La visita di papa Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 19 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo il video sul canale YouTube del Vatiano e gli articoli apparsi su L’Osservatore Romano di oggi:

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Un cammino irrevocabile
di fraterna collaborazione

Benedetto XVI incontra la Comunità ebraica al Tempio maggiore di Roma

«Cristiani ed ebrei hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro. Spetta a noi lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio del dialogo, del reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle sfide del nostro tempo». È quanto ha auspicato Benedetto XVI nell’incontro di domenica pomeriggio, 17 gennaio, con la Comunità ebraica di Roma, in occasione della visita alla Sinagoga.

«”Il Signore ha fatto grandi cose per loro”
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:  eravamo pieni di gioia» (Sal 126)

«Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133)
Signor Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma,
Signor Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane,
Signor Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Signori Rabbini,
Distinte Autorità,
Cari amici e fratelli,

1. All’inizio dell’incontro nel Tempio Maggiore degli Ebrei di Roma, i Salmi che abbiamo ascoltato ci suggeriscono l’atteggiamento spirituale più autentico per vivere questo particolare e lieto momento di grazia:  la lode al Signore, che ha fatto grandi cose per noi, ci ha qui raccolti con il suo Hèsed, l’amore misericordioso, e il ringraziamento per averci fatto il dono di ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della riconciliazione e della fraternità. Desidero esprimere innanzitutto viva gratitudine a Lei, Rabbino Capo, Dottor Riccardo Di Segni, per l’invito rivoltomi e per le significative parole che mi ha indirizzato. Ringrazio poi i Presidenti dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Avvocato Renzo Gattegna, e della Comunità Ebraica di Roma, Signor Riccardo Pacifici, per le espressioni cortesi che hanno voluto rivolgermi. Il mio pensiero va alle Autorità e a tutti i presenti e si estende, in modo particolare, alla Comunità ebraica romana e a quanti hanno collaborato per rendere possibile il momento di incontro e di amicizia, che stiamo vivendo.

Venendo tra voi per la prima volta da cristiano e da Papa, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, quasi ventiquattro anni fa, intese offrire un deciso contributo al consolidamento dei buoni rapporti tra le nostre comunità, per superare ogni incomprensione e pregiudizio. Questa mia visita si inserisce nel cammino tracciato, per confermarlo e rafforzarlo. Con sentimenti di viva cordialità mi trovo in mezzo a voi per manifestarvi la stima e l’affetto che il Vescovo e la Chiesa di Roma, come pure l’intera Chiesa Cattolica, nutrono  verso  questa  Comunità  e le Comunità ebraiche sparse nel mondo.

2. La dottrina del Concilio Vaticano ii ha rappresentato per i Cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa. L’evento conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia, cammino che si è approfondito e sviluppato in questi quarant’anni con passi e gesti importanti e significativi, tra i quali desidero menzionare nuovamente la storica visita in questo luogo del mio Venerabile Predecessore, il 13 aprile 1986, i numerosi incontri che egli ha avuto con Esponenti ebrei, anche durante i Viaggi Apostolici internazionali, il pellegrinaggio giubilare in Terra Santa nell’anno 2000, i documenti della Santa Sede che, dopo la Dichiarazione Nostra Aetate, hanno offerto preziosi orientamenti per un positivo sviluppo nei rapporti tra Cattolici ed Ebrei. Anche io, in questi anni di Pontificato, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo dell’Alleanza. Conservo ben vivi nel mio cuore tutti i momenti del pellegrinaggio che ho avuto la gioia di realizzare in Terra Santa, nel maggio dello scorso anno, come pure i tanti incontri con Comunità e Organizzazioni ebraiche, in particolare quelli nelle Sinagoghe a Colonia e a New York.
Inoltre, la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo (cfr Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, Noi Ricordiamo:  una riflessione sulla Shoah, 16 marzo 1998). Possano queste piaghe essere sanate per sempre! Torna alla mente l’accorata preghiera al Muro del Tempio in Gerusalemme del Papa Giovanni Paolo II, il 26 marzo 2000, che risuona vera e sincera nel profondo del nostro cuore:  “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome sia portato ai popoli:  noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e domandandotene perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità autentica con il popolo dell’Alleanza”.

3. Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità:  guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28 maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz, ancora profondamente impressa nella mia memoria, “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno” (Discorso al campo di Auschwitz-Birkenau:  Insegnamenti di Benedetto XVI, ii, 1[2006], p. 727).

In questo luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini? Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel giorno tragicamente anche Roma. Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i Cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta.
La memoria di questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza.

4. La nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico Sifre Qodesh o “Libri di Santità” – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. È scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 839). “A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. È al popolo ebraico che appartengono “l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne” (Rm 9, 4-5) perché “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!” (Rm 11, 29)” (Ibid.).

5. Numerose possono essere le implicazioni che derivano dalla comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei ricordarne alcune:  innanzitutto, la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico “a livello della loro stessa identità” spirituale e che offre ai Cristiani l’opportunità di promuovere “un rinnovato rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento” (cfr. Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 2001, pp. 12 e 55); la centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità; l’impegno per preparare o realizzare il Regno dell’Altissimo nella “cura del creato” affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca responsabilmente (cfr. Gen 2, 15).

6. In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (cfr. Es 20, 1-17; Dt 5, 1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti:  “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19, 17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo.
Le “Dieci Parole” chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono e devono offrire assieme.
Le “Dieci Parole” chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e lontana, vengono ancora calpestati la dignità, la libertà, i diritti dell’essere umano! Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo “shalom” auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele.
Le “Dieci Parole” chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.

