L’ambasciatrice USA presso la Santa Sede Mary Ann Glendon: abbiamo bisogno l’uno dell’altro. I contrasti sulla guerra in Iraq sono archiviati


Presentazione delle Lettere Credenziali di S.E. la Signora Mary Ann Glendon, Ambasciatore degli Stati Uniti d’America

«Vaticano alleato prezioso dell’America per il dialogo con il mondo islamico»

Massimo Franco

ROMA — «I contrasti sulla guerra in Iraq ci sono stati. Ma sappiamo bene quanto adesso il Vaticano stia appoggiando lo sforzo americano di riportare quel Paese alla normalità. Qualcuno sostiene che l’alleanza fra Stati Uniti e Santa Sede sia più preziosa oggi che qualche anno fa. Di certo, la Chiesa cattolica è presente in ogni parte del mondo: anche dove noi siamo assenti o non riusciamo a farci capire. E può contare su un flusso continuo di informazioni che ci possono aiutare a comprendere meglio quanto succede in realtà difficili da decifrare… ».

Dalla villa che ospita l’ambasciata presso la Santa Sede, affacciata sul Circo Massimo, Mary Ann Glendon archivia i contrasti fra USA e Vaticano sul conflitto iracheno. E in questa intervista al Corriere, la prima dopo la nomina, racconta un’alleanza cresciuta al di là di ogni previsione.
Un secolo e mezzo fa, un soffio per la storia, a Washington i protestanti entravano in chiesa per verificare la diceria secondo la quale gli inviati del papa avevano le corna.

Il 16 aprile prossimo, invece, nella stessa città un pontefice metterà piede per la prima volta alla Casa Bianca, accolto con tutti gli onori.

«D’altronde, sarà il giorno del compleanno di Benedetto XVI. E non credo che il presidente Bush perderà l’occasione per ospitarlo: anche se la visita del papa sarà pastorale », spiega la Glendon, finora professore di diritto a Harvard. Ma l’ambasciatore è apprezzata anche in Vaticano: fino a pochi mesi fa presiedeva la Pontificia Accademia per le Scienze sociali.

Che significa un papa in visita alla Casa Bianca, ambasciatore?

«Mi sembra l’evoluzione naturale dei rapporti che il presidente George Bush ha avuto prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI».

In precedenza nessun pontefice ci era mai andato.

«Credo che dipenda dal carattere molto personale del presidente Bush. È un uomo amichevole. E anche questo papa non è soltanto il professore timido di cui si parla: è una persona amichevole anche lui. Al fondo, credo ci siano le preoccupazioni comuni che Stati Uniti e Vaticano condividono a livello mondiale».

Finora si è trattato di rendere normali le relazioni. Adesso che lo sono, come possono svilupparsi?

«Non ho una sfera di cristallo. Ma è facile prevedere che in un mondo così turbolento, si tratti di due entità destinate ad essere partner naturali per la proiezioni mondiale che mostrano di avere. C’è un comune desiderio di proteggere e promuovere la dignità umana e la libertà religiosa. E non solo la necessità ma l’urgenza di promuovere il dialogo fra le culture e le religioni. In questo campo la Santa Sede ha un’esperienza unica, con il suo prestigio morale».

Che cosa rimane del contrasto fra il presidente Bush e papa Giovanni Paolo II sulla la guerra in Iraq?

«C’è stato. Ma sappiamo quanto oggi il Vaticano stia sostenendo gli Stati Uniti per ricostruire e riportare quel Paese alla normalità ».

L’esodo delle comunità cristiane nel mondo islamico continua, però.

«Credo che la situazione per i cristiani in quei Paesi rimanga difficile. È una realtà estremamente precaria e ci vorrà del tempo per stabilizzarla».

Ha l’impressione che sia il Vaticano ad avere più bisogno di voi, o voi del Vaticano?

«Credo che abbiamo bisogno l’uno dell’altro. E che sia assolutamente necessaria anche la collaborazione di altri Stati in quella regione del mondo. Da soli, né USA né Vaticano possono bastare; forse non basta più nemmeno un’alleanza limitata a loro due».

Sull’embargo a Cuba avete posizioni divergenti.

«Sui mezzi, forse. Ma Stati Uniti e Vaticano puntano entrambi a fare in modo che Cuba diventi una libera democrazia».

Seguirete il consiglio vaticano di togliere l’embargo?

«Credo che i governanti cubani abbiano in tasca la chiave che servirebbe a togliere l’embargo: basterebbe che liberassero gli oppositori, e che non facessero aggredire e arrestare le persone che distribuiscono la Dichiarazione per i diritti dell’uomo, com’è accaduto di recente».

Qualcuno negli USA ha criticato la sua nomina ad ambasciatore per le cariche che ricopre in Vaticano. Si è parlato di conflitto di interessi.

«Le cariche che ricoprivo: mi sono dimessa. E comunque mi erano state date come accademica. Il fatto è che anche noi siamo in un anno elettorale, e tutto diventa motivo di contesa. Ma alla fine il Congresso mi ha votato senza distinzioni. D’altronde non ho un profilo politico: sono registrata nelle liste elettorali americane come indipendente, e faccio il professore universitario. Poi, capita che la mia Chiesa sia quella della Santa Sede. Credo tuttavia che questo retroterra e il dettaglio di non essere estranea al Vaticano non siano un handicap ma un’opportunità. Mi aiuteranno a servire meglio gli interessi del mio Paese».

© Copyright Corriere della sera, 7 marzo 2008

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