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La politica della Chiesa

11 gennaio 2011

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 11 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Riportiamo l’editoriale del direttore de L’Osservatore Romano.

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La politica della Chiesa

Agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede – un corpo diplomatico tra i più rappresentativi al mondo – il Papa ha spiegato il ruolo della Chiesa cattolica nel contesto internazionale. Una presenza attiva e rispettosa delle competenze delle autorità civili, animata da una convinzione: che solo Dio risponde al cuore dell’essere umano e che dunque la dimensione religiosa è “innegabile e incoercibile”. Questa è la radice profonda di quella che con un’espressione rapida viene definita la politica vaticana, la quale non cerca inesistenti privilegi ma solo libertà per la missione, caratteristica originaria e costitutiva della comunità cristiana.

Ecco allora la preoccupazione per la libertà religiosa, che per Benedetto XVI è elemento indispensabile nella costruzione della pace. Un diritto fondamentale, dunque, spesso leso o addirittura negato. Oggi è cresciuta la consapevolezza della gravità di questi fenomeni che offendono Dio e l’uomo, rendendo impossibile la convivenza. Si tratta di segnali molto positivi, come le voci preoccupate levatesi in diversi Paesi musulmani e in Europa di fronte alla crescita della cristianofobia e ai sanguinosi attentati che non hanno rispettato nemmeno i luoghi di culto.

L’analisi del Papa è andata alla radice dei pretesti che muovono le campagne di odio, soprattutto nell’immensa regione mediorientale: qui i cristiani – ha ripetuto con le parole del sinodo celebrato in ottobre – sono “cittadini originali e autentici”, come in Iraq ed Egitto, dove la tradizione cristiana è antica e vitale. Non estranei, dunque, ma desiderosi di contribuire alla costruzione del bene comune, fedeli a Dio e leali nei confronti della patria: in Medio Oriente, in Africa, in Cina, dovunque. Per questo Benedetto XVI ha chiesto alle autorità civili dei diversi Paesi gesti concreti a favore di un’autentica libertà religiosa, come l’abrogazione della legge pakistana contro la blasfemia.

Segnali positivi vengono anche dai Paesi di antica cristianità. Se infatti si moltiplicano tenaci tentativi di emarginare la religione – negando il diritto all’obiezione di coscienza in ambito sanitario e giuridico, sopprimendo simboli, imponendo nuove discipline scolastiche, inventando presunti diritti per coprire “desideri egoistici” – il Consiglio d’Europa ha adottato una risoluzione che protegge l’obiezione di coscienza dei medici, mentre molti si sono espressi per l’esposizione del crocifisso, come il Governo italiano seguito da quelli di altri Paesi, e il Patriarcato di Mosca.

Un quadro in chiaroscuro, dunque, dove lo sguardo di Benedetto XVI vede tragedie e difficoltà, ma anche segni positivi. Come è avvenuto per i riconoscimenti nel centenario della nascita di madre Teresa, emblema della politica della Chiesa. Che non pretende favori ma chiede la libertà di testimoniare e annunciare l’amore di Dio in favore di ogni essere umano.

g.m.v.

(©L’Osservatore Romano – 10-11 gennaio 2011)

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Udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede

11 gennaio 2011

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 11 gennaio 2011 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo il video sul canale YouTube del Vaticano e gli articoli apparsi su L’Osservatore Romano di oggi:

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Il primo dei diritti dell’uomo

La traduzione del discorso del Papa al corpo diplomatico

Pubblichiamo una nostra traduzione italiana (dell’Osservatore Romano n.d.r.) del discorso rivolto dal Papa ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ricevuti in udienza nella mattina di lunedì 10 gennaio, nella Sala Clementina.

Eccellenze,
Signore e Signori,

Sono lieto di accogliervi per questo incontro che, ogni anno, vi riunisce intorno al Successore di Pietro, illustri Rappresentanti di così numerosi Paesi. Esso riveste un alto significato, poiché offre un’immagine e al tempo stesso un esempio del ruolo della Chiesa e della Santa Sede nella comunità internazionale. Rivolgo a ciascuno di voi saluti e voti cordiali, in particolare a quanti sono qui per la prima volta. Vi sono riconoscente per l’impegno e l’attenzione con i quali, nell’esercizio delle vostre delicate funzioni, seguite le mie attività, quelle della Curia Romana e, così, in un certo modo, la vita della Chiesa cattolica in ogni parte del mondo. Il vostro Decano, l’Ambasciatore Alejandro Valladares Lanza, si è fatto interprete dei vostri sentimenti, e lo ringrazio per gli auguri che mi ha espresso a nome di tutti. Sapendo quanto la vostra comunità è unita, sono certo che è presente oggi nel vostro pensiero l’Ambasciatrice del Regno dei Paesi Bassi, la Baronessa van Lynden-Leijten, ritornata qualche settimana fa alla casa del Padre. Mi associo nella preghiera ai vostri sentimenti di commozione.

