Articolo dell’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 20 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo due pezzi apparsi L’Osservatore Romano di oggi relativi al dialogo tra Ebrei e cattolici:

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I cattolici ci porgono la mano
sarebbe insensato non afferrarla

Perché l’ortodossia ebraica deve accettare il dialogo

Pubblichiamo un articolo dell’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede scritto per il numero di febbraio di “Pagine ebraiche”, il mensile dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale.

di Mordechay Lewy

L’ebraismo si fonda sul riconoscimento dell’unità del genere umano, dell’aderenza ai principi morali e della verità, che regnano supreme sopra ogni uomo, a prescindere dalla razza o dalla religione. I Giusti non sono tali in virtù dei propri natali. I gentili possono aspirare a divenire Giusti come gli ebrei, secondo quanto citato nel Tosefta, Sanhedrin, 13, “I giusti tra i Gentili hanno il loro posto nel mondo a venire”. Nel Levitico “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (19, 18), si applica a ogni essere umano. Quei principi sono riconducibili a un rispettoso trattamento dell'”altro”. Nonostante le mutate condizioni di vita in Europa, le fonti rabbiniche medievali mostrano rispetto verso le altre religioni. Non solo Maimonide, ma anche Rabbi Menachem Hameiri di Perpignan (1249-1315) riconobbe nel suo commento al Talmud Beit Habechira che i musulmani e i cristiani meritano onestà nelle transazioni economiche, come “popoli definiti dai modi della religione” (commenti sui trattati Baba Metzia, 27a e Baba Kama, 113b).

Rabbi Moshe de Coucy nel XIII secolo proibiva “di ingannare sia l’ebreo che il gentile” (Semag, 74). Rabbi Joseph Caro (1488-1575) nello Shulchan Aruch dichiara che “i gentili di oggi non sono considerati idolatri in riferimento alla restituzione degli oggetti perduti e di altre questioni” (Hoshen Mishpat, 266). Rabbi Moses Rivkes (1600-1684), autore di un commento sullo Shulchan Aruch, scrisse nella Beer Hagolah che i cristiani “credono nella creazione del mondo, nell’Esodo, nella Rivelazione sul  Sinai  e  pregano  per  il  Creatore” (7, 7).

Rabbi Jacob Emden (1698-1776), in una lettera alla comunità ebraica polacca, si appella ai cristiani per trattare i sabbatiani come apostati, “Poiché è riconosciuto che anche il Nazzareno e i suoi discepoli, in particolar modo Paolo, hanno ammonito sulla Torah degli Israeliti a cui tutti i circoncisi sono legati. E se sono veri Cristiani, essi osservano la loro fede con la verità e non permettono tra i loro confini questo nuovo messia inadatto (…) Sabbatai Zevi (…) Invero, anche secondo gli scrittori dei Vangeli, ad un ebreo non è permesso di lasciare la sua Torah”. Questo passaggio è tratto da un’appendice al Seder Olam Raba di Emden (Hamburg, 1757, p. 33).

Nel suo commento, Lechem Shamajim sul Mishna Tractate Avot (Amsterdam 1751, p. 41), Emden loda la dottrina musulmana e cristiana:  “I saggi di Edom e gli Ismaeliti parlano in nostro favore (…) grazie al comune insegnamento divino che condividono (…) Benché alcuni stolti abbiano quasi cercato di annientarci (…) I saggi tra di loro sono stati forti come leoni contro i malvagi, specialmente i saggi cristiani che seguono sempre la verità (…) Essi sono stati i nostri protettori e ciò sarà considerata un’azione caritatevole da parte loro”.

L’ortodossia ebraica, un tempo pluralistica nel suo approccio verso i cristiani, dopo la Shoah è divenuta, a dir poco, meno flessibile. Nonostante ciò, dei tre atteggiamenti prevalenti verso i cristiani, solo l’attitudine degli Charedim ultraortodossi può considerarsi completamente negativa. Questa corrente è guidata dallo Psak Halacha (verdetto halachico) del 1967, del Rabbino Moshe Feinstein (1895-1985). Questo verdetto, pubblicato nel Igrot Moshe, Yore Dea (3, 43) proibiva perfino gli incontri con i preti.

Per il momento, l’attitudine degli Charedim, che delegittimizzano persino altre denominazioni ebraiche ortodosse, persiste. La corrente principale dell’ebraismo ortodosso esprime il suo atteggiamento attraverso Rabbi Joseph Ber Soloveitchik (1903-1993) e il suo articolo programmatico Confrontation (“Tradition. A Journal of Orthodox Thought”, 1964) viene considerato una risposta alle riflessioni precedenti a Nostra aetate. Benché egli neghi la possibilità del dialogo religioso, che considera dottrinale per natura, suggerisce una piattaforma comune di azione concertata nella sfera pubblica secolare.

