I fatti della Sapienza negli articoli di Panorama n. 4 del 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Sabato 26 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Riportiamo gli articoli del settimanale n. 4/2008 di “Panorama” sulla vicenda della Sapienza.
Panorama nr. 4 - 2008
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LIBERO PENSIERO E LIBERTÀ NEGATA

di GIULIANO FERRARA

È ridicolo difendere il Papa, che si difende da solo. È inutile insultare i cattivi maestri che gli hanno tolto la parola in università, perché si insultano da soli. Preferisco dire come la penso da ateo devoto (l’espressione è autoironica, e mi tocca specificarlo in un Paese privo di ironia).

Ci dovevamo aspettare un atto di violenza censoria verso il vescovo di Roma. Da anni sostengo che laicismo e secolarismo si vanno trasformando in tutto il mondo in pensiero unico, conformismo coatto, rifiuto di un vero dialogo, ideologia e cioè falsa coscienza della realtà. Da anni sostengo che abbiamo sostituito la religione come rivelazione e fede nella trascendenza con la religione dell’immanenza e del vuoto. E penso che i preti di questa religione, abissalmente lontana da laicità vera e da carità, da democrazia liberale e tolleranza, siano perfettamente rappresentati da quel folto gruppo di professori ignoranti che hanno frainteso per sciatteria intellettuale un vecchio discorso di Joseph Ratzinger su Galileo, una volta smascherati gli hanno fatto dire il contrario di quel che pensa e infine hanno preso a pretesto quelle parole per impedirgli di parlare in un’università fondata da un papa secoli fa e oggi degradata dal settarismo laicista a luogo di esclusione del confronto intellettuale.

Ezio Mauro, direttore della Repubblica, dovrebbe prendere atto che questo fatto mi dà ragione. Invece parte un’altra operazione di mascheramento ideologico della realtà. E il direttore della Repubblica scrive che gli atei devoti, cosiddetti (ironia, autoironia), sguazzano felici nelle nuove divisioni della coscienza occidentale, perché nessuno chiede loro di credere (chiedere di credere? Conversione forzata?) e loro prendono dalla cultura cristiana ciò che vogliono per riflettere sull’etica come problema moderno, degradando il Cristianesimo.

Ma un laico non credente il quale non aderisca alla Chiesa ultrasecolarista di Mauro che cosa deve fare? Mettersi in ginocchio e pregare nel privato? Stare zitto ed evitare di fare l’operazione più laica di tutte, quella che gli offre il laico Ratzinger e gli nega il chierico Mauro, cioè scegliere nel deposito di cultura e di fede del Cristianesimo gli elementi su cui dialogare con il mondo, in nome di una ragione che sia capace di comprendere lo spazio pubblico della religione?

È così, purtroppo. Si comincia a non poter più discutere liberamente, nel teatro di guerra del nuovo anticlericalismo, che è un clericalismo secolarista contro l’apertura razionale dei papi. Un bell’affare. Perfino un uomo intelligente come Adriano Prosperi, lo storico di Pisa, a uno come me che dice di essere contro l’aborto e di voler mettere un codicillo favorevole a una nozione più forte di ciò che è vita nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo, risponde che non si tocca la legge 194, cioè una legge che nessuno vuole toccare e, novità laica positiva, la Chiesa stessa dice di voler applicare in tutta la sua portata. Perché fa così un uomo di scienza? Perché, non avendo argomenti, usa quello violento, ideologico: sei contro le donne e contro la libertà. L’uomo di scienza fa una crociata incurante del valore laico dei pensieri diversi dal suo.

Non sono vittimista per natura. Sono laico sul serio e amo l’ironia e l’autoironia, l’ho detto. Sono testardo e cerco di parlare con tutti coloro che hanno l’uso dell’intelletto libero. Escludo dal dialogo soltanto chi usa attribuirsi il libero pensiero come il polveroso blasone che gli consente di impedire agli altri di pensare e di parlare. Ma beato quel paese in cui i professori non sono ignoranti come ciuchi, in cui la gente seria sa che per parlare bisogna essere in due, non deforma le posizioni dell’interlocutore, capisce anche senza condividerle le idee e le passioni dell’altro. Difficile la beatitudine in un Paese la cui maggiore universittà cacciò il filosofo Lucio Colletti, lo storico Renzo De Felice, il sindacalista Luciano Lama, e ora manda metaforicamente al rogo il sapiente e mite vescovo di Roma.

Articolo Panorama nr.4/08 pag. 37
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«Libera Chiesa in libero Stato»: mai come oggi la formula di Camillo Benso conte di Cavour appare una chimera. La rinuncia del Papa alla visita all’Università La Sapienza è il picco di un fenomeno che sta scavando un fossato tra il mondo dei credenti e la politica, tra una Chiesa sempre meno libera e uno Stato troppo lontano dall’essere liberale.

