I greco cattolici dal papa. Il patriarcato, il silenzio e la ragione dell’ecumenismo

di Matteo Spicuglia

I vescovi greco cattolici dell’Ucraina chiedono a Benedetto XVI di riconoscere il loro patriarcato (osteggiato dagli ortodossi). Il papa esprime vicinanza ma non risponde. Reazione scontata, in una situazione complessa. Un’analisi…

CITTA’ DEL VATICANO – Sabato 2 febbraio 2008 (Korazim). È un nuovo attestato di vicinanza del papa alla Chiesa greco cattolica dell’Ucraina. Eppure, la visita ad Limina dei vescovi di rito bizantino del Paese lascia in sospeso una questione importante: la richiesta al pontefice di approvare la costituzione di un vero e proprio patriarcato. La guida dei greco cattolici, cardinale Lubomyr Husar, ieri lo ha chiesto espressamente a Benedetto XVI, costretto tuttavia, a sorvolare, pur ribadendo vicinanza e stima ad una Chiesa che ha sofferto. Reazione scontata, perché il nodo del riconoscimento rappresenta uno degli scogli più grandi nel dialogo con gli ortodossi e in un periodo di disgelo, la Chiesa di Roma non può rischiare nuove divisioni. Al momento, così, i diritti storici e canonici dei greco cattolici vengono sacrificati (o almeno sospesi, in vista di tempi migliori) sull’altare della ragione di Stato e dell’ecumenismo. La situazione è molto delicata e complessa per chi non conosce la storia e il mosaico religioso del Paese.

L’Ucraina, infatti, con il battesimo della “Rus di Kiev” del 988 sotto il granduca Vladimir I, è stata la culla del cattolicesimo slavo e nazione ponte tra le influenze dell’oriente e dell’occidente, in virtù della sua posizione geografica. Con lo scisma del 1054, si è via via delineata uno scenario di fedi formato dalla Chiesa ucraina-ortodossa che si riconosce nel Patriarcato di Mosca, la Chiesa ucraina-ortodossa del Patriarcato di Kiev, la Chiesa ortodossa autocefala ucraina e infine la Chiesa greco cattolica, detta anche “uniata”, legata all’ortodossia orientale sia per i riti che per i costumi, ma fedele al papa di Roma.

Ed è proprio su questo punto che si consumò una delle repressioni religiose più violente del 20mo secolo. Nel 1946, per decisione dell’Unione Sovietica, con il tacito consenso della Chiesa ortodossa russa, la Chiesa greco cattolica fu liquidata con un colpo di mano. Il tutto, grazie allo pseudo-sinodo di Lviv, meglio conosciuto come “Concilio illegale di Riunificazione” che si svolse dall’8 al 10 marzo 1946. Una frangia formata da alcuni vescovi greco cattolici si avocò il diritto di abolire l’unione con Roma, riconducendo tutta la metropolia sotto il patriarcato di Mosca: la cattedrale di San Giorgio diventò così la sede dell’arcivescovo ortodosso russo Makariy, le proprietà e le chiese dei greco cattolici furono incamerate, mentre i vescovi e i sacerdoti che non accettarono il nuovo corso conobbero la realtà dei lager (un esempio fra tutti, quello del metropolita Josyp Slipyi, liberato nel 1963 dopo 18 anni di prigionia, per intervento di Giovanni XXIII). Con il 1946, per la Chiesa greco cattolica iniziò il tempo delle catacombe (ricordato ieri dal cardinale Husar), segnato da persecuzioni di massa, che tuttavia non impedirono alla Chiesa di mantenere una sua integrità e continuità.

Lo provarono i fatti del 1989, quando con la caduta del muro di Berlino, i greco cattolici poterono riemergere, nonostante i numerosi attacchi delle autorità di Stato e le polemiche all’interno della Chiesa ortodossa. Sta di fatto che negli anni ’90, la maggior parte degli ucraini occidentali tornarono alla Chiesa greco-cattolica, che riprese lentamente il suo cammino verso la normalità. La Domenica delle Palme del 1991, il capo della Chiesa ucraina, cardinale Lubachivs’kyi (predecessore del cardinale Husar alla guida del sinodo) tornò dall’esilio, nel 1993 furono create quattro nuove diocesi (Kolomyia-Chernivtsi, Sambir-Drohobych, Ternopil’ e Zboriv) e nel 1994 riaprì le porte l’Accademia Teologica di Lviv. Un itinerario a tappe che è proseguito fino ad oggi, con il trasferimento della sede dell’arcivescovo maggiore da Lviv a Kiev (dicembre 2003), ma soprattutto con il voto del sinodo sulla costituzione di un patriarcato e la richiesta formale di approvazione alla Santa Sede. È in gioco una forma di giurisdizione che spetta di diritto ai greco cattolici, sia in forza della loro storia eroica, che come sbocco naturale previsto dal diritto canonico per le Chiese particolari.