I parametri di Soloveitchik sono:  1) Il raggio d’azione ebraico-cristiano per il bene comune è ristretto alla sfera secolare, come Dio ha comandato all’umanità nella Genesi:  “riempite la terra e rendetevela soggetta” (1, 28). 2) Relazioni rispettose tra le religioni necessitano di una rigorosa non interferenza. Ci si dovrebbe astenere dal suggerire alle altre fedi cambiamenti relativi ai rituali o emendamenti ai testi.

Quaranta anni di dialogo ebraico-cattolico dopo Nostra aetate sono stati un periodo di prove ed errori reciproci in cui si è sviluppato un proprio dinamismo. L’emergente ortodossia moderna si è spinta oltre i confini delineati da Soloveitchik, diventando il nucleo delle correnti ebraiche ortodosse che portano il messaggio del dialogo attuale.

Uno dei loro celebri portavoce, Rabbi David Rosen, ha spiegato le ragioni fondamentali del dialogo con i cattolici in questo modo:  1) L’ignoranza genera il pregiudizio e pertanto minaccia il benessere delle comunità, specialmente per le minoranze. Attraverso il dialogo, le barriere dei pregiudizi e degli stereotipi vengono rimosse e si incoraggia il rispetto reciproco. 2) Una base ulteriore per le relazioni interreligiose è la percezione di una “agenda comune”, poiché nessuna religione è un’isola. Tutte le religioni dell’Occidente sono diventate delle minoranze in un mondo sempre più secolarizzato. 3) Ogni religione è uguale davanti a Dio con la sua propria verità. La rivendicazione del monopolio sulla verità equivale a limitare l’incontro con il Divino. 4) L’identità del cristianesimo è legata in maniera unica alla storia ebraica e alla rivelazione, nonostante le nostre differenze fondamentali. Poiché l’ebraismo ci insegna che è un nostro dovere testimoniare la presenza di Dio e santificare il Suo nome nel mondo, abbiamo l’obbligo di lavorare insieme.

I cristiani e gli ebrei guardano indietro a duemila anni di traumatico passato comune. Dopo la Shoah la Chiesa cattolica ha avviato negli anni Sessanta un cambiamento radicale nei riguardi degli ebrei. La conversione è bandita a un orizzonte escatologico distante e sconosciuto. La capacità di sopravvivenza dell’ebraismo è garantita dalla fondazione dello Stato Ebraico. I cattolici ci porgono la mano. Sarebbe insensato non afferrarla, a meno di non voler ipotecare il nostro futuro con una costante animosità con il mondo cattolico. I primi duemila anni non legittimano una ripetizione. Entrambi meritiamo di meglio.

©L’Osservatore Romano 20 gennaio 2010

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Il Papa in sinagoga? Un evento grandioso

E Benedetto XVI ha confidato all’amico ebreo di avere terminato il secondo volume su Gesù

A colloquio con il rabbino Jacob Neusner

di Andrea Monda

Non c’era persona più adatta del rabbino Jacob Neusner – uno dei maggiori conoscitori e studiosi viventi del giudaismo – per dialogare con l’arcivescovo e teologo cattolico Bruno Forte sul Discorso della montagna. La serata d’eccezione ha avuto luogo il 18 gennaio a Roma nella Sala Petrassi dell’Auditorium. Non per nulla questo dialogo si è svolto il giorno dopo la storica visita del Papa nella sinagoga di Roma, né casuale è stata la scelta del relatore di parte ebraica, operata dalla Fondazione Marilena Ferrari-Fmr, organizzatrice dell’evento “Imago Christi”. Questo è anche il titolo del libro d’arte realizzato da Nicola Saporì e contenente il Discorso della montagna, letto dall’attore Luca Zingaretti.

“Grazie a questo testo ho imparato ad amare Gesù” diceva Gandhi, come ha ricordato, in apertura, monsignor Forte. Un testo che è come la carta d’identità di Cristo e quindi anche del cristiano. Nessuno più adatto a riflettere su questo straordinario “documento d’identità” di Jacob Neusner proprio perché è quanto il rabbino statunitense sta facendo da oltre vent’anni, quando iniziò il dialogo a distanza con il cardinale Joseph Ratzinger.

Nel 1993 Neusner aveva pubblicato negli Stati Uniti un libro dedicato proprio al Discorso della montagna:  A Rabbi talks with Jesus. Un libro in cui egli immagina di trovarsi lì, sul monte dove Gesù pronuncia le Beatitudini e di ascoltarlo come se fosse la prima volta. La scommessa di Neusner è quella di mettersi in ascolto di Cristo cancellando tutte le pre-comprensioni e i pregiudizi inevitabilmente accumulatisi in duemila anni di storia del cristianesimo.

Prima dell’inizio del dialogo l’anziano rabbino di Hartford (Connecticut) ci ha raccontato la storia di quel libro:  “Quando stava per uscire proposi al mio editore di chiedere un giudizio, da inserire nelle note di copertina, al cardinale Ratzinger, che era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Egli mi diede del pazzo perché secondo lui il porporato non avrebbe mai accettato. Facemmo una scommessa e la vinsi:  Ratzinger definì, tra l’altro, il mio saggio “il più importante uscito nell’ultimo decennio per il dialogo ebraico-cristiano” e aggiunse:  “L’assoluta onestà intellettuale, la precisione dell’analisi, il rispetto per l’altra parte unito a una radicale lealtà verso la propria posizione caratterizzano il libro e lo rendono una sfida, specialmente per i cristiani, che dovranno riflettere bene sul contrasto tra Mosè e Gesù”. Quando poi nel 2007 Benedetto XVI ha scritto il suo primo volume su Gesù di Nazaret ha avuto la finezza di riprendere il dialogo tra noi due dedicando diverse pagine a quel mio saggio del 1993″.