7. Come insegna Mosè nello Shemà (cfr. Dt 6, 5; Lv 19, 34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Mc 12, 19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Tale Regola impegna Ebrei e Cristiani ad esercitare, nel nostro tempo, una generosità speciale verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi. Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele:  “Simone il Giusto era solito dire:  Il mondo si fonda su tre cose:  la Torah, il culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1, 2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza.

8. In questa direzione possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra. I passi compiuti in questi quarant’anni dal Comitato Internazionale congiunto cattolico-ebraico e, in anni più recenti, dalla Commissione Mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato d’Israele, sono un segno della comune volontà di continuare un dialogo aperto e sincero. Proprio domani la Commissione Mista terrà qui a Roma il suo ix incontro su “L’insegnamento cattolico ed ebraico sul creato e l’ambiente”; auguriamo loro un proficuo dialogo su un tema tanto importante e attuale.

9. Cristiani ed Ebrei hanno una grande parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro. Spetta a noi, in risposta alla chiamata di Dio, lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio del dialogo, del reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle sfide del nostro tempo, che ci invitano a collaborare per il bene dell’umanità in questo mondo creato da Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso.

10. Infine un pensiero particolare per questa nostra Città di Roma, dove, da circa due millenni, convivono, come disse il Papa Giovanni Paolo II, la Comunità cattolica con il suo Vescovo e la Comunità ebraica con il suo Rabbino Capo; questo vivere assieme possa essere animato da un crescente amore fraterno, che si esprima anche in una cooperazione sempre più stretta per offrire un valido contributo nella soluzione dei problemi e delle difficoltà da affrontare.
Invoco dal Signore il dono prezioso della pace in tutto il mondo, soprattutto in Terra Santa. Nel mio pellegrinaggio del maggio scorso, a Gerusalemme, presso il Muro del Tempio, ho chiesto a Colui che può tutto:  “manda la tua pace in Terra Santa, nel Medio Oriente, in tutta la famiglia umana; muovi i cuori di quanti invocano il tuo nome, perché percorrano umilmente il cammino della giustizia e della compassione” (Preghiera al Muro Occidentale di Gerusalemme, 12 maggio 2009).
Nuovamente elevo a Lui il ringraziamento e la lode per questo nostro incontro, chiedendo che Egli rafforzi la nostra fraternità e renda più salda la nostra intesa.

“Genti tutte, lodate il Signore, popoli tutti, cantate la sua lode, perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura per sempre. Alleluia” (Sal 117).

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)

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Momento di grazia

Benedetto XVI ha definito la sua visita alla comunità ebraica di Roma – la più antica della diaspora occidentale – un momento di grazia. E davvero è stato così. Lo si è percepito dall’emozione del Papa quando ha reso onore ai deportati della Shoah e alle vittime del terrorismo antiebraico, dalle lacrime di quanti ne hanno sofferto le conseguenze, dall’orgoglio e dalla gioia commossa di anziani ebrei romani che hanno stretto la mano del vescovo della loro città, dai canti possenti che si sono levati nel Tempio maggiore, dalle presenze numerose e significative di rappresentanti giunti da Israele e da  tutto  il  mondo  ebraico,  dagli applausi che hanno interrotto per ben nove  volte  il  discorso di Benedetto XVI.

Sì, l’incontro è stato un ulteriore e importante passo avanti nel cammino che cattolici ed ebrei stanno percorrendo insieme:  ulteriore perché è stato l’ennesimo momento di una storia molto lunga; importante perché è stato coraggioso e franco nel dichiarare tutte le difficoltà. Secoli di contrasti e violenze, diffidenze e curiosità, incontri e amicizia segnano il rapporto tra ebrei e cristiani; e soprattutto da più di mezzo secolo pesa il macigno della Shoah, l’ombra del male.

Preceduta da bagliori polemici, la visita ha invece mostrato come decisa sia la comune volontà di affrontare le questioni aperte nel rapporto tra ebrei e cattolici. Spesso però i contrasti sono il frutto di enfatizzazioni mediatiche. Irresponsabili o strumentali, queste operazioni sono prive di reale consistenza, ma hanno acceso fuochi di paglia rischiosi, se non altro nel presentare all’opinione pubblica un quadro deformato e lontano dalla realtà.
Esempio emblematico è il nodo costituito da Pio xii:  bisogna infatti essere consapevoli che nemmeno dopo l’apertura di tutti gli archivi disponibili vi sarà accordo sul suo atteggiamento di fronte alla Shoah, perché aperto resterà, ovviamente e legittimamente, il campo delle interpretazioni storiche. Ma è importante il clima di rispetto reciproco che si è respirato anche su questo tema, mentre si va allargando e stabilizzando il consenso storiografico sulla scelta lucida e sofferta di carità silenziosa compiuta dal Papa e dalla sua Chiesa nel contesto della seconda guerra mondiale.

Per sciogliere i nodi difficili, la gioia per la strada percorsa e il rispetto tra cattolici ed ebrei sono fondamentali ma non bastano. Bisogna infatti andare avanti, con pazienza e coraggio, cercando di comprendere le rispettive sensibilità per non ferirle e perpetuare in questo modo diffidenze che derivano principalmente dal non conoscersi.

