“La ragione e il coraggio della verità”: il cardinale Ruini commenta il discorso mai pronunciato del papa alla Sapienza

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 23 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Di seguito per il quotidiano “Avvenire” il commento del card. Camillo Ruini sul discorso mai pronunciato dal papa alla Sapienza.

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“La ragione e il coraggio della verità”

DI CAMILLO RUINI

Il discorso di Benedetto XVI per l’università ‘La Sapienza’ prosegue e sviluppa ulteriormente due sue grandi riflessioni: quella tenuta a Monaco di Baviera, in dialogo con il filosofo tedesco Jürgen Habermas, il 19 gennaio 2004, e quella del celebre discorso di Ratisbona.

La prima riguardava piuttosto il versante etico­politico, la seconda era dedicata anzitutto al rapporto tra fede e ragione, nel contesto del compito dell’università.

Il testo preparato per ‘La Sapienza’ è densissimo e però molto chiaro, frutto di un pensiero e di un’esperienza della vita e della storia quanto mai maturi e insieme giovani e aperti; sorretto inoltre da una profonda certezza e al tempo stesso ricco di interrogativi e di stimolazioni a pensare ancora.
Non possiamo tentare di approfondirlo qui. Cercherò semplicemente di riassumerne alcuni nodi che toccano più immediatamente il sentire comune.
Benedetto XVI si rivolge alla più antica università di Roma, come Vescovo di Roma: a questo titolo infatti è «stato invitato». Perciò egli si pone in primo luogo la domanda: qual è la natura e la missione del papato? Il Papa è colui che da un punto di osservazione più elevato guarda all’insieme, prendendosi cura dell’intera comunità credente. Questa comunità però vive nel mondo, le sue buone condizioni o il suo degrado si ripercuotono perciò, inevitabilmente, su tutto il resto della comunità umana. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

All’obiezione che il Papa parla alla luce della fede, e quindi non può pretendere che le sue parole valgano per quanti non condividono questa fede, Benedetto XVI risponde, in dialogo con il grande filosofo della politica americano John Rawls, che l’esperienza dei secoli, il fondo storico del sapere umano, quale si esprime nelle grandi tradizioni religiose, contiene, assai più che una ragione a­storica, concezioni etiche preziose anche oggi per l’umanità.

Tutto ciò senza integralismi e chiusure difensive che non guardino in faccia la realtà: infatti molte affermazioni dei teologi e dell’autorità ecclesiastica sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono.

Allo stesso tempo però la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla base della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica.
La seconda domanda intorno a cui ruota il discorso di Benedetto XVI riguarda la natura e la missione dell’università. In base al suo stesso concetto fondativo, l’università deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità, e perciò libera e autonoma da altre autorità sia politiche sia ecclesiastiche. La vera, intima origine dell’università sta infatti nel desiderio, anzi in quella autentica brama di conoscere che è propria dell’uomo: egli vuole sapere chi sia egli stesso e cosa sia tutto ciò che lo circonda, vuole verità. L’interrogarsi di Socrate può dunque essere considerato l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Socrate, accusato di empietà, era invece alla ricerca del Dio veramente divino: da questo punto di vista i cristiani dei primi secoli si sono riconosciuti in lui. La loro fede, pertanto, non poteva prendere le distanze dall’interrogarsi della ragione, e così l’università poteva nascere nel mondo cristiano del medioevo.
La verità è anzitutto ricerca e comprensione del vero, non è mai però soltanto teorica. La conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. La verità ci rende buoni e la bontà è vera: è questo l’ottimismo tipico della fede cristiana, che crede nella Ragione creatrice fattasi uomo per amore dell’uomo. Come possiamo però individuare quei criteri di giustizia che rendono possibile vivere insieme la nostra libertà in maniera positiva e buona? In concreto, per quanto riguarda la sfera pubblica, si tratta dei processi democratici di formazione del consenso, che hanno il loro presupposto, come giustamente osserva Habermas, nella partecipazione pubblica egualitaria di tutti i cittadini e nella forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti, attraverso «un processo di argomentazione sensibile alla verità».
Proprio questo però è di fatto assai difficile, perché nella lotta politica gli interessi particolari spesso prevalgono sulla sensibilità per la verità e per il bene comune.
In ogni caso, rientra così in campo la domanda: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Una tale domanda rimanda inevitabilmente a quelle discipline, come la filosofia e la teologia, che insieme alla medicina e alla giurisprudenza costituivano l’università medievale e che, riguardando la ricerca sulla totalità del nostro essere, hanno il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Il rapporto reciproco tra filosofia e teologia deve essere «senza confusione e senza separazione»: ciascuna delle due deve conservare cioè la propria identità e in concreto la filosofia deve rimanere una ricerca compiuta dalla ragione nella propria libertà e responsabilità, mentre la teologia deve continuare ad attingere a un tesoro di conoscenza che essa non ha inventato, ma ricevuto in dono, e che sempre la supera e proprio perciò sempre di nuovo rilancia il pensiero.
Al tempo stesso, la filosofia non ricomincia ogni volta da capo con il singolo pensatore: sta infatti nel grande dialogo della sapienza storica, che essa accoglie e sviluppa criticamente. Non deve dunque chiudersi davanti a ciò che le religioni, e in particolare la fede cristiana, hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Molti contenuti della fede cristiana rimangono certamente inaccessibili alla ragione, e quindi non possono presentarsi come esigenze della ragione, ma il messaggio della fede è anche una forza purificatrice che aiuta la ragione ad essere più e meglio se stessa.

Nell’epoca moderna si sono aperte nuove dimensioni del sapere, che si riconducono a due grandi ambiti universitari: quello delle scienze naturali, che si sviluppano attraverso la sinergia tra sperimentazione e matematica, che presuppone la razionalità della materia, e quello delle scienze storiche e umanistiche, attraverso le quali l’uomo cerca di conoscere meglio se stesso. Si è dischiusa così per l’umanità una misura immensa di sapere e di potere e sono anche cresciuti la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo.

Il cammino dell’uomo, però, non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai del tutto scongiurato, come mostra purtroppo la storia del nostro tempo. Per il mondo occidentale il pericolo è oggi che l’uomo si arrenda di fronte alla questione della verità e così la ragione si pieghi davanti alla pressione degli interessi e accetti come suo criterio ultimo quello dell’utilità. Nell’ambito dell’università, il pericolo è che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi nel positivismo e che la teologia venga confinata nella sfera privata di un gruppo, sia pure grande come la Chiesa. Allora però la ragione inaridisce e diventa non più grande ma più piccola: così la cultura europea, se vuole autocostruirsi soltanto in base alle proprie argomentazioni e intende la sua laicità come distacco dalle radici delle quali vive, non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Benedetto XVI conclude tornando alla domanda iniziale: che cosa ha da fare o da dire il Papa all’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritativo la fede, che può essere solo donata in libertà. È suo compito, invece, mantenere desta la sensibilità per la verità e sollecitare la ragione a scorgere le luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia e aiuta a trovare la via verso il futuro.

La conclusione di questo riassunto, che ha cercato di essere soltanto fedele, è chiaramente una sola: un caldo invito a leggere il testo integrale di un discorso che è un contributo duraturo a quel desiderio di conoscere e di vivere bene che ciascuno di noi porta dentro di sé.

© Copyright Avvenire, 23 gennaio 2008

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