Lo Schindler di Pio XII

Karel Weirich, il giornalista che aiutò centinaia di cecoslovacchi ebrei internati in Italia

Gaetano Vallini

Potremmo chiamarla “la lista di Weirich”, parafrasando quella ben più nota di Schindler. Per la verità Karel Weirich – giornalista antifascista ceco la cui mamma per una singolare coincidenza si chiamava proprio Schindler – compilò diverse liste con centinaia di nomi di cittadini cecoslovacchi ebrei internati in Italia. Cercò di aiutarli tutti, inviando denaro, abiti, medicine e persino documenti falsi. Ma non tutti, purtroppo, riuscirono a salvarsi. Tuttavia per un buon numero di loro l’essersi imbattuti in quel connazionale generoso e coraggioso – che lavorava in Vaticano, collaborando anche con “L’Osservatore Romano” – significò la vita. E se, come recita il Talmud, “chi salva una vita, salva il mondo intero”, Weirich – eroe nascosto e sconosciuto – può a buon diritto essere menzionato tra i salvatori del mondo in uno dei periodi più oscuri della storia.

Non a caso si intitola Un “giusto” ritrovato il libro di Alberto Tronchin (Treviso, Istresco, 2007, pagine 150, euro 12) che ricostruisce l’opera umanitaria di quest’uomo attraverso l’archivio personale che egli stesso riuscì a mettere in salvo “dentro” i gradini delle scale di casa prima dell’arresto da parte dei nazisti. Archivio che recuperò di ritorno dalla prigionia in un campo di concentramento della Baviera. Fortunatamente anche Tronchin si è imbattuto in questo personaggio – morto nel 1981 a settantacinque anni – e, grazie alla nipote Helena, ha avuto accesso ai suoi preziosi documenti: non solo elenchi di nomi, ma anche lettere, ricevute di vaglia, carte di identità contraffatte, testimonianza di un’attività intensa e rischiosa.

Figlio di un artista ceco, Karel nacque a Roma il 2 luglio 1906 ed ebbe un’infanzia movimentata, dovendosi spostare tra la capitale italiana, la Moravia e Vienna. Dopo la morte del padre, si trasferì con la madre in Svizzera dove frequentò il ginnasio dai padri benedettini a Einsielden. Dopo due anni tornò a Roma, completando gli studi liceali prima al Pontificio Istituto Sant’Apollinare e poi al regio ginnasio Quirino Visconti. Nel 1925, dopo aver conseguito un diploma di computerista e stenografo, venne assunto come segretario presso la Direzione nazionale della Pontificia Opera di San Paolo Apostolo. Nel 1932 fu trasferito con analogo incarico alla Direzione nazionale delle Pontificie Opere Missionarie. Nello stesso anno iniziò a scrivere articoli sulla Cecoslovacchia per il quotidiano vaticano.

Ma l’anno cruciale fu il 1935, quando una delle maggiori agenzie di stampa cecoslovacche, la Ctk, gli propose la corrispondenza fissa da Roma. Weirich accettò, decidendo comunque di continuare a lavorare come impiegato vaticano. Una scelta, questa, che si rivelerà utile per l’attività di accoglienza e di sostegno ai connazionali in fuga. Dopo l’invasione nazista del suo paese, pur non accettando di giurare fedeltà a Hitler, venne licenziato dall’agenzia solo a novembre del 1941. Fino ad allora ricevette da colleghi antinazisti di Praga notizie su quanto stava accadendo nel Protettorato di Boemia-Moravia, traducendole in italiano per Pio XII e inviandole altresì, almeno fino alla capitolazione della Francia, al corrispondente della Ctk da Parigi e ai suoi connazionali rifugiatisi in Italia.