Giovanni Paolo II si è sempre mostrato favorevole all’idea e vicino ad una Chiesa perseguitata per così tanto tempo da un nemico che l’ex arcivescovo di Cracovia conosceva bene. Nel 2004, però, nel momento in cui la decisione del papa stava per essere comunicata, il progetto si arenò di fronte alla ferma opposizione della Chiesa ortodossa, che attraverso il patriarcato di Mosca e il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, minacciò addirittura di interrompere ogni relazione ecumenica con la Chiesa cattolica. L’istituzione di un patriarcato a Kiev, infatti, veniva letta come un’ingerenza in un’area considerata d’influenza dell’ortodossia e soprattutto una prova di quel presunto proselitismo cattolico, condannato a più riprese da Mosca. Non mancavano poi argomenti molto più spiccioli, come la questione dei beni incamerati e la gestione organizzativa delle comunità.

I rischi di una rottura del dialogo ecumenico furono molto concreti, almeno fino ai primi mesi del 2004, quando un viaggio a Mosca del cardinale Walter Kasper riaprì la strada del confronto, attraverso la formazione di una commissione mista, e Giovanni Paolo II a malincuore scelse di rinviare la sua decisione. Ricevendo i membri del Sinodo della Chiesa greco cattolica il 3 giugno del 2004, papa Wojtyla fu molto chiaro: disse di condividere l’aspirazione della chiesa locale, “attendendo però il giorno stabilito da Dio nel quale potrò confermare, quale successore dell’apostolo Pietro, il frutto maturo del vostro sviluppo ecclesiale”. “Nel frattempo – spiegava il papa – voi sapete bene che la vostra richiesta si sta studiando seriamente, anche alla luce delle valutazioni di altre Chiese cristiane”.

Allo stato attuale, la situazione non presenta novità, anche se di fronte alla ripresa del dialogo tra Cattolici e Ortodossi i tempi sono destinati ad allungarsi. Il silenzio di Benedetto XVI è eloquente, sebbene la Santa Sede non receda di un millimetro rispetto al giudizio sul sacrificio di milioni di persone in nome della fede. Il 16 marzo del 2006, il papa ha inviato ai greco cattolici un messaggio per ricordare il 60mo anniversario dello pseudo concilio, confermando la vicinanza della Chiesa di Roma. Lo stesso atteggiamento dimostrato ieri, nel discorso conclusivo della visita ad Limina. Quel che è certo è che i greco cattolici continuano a rivendicare i loro diritti e respingono le accuse, addebitando l’ostilità ortodossa a motivi più politici.

In un’intervista a Korazym.org del dicembre del 2004, il cardinale Husar non usò troppi giri di parole: “L’Ucraina è un Paese policonfessionale e la possibilità di un vero ecumenismo si ha laddove non entra la politica. Dove c’è politica, non ci può essere dialogo. Purtroppo il patriarcato di Mosca è molto politicizzato. Per noi è molto difficile avere un dialogo con loro. Chi non la pensa come loro non ha diritto di parola…”. “In realtà – continuava l’arcivescovo – il patriarcato di Mosca ci accusa di aver occupato le loro chiese, ma dimenticano che sono stati loro ad occupare per primi le nostre chiese sessant’anni fa. Noi abbiamo solamente ripreso ciò che era nostro e ancora non ci hanno restituito tutto”. Un chiaro riferimento allo pseudo-sinodo, un’ombra ancora da chiarire (la chiesa ortodossa non ha mai ammesso le sue responsabilità), una ferita che deve essere ancora rimarginata. Nonostante tutto, il dialogo non si ferma. Lo stesso cardinale Husar ha spiegato più volte che l’Ucraina può essere un laboratorio dell’unità tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa. Con un obiettivo concreto da raggiungere: l’unificazione di tutte le Chiese di rito bizantino in Ucraina (cattoliche o ortodosse) in un unico “Patriarcato di Kiev”.

Fonte: Korazim

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