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Intervento della Santa Sede al Consiglio di sicurezza dell’Onu

16 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 16 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima l’articolo che apparirà nella giornata di domani sulle pagine dell’Osservatore Romano :

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Intervento della Santa Sede al Consiglio di sicurezza dell’Onu

Tutela dei civili nei conflitti armati

Pubblichiamo la traduzione dell’intervento pronunciato il 14 gennaio dall’Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, nell’ambito del dibattito aperto sulla protezione dei civili nei conflitti armati.

Signor Presidente,

da più di dieci anni il Consiglio di Sicurezza affronta il tema della tutela dei civili nei conflitti armati. Tuttavia la sicurezza dei civili durante il conflitto sta divenendo sempre più critica, se non, a volte, drammatica, come abbiamo visto negli scorsi mesi, settimane e giorni nella Striscia di Gaza, in Iraq, in Darfur e nella Repubblica Democratica del Congo, per portare solo alcuni esempi.

L’anno 2009 celebra, fra le altre cose, il sessantesimo anniversario delle Convenzioni di Ginevra. Dal momento che la protezione dei civili deriva dalle norme stabilite in tali convenzioni e nei protocolli successivi, la mia delegazione confida nel fatto che questo nuovo anno sarà anche un’occasione per valutare l’impegno delle parti nel garantire la protezione di civili mediante un maggiore rispetto per le norme del diritto umanitario.

L’Aggiornamento del 2003 della piattaforma in 10 punti sulla protezione dei civili è uno strumento importante per chiarire le responsabilità, migliorare la cooperazione, facilitare la realizzazione e rafforzare ulteriormente il coordinamento nel sistema delle Nazioni Unite e resta oggi una road map più che mai indispensabile per proteggere i civili intrappolati nei conflitti armati. I suoi 10 punti di azione sono una sfida per la comunità internazionale, in particolare per il Consiglio di Sicurezza, che esige una risposta sollecita, decisiva e operativa. Sebbene tutti i suoi punti siano importanti l’accesso agli aiuti umanitari, la speciale protezione de bambini e delle donne e il disarmo continuano a essere i tre pilastri fondamentali per offrire maggiore protezione ai civili.

Il soverchiante maltrattamento dei civili in troppe parti del mondo non sembra essere solo un effetto collaterale della guerra. Continuiamo a vedere civili deliberatamente bersagliati come mezzo per raggiungere fini politici e militari. Negli scorsi giorni abbiamo assistito al fallimento concreto di tutte le parti nel rispettare la distinzione fra bersagli civili e militari. È tristemente chiaro che i disegni politici e militari soppiantano il rispetto basilare per la dignità e i diritti di persone e comunità, quando vengono utilizzati metodi e armamenti senza prendere alcuna misura ragionevole per evitare danni ai civili, quando donne e bambini vengono utilizzati come scudo dai combattenti, quando l’accesso agli aiuti umanitari viene negato nella Striscia di Gaza, quando persone vengono dislocate e villaggi distrutti in Darfur e quando vediamo che la violenza sessuale devasta la vita di donne e di bambini nella Repubblica Democratica del Congo.

In tale contesto, la protezione dei civili richiede non solo un impegno rinnovato per il diritto umanitario, ma anche e soprattutto buona volontà e azione politiche coerenti. La protezione dei civili deve basarsi sull’esercizio responsabile della leadership da parte di tutti. Ciò esige che i leader politici esercitino il diritto alla legittima difesa o il diritto all’autodeterminazione ricorrendo soltanto a mezzi legittimi; esige pure che riconoscano pienamente le loro responsabilità nei confronti della comunità internazionale e che rispettino il diritto di altri Stati e comunità ad esistere e co-esistere in pace. La vasta gamma di meccanismi utilizzati dalle Nazioni Unite per garantire la protezione dei civili avrà esito positivo se si riuscirà, almeno, a promuove una cultura di esercizio responsabile della leadership fra i suoi membri e a considerare questi ultimi, come ogni parte in conflitto, responsabili per il compimento dei loro obblighi verso gli individui e le comunità.

