Archive for luglio 2008

“La vera questua”, ovvero se la Chiesa spiazza i laicisti

25 luglio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 25 luglio 2008 (Vatican Diplomacy). Il seguente articolo è apparso sul quotidiano “Avvenire” di oggi a pag. 25, il grassetto ed il colore rosso sono di Raffaella.

POLEMICHE. Ideologia e risentimento dietro gli attacchi delle ultime settimane. Ora un pamphlet ribatte punto su punto a Curzio Maltese

Se la Chiesa spiazza i laicisti

DI DINO BOFFO

Nella cultura pubblica del nostro Paese l’anticlericalismo ha da tempo cessato di essere una risposta proporzionata agli abusi del clericalismo. E ormai vive una sua vita autonoma, a prescindere si potrebbe dire. So con ciò di asserire una cosa scomoda, e tuttavia non la posso nascondere. Devo pur darmi conto infatti di quel che avviene, di quello che leggo, di quello che ascolto. E non sono, ovviamente, alla ricerca di facili alibi. So peraltro che la Chiesa è sempre reformanda, e che dunque, se dovesse anche solo per un istante rinunciare di porsi in uno stato di autentica verifica sotto il giudizio del Vangelo, sbaglierebbe. Ma allora, se non nasce da pretese assurde della Chiesa nei riguardi della società, dove prende ispirazione l’atteggiamento di antipatia che trasuda dal lavoro – ad esempio – di una serie di redazioni giornalistiche? Le motivazioni possono essere più di una, per poi convergere su quella che invece è la ragione più forte. Ad esempio, io credo che stia arrivando al pettine il fatto che per anni la cultura laica non si è per nulla curata dell’evoluzione che era in corso nella componente cattolica della società. E oggi è come se un lungo periodo, equivalente più o meno al pontificato di Giovanni Paolo II, non ci fosse stato o nulla avesse prodotto, quando invece si è trattato di una stagione tra le più intense di ripensamento e ricollocazione. Così però ci si trova nella condizione in cui i cattolici conoscono i laici, mentre i laici non sanno percepire quanto il ‘cattolicesimo vissuto’ sia realmente cambiato. Non hanno più i codici per decrittare il mondo cattolico, e possono dunque dubitare della sua sincerità anche a fronte di testimonianze inoppugnabili che tuttavia non riescono ad ambientare. E di conseguenza non sanno porre in relazione con l’insieme dei linguaggi che oggi sono in circolazione.

Ma la ragione più profonda, e per certi versi più inconfessabile, è che probabilmente questa allergia laicista nasce da una sorta di risentimento nei confronti di una Chiesa che, pur sfrontatamente anticonformista circa i costumi, ai loro occhi sembra avere inspiegabilmente il vento in poppa. E questo è davvero troppo.

Resto assolutamente convinto che se all’appello referendario voluto nel 2005 dagli anticlericali la posizione cattolica fosse risultata perdente, oggi non staremmo qui a parlare degli attacchi laicisti alla Chiesa.

Semplicemente non ci sarebbero. Perché una Chiesa perdente piace da morire, e si è pronti a riconoscerle un’utilità sociale a tutto tondo. Naturalmente non serve ricordare che quel referendum i cattolici avrebbero voluto scongiurarlo. Per di più poi l’hanno vinto: il che è imperdonabile.

Perché i referendum nel nostro Paese hanno, per statuto non scritto, il compito di certificare la progressiva e irreversibile laicizzazione della società. Ma se questo per una volta non è, se per motivi complessi e tutti ancora da indagare si verifica uno stop in questa deriva, allora lo spiritello di una Chiesa che torna vincente diventa ossessione. E un’ossessione anzitutto moralistica, come se la Chiesa tornasse per impicciarsi anzitutto delle scelte personali dei giornalisti di Repubblica.

C’è una frase emblematica che Curzio Maltese pone all’inizio del suo libro La questua. Eccola: «In quasi trent’anni di giornalismo, avevo felicemente ignorato il Vaticano e avrei continuato a farlo se non fosse stata la Chiesa cattolica a occuparsi molto, troppo di me».

Sbaglierò, ma mi sembra una confessione candida e probabilmente inconsapevole del risentimento che ad un certo punto fa capolino non tanto per motivi politici, e neppure in fin dei conti per questioni eminentemente economiche, ma per il giudizio morale che taluni laici sentono bruciare su di sé.

La Chiesa parla, ma loro si sentono giudicati, e a quel punto la trovano insopportabile. E se non si zittisce da sola, non disdegnano modalità spicce per intimidirla, irridendola e mettendola alla gogna, che poi è il supplizio più sottile della nostra epoca. La Chiesa si impiccia di me, e io – avverte Maltese – «ho voluto restituire la premura». E mi sono messo a farle i conti in tasca, per vedere se parla a buon diritto, o se parla senza essere credibile.