Ciò che unisce ebrei e cattolici è molto di più di quello che li divide, come hanno ricordato i presidenti Pacifici e Gattegna e come hanno sottolineato il rabbino Di Segni e Benedetto XVI:  il rifiuto della violenza e la reciproca solidarietà di fronte alle persecuzioni, la ricerca dell’amicizia con le altre confessioni religiose e soprattutto con l’islam, la protezione della persona umana e della famiglia, la cura per il creato. Ma soprattutto la testimonianza comune del Signore, perché la sua luce illumini tutti i popoli.

g. m. v

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)

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Volti, gesti e parole di una visita proiettata verso il futuro


di Gianluca Biccini

Due ore che significano un’altra pietra miliare nel cammino del dialogo tra cattolici ed ebrei. Domenica pomeriggio, 17 gennaio, Benedetto XVI si è recato al Tempio maggiore di Roma per ribadire che solo con l’amicizia personale, con la comprensione reciproca, il rispetto e l’accoglienza si può costruire un’autentica fratellanza. È il concilio Vaticano ii, con la dichiarazione Nostra aetate, il “punto fermo”. E indietro non si torna.
Ventiquattro anni dopo Giovanni Paolo II, che il 13 aprile 1986 visitò la Sinagoga più grande di Roma, Papa Ratzinger è tornato dall’altra parte del Tevere in occasione del Mo’ èd (festività) “di Piombo”, ricorrenza della comunità ebraica romana che si celebra il 2 del mese di shevàt, in ricordo di un avvenimento considerato miracoloso:  nel 1793, infatti, la pioggia torrenziale caduta da un cielo livido come il piombo impedì l’assalto al ghetto di alcuni facinorosi convinti che gli ebrei aiutassero i sostenitori della rivoluzione francese.

l Papa è giunto al Portico d’Ottavia in automobile alle 16.30 della domenica in cui in Italia si celebrava la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Ad accoglierlo, tra gli applausi dei numerosi presenti assiepati dietro le transenne, i presidenti della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, e dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna. E subito si è respirato il clima di un incontro sereno, all’insegna della cordialità, dove i gesti, almeno quanto le parole, hanno scandito l’avvenimento già definito storico dai media.
Gesti che hanno anzitutto il senso della memoria:  con la deposizione di un cesto di rose rosse davanti alla lapide che ricorda la deportazione del 16 ottobre 1943, il Papa ha reso omaggio alle vittime romane della barbarie nazista. Marcello Pezzetti, il direttore del Museo della Shoah che sarà realizzato a Villa Torlonia, ha salutato il Pontefice in tedesco e gli ha riferito alcuni particolari sul rastrellamento del ghetto, in cui uomini, donne e bambini furono strappati dalle loro case e condotti al massacro nei lager nazisti. Toccante la storia del figlio di Marcella Perugia, di cui non si sa nemmeno il nome, che nacque il giorno dopo al Collegio militare, alla vigilia della partenza dei treni della morte.

Poi, lungo via Catalana, un appuntamento inatteso, non previsto dal protocollo ufficiale e per questo ancor più significativo:  l’incontro di Benedetto XVI con l’anziano rabbino capo emerito di Roma Elio Toaff, che è sceso di casa nonostante l’età avanzata. “Sono lieto di incontrare colui che ha ricevuto in Sinagoga il mio amato predecessore”, lo ha salutato Benedetto XVI. “Mi spiace non poter venire a riceverla al Tempio, ma in questi giorni non mi sento molto bene” ha risposto il rabbino novantacinquenne. “Una bella età e ringraziamo il Signore per questo”, ha replicato il Pontefice.
Davanti alle cancellate della Sinagoga, un altro momento dedicato alla memoria:  la sosta dinanzi alla targa che rende onore al piccolo Stefano Tachè Gay, di appena due anni, rimasto ucciso nell’attentato del 9 ottobre 1982, in cui furono anche feriti quaranta ebrei che uscivano dalle funzioni del sabato. Il Papa ha deposto un mazzo di rose bianche e si è intrattenuto con i genitori e il fratello del bimbo e con alcuni dei superstiti:  tra loro Emanuele Pacifici, il padre del presidente Riccardo, che fu salvato dalla prontezza del rabbino Toaff e ha lottato per tre mesi tra la vita e la morte; Sandro Di Castro, anch’egli ricoverato in rianimazione perché ebbe un polmone perforato; Giacomo Moscati, che – come ha confidato al Papa – ancora porta nelle gambe le schegge delle bombe lanciate dai terroristi.

Ai piedi della scalinata centrale della Sinagoga, il Papa è stato accolto dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che indossava un prezioso talled di seta – il manto liturgico – proveniente da una delle cinque “scole”, le antiche sinagoghe del ghetto di Roma. E mentre una corale intonava il salmo 126, il Papa si è diretto verso l’ingresso dell’imponente edificio. Raggiunta la tribuna, collocata sulla Tevà, l’altare da cui viene letta la Torah, il Papa e il rabbino capo si sono seduti al centro.

In un’atmosfera di compostezza, di raccoglimento, prima dello scambio dei discorsi previsti il presidente Pacifici ha rivolto un pensiero alle vittime del sisma che ha devastato Haiti, con un appello alla solidarietà seguito da un minuto di silenzio in cui tutti i presenti, a cominciare dal Papa, si sono alzati in piedi. Non solo parole, dunque, ma fatti concreti:  si comincia subito con l’aiuto di ebrei e cattolici, insieme, alle popolazioni del Paese caraibico sconvolto dal terremoto della settimana scorsa.