Il fardello sempre più pesante di morti e di conseguenze imposte ai civili a causa della guerra deriva anche dalla produzione massiccia, dalla costante innovazione e dalla sofisticatezza degli armamenti. La qualità e la disponibilità sempre più elevate di armi piccole e leggere, di mine anti-uomo e di munizioni a grappolo rendono tragicamente più facile e più certa l’uccisione di esseri umani. In questo contesto, la mia delegazione sostiene pienamente e incoraggia gli obiettivi della recente risoluzione dell’Assemblea Generale Verso un Trattato sul commercio degli armamenti, che è un primo passo importante verso uno strumento legalmente vincolante relativamente al commercio e al trasferimento degli armamenti. Parimenti, la mia delegazione accoglie con favore l’adozione della Convenzione sulle Munizioni a Grappolo e incoraggia i Paesi a ratificare questo trattato come priorità e segno del loro impegno per affrontare le morti di civili.

Grazie, signor Presidente

©L’Osservatore Romano – 17 gennaio 2009

Intervento della Santa Sede alla conferenza diplomatica di Dublino sulle bombe a grappolo

29 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 29 maggio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo l’intervento pronunciato, lo scorso 19 maggio, dall’arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite e istituzioni specializzate a Ginevra e capo della delegazione della Santa Sede, durante la conferenza diplomatica sulle munizioni a grappolo, in corso a Dublino:

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Le bombe a grappolo rendono amaro il sapore della pace

Presidente,

la delegazione della Santa Sede è particolarmente onorata di parlare all’inizio di questa conferenza diplomatica. È lieta di osservare che il buon esito degli sforzi concertati di un gran numero di attori sta portando a una conclusione positiva di un processo che mira a una sicurezza e a una protezione maggiori. Dobbiamo superare una visione riduttiva e limitata che darebbe l’illusione che la protezione giunga solo attraverso le armi, specificatamente quelle che siamo impegnati a bandire.

Innanzitutto, la delegazione della Santa Sede desidera esprimere la propria soddisfazione per vederla, signor ambasciatore, presiedere gli atti di questo incontro e facilitare i negoziati per il raggiungimento di un accordo forte e operativo.

La Santa Sede offre all’Irlanda il proprio sostegno ed è disponibile a unire le forze per edificare insieme un mondo più umano, più sicuro e più cooperativo.

Signor Presidente,

questa conferenza a Dublino deriva dalla consapevolezza che un’azione concreta, credibile ed efficace è necessaria per rispondere a un problema che esiste già da troppo tempo.
Per anni le Ong, il comitato internazionale della Croce Rossa e vari Paesi hanno sollevato la questione delle munizioni a grappolo, inizialmente senza successo. La nostra soddisfazione è ora grande. Oggi nessuno nega l’esistenza di problemi umanitari legati alle munizioni a grappolo, l’urgenza di un’azione collettiva e la necessità di uno sforzo che traduca queste preoccupazioni in uno sviluppo mirato di diritto umanitario internazionale. I differenti interlocutori del processo di Oslo e gli Stati che partecipano alla Convenzione su alcune armi convenzionali (Ccw) concordano su questa urgenza. Senza dubbio, differenze importanti esistono ancora relativamente a una risposta appropriata.

Tuttavia, la Santa Sede non può non insistere sulla priorità della dignità umana e degli interessi delle vittime, sulla priorità della prevenzione e della stabilità e sul concetto di una sicurezza basata sul più basso livello di armamento. La pace trascende di gran lunga l’ambito delle considerazioni militari. La pace non è solo assenza di guerra. I diritti umani, lo sviluppo, la partecipazione sociale e politica, la giustizia, la cooperazione, questo e altri concetti simili, svolgono un ruolo importante nella definizione moderna di pace autentica.

La sicurezza garantita dalle armi e dalla forza è effimera e illusoria. Le munizioni a grappolo lo illustrano perfettamente.

