Il Cossovo si prepara a proclamare l’indipendenza

CITTA’ DEL VATICANO – Lunedì 4 febbraio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo questo articolo del Corriere della Sera.

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Ma il voto non ferma il distacco di Pristina

Thaci: «Irrilevanti gli eventi a Belgrado»

DAL NOSTRO INVIATO
BELGRADO — «Le cose andrebbero meglio — dice un’analista balcanica, Duska Anastasijevic — se a Belgrado ci fosse un Adenauer e a Pristina un Mandela». Le cose si sono mosse. I serbi hanno scelto Boris Tadic, che non sarà uno statista ma almeno promette di portarli in Europa. I kosovari hanno già il serpentesco Hashim Thaci, che non sarà un pacifico padre della patria albanese, ma può fingere d’infischiarsene del Serbia Day. Ha vinto il serbo moderato? L’indipendenza è congelata per qualche ora, qualche giorno. Il tempo che il vecchio-nuovo presidente s’insedii a Belgrado, che l’Europa tratti una secessione meno traumatica. La nuova bandiera è pronta: niente aquile schipetare, dicono, solo qualche stella. E tanti saluti all’ossessione d’una vita: «Le elezioni sono un affare interno della Serbia — è quasi uno sbadiglio l’editoriale in albanese di Kosovo Sot —. E i suoi affari, d’ora in avanti, verranno trattati da questo giornale come quelli d’un qualsiasi altro Paese vicino. Come se si parlasse della Macedonia o del Montenegro».

In Kosovo, la Serbia ormai è un’espressione geografica. Il voto di Belgrado, un vuoto. L’indipendenza, un fatto. Stop. Fine. Deserbizzati forever. Quel che accade «oltreconfine » è «irrilevante per il nostro Paese », ha detto Thaci. «Loro hanno ignorato noi, noi ignoriamo loro», dice Halil Matoshi, giornalista. Il primo capo di Stato in visita, s’è già visto: il presidente albanese Bamir Topi, accolto tre giorni fa come un grande della terra. Ha omaggiato lo storico monumento della Lega di Prizren, memoria delle lotte ottomane. Anche sull’avenue Bill Clinton, spazzano l’asfalto e portano i drappi e hanno altro a cui pensare: la festa che ci sarà, le violenze che potrebbero esserci. Fra i due litiganti Tadic e Nikolic, il terzo schipetaro ha già vinto da un pezzo e finge di non serbare rancore antiserbo: «Saremo un Paese tollerante», ripetono tutti, dall’editore Veton Surroi al miliardario Bexhet Pacolli, l’ex marito di Anna Oxa che ha rimesso a posto il parlamento per la seduta solenne di mercoledì.

L’indifferenza è brandita con impegno. Solo l’Express ha una grande foto in prima pagina, presa durante l’ultimo comizio di Nikolic: un cetnico col cappello militare da guerre anni ’90, i baffoni e la faccia cattiva, sopra il titolo «guardate: i serbi non cambiano mai». Gli altri giornali degradano le notizie sul voto belgradese a pagina 10 (Koha Ditore) o 14 (Zeri). Una rimozione che non richiede il lettino dello psicanalista: il passato non è sexy, il futuro si chiama Eulex, la missione civile europea (duemila fra guardie e poliziotti) che si prepara a scendere, con nuovi affari da combinare e ottimi affitti da spuntare. Habemus Tadic? Chi se ne frega. La vera notizia è stata quella del Papa che a sorpresa, sabato scorso, il giorno prima del voto serbo, alla vigilia della proclamazione d’indipendenza, ha ricevuto in udienza Fatmir Sejdiu, il presidente kosovaro. Non era mai successo. Anche il nunzio apostolico a Belgrado, raccontano, ha sollevato il sopracciglio. Una gaffe? O uno strappo voluto? Naturalmente, dal Vaticano spiegano che la visita non è un implicito riconoscimento e già in gennaio Benedetto XVI s’era limitato a rallegrarsi «dei progressi compiuti nei diversi Paesi dei Balcani», raccomandando semmai che lo statuto definitivo del Kosovo «garantisca sicurezza e rispetto» dei diritti di tutti.

A Pristina, però, che gioia: come non ricordare il 1991, quando fu la Santa Sede a prendere atto in tempi record (e creando qualche problema) della sovranità di Slovenia e Croazia? E chi dimentica il sottile lavoro diplomatico della Comunità di Sant’Egidio, durante e dopo la guerra? C’era una volta Ibrahim Rugova, il padre della patria. Guidava un Paese musulmano, diventò in gran segreto cattolico. Progettò di costruire una cattedrale vicino alla moschea, i piloni sono ancora lì. E prima di morire lo disse: «Il nostro destino è stare con Santa Romana Chiesa». Lo credevano un Mandela, era un fervente della kosovara Madre Teresa.

F. Bat.

© Corriere della Sera, articolo disponibile qui.

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