Anche la cerimonia ufficiale ha fatto registrare alcuni significativi fuori programma:  come quando Pacifici ha salutato i deportati presenti e Benedetto XVI ha risposto all’applauso levatosi all’interno del tempio alzandosi in piedi, con lo sguardo e le braccia rivolte verso i rappresentanti di questa ormai esigua pattuglia di sopravvissuti. Tutti si sono voltati verso quegli anziani delle prime file, molti dei quali in lacrime, che portavano al collo i fazzoletti a righe azzurre e grigie, i colori delle casacche degli internati.

Quindi i saluti di Gattegna e Di Segni hanno preceduto il canto del salmo 133. Infine è stato Benedetto XVI a pronunciare il suo discorso, interrotto per ben nove volte dagli applausi, scroscianti nel passaggio finale quando in ebraico ha letto alcuni versetti del salmo 117.
In occasione dello scambio dei doni il Papa ha regalato un’acquaforte settecentesca del Piranesi che rappresenta una veduta dell’isola Tiberina e ha ricevuto un’opera dell’artista contemporaneo Tobia Ravà, intitolata “La direzione spirituale”. E prima che l’inno Anì MaAmin (“Io credo”) – lo stesso intonato dagli ebrei che venivano condotti a morte nei campi di sterminio – concludesse la cerimonia ufficiale, c’è stato il tempo per un ulteriore fuori programma:  il giovane Sabatino Finzi ha consegnato al Papa una lettera a nome dei deportati, tra i quali il nonno del ragazzo, che si chiama come lui.
Al termine il vescovo di Roma e il rabbino capo, in una sala attigua, si sono intrattenuti a colloquio in privato per qualche minuto, prima di uscire nel giardino della Sinagoga, per sostare insieme davanti all’ulivo piantato a ricordo della visita.

Successivamente il Papa è sceso nei sotterranei, per visitare il Museo ebraico in occasione dell’inaugurazione della mostra Et ecce gaudium, che espone quattordici disegni preparati nel Settecento dagli ebrei di Roma in occasione della cerimonia d’insediamento dei Pontefici. Con la direttrice Daniela Di Castro, lo hanno accolto le responsabili dell’allestimento Caterina Napoleone e Diana Rastelli. Infine nell’adiacente Tempio spagnolo – allestito con arredi provenienti dalle antiche cinque sinagoghe – verso le 18.30 Benedetto XVI si è congedato dai presenti ed è rientrato in Vaticano.

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)

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Mani e cuori uniti

Il tesoro comune delle Dieci Parole


Dal numero di febbraio di “Pagine ebraiche” – il mensile dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale – anticipiamo un commento sulla visita di Benedetto XVI alla comunità ebraica di Roma.

di Lucetta Scaraffia

L’importanza della visita di Papa Benedetto XVI alla Comunità ebraica di Roma non è paragonabile a quella di nessun’altra sua visita, e l’emozione che suscita nell’anima di ebrei e cristiani non ha uguali. L’incontro ufficiale fra comunità religiose che da due millenni cercano di discernere gli insegnamenti di Dio negli stessi testi, che pregano con le stesse parole dei Salmi e che da quasi duemila anni vivono insieme nella stessa città – proprio come i fratelli dei racconti biblici, che però spesso sono stati divisi da rancori e violenza, come ha ricordato rav Di Segni nel suo discorso – costituisce un momento intenso che non ha precedenti. Al di là delle recenti schermaglie su Pio xii, delle polemiche su Israele, delle infami affermazioni di un vescovo lefebvriano.

Il particolare iter culturale e teologico di Joseph Ratzinger, più che la sua origine tedesca, segna questo incontro. Benedetto XVI infatti è uno dei protagonisti principali di quella corrente di studi che ha rimesso il rapporto con l’ebraismo al centro della ricerca teologica  sull’Antico  Testamento  e sulla vicenda storica di Gesù. E questa vicinanza è al cuore del suo discorso:  “È scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il  proprio  profondo  legame  con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola”.

A ebrei e cristiani il Papa indica quindi il compito di vigilare sulla Bibbia intesa come “un “grande codice” etico per tutta l’umanità”. In particolare sul decalogo ricevuto da Mosè, costituito dalle “Dieci Parole” che “gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana”. E Benedetto XVI traccia una proposta per il compito assegnato alle due comunità religiose:  “Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono offrire assieme”, perché secondo l’insegnamento dello Shemà – riaffermato da Gesù nel Vangelo – “tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo”. Possiamo allora dire con il Papa, ebrei e cristiani insieme, che “se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra”.

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)

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Il più forte segno
di riconciliazione

Valore simbolico di una presenza


di Anna Foa

La visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma si è compiuta nell’ordine del rituale prefissato. Le critiche e gli scontenti dei giorni passati si sono almeno temporaneamente dissolti nelle luci soffuse del grande Tempio, nelle musiche, nella chiusura finale dell’inno Anì Ma’Amin, cantato dai deportati sulla soglia delle camere a gas. E il bilancio è decisamente positivo, una riaffermazione del dialogo, una spinta verso nuovi traguardi comuni.
Sull’incontro tutto è stata presente l’ombra della Shoah:  chiaro il richiamo allo sterminio nazista nei discorsi di Gattegna, Pacifici e rav Di Segni, materializzatosi nell’omaggio ai sopravvissuti presenti nelle prime file della sinagoga nei loro fazzoletti a strisce, un omaggio a cui il Papa si è unito alzandosi dalla sua sedia per applaudire:  un gesto simbolico forte, che è apparso più eloquente di molte parole. Poco prima, il Papa aveva prestato omaggio – il primo Pontefice a farlo – alla lapide dedicata agli ebrei romani razziati dai nazisti il 16 ottobre 1943.