Quando inizia un nuovo anno, nei nostri cuori e nel mondo intero risuona ancora l’eco del gioioso annuncio che è brillato venti secoli or sono nella notte di Betlemme, notte che simboleggia la condizione dell’umanità, nel suo bisogno di luce, d’amore e di pace. Agli uomini di allora come a quelli di oggi, le schiere celesti hanno recato la buona notizia dell’avvento del Salvatore: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9, 1). Il Mistero del Figlio di Dio che diventa figlio d’uomo supera sicuramente ogni attesa umana. Nella sua gratuità assoluta, questo avvenimento di salvezza è la risposta autentica e completa al desiderio profondo del cuore. La verità, il bene, la felicità, la vita in pienezza, che ogni uomo ricerca consapevolmente o inconsapevolmente, gli sono donati da Dio. Aspirando a questi benefici, ogni persona è alla ricerca del suo Creatore, perché “solo Dio risponde alla sete che sta nel cuore di ogni uomo” (Esort. ap. postsinodale Verbum Domini, 23). L’umanità, in tutta la sua storia, attraverso le sue credenze e i suoi riti, manifesta un’incessante ricerca di Dio e “tali forme d’espressione sono così universali che l’uomo può essere definito un essere religioso” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 28). La dimensione religiosa è una caratteristica innegabile e incoercibile dell’essere e dell’agire dell’uomo, la misura della realizzazione del suo destino e della costruzione della comunità a cui appartiene. Pertanto, quando l’individuo stesso o coloro che lo circondano trascurano o negano questo aspetto fondamentale, si creano squilibri e conflitti a tutti i livelli, tanto sul piano personale che su quello interpersonale.

È in questa verità primaria e fondamentale che si trova la ragione per cui ho indicato la libertà religiosa come la via fondamentale per la costruzione della pace, nel Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno. La pace, infatti, si costruisce e si conserva solamente quando l’uomo può liberamente cercare e servire Dio nel suo cuore, nella sua vita e nelle sue relazioni con gli altri.

Signore e Signori Ambasciatori, la vostra presenza in questa circostanza solenne è un invito a compiere un giro di orizzonte su tutti i Paesi che voi rappresentate e sul mondo intero. In questo panorama, non vi sono forse numerose situazioni nelle quali, purtroppo, il diritto alla libertà religiosa è leso o negato? Questo diritto dell’uomo, che in realtà è il primo dei diritti, perché, storicamente, è stato affermato per primo, e, d’altra parte, ha come oggetto la dimensione costitutiva dell’uomo, cioè la sua relazione con il Creatore, non è forse troppo spesso messo in discussione o violato? Mi sembra che la società, i suoi responsabili e l’opinione pubblica si rendano oggi maggiormente conto, anche se non sempre in modo esatto, di tale grave ferita inferta contro la dignità e la libertà dell’homo religiosus, sulla quale ho tenuto, a più riprese, ad attirare l’attenzione di tutti.

L’ho fatto durante i miei viaggi apostolici dell’anno scorso, a Malta e in Portogallo, a Cipro, nel Regno Unito e in Spagna. Al di là delle caratteristiche di questi Paesi, conservo di tutti un ricordo pieno di gratitudine per l’accoglienza che mi hanno riservato. L’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, che si è svolta in Vaticano nel corso del mese di ottobre, è stata un momento di preghiera e di riflessione, durante il quale il pensiero si è rivolto con insistenza verso le comunità cristiane di quelle regioni del mondo, così provate a causa della loro adesione a Cristo e alla Chiesa.