Perfino le cosiddette vittorie si dimostrano sconfitte durature per la popolazione civile, per lo sviluppo, per la pacificazione, per la stabilità. Decenni dopo l’utilizzo di munizioni a grappolo la pace conserva un sapore amaro con migliaia di vittime, l’arresto dello sviluppo socio-economico e un considerevole spreco di risorse umane e finanziarie.

la possibilità di una decisione ci viene data qui ora. In un mondo globalizzato e sempre più interdipendente, i problemi di alcuni sono i problemi di tutti: dei Paesi ricchi e di quelli poveri, dei Paesi che producono ed esportano munizioni a grappolo e di quelli che le importano, di quelli che le utilizzano e di quelli che non le utilizzano. Ciò che non si fa oggi, dovrà essere fatto domani con un supplemento di sofferenza, di costi economici e di ferite più profonde da guarire.

È naturale che alcuni Paesi affronteranno difficoltà maggiori per onorare gli impegni che deriveranno dal futuro strumento. Tuttavia, siatene certi, i Paesi e le vittime colpiti sono quelli che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo più esorbitante. Anche quelli che devono rinunciare a questo tipo di armi, quelli che hanno smesso di esportarle, quelli obbligati a distruggere i propri arsenali, quelli che si impegneranno in attività di sminamento e bonifica, quelli che investiranno risorse per le vittime, le loro famiglie e comunità, tutte le persone coinvolte nelle varie attività umanitarie, dovranno fare alcuni sforzi. Questi ultimi dovrebbero essere considerati dalla guida politica e militare e dalle persone dei loro Paesi come una partecipazione necessaria ma anche piuttosto gratificante all’edificazione di un mondo più sicuro e pacifico in cui ognuno possa godere di maggiore sicurezza.
In questo e in altri contesti, la cooperazione è essenziale per il successo. Una cooperazione fra Stati, Nazioni Unite, organizzazioni internazionali, comitato della Croce Rossa e Ong, è il segreto per un successo comune e un elemento indispensabile per raggiungere il futuro strumento. Le vittime dovrebbero avere un posto privilegiato in questo progetto. Il loro ruolo dovrebbe essere attivo dall’inizio alla fine. Nei negoziati in corso, ogni parte dovrebbe avere un ruolo appropriato per far sì che la convenzione da adottare risulti completa, forte e operativa. Tutti sono necessari nella realizzazione di questo progetto. Operiamo insieme per affrontare oggi la sfida dell’adozione e domani quella della realizzazione!

Signor Presidente,

è vero che gli Stati hanno il diritto di difendere la pace, la sicurezza e la stabilità dei popoli sotto la loro responsabilità. Tuttavia, ciò si può ottenere meglio senza avvalersi della corsa agli armamenti e della guerra. Nel 1965, nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Papa Paolo vi ha ricordato alla comunità delle nazioni la sfida della pace senza ricorso alle armi: “Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili, specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i popoli attendono da voi, questo si deve ottenere!”

Presidente,

i popoli, le vittime, i Paesi colpiti guardano a questa conferenza diplomatica e tutti si aspettano da noi una decisione coraggiosa, come Papa Benedetto XVI ha ricordato ieri. Il mondo attende un atto di fede nella persona umana e nelle sue più alte aspirazioni di vivere in pace e sicurezza, un impegno a rendere la solidarietà l’espressione più bella dell’unità della famiglia umana e del suo destino comune.

Sono convinto, signor Presidente, che alla fine della conferenza tutti i partecipanti andranno via vittoriosi e soddisfatti di aver operato la scelta giusta.

Grazie, signor Presidente.

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Dublin Diplomatic Conference on Cluster Munitions

 

Address of H.E. Msgr. Silvano Maria Tomasi Permanent Observer to the United Nations Offices and International Organizations in Geneva

Mr. President,

1. The Delegation of the Holy See is particularly honoured to take the floor at the start of this Diplomatic Conference. It is happy to see the fruition of the concerted efforts of a large number of actors to take to a positive conclusion a process that seeks greater security and protection. We need to move beyond a reductive and narrow vision that would give the illusion that protection comes only through arms, specifically, those we are engaged to ban.