È una storia che ha il suo prologo in un documento oggi quasi dimenticato. Si intitola «Per il bene dell’Italia», era il programma del l’Unione per il 2006-2011. Paragrafo dedicato alle unioni civili, pagina 72: «L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di un’unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà». È la scelta di imitare il modello Zapatero. Scelta coerente con le dichiarazioni dei suoi leader, che però non avevano soppesato la reazione della Chiesa, del suo nuovo Pontefice e le contraddizioni interne che poi sarebbero esplose: il conflitto tra cattolici e non credenti, l’emersione di un movimento di opinione, gli «atei devoti» (vedere a pagina 47), trasversale ai partiti.

Quel che il palazzo non si aspetta accade nella fase di gestazione del Pd: la Chiesa e la società civile scendono in campo. È il 12 maggio 2007, giorno del Family day. Un milione di persone si ritrovano in piazza San Giovanni a Roma per contestare la politica della famiglia annunciata dal governo.

Preceduto da una serie di interventi di Benedetto XVI sul tema della vita e della famiglia e da una nota della Cei (guidata allora dal cardinale Camillo Ruini) sui Dico, il Family day è il segnale che frena i cattolici democratici, incoraggia la costituzione del gruppo dei teodem dentro la Margherita e sposta la partita interna del Pd sul piano dei valori. Il Pd porta con sé, oltre al cilicio della senatrice Maria Paola Binetti, il segno di questo peccato originale e si ritrova diviso su un codice etico che dovrebbe conciliare la fede dei teodem con il laicismo della sinistra. Impresa ciclopica che blocca ogni provvedimento sui temi della vita e della famiglia.

I lavori parlamentari sono la cartina di tornasole del conflitto. Le norme sulle unioni civili sono in secca, la legge sulla libertà religiosa è chiusa a chiave, quella sul testamento biologico giace in commissione. La polemica sui privilegi della Chiesa è declinata al passato remoto e i provvedimenti fiscali (Ici) sugli immobili sono stati cancellati dalla Finanziaria. Il divorzio breve è rinviato alle calende greche, il testo sull’omofobia ha diviso la maggioranza, la sperimentazione della pillola del giorno dopo (Ru486) è un caos legislativo tra Stato e regioni.

Perfino un organo consultivo della presidenza del Consiglio, il Comitato nazionale per la bioetica, è nel pieno della bufera: qualche mese fa il presidente Francesco Paolo Casavola (nominato da Romano Prodi e considerato vicino al Vaticano) ha sostituito i tre vicepresidenti per arrivare a una composizione più equilibrata del collegio, con inevitabili ricorsi al tar. Dulcis in fundo, ciò che sembrava un totem, la legge sull’aborto, viene rimessa in discussione, al punto da mettere in serio imbarazzo la sinistra quando lo stato maggiore del Pd apre al dialogo con chi quella legge vuole cambiare.

È una babele che nel Pd può diventare un impeachment per Walter Veltroni, il leader altalenante tra il postcomunismo dalemiano e un riformismo che tenga nel partito anche i cattolici. Questi ultimi, se dentro il Pd si organizzano in correnti, in mare aperto continuano come il capitano Achab a inseguire la Balena bianca.

È una situazione molto pericolosa che influenza il dibattito sulla legge elettorale e determina le mosse della Cosa bianca, quello che nelle intenzioni del gruppo neodc guidato da Savino Pezzotta dovrebbe essere il nuovo partito di riferimento dei cattolici in politica: centro mobile, con le mani libere, alfiere del proporzionale, partito fuori dalla Chiesa ma dentro il Vaticano.

La «cacciata» di Benedetto XVI dalla Sapienza mina questo equilibrio instabile, non a caso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha scritto al Pontefice. Il Papa alla Sapienza era pronto a fare un discorso sul rapporto tra scienza e fede, conoscenza e verità, non nella veste del «già professore della mia università» (come a Ratisbona), ma «come vescovo di Roma» in quella che, dice Ratzinger nel testo inviato al rettore, «era un tempo l’Università del Papa», il luogo dove sta «la brama di conoscenza propria dell’uomo».

Il testo scritto dal Santo padre racconta la disputa tra Socrate ed Eutifrone dove il filosofo greco per il Papa è l’esempio dell’uomo che «ricerca il Dio veramente divino». Il Pontefice avrebbe spiegato agli studenti l’importanza del «diritto come presupposto della libertà, non il suo antagonista» e in un passaggio cruciale ribadito che «teologia e filosofia formano (…) una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il suo compito e la propria identità», lezione che viene da Tommaso d’Aquino. Un discorso alto che nel suo passaggio finale è un memento per chi ha chiuso le porte a quel Papa che all’università «sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà».