Sì, guardando verso l’Oriente, gli attentati che hanno seminato morte, dolore e smarrimento tra i cristiani dell’Iraq, al punto da spingerli a lasciare la terra dove i loro padri hanno vissuto lungo i secoli, ci hanno profondamente addolorato. Rinnovo alle Autorità di quel Paese e ai capi religiosi musulmani il mio preoccupato appello ad operare affinché i loro concittadini cristiani possano vivere in sicurezza e continuare ad apportare il loro contributo alla società di cui sono membri a pieno titolo. Anche in Egitto, ad Alessandria, il terrorismo ha colpito brutalmente dei fedeli in preghiera in una chiesa. Questa successione di attacchi è un segno ulteriore dell’urgente necessità per i Governi della Regione di adottare, malgrado le difficoltà e le minacce, misure efficaci per la protezione delle minoranze religiose. Bisogna dirlo ancora una volta? In Medio Oriente, “i cristiani sono cittadini originali e autentici, leali alla loro patria e fedeli a tutti i loro doveri nazionali. È naturale che essi possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà di coscienza e di culto, di libertà nel campo dell’insegnamento e dell’educazione e nell’uso dei mezzi di comunicazione” (Messaggio al Popolo di Dio dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, 10). A tale riguardo, apprezzo l’attenzione per i diritti dei più deboli e la lungimiranza politica di cui hanno dato prova alcuni Paesi d’Europa negli ultimi giorni, domandando una risposta concertata dell’Unione Europea affinché i cristiani siano difesi nel Medio Oriente. Vorrei ricordare infine che la libertà religiosa non è pienamente applicata là dove è garantita solamente la libertà di culto, per di più con delle limitazioni. Incoraggio, inoltre, ad accompagnare la piena tutela della libertà religiosa e degli altri diritti umani con programmi che, fin dalla scuola primaria e nel quadro dell’insegnamento religioso, educhino al rispetto di tutti i fratelli nell’umanità. Per quanto riguarda poi gli Stati della Penisola Arabica, dove vivono numerosi lavoratori immigrati cristiani, auspico che la Chiesa cattolica possa disporre di adeguate strutture pastorali.

Tra le norme che ledono il diritto delle persone alla libertà religiosa, una menzione particolare dev’essere fatta della legge contro la blasfemia in Pakistan: incoraggio di nuovo le Autorità di quel Paese a compiere gli sforzi necessari per abrogarla, tanto più che è evidente che essa serve da pretesto per provocare ingiustizie e violenze contro le minoranze religiose. Il tragico assassinio del Governatore del Punjab mostra quanto sia urgente procedere in tal senso: la venerazione nei riguardi di Dio promuove la fraternità e l’amore, non l’odio e la divisione. Altre situazioni preoccupanti, talvolta con atti di violenza, possono essere menzionate nel Sud e nel Sud-Est del continente asiatico, in Paesi che hanno peraltro una tradizione di rapporti sociali pacifici. Il peso particolare di una determinata religione in una nazione non dovrebbe mai implicare che i cittadini appartenenti ad un’altra confessione siano discriminati nella vita sociale o, peggio ancora, che sia tollerata la violenza contro di essi. A questo proposito, è importante che il dialogo inter-religioso favorisca un impegno comune a riconoscere e promuovere la libertà religiosa di ogni persona e di ogni comunità. Infine, come ho già ricordato, la violenza contro i cristiani non risparmia l’Africa. Gli attacchi contro luoghi di culto in Nigeria, proprio mentre si celebrava la Nascita di Cristo, ne sono un’altra triste testimonianza.

In diversi Paesi, d’altronde, la Costituzione riconosce una certa libertà religiosa, ma, di fatto, la vita delle comunità religiose è resa difficile e talvolta anche precaria (cfr. Conc. Vat. ii, Dich. Dignitatis humanae, 15), perché l’ordinamento giuridico o sociale si ispira a sistemi filosofici e politici che postulano uno stretto controllo, per non dire un monopolio, dello Stato sulla società. Bisogna che cessino tali ambiguità, in modo che i credenti non si trovino dibattuti tra la fedeltà a Dio e la lealtà alla loro patria. Domando in particolare che sia garantita dovunque alle comunità cattoliche la piena autonomia di organizzazione e la libertà di compiere la loro missione, in conformità alle norme e agli standards internazionali in questo campo.
In questo momento, il mio pensiero si volge di nuovo verso la comunità cattolica della Cina continentale e i suoi Pastori, che vivono un momento di difficoltà e di prova. D’altro canto, vorrei indirizzare una parola di incoraggiamento alle Autorità di Cuba, Paese che ha celebrato nel 2010 settantacinque anni di relazioni diplomatiche ininterrotte con la Santa Sede, affinché il dialogo che si è felicemente instaurato con la Chiesa si rafforzi ulteriormente e si allarghi.