First of all, the Delegation of the Holy See would like to express its satisfaction to see you, Mr. Ambassador, preside the proceedings of this meeting and facilitate the negotiations toward a strong and operational agreement.

The Holy See offers Ireland its support and is available to join forces in building together a more human, more secure and more cooperative world.

Mr. President,

2. This Dublin Conference is the result of the awareness that a concrete, credible and effective action is needed to respond to a problem that has lasted too long. For years NGOs, ICRC, and various Countries, have raised the issue of cluster munitions without success at first. Our satisfaction is great now. No one today denies the existence of humanitarian problems linked with cluster munitions, the urgency of a collective action, and the indispensable effort to translate this concerns into a targeted development of international humanitarian law.

The different partners of the Oslo Process and the States parties to the Convention on certain conventional weapons (CCW) are in agreement on this urgency. No doubt, important differences still exist concerning an appropriate response.

The Holy See, however, cannot but insist on the priority of human dignity, of the interests of the victims, the priority of prevention and stability, and on the concept of security based on the lowest level of armament. Peace transcends by far the framework of military considerations. Peace is not just the absence of war.

Human rights, development, social and political participation, justice, cooperation, this and similar concepts, take a critical role in a modern definition of authentic peace.

Security relying only on arms and force is ephemeral and an illusion. Cluster munitions illustrate perfectly the point. Even so-called victories prove to be lasting defeats for the civil population, for development, for pacification, for stability. Decades after the utilisation of cluster munitions, peace preserves a bitter taste with thousand of victims, socio-economic development stifled, considerable human and financial resources wasted.

3. The chance for a decision is given us here an now. In a globalised and more and more inter-dependent world, the problems of some are the problems of all: of rich and poor countries; of developed and developing countries; of countries producing and exporting cluster munitions and countries that import them; user and non user countries. What is not done today, it will have to be done tomorrow with a supplement of suffering, of economic costs, and of deeper wounds to heal.

4. Understandably, some countries will face greater difficulties to implement the commitments that will derive from the future instrument. Make no mistake, however. Affected countries and victims are those that have paid and keep paying the most exorbitant price. Those who have to renounce these type of arms, those who have to give up exporting them, those obliged to destroy their stocks, those who will engaged in demining and decontamination activities, those who will invest resources for the victims, their families and communities, all people involved in the various humanitarian activities, will have to make also some efforts. Such efforts should be considered by the political and military leadership, and by the people of their countries, as a necessary but quite rewarding participation in the construction of a more peaceful and more secure world, where everyone enjoys greater security.

5. In this as in other contexts, cooperation and partnership are essential for success. A partnership among States, United Nations, International Organisations, the Committee of the Red Cross and the NGOs, is the secret to a common success and an indispensable element to reach the object of the future instrument. Victims should have a privileged place in this plan, their role should be an active one from start to finish. In the negotiations under way, every player should find its appropriate place, so that support for the Convention to be adopted may result complete, strong, and operational. Every one is needed in the implementation of this project. Let us work hand in hand as partners to meet now the challenge of the adoption and tomorrow that of implementation.

Mr. President,

6. True, States have a right to defend peace, security and the stability of peoples under their responsibility. But this can be better achieved without recourse to the arms race and to war. In his address before the United Nations General Assembly in 1965, Pope Paul VI reminded the Community of Nations of the challenge of peace without recourse to arms: “One cannot love with offensive arms in hand. Arms, above all terrible arms that modern science as provided, even before causing victims and destruction, generate bad dreams, nourish bad feelings, bring about nightmares, lack of trust, bad decisions; they required enormous expenses; they block solidarity projects and useful work; they distort the psychology of peoples. Till men will remain weak, unstable and even mean as he often shows to be, defensive arms will unfortunately be necessary. But you, your courage and your quality prompt you to study the means to ensure international life without recourse to arms: here a goal worthy of your efforts, here is what peoples attend from you, here is what must be reached!”.

Mr. President,

7. The eyes of peoples, of victims, of affected countries, are focused on this Diplomatic Conference, and all wait from us a courageous decision, as Pope Benedict XVI reminded the world yesterday. The world awaits an act of faith in the human person and his highest aspirations to live in peace and security, a commitment to make solidarity the most splendid expression of the unity of the human family and of its common destiny.