È passato quasi inosservato, ma la parte centrale del discorso del Santo padre sulla città di Roma, quello che poi è stato interpretato come un attacco alla gestione del sindaco Veltroni, puntava sull’importanza della «formazione della persona» e spiegava che «siamo di fronte a una vera e propria emergenza educativa». Era il preludio dell’intervento pubblico successivo, quello programmato alla Sapienza.

Evento tanto importante da meritare una regia sui media vaticani. E in particolare l’attenzione del periodico più importante e influente della Chiesa, la rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica, le cui bozze vengono riviste dalla segreteria di Stato.

Nell’ultimo numero infatti si possono leggere due saggi. Uno firmato di Seamus Murphy, docente di filosofia al Milltown institute di Dublino, intitolato «La falsa guerra della scienza contro la religione». L’altro del gesuita Giandomenico Mucci dal titolo più che mai profetico «Competenze o interferenze nel magistero?» e dall’incipit degno di una cronaca in presa diretta: «La cultura laicista non ha di solito grandi difficoltà a riconoscere nel Cristianesimo una riserva di utopia e un sistema di valori simbolici con elevata capacità di agire come forte collante sociale. A patto però che si lasci (…) mettere da parte, come si fa con un archivio che conserva una gloriosa storia passata. È il motivo per il quale si impone alla Chiesa di tacere».

È anche questo un complotto universale dei gesuiti?

Articolo Panorama nr.4/08 pagg.38 e 39

Articolo Panorama nr.4/08 pag. 40

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Articolo Panorama nr.4/08 pagg.43 e 44

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Atei devoti e molto influenti

di IGNAZIO INGRAO

NEOGUELFI. L’esplodere sui media della campagna per una moratoria sull’aborto rivela il profilo di una nuova intellighenzia. Che coniuga la dottrina di Joseph Ratzinger con il pensiero liberale. E non nasconde i propri obiettivi. Ambiziosi.

La riscossa del mondo cattolico sembra appena cominciata, ma la bandiera della rivincita è in mano a un non credente. Proprio così. L’appello di Giuliano Ferrara per una moratoria sull’aborto non solo ha dato una scossa sismica di forte intensità all’edificio della Chiesa, non solo ha provocato l’intervento favorevole del Papa e ha fatto cambiare idea all’ex capo della Cei, Camillo Ruini, che un paio di anni fa, durante il referendum sulla fecondazione assistita, aveva dichiarato: «La legge 194 non si tocca».

L’appello di Ferrara ha fatto molto di più. Ha spaccato il fronte laico riportando la Chiesa al centro del palcoscenico mediatico. E ha talmente innervosito alcuni maître-à-penser di quello schieramento da far perdere le staffe a Eugenio Scalfari, che nell’editoriale sulla Repubblica del 13 gennaio ha definito «ateo devoto» nientemeno che Benito Mussolini per avere firmato il Concordato con la Santa sede.

Atei devoti: ecco la definizione che pesa oggi nella battaglia delle idee e nel confronto politico. Chiamati anche teocon (secondo il termine americano che indica gli intellettuali cristiani schierati su posizioni conservatrici, fenomeno in voga negli Stati Uniti), gli atei devoti sono ormai una realtà influente all’interno della Chiesa. Ma chi sono veramente? Perché hanno deciso di investire risorse ed energie sul piano culturale? Come si sviluppa la loro linea?

Ferrara fa storia a sé. Ma nella galassia compaiono altri nomi eccellenti. Oriana Fallaci ne è divenuta l’icona con il suo discusso La rabbia e l’orgoglio (Rizzoli) contro il pericolo dell’Islam estremista dopo l’attentato alle Torri gemelle.

Marcello Pera lo si potrebbe definire l’alfiere: è stato il primo ad accettare il confronto con Joseph Ratzinger sulle radici cristiane dell’Europa, quando nessuno osava pensare che il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede sarebbe divenuto papa (Marcello Pera e Joseph Ratzinger, Senza radici, Mondadori).

Gaetano Quagliariello ne è lo storico: in Cattolici, pacifisti, teocon. Chiesa e politica in Italia dopo la caduta del muro (Mondadori) offre un’approfondita ricognizione sulla genesi e sugli sviluppi del fenomeno. E nel gruppo c’è anche Ernesto Galli della Loggia: «Io sto con gli atei devoti» ha dichiarato in un’intervista il politologo e studioso dell’identità italiana (La morte della patria, Laterza). E l’elenco potrebbe continuare con l’antropologa Ida Magli e altri.