Del resto, nonostante la promulgazione delle leggi razziali nel 1938, l’Italia veniva considerata comunque un paese sicuro. L’ingresso dei cecoslovacchi fu tuttavia consentito solo per un altro anno, poi i nuovi arrivati si trovarono preclusa la possibilità di poter trovare un lavoro, fino alle drammatiche conseguenze derivanti dall’ordine di arresto di tutti gli ebrei (giugno 1940). In questa situazione Weirich, forte anche del suo lavoro in Vaticano, decise, con alcuni connazionali, di fondare un’associazione dedita all’assistenza dei profughi cecoslovacchi. Nacque così l’Opera di San Venceslao, re e santo patrono ceco. All’inizio l’attività svolta, come si legge nel libro di Tronchin, fu molto vasta e le somme raccolte ingenti. Ma anche dopo l’8 settembre del 1943 l’impegno venne mantenuto, come testimonia la documentazione di Weirich. Così aiuti continuarono a giungere, almeno parzialmente, sia a quanti si trovavano internati nei campi di concentramento, sia a quelli che erano in clandestinità, molti dei quali nascosti in conventi e monasteri “aperti” per volontà del Papa.

Nel periodo dell’occupazione tedesca, Weirich divenne altresì il principale riferimento della resistenza cecoslovacca in Italia, nonché il tramite tra il Comitato nazionale di liberazione (Cnl) ed i suoi connazionali scesi in armi accanto ai partigiani. Fu proprio per questa attività clandestina che venne arrestato il 1° aprile 1944 dalla Gestapo, rinchiuso a “Regina Coeli” e condannato a morte da un tribunale militare tedesco. Grazie all’intervento della Santa Sede la pena capitale venne commutata in diciotto mesi di lavori forzati da scontare nel campo di concentramento di Kolbermoor, dopo un periodo nella prigione di Stadelheim, a Monaco. Nel campo rimase fino al 2 maggio 1945, giorno della liberazione da parte delle truppe statunitensi.

Significativi, secondo la documentazione, sono i contatti di Weirich con la Segreteria di Stato, in particolare con l’allora Sostituto monsignor Giovanni Battista Montini, dal quale ottenne sostegno e aiuto per l’Opera di San Venceslao attraverso la Pontificia Opera Soccorsi rappresentata da monsignor Antonio Riberi. Invece, grazie alla Nunziatura Apostolica a Praga, riuscì a sapere dove si trovavano alcune delle persone che dopo l’8 settembre continuavano ad essere recluse nei campi di concentramento o che vi erano state trasferite da altri luoghi.

Particolarmente intensa fu l’opera di Weirich presso il campo di Ferramonti-Tarsia, in provincia di Cosenza. Qui, con l’aiuto del cappellano, padre Callisto Lopinot, la San Venceslao riuscì a compiere un lavoro davvero notevole. “Se gli internati cecoslovacchi riuscirono a sopravvivere fino alla liberazione del campo, avvenuta il 14 settembre 1943, fu indubbiamente anche per merito della tenacia e dell’intraprendenza di Weirich”, annota Tronchin. Ma anche altri ebrei cecoslovacchi, sostenuti in precedenza dal loro connazionale, riuscirono a salvarsi restando nascosti fino al giorno della liberazione. Weirich conservò le loro lettere di ringraziamento.

Che cosa ne fu di questo oscuro eroe alla fine della guerra? Una volta libero riuscì a tornare a Praga dopo due mesi. Venne assunto di nuovo dalla Ctk e riprese a fare il corrispondente da Roma. Nel febbraio del 1948, in seguito alla presa del potere da parte dei comunisti in Cecoslovacchia, la direzione dell’agenzia lo invitò a tornare immediatamente a Praga per importanti comunicazioni. Venuto a conoscenza di quanto era accaduto a molti suoi colleghi, finiti in carcere con l’accusa di essere spie, rifiutò e restò in Italia. Ovviamente venne licenziato e da allora per vivere fu costretto a svolgere svariati lavori.

Di lui ci si dimenticò subito e il suo nome cadde nell’oblio. Solo pochi storici lo menzionano brevemente e solo per quanto fatto al campo di Ferramonti. D’altra parte Weirich stesso non parlò mai troppo della sua esperienza. Al pari di altri salvatori, tendeva a minimizzarla. La nipote ricorda che ogni volta si domandasse allo zio perché avesse agito così, rispondeva semplicemente: perché andava fatto. Quando vollero dargli una medaglia disse: “Sì, l’accetto, ma devono darla anche a tutti quei frati e a tutte quelle monache che hanno nascosto le persone”.

Ora che l’archivio personale ha rivelato la vera portata dell’opera di soccorso svolta da Weirich, si può davvero parlare di un “giusto” ritrovato e consegnato alla storia.

© L’Osservatore Romano – 27 gennaio 2008

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