Famiglia Cristiana intervista il dissidente cinese Harry Wu

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 22 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Riportiamo l’editoriale di Beppe Del Colle, apparso su Famiglia Cristiana nr. 4 del gennaio 2008.

CINA
LA DRAMMATICA AUTOBIOGRAFIA DI UN DISSIDENTE

LA BATTAGLIA DI MISTER WU

Sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia nei gulag cinesi, dove ancora oggi sono rinchiuse milioni di persone, Harry Wu sogna di «poter vedere una Cina libera e giusta».

di Alberto Chiara

Più terribile delle percosse e della fame, più forte dello stesso istinto di conservazione, il buio dell’anima irrompe a metà volume e toglie il fiato. Con un crescendo angosciante.

«Era il novembre 1961. Per la terza volta, nei campi di lavoro pensai a Dio. Lo pregai di accogliere Chen Ming: “È uno del tuo gregge, tornato per stare con Te nello splendore del Tuo amore”. Nessuno nella stanza mostrò interesse alla sua morte. Ero l’unico rimasto seduto. Che valore aveva la mia vita? Perché continuava? Fare del mio meglio o del mio peggio non significava comunque nulla. Prima di domani poteva essere tutto finito. Tornai a sdraiarmi e mi avvolsi nella coperta. In qualche modo non volevo cedere, non volevo arrendermi. Qualcosa dentro me gridava: dov’è il mio Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Poi la mia mente si svuotò».


Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente
ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.

Harry Wu aveva già visto tanto orrore e tanto ne avrebbe ancora visto in seguito. Nato a Shanghai nel 1937, terzo di otto figli, Harry Wu (in cinese: Wu Hongda) è sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia trascorsi nei laogai, una sigla che sta per laodong gaizao dui e significa “riforma attraverso il lavoro”. Quell’esperienza è diventata un libro, pubblicato in questi giorni nella sua traduzione italiana (Controrivoluzionario, Edizioni San Paolo, 424 pagine, 22 euro) frutto della collaborazione con Carolyn Wakeman, docente di giornalismo e studi internazionali presso l’Università della California, a Berkeley.

«Il nostro stile di vita, tipico della classe medio-alta occidentalizzata di Shanghai, rifletteva l’educazione di papà a cavallo tra due culture», esordisce Harry Wu. «Nostro padre (un banchiere, ndr.) decise di far frequentare ai suoi figli le scuole gestite dai missionari. Nell’autunno del 1948 mi mandò alla St. Francis School. Uno degli insegnanti mi assegnò il nome inglese “Harry” la prima settimana di scuola. Nel 1950, fui prima battezzato e poi cresimato».

Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.

L’odissea di un “nemico del popolo”

Con la vittoria di Mao e l’avvento del comunismo, la St. Francis cambiò nome, diventando “Scuola primaria del Tempo”, i sacerdoti stranieri dovettero lasciare il Paese, alcuni chierici cinesi vennero arrestati e a ogni classe fu assegnato un istruttore politico che insegnava la teoria marxista-leninista. Finite le superiori, Harry Wu voleva studiare fisica o chimica. «Ma nella primavera del 1955», spiega, «una serie di articoli pubblicati sui giornali mi fecero cambiare idea. Senza geologi che scoprissero in Cina depositi di minerali, petrolio e carbone, la costruzione socialista non avrebbe potuto andare avanti. Senza geologi che studiassero il terreno, ponti, dighe e ferrovie non avrebbero potuto essere costruiti. Quando, a luglio, sostenni gli esami di ammissione all’università, compilai l’apposito formulario nazionale indicando l’Istituto di geologia di Pechino come prima scelta». Che l’accettò. E fu proprio lì che cominciarono i suoi guai.

Nel 1957, infatti, aveva criticato il Partito comunista: segnalandone ingiustizie e soprusi aveva aderito alla Campagna dei Cento Fiori promossa per altro dallo stesso Partito comunista al fine di “correggere i suoi precedenti errori”. Il movimento di rettifica, fu detto, sarebbe stato condotto «con la stessa gentilezza di una brezza o di una lieve pioggia». Falso. Harry Wu venne etichettato come “nemico del popolo”. Marginalizzato per oltre due anni dentro l’università, il 27 aprile 1960 fu arrestato. «In rappresentanza del Governo popolare di Pechino», dichiarò un funzionario di Pubblica sicurezza, catturandolo in un’aula dell’ateneo, «condanno l’elemento di destra e controrivoluzionario Wu Hongda alla rieducazione tramite il lavoro».

Benché mai formalmente sottoposto a processo, Harry Wu ha trascorso quasi due decenni in un infernale mondo nascosto di lavori umilianti, botte, torture prolungate, progressivo abbruttimento, squarci improvvisi di umanità e di aiuto reciproco. Harry Wu ha faticato nelle risaie, nelle campagne e nelle miniere, girando numerosi laogai dislocati in varie zone della Cina. Ha patito il freddo e, soprattutto, la fame. Si vide costretto a catturare di nascosto serpenti e rane pur di mettere qualcosa sotto i denti. Vide morire compagni di sventura perché denutriti, battuti fino alla morte, fucilati. O suicidi. Lui stesso rischiò la vita.

«Dopo essere stato rilasciato nel 1979», termina Harry Wu, «ho vissuto in Cina fino al 1985, anno in cui sono riuscito a espatriare negli Stati Uniti, dove vivo. In Cina, oggi, esistono più di 1.000 campi di lavoro forzato (nella postfazione il dato si fa più preciso: 1.045, ndr.), nei quali sono rinchiusi milioni di prigionieri. Spero nella mia vita di vedere una Cina libera e giusta, senza laogai. Morirò contento quando la parola laogai apparirà sui dizionari di tutte le lingue del mondo».