A prima vista la matrice culturale sembra quella dei teocon americani: movimento nato da una costola del Partito repubblicano e ispirato dalla Hoover Institution, il centro studi dell’Università di Stanford schierato a difesa dell’identità religiosa e paladino dell’intervento in Iraq come guerra giusta. Punti di riferimento cattolici nella galassia dei teocon americani sono lo storico George Weigel, biografo ufficiale di Giovanni Paolo II (La cattedrale e il cubo. Europa, America e politica senza Dio, Rubbettino), il politologo Michael Nowak (L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo, Edizioni di Comunità), il filosofo Robert Royal (Il Dio che non ha fallito, Rubbettino, tra qualche settimana in libreria).

La biblioteca degli atei devoti è ben fornita. E alcuni testi di riferimento importanti riguardano proprio i teocon americani: Dio benedica l’America. Le religioni della Casa Bianca di Sébastien Fath (Carocci), Neocon e teocon. Il ruolo della religione nella vita pubblica statunitense di Marco Nese (Rubbettino), La democrazia di Dio di Emilio Gentile (Laterza). In realtà, spiega Quagliariello, gli atei devoti sono un’altra cosa: «La definizione di teocon è piuttosto ampia e incerta» mentre gli atei devoti sono semplicemente coloro che hanno deciso di vivere «come se Dio ci fosse, pur non avendo fede» («Veluti si Deus daretur»), ispirandosi al famoso discorso pronunciato da Ratzinger a Subiaco pochi giorni prima dell’inizio del conclave e ripubblicato dalla Cantagalli (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture).

Obiettivo degli atei devoti è ripensare le radici del liberalismo rifiutando la secolarizzazione come approdo definitivo della nostra società e, allo stesso tempo, rivendicare il ruolo della religione nello spazio pubblico. In Italia, tra i centri studi più apprezzati in questa area ci sono la Fondazione Magna Carta, animata da Quagliariello, la sezione italiana dell’Acton institute promosso dal padre Robert Sirico e il Tocqueville-Acton Centro studi e documentazione fondato da Flavio Felice, docente alla Pontificia Università Lateranense.

L’11 settembre 2001 segna il battesimo degli atei devoti: «È la data nella quale molti liberali si sono posti la questione dell’identità dell’Occidente» osserva Pera. «Proprio mentre appariva vincente sulle ideologie del Novecento, il liberalismo entrava in crisi: davanti al terrorismo di matrice islamica, ma anche di fronte alle sfide dell’immigrazione e della bioetica».

Vera bibbia degli atei devoti è divenuto il Manifesto dei conservatori del filosofo inglese Roger Scruton (Cortina), che sull’ultimo numero della rivista dell’Università Cattolica di Milano, Vita e pensiero, fa l’apologia del sacro contro i «nuovi atei». Da mandare al rogo il teorico del contrattualismo liberale, John Rawls, il teologo Hans Küng, il genetista James Watson e il biologo evoluzionista Richard Dawkins. Polemici sull’evoluzionismo (Il processo della scimmia, Lindau, di Giulio Meotti), gli atei devoti appoggiano infatti le ragioni dei «creazionisti» secondo le indicazioni del cardinale Christoph Schönborn.

Che cosa pensa la teologia cattolica degli atei devoti? Vito Mancuso (in libreria con L’anima e il suo destino, Cortina) risponde così: «Per la sensibilità teologica contemporanea, che è succube della teologia protestante, dire ateo devoto è come pronunciare una bestemmia. Ma per una mentalità serenamente cattolica, che crede nella capacità della ragione umana di conoscere Dio, la presenza degli atei devoti è positiva, perché aiuta a superare la frattura tra fede e ragione. L’importante è che la Chiesa sia disponibile a dialogare anche con la ragione non devota».

Curioso il fatto che l’avversione agli atei devoti unisca intellettuali cattolici che militano su fronti opposti. Raniero La Valle ha appena mandato alle stampe Se questo è un Dio (Ponte alle Grazie): «La religione senza Dio è mostruosa» dice. «Gli atei devoti usano il sacro e riducono la religione a semplice supporto sociale. Una Chiesa alleata con gli atei devoti è una Chiesa che accetta di sostituire il Vangelo con una religione civile».

Vittorio Messori, invece, accumuna Ferrara al francese Charles Maurras e avverte: «Il suo ateismo devoto, che propugnava l’unione fra il trono e l’altare, ha finito per essere condannato dal Papa». Ma il direttore del Foglio non si allarma per l’accusa di «abuso politico della religione». Anzi, promette di portare in piazza 5 milioni di persone contro l’aborto.

 

Articolo Panorama nr.4/08 pagg.47 e 48

 

© Panorama – Edizione digitale – n. 4 del 2008

 

 

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