Spostando il nostro sguardo dall’Oriente all’Occidente, ci troviamo di fronte ad altri tipi di minacce contro il pieno esercizio della libertà religiosa. Penso, in primo luogo, a Paesi nei quali si accorda una grande importanza al pluralismo e alla tolleranza, ma dove la religione subisce una crescente emarginazione. Si tende a considerare la religione, ogni religione, come un fattore senza importanza, estraneo alla società moderna o addirittura destabilizzante, e si cerca con diversi mezzi di impedirne ogni influenza nella vita sociale. Si arriva così a pretendere che i cristiani agiscano nell’esercizio della loro professione senza riferimento alle loro convinzioni religiose e morali, e persino in contraddizione con esse, come, per esempio, là dove sono in vigore leggi che limitano il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari o di certi operatori del diritto.

In tale contesto, non si può che rallegrarsi dell’adozione da parte del Consiglio d’Europa, nello scorso mese di ottobre, di una Risoluzione che protegge il diritto del personale medico all’obiezione di coscienza di fronte a certi atti che ledono gravemente il diritto alla vita, come l’aborto.

Un’altra manifestazione dell’emarginazione della religione e, in particolare, del cristianesimo, consiste nel bandire dalla vita pubblica feste e simboli religiosi, in nome del rispetto nei confronti di quanti appartengono ad altre religioni o di coloro che non credono. Agendo così, non soltanto si limita il diritto dei credenti all’espressione pubblica della loro fede, ma si tagliano anche radici culturali che alimentano l’identità profonda e la coesione sociale di numerose nazioni. L’anno scorso, alcuni Paesi europei si sono associati al ricorso del Governo italiano nella ben nota causa concernente l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Desidero esprimere la mia gratitudine alle Autorità di queste nazioni, come pure a tutti coloro che si sono impegnati in tal senso, Episcopati, Organizzazioni e Associazioni civili o religiose, in particolare il Patriarcato di Mosca e gli altri rappresentanti della gerarchia ortodossa, come tutte le persone – credenti ma anche non credenti – che hanno tenuto a manifestare il loro attaccamento a questo simbolo portatore di valori universali.

Riconoscere la libertà religiosa significa, inoltre, garantire che le comunità religiose possano operare liberamente nella società, con iniziative nei settori sociale, caritativo od educativo. In ogni parte del mondo, d’altronde, si può constatare la fecondità delle opere della Chiesa cattolica in questi campi. È preoccupante che questo servizio che le comunità religiose offrono a tutta la società, in particolare per l’educazione delle giovani generazioni, sia compromesso o ostacolato da progetti di legge che rischiano di creare una sorta di monopolio statale in materia scolastica, come si constata ad esempio in certi Paesi dell’America Latina. Mentre parecchi di essi celebrano il secondo centenario della loro indipendenza, occasione propizia per ricordarsi del contributo della Chiesa cattolica alla formazione dell’identità nazionale, esorto tutti i governi a promuovere sistemi educativi che rispettino il diritto primordiale delle famiglie a decidere circa l’educazione dei figli e che si ispirino al principio di sussidiarietà, fondamentale per organizzare una società giusta.

Proseguendo la mia riflessione, non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione.

Signore e Signori Ambasciatori,

in questa circostanza solenne, permettetemi di esplicitare alcuni principi a cui la Santa Sede, con tutta la Chiesa cattolica, si ispira nella sua attività presso le Organizzazioni Internazionali intergovernative, al fine di promuovere il pieno rispetto della libertà religiosa per tutti. In primo luogo, la convinzione che non si può creare una sorta di scala nella gravità dell’intolleranza verso le religioni. Purtroppo, un tale atteggiamento è frequente, e sono precisamente gli atti discriminatori contro i cristiani che sono considerati meno gravi, meno degni di attenzione da parte dei governi e dell’opinione pubblica. Al tempo stesso, si deve pure rifiutare il contrasto pericoloso che alcuni vogliono instaurare tra il diritto alla libertà religiosa e gli altri diritti dell’uomo, dimenticando o negando così il ruolo centrale del rispetto della libertà religiosa nella difesa e protezione dell’alta dignità dell’uomo. Meno giustificabili ancora sono i tentativi di opporre al diritto alla libertà religiosa, dei pretesi nuovi diritti, attivamente promossi da certi settori della società e inseriti nelle legislazioni nazionali o nelle direttive internazionali, ma che non sono, in realtà, che l’espressione di desideri egoistici e non trovano il loro fondamento nell’autentica natura umana. Infine, occorre affermare che una proclamazione astratta della libertà religiosa non è sufficiente: questa norma fondamentale della vita sociale deve trovare applicazione e rispetto a tutti i livelli e in tutti i campi; altrimenti, malgrado giuste affermazioni di principio, si rischia di commettere profonde ingiustizie verso i cittadini che desiderano professare e praticare liberamente la loro fede.