Dietro tutto questo, l’ombra della questione di Pio xii, su cui divergono le opinioni della Chiesa e del mondo ebraico, ferita aperta nella carne di molti ebrei, come ha ricordato Pacifici, pur unendovi parole di riconoscimento e di riconoscenza per le suore che hanno salvato la sua famiglia, per l’opera di salvataggio tutta compiuta dalla Chiesa. Con maggior suggestione, ma con altrettanta forza, il discorso è stato posto nel riferimento di rav Di Segni al silenzio di Dio e al silenzio degli uomini.

Benedetto XVI non ha legato questo incontro – aperto a tanti aspetti del confronto tra ebrei e cristiani – alla sola questione di Pio xii, su cui molto, forse troppo, è già stato detto da tutte le parti. Perché il discorso del Pontefice è stato netto, richiamando quanto già affermato solennemente da Giovanni Paolo II sulle colpe dell’antigiudaismo nella Shoah. Che il fatto di richiamare le parole del suo predecessore volesse anche significare che il perdono è stato già chiesto, nulla toglie alla forza di questa riaffermazione, reinserendola anzi nella continuità della tradizione. Altrettanto deciso è stato il richiamo del Papa al concilio Vaticano ii, un tema su cui rav Di Segni aveva posto un aperto interrogativo. La dottrina conciliare – ha detto il Pontefice – rappresenta per i cattolici un punto fermo. Una dichiarazione che dovrebbe di per sé sgombrare il campo dalle preoccupazioni per un inimmaginabile riavvicinamento della Chiesa a chi non voglia accettare il concilio Vaticano ii.

Ancora più importanti, anche se hanno meno attirato l’attenzione dei media, sono stati i risvolti più propriamente teologici del discorso di Benedetto XVI:  il discorso sull’irrevocabilità della elezione dei figli di Abramo, e quello sull’intimo legame esistente fra ebraismo e cristianesimo. Se il primo di questi punti elimina ogni possibilità di riprendere l’antico discorso della Chiesa sulla sostituzione, l’altro è un punto assai delicato perché implica una rilettura delle radici stesse della separazione fra cristianesimo ed ebraismo, ed è tale da suscitare difficoltà e timori tanto nel mondo cattolico che in quello ebraico. Il fatto che esso sia stato posto, implica da parte della Chiesa la volontà di fare dei passi anche in questa difficile direzione.

Se la visita di Giovanni Paolo II si era svolta, ventiquattro anni fa, in un’emozione straordinaria, questa è avvenuta sicuramente in un clima più contenuto, anche se non privo di momenti di commozione. Eppure, il suo valore resta altissimo:  la sinagoga di Roma è stata eretta nel 1904 come esaltazione della libertà degli ebrei, dopo secoli di oppressione, di chiusura, di pressioni di ogni genere. Recarvisi è da parte del Pontefice il più forte dei segni di riconciliazione, una riconciliazione che tocca una storia di lunga durata, quella dell’inferiorità codificata, del ghetto, delle prediche forzate. Vuol dire riaffermare con un gesto simbolicamente incontestabile la svolta del concilio Vaticano ii. E ora Benedetto XVI lo ha di nuovo compiuto in continuità con il suo predecessore

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)

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Una preghiera
per la pace universale

I discorsi di Riccardo Pacifici, Renzo Gattegna e del rabbino Riccardo Di Segni


“Quello odierno è un evento che lascerà un segno profondo nelle relazioni fra il mondo ebraico e quello cristiano, non solo sul piano religioso ma soprattutto per la ricaduta che auspichiamo possa avere tra le persone nella società civile”. Lo ha detto il presidente della Comunità ebraica di Roma, la più antica della Diaspora occidentale, Riccardo Pacifici, nel primo dei tre discorsi rivolti al Papa durante la visita di domenica 17 gennaio in Sinagoga.
Una comunità quella romana “vivace, vitale, orgogliosa della propria storia, sempre più osservante delle proprie leggi e delle tradizioni. Con scuole che – ha sottolineato Pacifici – negli ultimi dieci anni sono caratterizzate da una crescita costante del numero degli iscritti. Una comunità che nel corso dei secoli ha potuto dare il proprio contributo alla crescita culturale, economica e artistica non solo della città, ma dell’intero Paese”. “La nostra vitalità – ha proseguito Pacifici – è testimoniata dalle 15 sinagoghe oggi presenti nella Capitale, più che raddoppiate rispetto al 1986:  l’ultima è la Shirat HaYam, che ha visto la luce da sei mesi a Ostia”.