I am convinced, Mr. President, that at the closing of this Conference all participants will leave as winners and satisfied to have made the right choice.

Thank you, Mr. President.

Il Vaticano affronta all’ONU l’immigrazione urbana

25 aprile 2008

Intervento dell’Arcivescovo Celestino Migliore

“Monitoraggio della popolazione mondiale, incentrato sulla distribuzione
della popolazione, l’urbanizzazione, la migrazione interna e lo sviluppo”

NEW YORK – giovedì, 24 aprile 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo l’intervento dell’Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, l’Arcivescovo Celestino Migliore, durante una riunione del Consiglio Economico e Sociale tenutasi il 9 aprile a New York sul tema: “Monitoraggio della popolazione mondiale, incentrato sulla distribuzione della popolazione, l’urbanizzazione, la migrazione interna e lo sviluppo”.

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Presidente,

Questa sessione della Commissione su Popolazione e Sviluppo giunge nel momento storico in cui, per la prima volta nella storia, il numero degli abitanti dei centri urbani supererà il numero delle persone che vivono nelle aree rurali. Questa sessione, pertanto, ci invita a riflettere su questo fenomeno e a fare il punto sulle opportunità e sulle sfide che si prospettano.

L’urbanizzazione delle popolazioni mondiali offre nuove opportunità di crescita economica. Con l’accesso a salari più elevati e a servizi sociali migliori, come l’educazione, la salute, i trasporti, le comunicazioni, la fornitura di acqua potabile e i servizi igienici, i migranti che dalle aree rurali si trasferiscono nei centri urbani hanno più possibilità di promuovere il loro sviluppo personale e sociale.

Quando affrontiamo le questioni dell’immigrazione e dello sviluppo dobbiamo mettere al primo posto le esigenze e le preoccupazioni della gente. Porre la persona umana al servizio di riflessioni economiche o ambientali crea l’effetto disumano di trattare le persone come oggetti invece che come soggetti. La migrazione e l’urbanizzazione delle società non dovrebbero essere misurate meramente in base al loro impatto economico. Nel trovare modi per far fronte alle serie sfide poste da una massiccia migrazione interna e transnazionale non dobbiamo dimenticare che al centro di tale fenomeno c’è la persona umana. Pertanto, dobbiamo anche affrontare le ragioni per le quali le persone migrano, i sacrifici che fanno, le angosce e le speranze che le accompagnano. La migrazione spesso impone ai migranti grandi pressioni, poiché si lasciano dietro la famiglia e gli amici, le reti socio-culturali e spirituali.

Mentre l’urbanizzazione produce una crescita netta in termini di sviluppo economico, non dobbiamo perdere di vista le terribili sfide che le comunità rurali devono affrontare, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Se desideriamo raggiungere i Millennium development goals (Mdgs) entro il 2015, occorre rivolgere maggiore attenzione a quelle comunità in cui circa 675 milioni di persone ancora non hanno accesso all’acqua potabile e ai due miliardi di persone che vivono senza poter accedere ai servizi sanitari di base. Le politiche nazionali e internazionali farebbero bene a garantire che le comunità rurali abbiano accesso a servizi sociali migliori e più accessibili.

Presidente,

Da parte sua, la Santa Sede, con le sue istituzioni, mantiene il suo impegno ad affrontare le preoccupazioni di tutti i migranti e a trovare modi per collaborare con tutti, al fine di assicurare un adeguato equilibrio tra le legittime sollecitudini dello Stato e quelle delle singole persone umane. Aiutare i migranti a far fronte ai loro bisogni più elementari non contribuisce soltanto a favorire il momento del passaggio e a tenere unite le famiglie, ma è anche un modo positivo per incoraggiarli a diventare produttivi, responsabili, rispettosi della legge e a contribuire al bene comune della società.

Grazie, Presidente.