La promozione di una piena libertà religiosa delle comunità cattoliche è anche lo scopo che persegue la Santa Sede quando conclude Concordati o altri Accordi. Mi rallegro che Stati di diverse regioni del mondo e di diverse tradizioni religiose, culturali e giuridiche scelgano il mezzo delle convenzioni internazionali per organizzare i rapporti tra la comunità politica e la Chiesa cattolica, stabilendo attraverso il dialogo il quadro di una collaborazione nel rispetto delle reciproche competenze. L’anno scorso è stato concluso ed è entrato in vigore un Accordo per l’assistenza religiosa dei fedeli cattolici delle forze armate in Bosnia-Erzegovina, e negoziati sono attualmente in corso in diversi Paesi. Speriamo in un esito positivo, capace di assicurare soluzioni rispettose della natura e della libertà della Chiesa per il bene di tutta la società.

L’attività dei Rappresentanti Pontifici presso Stati ed Organizzazioni internazionali è ugualmente al servizio della libertà religiosa. Vorrei rilevare con soddisfazione che le Autorità vietnamite hanno accettato che io designi un Rappresentante, che esprimerà con le sue visite alla cara comunità cattolica di quel Paese la sollecitudine del Successore di Pietro. Vorrei ugualmente ricordare che, durante l’anno passato, la rete diplomatica della Santa Sede si è ulteriormente consolidata in Africa, una presenza stabile è ormai assicurata in tre Paesi dove il Nunzio non è residente. A Dio piacendo, mi recherò ancora in quel continente, in Benin, nel novembre prossimo, per consegnare l’Esortazione Apostolica che raccoglierà i frutti dei lavori della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi.

Dinanzi a questo illustre uditorio, vorrei infine ribadire con forza che la religione non costituisce per la società un problema, non è un fattore di turbamento o di conflitto. Vorrei ripetere che la Chiesa non cerca privilegi, né vuole intervenire in ambiti estranei alla sua missione, ma semplicemente esercitare questa missione con libertà. Invito ciascuno a riconoscere la grande lezione della storia: “Come negare il contributo delle grandi religioni del mondo allo sviluppo della civiltà? La sincera ricerca di Dio ha portato ad un maggiore rispetto della dignità dell’uomo. Le comunità cristiane, con il loro patrimonio di valori e principi, hanno fortemente contribuito alla presa di coscienza delle persone e dei popoli circa la propria identità e dignità, nonché alla conquista di istituzioni democratiche e all’affermazione dei diritti dell’uomo e dei suoi corrispettivi doveri. Anche oggi i cristiani, in una società sempre più globalizzata, sono chiamati, non solo con un responsabile impegno civile, economico e politico, ma anche con la testimonianza della propria carità e fede, ad offrire un contributo prezioso al faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo umano integrale e per il retto ordinamento delle realtà umane” (Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2011, 7).

Emblematica, a questo proposito, è la figura della Beata Madre Teresa di Calcutta: il centenario della sua nascita è stato celebrato a Tirana, a Skopje e a Pristina come in India; un vibrante omaggio le è stato reso non soltanto dalla Chiesa, ma anche da Autorità civili e capi religiosi, senza contare le persone di tutte le confessioni. Esempi come il suo mostrano al mondo quanto l’impegno che nasce dalla fede sia benefico per tutta la società.

Che nessuna società umana si privi volontariamente dell’apporto fondamentale che costituiscono le persone e le comunità religiose! Come ricordava il Concilio Vaticano ii, assicurando pienamente e a tutti la giusta libertà religiosa, la società potrà “godere dei beni di giustizia e di pace che provengono dalla fedeltà degli uomini verso Dio e la sua santa volontà” (Dich. Dignitatis humanae, 6).