Risentimento, dicevo. Ma se questo è, noi cattolici dobbiamo sospendere il giudizio, nell’attesa che il risentimento stesso evolva trovando altri sbocchi, magari più pertinenti. Una nostra ingerenza in queste dinamiche potrebbe apparire inopportuna.

Altra cosa invece è rispondere in merito agli argomenti tirati in campo come uno schermo polemico. Siccome possono far del male, e seminare zizzania, abbiamo il dovere di controbattere punto su punto, perché chi vuole la verità delle cose possa approdarvi. La prosa di Umberto Folena è qui non solo fascinosa, ma documentatissima. Va da sé che la Chiesa non possa vivere con sufficienza o alterigia il rigurgito di anticlericalismo che a tratti sembra investirla. E infatti, lungi dall’impermalosirsi, si interroga assai più di quanto non si sospetti. Il ‘mondo’ continua provocatoriamente ad essere una fonte di conversione per la Chiesa, non – ovvio – nell’allinearsi prontamente alle parole d’ordine del secolarismo, o addirittura della maldicenza, ma nel purificare le intenzioni, nello sforzo di capire il profondo dell’altro e i suoi linguaggi anche quando sono spurii o indisponenti. Se continuerà infatti a farsi trovare fedele nelle relazioni interpersonali e soprattutto nell’obbedienza al suo Signore, anche questa stagione si risolverà per la Chiesa in una grazia.

© Copyright Avvenire, 25 luglio 2008

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Ecco come nacque la bandiera dello Stato del Vaticano

9 luglio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 9 luglio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo un interessante articolo apparso su L’Osservatore Romano di oggi:

* * *

Il giallo e il bianco da due secoli colori pontifici

Voluti da Pio VII nel 1808 per la coccarda dei soldati rimasti fedeli, divennero quelli della bandiera dello Stato

di CLAUDIO CERESA

Alla Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano del 26 novembre 2000, come alla precedente Legge fondamentale del 7 giugno 1929, è allegata la riproduzione della bandiera ufficiale, con la descrizione «drappo partito di giallo e bianco, col bianco caricato al centro delle Chiavi incrociate (decussate) sormontate dal Triregno». Come si rileva dal disegno, l’asta è cimata di lancia ornata di coccarda degli stessi colori della bandiera e frangiata d’oro. Le dimensioni non vengono specificate; tuttavia, l’altezza e la larghezza risultano uguali.

Esiste, probabilmente, un collegamento con i colori dell’oro e dell’argento; sono state quasi sempre così raffigurate le Chiavi di San Pietro, ed erano costituite con i suddetti metalli le due chiavi che, secondo un’antica tradizione, venivano presentate al Pontefice quando prendeva possesso della sua cattedrale, l’arcibasilica Lateranense.

La bandiera dello Stato non è da confondere con il vessillo di Santa Romana Chiesa; tale insegna, le cui più antiche rappresentazioni risalgono all’VIII/IX secolo, assunse sotto il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303), la forma che ha in seguito mantenuto. Si trattava di un drappo di seta vermiglia, il cui fondo era cosparso simmetricamente di stelle a sei punte ricamate in oro, e che recava al centro le chiavi incrociate sormontate dal padiglione; il drappo terminava in due punte, ciascuna delle quali era ornata da un fiocco d’oro.

Il vessillo, quindi, richiamava l’oro e la porpora, i cui colori erano quelli tradizionali dell’antica Roma. Nei primi anni dell’800, il rosso e il giallo comparivano ancora nella coccarda delle milizie pontificie; per spiegare l’uso degli attuali colori della bandiera vaticana, dobbiamo fare riferimento all’occupazione dell’urbe da parte delle truppe napoleoniche, avvenuta nel febbraio 1808.

Il comandante delle milizie francesi, generale Miollis, fece ben presto comparire sui muri della città dei manifesti, con i quali si imponeva l’incorporazione delle forze armate del Papa in quelle imperiali. Per gli ufficiali che rimasero fedeli al regnante Pio VII Chiaramonti (1800-1823) vi furono arresti e deportazioni; le reazioni non furono però notevoli, anche perché era stata fatta circolare la notizia che il Pontefice fosse al corrente, e non avesse sollevato difficoltà. Si ribellò solo un piccolo gruppo di ufficiali, che venne deportato nel carcere di Mantova.