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Statement by H.E. Archbishop Celestino Migliore
Apostolic Nuncio, Permanent Observer of the Holy See

Economic and Social Council
41st session of the Commission on Population and Development

On Item 3:
World population monitoring,

focusing on population distribution, urbanization, internal migration and development

New York, 9 April 2008

Mr. Chairman,

This session of the Commission on Population and Development comes at this historic juncture when, for the first time in history, the number of urban inhabitants will surpass the number of people living in rural areas. This session therefore calls on us to reflect on this phenomenon and take stock of the opportunities and challenges that lie ahead.

The urbanization of world populations provides new opportunities for economic growth. With access to higher wages and better social services such as education, health, transportation, communications, safe water supplies and sanitation, migrants from rural to urban settings are more likely to advance their personal and social development.

When addressing the issues of migration and development, we must place the needs and concerns of peoples first. Placing the human person at the service of economic or environmental considerations creates the inhuman effect of treating people as objects rather than subjects. Migration and the urbanization of societies should not be purely measured in terms of their economic impact. In finding ways to address the serious challenges posed by massive internal and transnational migrations, let us not forget that at the heart of this phenomenon is the human person. Thus we must also address the reasons why people move, the sacrifices they make, the anguish and the hopes that accompany migrants. Migration often places great strain on migrants, as they leave behind families and friends, socio-cultural and spiritual networks.

As the Secretary General’s report rightly illustrates, while urbanization has created better opportunities for individuals and their families, the move from agricultural settings to urban centers also create myriad challenges. Indeed, new environmental, social and economic problems emerge with the birth of mega cities. But one of the most pressing and painful consequences of rapid urbanization is the increasing number of people living in urban slums. As recently as 2005 over 840 million people around the world lived in such conditions. Lacking in almost everything, these individuals can lose their sense of self-worth and inherent dignity. They become trapped in a vicious cycle of extreme poverty and marginalization. They squat on state or other people’s properties. They feel powerless to demand even the most basic public services. Children are not in schools, but in waste dumpsites eking out a living from scavenging. Policy makers and civil society actors must put these people and their concerns among the priorities in their decision-making.

While urbanization provides a net growth in terms of economic development, we must not lose sight of the daunting challenges that rural communities face, particularly those in developing countries. If we are to achieve the MDGs by 2015, greater concern must be given to those communities, in which approximately 675 million still lack access to safe drinking water and two billion live without access to basic sanitation. National and international policies would do well to ensure that rural communities have access to higher quality and more accessible social services.

Mr. Chairman,

For its part, the Holy See and its institutions remain committed to addressing the concerns of all migrants and to finding ways to collaborate with all, in order to ensure a proper balance between the just concerns of state and those of individual human beings. Helping migrants meet their basic needs does not only aid their transition and help keep families together. It is also a positive way to encourage them to become productive, responsible, law-abiding and contributors to the common good of the society.

Thank you, Mr. Chairman.

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El Vaticano afronta en la ONU las implicaciones de la inmigración urbana


Intervención del arzobispo Celestino Migliore

NUEVA YORK, miércoles, 23 abril 2008 (ZENIT.org).- Publicamos la intervención del observador permanente de la Santa Sede ante las Naciones Unidas, el arzobispo Celestino Migliore, ante la última reunión del Consejo Económico y Social celebrada en Nueva York sobre el tema: «Monitorear la población, prestando particular atención a la distribución de la población, la urbanización, la inmigración interna y el desarrollo».

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Señor presidente:

Esta sesión de la Comisión sobre Población y Desarrollo llega a este momento histórico en el que, por primera vez en la historia el número de habitantes urbanos superará al número de gente que vive en áreas rurales. Esta sesión, por tanto, nos llama a reflexionar sobre este fenómeno y a hacer inventario de las oportunidades y desafíos que se plantean.

La urbanización de las poblaciones del mundo ofrece nuevas oportunidad para el crecimiento económico. Con acceso a sueldos más elevados y a mejores servicios como la educación, la salud, el transporte, las comunicaciones, medios para hacer potable el agua, los emigrantes de áreas rurales a urbanas tienen más propensión de avanzar en su desarrollo personal y social.