Ecco perché, mentre formulo voti affinché questo nuovo anno sia ricco di concordia e di reale progresso, esorto tutti, responsabili politici, capi religiosi e persone di ogni categoria, ad intraprendere con determinazione la via verso una pace autentica e duratura, che passa attraverso il rispetto del diritto alla libertà religiosa in tutta la sua estensione.

Su questo impegno, per la cui attuazione è necessario lo sforzo dell’intera famiglia umana, invoco la Benedizione di Dio Onnipotente, che ha operato la nostra riconciliazione con Lui e tra di noi, per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo, nostra pace (cfr. Ef 2, 14).

Buon anno a tutti!

(©L’Osservatore Romano – 10-11 gennaio 2011)

The concert of the Chinese orchestra at the Vatican

6 maggio 2008

VATICAN CITY (AsiaNews) – The leading orchestra of China will perform tomorrow in front of Benedict XVI.  The  China Philharmonic Orchestra of Beijing, on a tour of Europe, has decided to include a stop at the Vatican.  In the Paul VI audience hall, the orchestra conducted by Long Yu, one the most renowned Chinese conductors with international experience, will perform Mozart’s Requiem in honour of the pontiff, followed by some Chinese folk songs, including the famous “Molihua” (“Jasmine Flower”).  The orchestra will be accompanied by the chorus of the Shanghai Opera.

Benedict XVI will give an address at the end of the concert.

The Vatican has not issued any official invitations to the diplomatic corps accredited to the Holy See for this occasion.  Given the low profile of the event, the Vatican can permit the presence of both the ambassador of the Republic of China (Taiwan), accredited to the Holy See, and that of the ambassador to Italy of the People’s Republic.  The Chinese embassy has confirmed the presence of the diplomat of Beijing, but it did not want to release any statement on the significance of the event.  The ambassador of Taiwan will not be present, because of prior commitments.

China and the Vatican do not have diplomatic relations, although for some time there have been signs of openness to from both sides, which have been blocked by inflexibility, arrests of the faithful, and isolation.

There are various interpretations of the meaning of this event.  Some, especially Long Yu himself, speak of a “ping pong diplomacy”, recalling the ping pong matches between Chinese and Americans in 1971 that facilitated diplomatic relations between China and the U.S.

On the part of the Vatican, emphasis is being given to the concert and to the hospitality of the pope.  L’Osservatore Romano and Vatican Radio emphasise that with this concert, “music is confirming its role as a language and the most precious medium for dialogue among peoples and cultures”.

The Chinese foreign ministry also affirms that “music is a universal language that can bring together people from different countries, and from different religious and cultural backgrounds”. Expressing his hope that the concert will be “a big success”, a spokesman of the ministry nevertheless specifies that this is “a people-to-people exchange event through culture and art”.

Downplaying the significance of the event even more is Ye Xiaowen, director of the state administration for religious affairs, who has stated in a Chinese newspaper: “The concert at the Vatican is only one stop in the orchestra’s European tour; they are not going deliberately to the Vatican for the performance”.

He added, however, that “the cultural exchange certainly serves to promote reciprocal contacts”.

Chinese Catholics of the official and underground Church, contacted by AsiaNews, are happy to hear of this gesture of “détente”, but note that all of this seems to be “a publicity campaign by China, at a time when it is looked upon unfavourably by the international community because of the repression against the Tibetans and human rights activists”.

Something similar has taken place in the recent past.  A few months ago, several days after director Steven Spielberg refused to participate in preparation for the Olympics, Ye Xiaowen had to polish China’s public image by making very favourable statements on China-Vatican relations (see AsiaNews 22/02/2008).  A few weeks later, in an interview with a Chinese newspaper, he spoke instead of the “double face of the Vatican”, and of the pope’s attempts to “colonise” the Chinese national Church (see AsiaNews 21/3/2008).

After many signals, it now appears evident that within the Chinese leadership – and above all in the foreign ministry – there is interest in diplomatic relations with the Holy See and in increasing the contribution of religion to the development of the country.  But there is also part of the leadership that is tied to old ideological views and to the totalitarian and Confucian conception of power, which admits only religious experience that is strictly controlled by the state.  For them, the requests for religious freedom on the part of the Catholic Church and the pope are unacceptable.

© AsiaNews, reperibile qui.