Quindi, ampliando il discorso, Pacifici ha spiegato come per gli ebrei lo Stato d’Israele sia “il frutto di una storia comune e di un legame indissolubile che è parte fondante della nostra cultura e tradizione. Un diritto, che ogni uomo che si riconosce nelle sacre scritture Bibliche sa essere stato assegnato al Popolo d’Israele”. Per questo ha voluto ricordare il giovane soldato Gilad Shalit, cittadino onorario di Roma, che da 1.302 giorni è prigioniero. “È giunto il tempo di lavorare a nuove aspirazioni”, ha auspicato Pacifici che ha anche manifestato a Benedetto XVI l’apprezzamento per la posizione coraggiosa assunta sul tema dell’immigrazione. “Noi, che fummo liberati dalla schiavitù in terra d’Egitto, come ricorda il primo Comandamento, siamo al Suo fianco – ha assicurato – perché tale tema venga affrontato con “giustizia”. Possiamo e dobbiamo contrastare paura e sospetto, egoismo ed indifferenza; rafforzare la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, dell’altruismo e della sete di conoscenza dell’altro. Dobbiamo contrastare quelle ideologie xenofobe e razziste che alimentano il pregiudizio, far comprendere che i nuovi immigrati vengono a risiedere nel nostro continente, per vivere in pace e per raggiungere un benessere che ha forti ricadute positive per la collettività tutta. Ricordandoci che ogni essere umano, secondo le nostre comuni tradizioni, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore”.

Pacifici ha anche espresso preoccupazione per il fondamentalismo:  “Uomini e donne animati dall’odio e guidati e finanziati da organizzazioni terroristiche cercano il nostro annientamento non solo culturale ma anche fisico. Per questo, dobbiamo solidarizzare con le forze che nell’Islam interpretano il Corano come fonte di solidarietà e fraternità umana, nel rispetto della sacralità della vita”.
Quindi un riferimento al “peso della Storia” che si fa si sentire anche oggi “con ferite ancora aperte che non possiamo ignorare. Per questo guardiamo con rispetto anche coloro che hanno deciso di non essere fra noi. Noi figli della Shoah della seconda e terza generazione, che siamo cresciuti nella libertà, sentiamo ancor di più la responsabilità della Memoria”. Con commozione, Pacifici ha parlato anche come figlio di Emanuele e nipote del rabbino Capo di Genova Riccardo, morto ad Auschwitz insieme alla moglie Wanda. “Se sono qui a parlare da questo luogo sacro, è perché mio padre e mio zio Raffaele trovarono rifugio nel Convento delle suore di Santa Marta a Firenze. Il debito di riconoscenza nei confronti di quell’Istituto religioso è immenso e il rapporto continua con le suore della nostra generazione. Lo Stato d’Israele ha conferito al Convento la Medaglia di Giusti fra le Nazioni”, ha aggiunto salutando suor Vittoria, presente in rappresentanza delle consorelle. E quello dei suoi cari – ha commentato – “non fu un caso isolato né in Italia né in altre parti d’Europa. Numerosi religiosi si adoperarono, a rischio della loro vita, per salvare dalla morte certa migliaia di ebrei, senza chiedere nulla in cambio. Per questo, il silenzio di Pio xii di fronte alla Shoah – ha evidenziato Pacifici – duole ancora come un atto mancato. Forse non avrebbe fermato i treni della morte, ma avrebbe trasmesso un segnale, una parola di estremo conforto, di solidarietà umana, per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di Auschwitz. In attesa di un giudizio condiviso, auspichiamo, con il massimo rispetto, che gli storici abbiano accesso agli archivi del Vaticano che riguardano quel periodo e tutte le vicende successive”.

Quindi dopo aver ricordato che “numerosi sono stati i gesti e gli atti di riconciliazione  compiuti dal pontificato di Giovanni XXIII a quello di Giovanni Paolo II, dalla Nostra Aetate alla visita di Benedetto XVI a Yad Vashem”, ha invitato il Papa a dare “un ulteriore impulso alle attività di conoscenza e divulgazione dell’immenso patrimonio librario e documentario relativo alla produzione ebraica che è custodito nelle biblioteche e negli archivi vaticani. Apriamo i nostri cuori e da questo storico incontro usciamo con un messaggio di solidarietà. Questo – ha concluso – è il nostro modo di intendere il dialogo fra le religioni”.

Dopo Pacifici ha preso la parola Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle ventuno comunità ebraiche italiane, che ha sottolineato lo stretto legame della visita di Benedetto XVI con quella compiuta da Giovanni Paolo II. “Questi due importanti eventi – ha spiegato – costituiscono attuazione di quel nuovo corso, nei rapporti tra ebrei e cristiani, che ebbe inizio cinquant’anni fa e di cui fu promotore Papa Giovanni xxiii, il quale per primo comprese che un costruttivo dialogo e un incontro in uno spirito di riconciliazione, sarebbe potuto avvenire solo su presupposti di pari dignità e reciproco rispetto”. Principi – ha aggiunto – “solennemente affermati nella Dichiarazione Nostra Aetate che, concepita e voluta da Giovanni xxiii, fu promulgata il 28 ottobre del 1965 dal concilio Vaticano ii. Da quel momento iniziò a svilupparsi un dialogo finalizzato sia a individuare obbiettivi comuni, per il futuro, sia a eliminare incomprensioni e divergenze a causa delle quali, nei secoli passati, gli ebrei pagarono un prezzo altissimo, in termini di vite umane e di sofferenze, per la loro ferma determinazione a rimanere fedeli ai propri principi e ai propri valori”.
Il presidente ha poi citato il discorso Benedetto XVI in cui nel febbraio scorso, annunciando la decisione di compiere il suo viaggio in Israele, riprese le parole di Papa Wojtyla davanti al Muro Occidentale di Gerusalemme chiedendo perdono al Signore per tutte le ingiustizie che il popolo ebraico aveva dovuto soffrire e impegnandosi per “un’autentica fratellanza con il popolo dell’Alleanza”.