Per sottolineare l’unificazione, e probabilmente anche per aumentare la situazione  di  incertezza, venne permesso ai militari di continuare a portare la coccarda rosso-gialla, fissata sui copricapi.
Bandiera Vaticano

Drappo partito di giallo e bianco, con al centro le chiavi incrociate sormontate dal triregno.
Riconosciuta in occasione dei Patti lateranensi

Il Papa aveva però ben chiaro che Napoleone voleva assoggettare lo Stato Pontificio, e il 13 marzo 1808 protestò  energicamente. Ordinò, tra l’altro, ai corpi che gli erano rimasti fedeli di sostituire la coccarda dai colori romani con una bianca e gialla. Nel diario di un contemporaneo, l’abate Luca Antonio Benedetti, alla data del 13 marzo 1808 è così scritto: «II Papa per non confondere li soldati romani che stanno sotto il comando francese, con li pochi rimasti al suo servizio, ha ordinato una nuova  coccarda gialla e bianca. L’hanno adottata le guardie nobili e li svizzeri. La cosa è piaciuta».

Tre giorni dopo, il 16 marzo, Pio VII comunicò per iscritto tale disposizione al Corpo Diplomatico, e il relativo documento è da  considerare come l’atto di nascita dei colori dell’attuale bandiera dello  Stato della Città del Vaticano.

Anche questa volta, non mancarono repressioni tra quanti eseguirono la volontà del legittimo Sovrano, e, in particolare, furono arrestate molte Guardie nobili; inoltre, il generale Miollis fece adottare il nuovo distintivo anche ai militi pontifici passati alla sua obbedienza. Il Papa protestò nuovamente, con una nota che venne inviata il 20 marzo all’Incaricato d’Affari di Francia a Roma, unitamente a una lettera a firma del pro-segretario di Stato, cardinale Giuseppe Doria Pamphili. Veniva reso noto che il Santo Padre considerava l’incorporazione delle truppe e l’adozione della nuova coccarda come un più alto segno dell’oltraggio alla sua dignità.

Napoleone venne ben presto a conoscenza dell’opposizione di Pio VII; l’Imperatore, scrivendo il 27 marzo da Saint Cloud al viceré d’Italia Eugenio de Beauharnais, suo figliastro, ingiunse l’adozione della coccarda tricolore, italiana o francese, con previsione, per i trasgressori, della pena di morte.

Il Principe Eugenio eseguì prontamente gli ordini imperiali, con un editto che fu emanato a Milano l’11 aprile; la previsione della pena capitale, che non può non destare meraviglia, conferma che ci si trovava in un momento di grande difficoltà, con il massimo rischio per il potere temporale del Papa.

In effetti, circa un anno più tardi, il 17 maggio 1809, Napoleone decretò l’unione di Roma e dello Stato Pontificio alla Francia. Pio VII scomunicò i persecutori della Chiesa; nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809 il vescovo di Roma fu arrestato, e iniziò per lui un lungo periodo di esilio e prigionia a Grenoble, a Savona, a Fontainebleau. Solo nel 1814 il Pontefice poté rientrare nella sua diocesi.

Papa Chiaramonti non aveva dimenticato l’episodio di sei anni prima, e sul copricapo delle truppe romane tornò la coccarda bianca e gialla, segno di fedeltà al legittimo Sovrano.

Risale al 1824 la prima notizia di una bandiera pontificia bianca e gialla, quella della Marina, che aveva sede in Civitavecchia. I colori, che erano allora posti in diagonale, furono adottati nel 1831, per la bandiera, dalla Guardia Civica; nel 1848 Pio IX li mise «a palo», con il giallo all’asta. Lo stesso Pontefice, dopo il ritorno dall’esilio nel Regno delle due Sicilie, che si era protratto dal novembre 1848 all’aprile 1850, fece aggiungere lo stemma papale. Il vessillo, però, non fu adottato da tutte le milizie; ad esempio, la bandiera dell’artiglieria era di colore azzurro, e quella dei dragoni verde.

Tra gli stendardi dei corpi militari pontifici sciolti nel 1970, solo quello della guardia palatina era diviso nei due campi bianco e giallo; esso, però, recava al centro lo stemma del Pontefice regnante, e non aveva nel campo bianco le chiavi decussate sormontate dal triregno. Pertanto, era diverso dall’attuale bandiera dello Stato.

Nella Città del Vaticano, la bandiera viene esposta in solennità religiose e civili. Per esempio, nei giorni di Natale, Pasqua, Festività di Maria Santissima Madre di Dio, Epifania, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, festa dei Santi Pietro e Paolo, Assunzione di Maria; inoltre, per l’onomastico, il genetliaco e l’anniversario dell’elezione e del solenne inizio del ministero del Papa, l’anniversario della Conciliazione fra la Santa Sede e l’Italia, i Ricevimenti ufficiali di Capi di Stato, le visite ufficiali del Santo Padre in Roma, le beatificazioni, le canonizzazioni, le cerimonie di apertura e chiusura della Porta Santa. La bandiera si issa all’alba e si toglie al tramonto.

© L’Osservatore Romano, 9 luglio 2008, p. 8.