Al afrontar las cuestiones de la emigración y el desarrollo tenemos que poner en primer lugar las necesidades y las preocupaciones de las personas. Poner la persona humana al servicio de consideraciones económicas o ambientales crea el efecto inhumano de tratar a las personas como meros objetos y no como sujetos.

La migración y la urbanización de las sociedades no deberían medirse solamente en términos de impacto económico. Al buscar los modos para afrontar los serios desafíos que plantean las migraciones masivas internas y transnacionales, no hay que olvidar que en el corazón de este fenómeno se encuentra la persona humana. Por tanto, deberíamos afrontar los motivos por los que la gente emigra, los sacrificios que hace, las angustias y las esperanzas que acompañan a los emigrantes. La migración con frecuencia produce tensión a los emigrantes, pues dejan atrás sus familias y amigos, las redes socio-culturales y espirituales.

Como ilustra adecuadamente el informe del secretario general, mientras la urbanización ha creado mejores oportunidades para individuos y sus familias, la mudanza de asentamientos agrícolas a centros urbanos también ha creado una miríada de desafíos. De hecho, nuevos problemas ambientales, sociales y económicos surgen con el nacimiento de las «mega-ciudades».Pero la consecuencia más apremiante y dolorosa de la rápida urbanización es el aumento de personas que viven en los cinturones de pobreza. En el año 2005, más de 840 millones de personas en el mundo vivían en estas condiciones. Al faltarles casi todo, estos individuos pueden perder el sentido de su propio valor y de su inherente dignidad. Quedan atrapados en un círculo vicioso de extrema pobreza y marginación. Invaden propiedades del Estado o de los demás. Se sienten sin el poder de contar con los servicios públicos más básicos. Los niños no van a la escuela sino a escarbar en basureros buscando encontrar algo que les permita vivir a duras penas. Los responsables políticos y la sociedad civil deben poner a estas personas y sus preocupaciones entre las prioridades de sus decisiones.

Mientras la urbanización ofrece un claro crecimiento en términos de desarrollo económico, no tenemos que perder de vista los desalentadores desafíos que tienen que afrontar las comunidades rurales, en particular las de los países en vías de desarrollo. Si queremos alcanzar los Objetivos para el Desarrollo del Milenio antes del año 2015, hay que preocuparse más por esas comunidades, en las que aproximadamente 675 millones de personas siguen careciendo de agua salubre y dos millones viven sin acceso a la sanidad básica. Las políticas nacionales e internacionales deberían asegurar que las comunidades rurales tengan acceso a una mayor calidad de vida y a más servicios sociales.

Señor presidente:

Por su parte, la Santa Sede y sus instituciones siguen comprometidas para afrontar las preocupaciones de todos los emigrantes y para encontrar maneras de colaborar con todos para asegurar un adecuado balance entre las justas preocupaciones del Estado y las de los las personas individuales. Ayudar a los emigrantes a responder a sus necesidades básicas no sólo les ayuda en su mudanza sino que además les apoya para mantener unidas sus familias. Es también una manera positiva de alentarles a convertirse en productivos, responsables, respetuosos de la ley, y activos en el bien común de la sociedad.

Gracias, señor presidente

[Traducción del original inglés realizada por Jesús Colina]

© ZENIT.org

Intervento della Santa Sede sulle bombe a grappolo

1 febbraio 2008

CITTA’ DEL VATICANOMartedì, 29 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato il 14 gennaio scorso dall’Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente presso l’ufficio delle Nazioni Unite e le Istituzioni specializzate a Ginevra, durante la sessione del gruppo di esperti governativi degli Stati Parte alla “Convenzione sulla proibizione o restrizione dell’uso di certe armi convenzionali che possono essere considerate eccessivamente dannose o avere effetti indiscriminati”.

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Signor Presidente,

desidero innanzitutto congratularmi con lei per la sua elezione alla presidenza e assicurarla del sostegno della mia delegazione.

Nel suo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, lunedì scorso, Papa Benedetto XVI ha tenuto a incoraggiare “l’adozione di misure appropriate… per affrontare il problema umanitario posto dalle munizioni a grappolo”.