Per Gattegna “la generazione che è sopravvissuta alla Shoah, e che, poi, ha avuto la fortuna di vedere realizzata la millenaria aspirazione alla ricostruzione dello Stato d’Israele, si sente pronta ad affrontare le prossime sfide, di cui la principale sarà quella di contribuire a instaurare nel mondo, per tutti, il rispetto dei diritti umani fondamentali, cosicché le diversità non siano, mai più, causa di conflitti ideologici o religiosi, bensì di reciproco arricchimento culturale e morale”.

Certo – ha avvertito – “la nuova stagione è solo agli inizi e c’è un lungo cammino da percorrere, ma tutto sarà più facile se sapremo riempire di contenuto e dare il giusto significato a quel termine stupendo “fratelli” con il quale i nostri predecessori si salutarono ventiquattro anni fa, impegnandosi a costruire un prezioso rapporto di amicizia”.

“La sua presenza – ha concluso – costituisce un rinnovato impegno a proseguire nel cammino intrapreso. Un cammino che deve essere proseguito insieme fra ebrei, cristiani e musulmani, come siamo qui oggi, per riscoprire la comune eredità, dare testimonianza del Dio Unico e, al di là delle differenze che rimarranno, inaugurare un’era di pace”.

Infine il saluto del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che ha subito fatto riferimento alla mostra allestita nel Museo sottostante la Sinagoga. “Quando un nuovo Papa veniva eletto – ha ricordato – il Pontificato iniziava con una solenne processione per le vie di Roma”, alla quale “dovevano partecipare anche gli ebrei della città, addobbando un tratto del lungo percorso. Tra gli addobbi c’erano anche dei grandi pannelli elogiativi. Si sapeva tutto del loro contenuto, ma nessuno li aveva mai visti in tempi recenti, fino a poco tempo fa, quando una scoperta casuale nell’archivio della nostra Comunità ha portato alla luce una collezione di quattordici di questi pannelli di cartone risalenti al diciottesimo secolo. Li abbiamo restaurati e abbiamo organizzato una mostra speciale nel nostro museo; il Papa oggi in visita da noi sarà il primo a vedere questi pannelli; sono un pezzo della nostra storia di ebrei romani da duemila anni in rapporto con la Chiesa, così come lo è l’evento storico che viviamo in questo momento. Ma – ha commentato – quanta differenza di significato. I pannelli erano il tributo dovuto a forza da sudditi appena tollerati, chiusi in un recinto e limitati in tutte le loro libertà. Prima dei pannelli del diciottesimo secolo c’era ancora peggio, l’esposizione del libro della Torah al Papa che si riservava anche di dileggiarlo. I tempi evidentemente sono cambiati e ringraziamo il Signore Benedetto che ci ha portato a un’epoca di libertà” in cui “possiamo, dai tempi del concilio Vaticano, rapportarci con la Chiesa Cattolica e il suo Papa in termini di pari dignità e rispetto reciproco. Sono le aperture del Concilio che rendono possibile questo rapporto; se venissero messe in discussione – ha ammonito – non ci sarebbe più possibilità di dialogo”.

Riprendendo i riferimenti all’esposizione, il rabbino capo ha spiegato che “il tratto di Roma che gli ebrei dovevano addobbare era quello vicino all’Arco di Tito, scelto non a caso per ricordare agli ebrei l’umiliazione della perdita dell’indipendenza politica. Ma per noi – ha detto – quel simbolo non è mai stato soltanto negativo; gli ebrei erano sì umiliati e senza indipendenza, ma continuavano a vivere, mentre gli imperi che li avevano assoggettati e sconfitti non esistevano più”.

“A questo miracolo di sopravvivenza – ha proseguito – si è aggiunto il miracolo dell’indipendenza riconquistata dello Stato d’Israele. Sono passati 24 anni dalla storica e indimenticabile visita di Giovanni Paolo II in questa Sinagoga. Allora fu forte la richiesta rivolta al Papa dai nostri dirigenti di riconoscere lo Stato d’Israele, cosa che effettivamente avvenne pochi anni dopo. Fu un ulteriore segno di tempi cambiati e più maturi. Lo Stato di Israele è un’entità politica, garantita dal diritto delle genti. Ma nella nostra visione religiosa non possiamo non vedere in tutto questo anche un disegno provvidenziale. Nel linguaggio comune si usano spesso espressioni come “terra santa” e “terra promessa”, ma si rischia di perderne il senso originario e reale. La terra è la terra d’Israele, e in ebraico letteralmente non è la terra che è santa, ma è eretz haQodesh la terra di Colui che è Santo; e la promessa è quella fatta ripetutamente dal Signore ai nostri patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe di darla ai loro discendenti, i figli di Giacobbe-Israele, che effettivamente l’hanno avuta per lunghi periodi. Nella coscienza ebraica questo è un dato fondamentale e irrinunciabile che è importante ricordare che si basa sulla Bibbia”.
Di Segni ha sottolineato come più delle istituzioni contino “le memorie, le biografie di ognuno, un documento vivo e impressionante della storia ebraica di quest’ultimo secolo”. Ha citato in proposito i Rabbini presenti e la rappresentanza del sempre più piccolo gruppo dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. “La loro storia – ha detto – non è solo storia di sofferenze, ma storia di resistenza e fedeltà. Qualcuno forse si sarebbe salvato se avesse abiurato. Ma non l’hanno fatto”. Ha citato in proposito la testimonianza di Leone Sabatello, da poco scomparso. “”Siamo rimasti quelli che siamo sempre” – ha commentato il rabbino capo di Roma – è questa forza, questa tenacia, questo legame che rende grande e fa crescere la nostra Comunità. Viviamo una stagione di riscoperta della nostra tradizione, di studio e di pratica della Torah. Le nostre scuole crescono, crescono i servizi religiosi, le sinagoghe si moltiplicano nel tessuto urbano. E tutto questo avviene con una piena integrazione nella città, in spirito di amicizia, di accoglienza, di solidarietà e di apertura”.

