Il Vaticano nel mirino della Ue: “Non è uno Stato democratico”

Risoluzione del Consiglio sul “mancato rispetto dei diritti umani”. Cesa: fondamentale il contributo della Santa Sede

di Giancarla Rondinelli – Sabato 19 gennaio 2008,

da Roma

La Santa Sede è ormai al centro non solo delle debacle nazionali ma è anche sotto osservazione al Consiglio d’Europa. E questo perché secondo l’assemblea di Strasburgo il Vaticano non sarebbe un vero e proprio Stato democratico e, soprattutto, avrebbe posizioni sulle tematiche riguardanti i diritti dell’uomo non proprio conformi a quelle dello stesso Consiglio. Un aspetto questo che a Strasburgo deve essere ora attentamente considerato. In questa settimana, infatti, dovrebbe essere approvato a Strasburgo una risoluzione sullo statuto degli Stati Osservatori, Paesi non europei che comunque partecipano alle sessioni dell’assemblea: ovvero Santa Sede, Stati Uniti, Canada, Giappone, Messico.
Nel documento 11471, presentato al Consiglio lo scorso 20 dicembre dal rappresentante della Gran Bretagna, David Wilshire, dopo aver premesso l’ultilità e la necessità di integrare questi Stati all’interno dei vari dibattiti dell’assemblea, al punto 10 si legge testualmente: «Lo status della Santa Sede non ha a che vedere con la Risoluzione statuaria e non le è stato chiesto di assumere alcun impegno. La sua mancanza di istituzioni democratiche e alcune sue posizioni in materia di diritti umani ne fanno un caso a parte. Deve essere accettato lo status quo». Si legge ancora nel documento: il Vaticano è l’unico Stato che ha acquisito questo status presso il Consiglio «prima che esistessero disposizioni ufficiali», vale a dire nel 1970, «senza che l’organizzazione avesse chiesto, né la Santa Sede avesse assunto alcun impegno rispetto agli ideali e ai valori del Consiglio d’Europa». Questa inaspettata posizione rispetto al Vaticano, a quanto raccontano a Strasburgo, ha destato parecchie perplessità, sia in molti rappresentanti italiani dell’Assemblea, ma anche nelle stanze di Oltretevere. Il timore, come spiega un esponente del Consiglio, è che «far passare la Santa Sede come uno Stato non democratico», vorrebbe dire «indebolire il Vaticano nel suo ruolo di Stato Osservatore». Un segnale, fra l’altro non il primo (basti pensare alle esenzioni fiscali di cui gode la Santa Sede messe sotto osservazione mesi fa a Strasburgo), di un’atmosfera che sta prendendo piede in molti Paesi del nord Europa nei confronti del Vaticano.
Da qui la decisione di un gruppo di deputati italiani, che siedono al Consiglio, di prendere carta e penna e presentare lunedì prossimo a Strasburgo un emendamento. I firmatari, tra cui gli esponenti del Ppe Claudio Azzolini (Forza Italia) e Lorenzo Cesa (segretario dell’Udc) chiedono di sostituire la formulazione riportata nel punto 10 con una versione «più rispettosa della Santa Sede e del suo ruolo». Vale a dire: il Vaticano partecipa al Consiglio come Stato Osservatore «in base alla sua specifica natura e alla sua missione». Rimane assodato il fatto che la Santa Sede «non ha a che vedere con la Risoluzione statuaria», non le è stato chiesto di assumere alcun impegno, e «lo status quo dovrebbe essere accettato». Ma va eliminata la parte riguardante le «mancanti istituzioni democratiche» e l’accenno alle posizioni del Vaticano «riguardo i diritti umani».
Per avere il verdetto finale bisognerà aspettare fino a giovedì prossimo quando l’assemblea di Strasburgo voterà il testo. «Se guardiamo quali sono i compiti principali del Consiglio – spiega Cesa – troviamo la tutela dei diritti dell’uomo e la ricerca di soluzioni comuni per problemi sociali, quali la discriminazione delle minoranze, la xenofobia, la violenza nei confronti dei bambini. Di fronte a questi temi il ruolo del Vaticano, anche se solo come Stato Osservatore, è fondamentale. E questo non può essere in discussione». Insomma quella che sta per cominciare a Strasburgo potrebbe essere un’altra settimana calda per Oltretevere. E stavolta la partita si sposta tutta su terreno internazionale.

© il Giornale, 19 gennaio 2008

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