Da parte sua, il Segretario per le relazioni con gli Stati ha ribadito la posizione della Santa Sede nel suo discorso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 1º ottobre scorso, affermando che una risposta rapida al problema delle munizioni a grappolo diviene un imperativo etico, conoscendo il costo elevato in vite umane, in maggior parte di civili e soprattutto di bambini.

Signor Presidente, desidero ribadire la posizione della Santa Sede che è stata chiarita già in diverse occasioni, in particolare lo scorso maggio in una nota dettagliata, che è stata ampiamente diffusa.

Tuttavia, permettetemi di insistere su tre punti che mi sembrano importanti per le nostre deliberazioni in questo momento del dibattito cruciale che la comunità internazionale sostiene in diversi forum che auspichiamo siano fecondi e complementari.

1. Non è un caso che l’intervento del Papa sia avvenuto subito prima della nostra riunione odierna e alcune settimane prima della Conferenza di Wellington. Le nostre deliberazioni saranno giudicate dai risultati pratici che faranno o non faranno la differenza per migliaia di persone e decine di paesi.

La delegazione della Santa Sede si rallegra del fatto che gli Stati membro del CCW hanno riconosciuto l’urgenza di una risposta appropriata ai problemi umanitari posti dalle munizioni a grappolo. Perché sia credibile, questo riconoscimento dell’urgenza dovrebbe avere una traduzione nelle nostre deliberazioni, nella conclusione di negoziati in buona fede e in un eventuale strumento che risponda adeguatamente alle sfide poste agli Stati membro della CCW.

2. La partecipazione dei produttori, degli utilizzatori e dei possessori degli stock agli sforzi attuali è evidentemente importante. La Santa Sede non può che rallegrarsi nel vedere l’impegno di numerosi paesi appartenenti a queste categorie nell’ambito della CCW e anche in quello del processo di Oslo. È però anche cruciale prendere in considerazione il fatto che numerosi paesi possono a loro volta divenire produttori, utilizzatori o possessori di stock. I rischi di proliferazione, in questo ambito come in altri, sono lungi dall’essere trascurabili. Al contrario. L’utilizzazione di queste armi da parte di entità non statuali in conflitti recenti dovrebbe spingerci a essere vigili e determinati ad agire con urgenza. La prevenzione, fra le altre cose, dovrebbe essere il punto comune di un’azione concertata fra i produttori e gli utilizzatori attuali e di quanti non lo sono ancora.

3. L’esperienza ci mostra che l’interdizione di categorie di armi operata dal negoziato in buona fede di strumenti internazionali non ha mai messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati. Il vero pericolo viene piuttosto dal superarmamento e dal fatto di affidarsi solo alle armi per garantire la sicurezza nazionale o internazionale. Lo sviluppo, la fiducia reciproca, la prevenzione, la creazione delle condizioni di una vita degna sono i parametri senza i quali non vi può essere sicurezza né stabilità.

L’affermazione della necessità militare delle munizioni a grappolo ci sembra inaccettabile. Una semplice domanda dovrebbe trovare una risposta: come mai fin dalla prima utilizzazione delle munizioni a grappolo non si è stati in grado di rispettare le regole del diritto umanitario internazionale, soprattutto quella della distinzione fra civili e militari?

Inoltre invocare le esigenze finanziarie per rifiutare o rimandare misure che gli Stati membro della CCW qualificano come urgenti, ci sembra inaccettabile se si guarda seriamente all’entità dei budget militari degli uni e degli altri.

Signor Presidente,

se la guerra ha un prezzo, anche la pace ne ha uno. È in tutti i casi molto più modesto. Preservare la vita, creare le condizioni di un’esistenza degna per intere popolazioni, garantire la sicurezza e la stabilità al livello più basso di armamenti, ecc. sono sfide entusiasmanti. La CCW acquisterà maggior prestigio e credibilità se gli Stati membro sapranno, collettivamente, raccogliere queste sfide.

La ringrazio signor Presidente.