© Copyright Famiglia Cristiana n. 4/2008

L’autore:

Il professor Harry Wu (in Cinese Wu Hongda), nato a Shanghai nel 1937, è un attivista per i diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese. Ora residente e cittadino degli Stati Uniti, Wu ha trascorso 19 anni nei campi di lavoro cinesi, che poi ha fatto conoscere col termine “laogai”.

Proveniente da una famiglia agiata (il padre era banchiere, la madre era una discendente di proprietari terrieri), Wu ricorda la sua infanzia come “pacifica e gradevole”, ma la sua fortuna cambiò dopo la fine della guerra civile cinese nel 1949. “Durante la mia giovinezza, mio padre perse tutte le sue proprietà. Avevamo problemi economici. Il governo sequestrò tutte le proprietà del paese. Fummo costretti a vendere il mio pianoforte”, ha detto Wu in un’intervista a Worldnetdaily.com del 5 aprile 2001.

Studiò all’Istituto di Geologia di Pechino, dove fu arrestato la prima volta nel 1956 per aver criticato il Partito comunista cinese durante la Campagna dei Cento Fiori. Nel 1960 fu inviato come controrivoluzionario nei “laogai” (“riforma attraverso il lavoro”). Lì rimase per 19 anni durante i quali fu trasferito in 12 differenti campi e costretto ad estrarre carbone, costruire strade e lavorare la terra (in risaie, come ad esempio nel campo di Qinghe o nell’agricoltura, alla fattoria Tuanhe), senza sicurezza né igiene, spesso in condizioni ambientali rigidissime, sessioni di indottrinamento ideologico. Ha anche raccontato di essere stato picchiato, torturato e quasi ridotto alla morte per fame, assistendo alla morte di molti altri prigionieri per le brutalità, la denutrizione ed il suicidio.

Rilasciato nel 1979 durante la liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong, Wu si è trasferito negli Stati Uniti, dove è diventato professore di Geologia all’Università della California, Berkeley. Lì cominciò a scrivere delle sue esperienze nei laogai e nel 1992 rinunciò all’insegnamento per diventare un attivista per i diritti umani, dedicandosi a tempo pieno alla diffusione della verità sulla Cina. A questo scopo ha creato la Laogai Research Foundation, organizzazione di ricerca e pubblica educazione non-profit. Il lavoro della Fondazione è riconosciuto come fonte primaria di informazioni sui campi di lavoro cinesi. Wu ha testimoniato di fronte a diversi Congressi negli Stati Uniti, al parlamento del Regno Unito, della Germania, dell’Australia, alle Nazioni Unite e, grazie all’interessamento di Alternativa Sociale, anche al Parlamento Europeo.

Nel 1995 Wu, già cittadino statunitense, fu arrestato mentre tentava di rientrare in Cina. Il governo cinese lo trattenne per 66 giorni prima sottoporlo ad un rapido processo in cui lo accusava di spionaggio al termine del quale fu condannato a 15 anni di prigione e subito espulso. Wu attribuisce il suo rilascio ad una campagna internazionale in quei giorni in suo favore.


Harry Wu riceve il Premio Sciacca.

Wu ha ricevuto il “Premio Libertà” dalla “Federazione Ungherese Attivisti per la Libertà” nel 1991. Nel 1994 ha ricevuto il primo “Premio Martin Ennals per i Diritti Umani” dalla “Fondazione Svizzera Martin Ennals”. Nel 1996, fu insignito della “Medaglia alla Libertà” dalla “Fondazione Tedesca per la Resistenza della Seconda Guerra Mondiale”. Ha anche ricevuto la laurea ad honorem dall’Università di St. Louis e dalla Università Americana di Parigi nel 1996.

Wu è attualmente direttore esecutivo della “Laogai Research Foundation” e del Centro Informazioni sulla Cina. Entrambe le organizzazioni sono situate a Washington, DC e sono finanziate principalmente dal National Endowment for Democracy.

Due anni fa, il 15 marzo 2006 Harry Wu aveva in programma la presentazione del suo libro presso il Tuma’s Book Bar di Roma, ma “la presentazione del libro non si è potuta svolgere, perché una cinquantina di attivisti dei Centri sociali, armati di mazze, bastoni e spranghe, ha bloccato l’ingresso nella libreria; successivamente alcune persone che volevano assistere al dibattito sono state aggredite selvaggiamente; altri giovani sono stati rincorsi e malmenati per le strade del quartiere e lo stesso Harry Wu a stento si è sottratto al linciaggio (dall’interrogazione parlamentare presentata da Fabio Rampelli alla Seduta n. 39 del 21 settembre 2006 alla Camera dei Deputati). Successivi accertamenti del Ministero degli Interni (retto da Giuliano Amato) hanno accertato che “circa quaranta giovani aderenti al movimento antagonista capitolino del centro sociale di via dei Volsci hanno effettuato senza alcun preavviso un presidio all’ingresso della libreria, inibendone di fatto l’entrata e impedendo lo svolgimento di ogni iniziativa. Uno degli organizzatori dell’evento è stato proditoriamente colpito al viso da un sacchetto di plastica contenente del ghiaccio ed ha riportato un trauma contusivo (dalla risposta all’interrogazione presentata dal vice ministro Marco Minniti nella Seduta n. 132 del 22 marzo 2007 della Camera dei Deputati).

Nella foto: Harry Wu Hongda.

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