Quindi un accenno alla visita di Giovanni Paolo II che descrisse il rapporto tra ebrei e cristiani come quello tra fratelli, chiedendosi cosa bisogna fare insieme. Un esempio è il tema dell’ambiente. “Su questo punto – ha detto – abbiamo delle visioni comuni e speciali da trasmettere. Il dovere di proteggere l’ambiente nasce con il primo uomo; Adamo fu posto nel giardino dell’Eden con l’obbligo di “lavorarlo e custodirlo” (Genesi, 2, 15). Bisogna ricordare che nella Bibbia ebraica non compare mai la parola natura, come cosa indipendente, ma solo il concetto di creato e creatura. Siamo tutte creature, dalle pietre agli esseri umani. Il cantico delle creature di Francesco d’Assisi è radicato nella spiritualità biblica, soprattutto dei Salmi. Possiamo per questo condividere un progetto di ecologia non idolatrica, senza dimenticare che alla cima della creazione c’è l’uomo fatto a immagine divina. La responsabilità va alla protezione di tutto il creato, ma la santità della vita, la dignità dell’uomo, la sua libertà, la sua esigenza di giustizia e di etica sono i beni primari da tutelare. Sono gli imperativi biblici che condividiamo, insieme a quello della misericordia; vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana, senza aggressività, senza strumentalizzazione politica, senza farne strumento di odio, di esclusione e di morte”. Per Di Segni si tratta di una “terribile responsabilità dell’uomo”, sebbene “malgrado una storia drammatica, i problemi aperti e le incomprensioni” siano “le visioni condivise e gli obiettivi comuni che devono essere messi in primo piano. L’immagine di rispetto e di amicizia che emana da questo incontro – ha concluso – deve essere un esempio per tutti coloro che ci osservano. Ma amicizia e fratellanza non devono essere esclusivi e oppositori nei confronti di altri. In particolare di tutti coloro che si riconoscono nell’eredità spirituale di Abramo. Ebrei, cristiani e musulmani sono chiamati senza esclusioni a questa responsabilità di pace. La preghiera che si alza da questa Sinagoga è quella per la pace universale annunciata da Isaia (66, 12) per Gerusalemme, “la pace come un fiume e la gloria dei popoli come un torrente in piena””.

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)

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Numerose e significative presenze

Non solo discorsi e gesti concreti, ma anche presenze significative:  basta scorrere l’elenco di chi c’era, per farsi un’idea dell’importanza della visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma. A cominciare dal Seguito del Papa, composto da ben tre cardinali – il segretario di Stato Bertone, il presidente della Commissione per i Rapporti religiosi con l’ebraismo Kasper e il vicario di Roma Vallini – e dagli arcivescovi Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, e Harvey, prefetto della Casa Pontificia, con i vescovi Farrell, vice presidente della Commissione per i Rapporti religiosi con l’ebraismo, e De Nicolò, reggente della Prefettura; da monsignor Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, don Norbert Hofmann, salesiano, segretario della Commissione per i Rapporti religiosi con l’ebraismo, e il gesuita Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Ad attendere il Pontefice nel Tempio maggiore c’erano anche altre personalità ecclesiastiche impegnate nel dialogo con l’ebraismo, come i cardinali Mejía, co-presidente per la parte cattolica della Commissione mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato d’Israele, e Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi; il patriarca di Gerusalemme Twal, il nunzio apostolico in Israele e in Cipro e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, arcivescovo Franco, e gli arcivescovi di Akka dei greco-melkiti, Chacour, e di Chieti-Vasto, Forte; i vescovi Paglia, di Terni-Narni-Amelia, e Marcuzzo, ausiliare di Nazareth; il custode di Terra Santa, il francescano Pizzaballa. Tra i presenti anche il medico personale del Papa, Patrizio Polisca, e il direttore del nostro giornale.

Di primo piano anche la partecipazione in casa ebraica, a cominciare dai rabbini Cohen di Haifa, che ha combattuto nella guerra di indipendenza di Israele del 1948 ed è stato prigioniero dei Giordani; Brudman, di Savion, in Israele, che ha trascorso tre anni della sua infanzia passando da un campo nazista all’altro; Schneier, di New York, che era bambino nell’inferno di Budapest del 1944; e Arussi, di Kiriat Ono, che discende da una famiglia emigrata in Israele dallo Yemen. Con loro il vice primo Ministro israeliano Silvan Shalom e gli ambasciatori Mordechai Levy e Gideon Meir. Per finire a personalità del mondo della cultura come il premio Nobel Rita Levi Montalcini.

Anche le istituzioni italiane e locali erano rappresentate ai più alti livelli, con il presidente della Camera Gianfranco Fini, il sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri Gianni Letta, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, il vicepresidente della Regione Lazio Esterino Montino. All’incontro hanno voluto prendere parte anche esponenti della Grande moschea di Roma, con l’anziano imam Pallavicini e il segretario generale del Centro islamico d’Italia, Abadallah Reduane

(©L’Osservatore Romano – 18-19 gennaio 2010)

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