Conosce bene il libro di Neusner anche monsignor Forte, che durante il dialogo pubblico più volte lo ha elogiato sottolineandone ora l’originalità, che “sta nel fatto che l’autore si immagina contemporaneo del Maestro galileo e intavola con lui una discussione serrata. Nella prospettiva rabbinica questo è un atto di profondo rispetto e di forte tensione spirituale”; ora la leale franchezza con cui è stato scritto:  “L’ebraicità di Gesù è dunque fuori discussione, e si deve essere grati a chi – come Neusner – la rivendica con onestà e rispetto”. Con la stessa franchezza l’arcivescovo ha poi precisato le ragioni del cristianesimo, soffermandosi proprio sui punti più controversi in cui il rabbino nel suo saggio ha mostrato le maggiori perplessità:  il rispetto della Torah e in particolare del  terzo  e  del  quarto  comandamento.

Citando Jeremias, il teologo cattolico ha ricordato che il Discorso della montagna non è una legge contrapposta alla mosaica, bensì un vangelo, il lieto annuncio dell’amore di Dio che non abbandona l’uomo, ma incarnandosi in Cristo gli dona la forza per raggiungere quelle vette apparentemente impossibili rappresentate dalle Beatitudini, magna charta del cristianesimo. L’aspetto più avvincente del dialogo tra monsignor Forte e il rabbino Neusner è stato l’autenticità; un confronto gentile nei modi, ma schietto e aperto nella sostanza; un confronto leale che insieme agli incontri di questi giorni tra ebrei e cattolici ha contribuito ad accrescere la reciproca conoscenza.

Un altro indice indiscutibile di questo dialogo è stata l’udienza privata che il Papa ha riservato lunedì 18 gennaio a Jacob Neusner e a sua moglie Suzanne. In tale occasione il rabbino ha regalato a Benedetto XVI una copia dell’edizione tedesca del saggio del 1993 – che Ratzinger all’epoca lesse nell’originale edizione americana – insieme a una copia dell’edizione italiana del saggio sul Talmud (per le edizioni San Paolo che lo hanno anche ripubblicato col titolo Un rabbino parla con Gesù). Doni molto graditi dal Papa che si è soffermato con il suo amico d’oltreoceano per quasi venti minuti:  “Il tempo sufficiente – spiega Neusner – per un bell’incontro tra due professori. Ho sempre stimato lo studioso Joseph Ratzinger per la sua onestà e lucidità ed ero molto interessato a incontrare e conoscere l’uomo. Ora che sono venuto qui a Roma per lo storico incontro nella sinagoga e per discutere con monsignor Forte ho ricevuto questo grande dono di incontrarmi col Papa”. Neusner non trova quasi le parole per esprimere la gioia di quella visita:  “Abbiamo parlato dei nostri libri e lui mi ha confidato di aver finito di scrivere il secondo volume su Gesù”.

Neusner però è di poche parole e va dritto all’essenziale; del resto è questa la virtù per cui i due “professori” si stimano vicendevolmente:  “La cosa che più mi ha colpito sono stati i suoi occhi penetranti. Egli ti guarda attraverso. E poi i suoi modi da gentleman, pieno di gentilezza e umiltà”. È questo tratto umano del Pontefice che ha toccato il rabbino, lo stesso tratto che egli ha visto nel Papa durante la visita di domenica nella sinagoga di Roma:  “Un evento grandioso, con una partecipazione enorme, tesa e commossa da parte di tutti, che mi fa ben sperare per il futuro. Il problema dell’oggi – e il Papa lo ha ben compreso – è che si vive nell’oblio, si dimentica la storia e le tradizioni religiose da cui si proviene. Per questo è importante lo studio della storia. Penso a una questione controversa come quella della figura storica di Pio xii. Secondo me è ancora troppo presto per giudicare e invece sento spesso giudizi trancianti, in un senso o in un altro. Ho come la sensazione che ci sia qualcuno che si agita distruttivamente, che non è interessato al cattolicesimo, né al giudaismo, né, tantomeno, al dialogo tra queste due grandi tradizioni. È triste, perché poi, nella realtà concreta – lo posso vedere nella mia vita quotidiana negli Stati Uniti – i rapporti tra ebrei e cristiani sono ottimi. Se si ignora il passato ci si condanna a riviverlo; lo studio da questo punto di vista è essenziale. Insieme al senso di responsabilità:  ogni generazione ha la responsabilità per il futuro e ce l’ha oggi, qui e ora”.

©L’Osservatore Romano 20 gennaio 2010

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