Vaticano, grandi speranze su Barack Obama

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 21 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima l’articolo che apparirà in giornata sulle pagine dell’Osservatore Romano :

* * *

Oltre un milione di persone a Washington per la cerimonia

Obama giura come presidente
Che Dio lo aiuti

E Benedetto XVI prega affinché promuova la pace tra le nazioni

Barack Obama con la figlia Malia

Barack Obama con la figlia Malia

Washington, 20. Barack Obama giura oggi come presidente degli Stati Uniti, primo afroamericano a ricoprire la massima carica del Paese. La formula del giuramento – trentanove parole pronunciate dal presidente della Corte suprema, John Roberts, e ripetute da Obama – si conclude con l’invocazione dell’aiuto divino:  “So help me God”. E in effetti grandi sfide – politiche, sociali, economiche, etiche – attendono il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti.

“Sotto la sua guida – ha scritto Benedetto XVI in un telegramma inviato al nuovo presidente – possa il popolo americano continuare a trovare nella sua imponente eredità religiosa e politica i valori spirituali e i principi etici necessari a cooperare nella costruzione di una società veramente giusta e libera, contraddistinta dal rispetto per la dignità, l’eguaglianza e i diritti di ognuno dei suoi membri, specialmente i poveri, gli emarginati e coloro che non hanno voce”. Mentre molti nostri fratelli e sorelle nel mondo aspirano alla liberazione dalle piaghe della povertà, della fame e della violenza – continua il Papa – “prego che lei sia confermato nella sua determinazione a promuovere comprensione, cooperazione e pace tra le Nazioni”.

Obama si trova oggi ad affrontare una crisi economica che ha condotto il Paese sull’orlo della recessione; si trova a dover gestire il progressivo disimpegno delle truppe dall’Iraq e i prossimi capitoli dell’infinita lotta al terrorismo internazionale. Si trova soprattutto a garantire nuova linfa a quel sogno americano che, dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001 e dopo il grave dissesto finanziario di questi mesi, sembrava affievolito. E forse quella di ridare morale al Paese nella morsa della crisi economica e alle prese con la guerra è la sfida più impegnativa per Obama.

Ieri, negli Stati Uniti, era festa nazionale:  si è celebrato il Martin Luther King Day. E Barack Obama, alla vigilia del giuramento, ha reso omaggio all’uomo che ha segnato una svolta nella storia dell’America. A prestare giuramento sulla Bibbia di Lincoln, ha detto, vi sarà “tutto il popolo americano, unito nel nome di Martin Luther King”. “Oggi – ha affermato Obama visitando, a Washington, un ricovero per adolescenti senzatetto – celebriamo la vita di un predicatore che, più di quarantacinque anni fa, si presentò sul nostro Lincoln Memorial e, all’ombra di Lincoln, condivise il suo sogno con l’intera nazione”. La sua visione – ha sottolineato – “era che tutti gli uomini possono condividere la libertà di fare nella vita ciò che desiderano, e che i nostri figli possono raggiungere traguardi più alti dei nostri”.

Obama ha poi ricordato che la vita di Martin Luther King fu al servizio degli altri. Dunque, ha dichiarato, “se vogliamo onorare il suo insegnamento, per noi questo non deve essere solo un giorno di pausa e di riflessione, ma anche di azione”.
Un’azione che deve – come più volte ripetuto dal nuovo presidente nel corso della sua campagna elettorale – mirare a coinvolgere tutta la nazione. “Domani – ha ricordato Obama – noi tutti saremo insieme come un solo popolo. E ci ritroveremo nello stesso spazio in cui ancora riecheggia il sogno di Luther King. Nel farlo, riconosciamo che qui in America i nostri destini sono inestricabilmente legati l’uno all’altro”. Noi sappiamo – ha concluso – “che se vogliamo avanzare nel nostro cammino, dobbiamo marciare insieme. E così come progrediamo nell’impegno di rinnovare la promessa di questa nazione, nello stesso tempo ricordiamoci della lezione di King, che i nostri sogni individuali sono davvero uno”.

Nel discorso dell’inaugurazione (si prevede che durerà circa venti minuti) Obama e il suo “speechwriter”, il ventisettenne Jon Favreau, cercheranno di tenere testa alle aspettative createsi attorno al quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. In passato frasi lapidarie dei presidenti all’atto dell’insediamento sono rimaste nella memoria collettiva. “Oggi siamo tutti repubblicani, siamo tutti federalisti” dichiarò Thomas Jefferson; Franklin Delano Roosevelt disse:  “L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”. Così John F. Kennedy:  “Non chiedetevi che cosa il Paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il Paese”. Del discorso di Ronald Reagan generalmente si ricorda il passo:  “E’ l’ora di renderci conto che siamo una nazione troppo grande per limitarci a sogni piccoli”. Da un presidente che, per sua stessa ammissione, nutre una profonda fiducia nel linguaggio, e che ha costruito la sua carriera politica su un discorso, quello fatto alla convention dei democratici del 2004, l’America si attende parole che resteranno nella memoria. Di certo è che – oltre a indicare alti traguardi al Paese – il nuovo capo dello Stato dovrà per forza di cose frenare le aspettative eccessive, nel segno di un concreto realismo (come del resto Barack Obama ha fatto nei discorsi di questi ultimi giorni). Saranno eccezionali le misure di sicurezza per l’avvenimento al quale parteciperà oltre un milione di persone.

©L’Osservatore Romano – 21 gennaio 2009

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