Il concerto dell’orchestra cinese in Vaticano

6 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì 6 maggio, 2008 (AsiaNews). La maggiore orchestra della Repubblica popolare cinese si esibirà domani davanti a Benedetto XVI. La China Philarmonic Orchestra di Pechino, in un suo tour in Europa, ha voluto infatti inserire anche una tappa in Vaticano. Nell’aula Paolo VI, l’orchestra guidata da Long Yu, uno dei più rinomati direttori cinesi con esperienza internazionale, eseguirà in onore del pontefice il Requiem di Mozart per poi passare a qualche canto popolare cinese, fra cui il famoso “Molihua” (“Fiori di gelsomino”). L’orchestra è accompagnata dal coro dell’Opera di Shanghai.

Al termine del concerto Benedetto XVI terrà un discorso.

Per l’occasione il Vaticano non ha fatto inviti ufficiali al corpo diplomatico presso la Santa Sede. In questa veste poco ufficiale, può permettere la presenza sia dell’ambasciatore della Repubblica di Cina (Taiwan), accreditato presso la Santa Sede, sia quello della Repubblica popolare presso il Quirinale. L’ambasciata della Cina popolare ha confermato la presenza del diplomatico di Pechino, ma non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione sul significato dell’evento. L’ambasciatore di Taiwan non sarà presente, a causa di impegni precedenti.

Cina e Vaticano non hanno relazioni diplomatiche, anche se da tempo vi sono segnali di apertura da una parte e dall’altra, pur frenati da durezze, arresti di fedeli e chiusure.

Sul senso di questo gesto ci sono varie interpretazioni. Alcuni, soprattutto lo stesso Long Yu, parlano di una “diplomazia del ping pong”, ricordando le partite di ping pong fra cinesi e americani che nel ’71 hanno facilitato le relazioni diplomatiche Cina-Usa.

Da parte vaticana, si dà molto risalto al concerto e all’ospitalità del pontefice. L’Osservatore romano e la Radio Vaticana sottolineano che con questo concerto “la musica si conferma linguaggio e tramite preziosissimo di dialogo fra i popoli e le culture”.

Anche il ministero cinese degli Esteri afferma che “la musica è un linguaggio universale che può mettere insieme persone di Paesi differenti e da diversi mondi culturali e religiosi”. Augurando al concerto “un grande successo”, un portavoce del ministero ha però precisato che si tratta di “un contatto da persona a persona, attraverso la cultura e l’arte”.

A sminuire ancora di più il valore del gesto vi è Ye Xiaowen, direttore dell’amministrazione statale per gli affari religiosi che in un giornale cinese ha dichiarato: “Il concerto in Vaticano è solo una tappa della tournée europea dell’Orchestra; non sono andati apposta in Vaticano per l’esecuzione”.

“Lo scambio culturale – ha però aggiunto – serve sicuramente a promuovere i contatti reciproci”.

Cattolici cinesi della Chiesa ufficiale e sotterranea, contattati da AsiaNews sono felici di questo gesto di “distensione”, ma fanno notare che il tutto sembra essere “una campagna pubblicitaria della Cina, in un momento come questo in cui è malvista dalla comunità internazionale a causa della repressione contro tibetani e attivisti per i diritti umani”.

Nel recente passato è successo qualcosa di simile. Alcuni mesi fa, qualche giorno dopo il rifiuto del regista Steven Spielberg a partecipare alla preparazione delle Olimpiadi, è toccato a Ye Xiaowen, a rialzare le sorti dell’immagine pubblica della Cina facendo dichiarazioni molto favorevoli ai rapporti sino-vaticani (v. AsiaNews 22/02/2008). Alcune settimane dopo, in un’intervista a un giornale cinese, egli ha invece parlato della “doppia faccia del Vaticano” e dei tentativi del pontefice di “colonizzare” la Chiesa cinese nazionale (v. AsiaNews 21/3/2008).

Da molti segnali appare ormai evidente che all’interno della leadership cinese – soprattutto nel ministero degli esteri – vi è un interesse ai rapporti diplomatici con la Santa Sede e a valorizzare l’apporto delle religioni allo sviluppo del Paese. Vi è però anche una parte della leadership legata a vecchi schemi ideologici e alla concezione totalitaria e confuciana del potere, che ammette solo esperienze religiose controllate strettamente dallo Stato. Per essi le richieste di libertà religiosa da parte della Chiesa cattolica e del papa sono inaccettabili.

© AsiaNews, reperibile qui.