diversamente.
    il Papa doveva essere li quel giorno, e voi avete perso un opportunità.

  6. “Contra factum non valet argumentum”, Raffaele Iannuzzi commenta i fatti della Sapienza « Vatican Diplomacy Says:

    […] rimasta in piedi solo la Chiesa. E anche i ragionamenti del Papa – basti leggere l’intervento non proferito nell’aula magna della Sapienza – sono ancora lì, rimasti in piedi. A ognuno la sua crisi, […]

  7. Card. Bagnasco, la rinuncia del Papa alla visita alla Sapienza “suggerita dalle Autorita’ italiane” « Vatican Diplomacy Says:

    […] diventata una presenza assai più dilatata del previsto”, non solo per la eco che ha avuto il discorso mai pronunciato, ma pubblicato su diversi giornali, ma anche per la folla di persone invitate ieri […]

  8. Famiglia Cristiana: La protesta alla Sapienza commedia dell’assurdo « Vatican Diplomacy Says:

    […] del Papa con quell’Ateneo e mentre tutti i quotidiani riportavano integralmente o in parte il discorso che Benedetto XVI vi avrebbe pronunciato, un esponente politico di quella cultura […]

  9. La Chiesa militante « Vatican Diplomacy Says:

    […] del nuovo presidente della Cei. Colpisce il tono molto chiaro del discorso che parte dal mancato intervento del Papa alla Sapienza e fa di esso la base del cambiamento di approccio della Conferenza Episcopale del nostro Paese. È […]

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