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Vaticano e Shoah: Nota della Segreteria di Stato

5 febbraio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 5 febbraio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la nota della Segreteria di Stato della Santa Sede circa le tesi negazioniste della Shoah pubblicate su L’Osservatore Romano di oggi:

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Nota della Segreteria di Stato

A seguito delle reazioni suscitate dal recente Decreto della Congregazione per i Vescovi, con cui si rimette la scomunica ai quattro presuli della Fraternità San Pio X, e in relazione alle dichiarazioni negazioniste o riduzioniste della Shoah da parte del vescovo Williamson della medesima Fraternità, si ritiene opportuno chiarire alcuni aspetti della vicenda.

1. Remissione della scomunica
Come già pubblicato in precedenza, il Decreto della Congregazione per i Vescovi, datato 21 gennaio 2009, è stato un atto con cui il Santo Padre veniva benignamente incontro a reiterate richieste da parte del Superiore Generale della Fraternità San Pio X.
Sua Santità ha voluto togliere un impedimento che pregiudicava l’apertura di una porta al dialogo. Egli ora si attende che uguale disponibilità venga espressa dai quattro vescovi in totale adesione alla dottrina e alla disciplina della Chiesa.
La gravissima pena della scomunica latae sententiae, in cui detti vescovi erano incorsi il 30 giugno 1988, dichiarata poi formalmente il 1° luglio dello stesso anno, era una conseguenza della loro ordinazione illegittima da parte di monsignor Marcel Lefebvre.
Lo scioglimento dalla scomunica ha liberato i quattro vescovi da una pena canonica gravissima, ma non ha cambiato la situazione giuridica della Fraternità San Pio X, che, al momento attuale, non gode di alcun riconoscimento canonico nella Chiesa cattolica. Anche i quattro vescovi, benché sciolti dalla scomunica, non hanno una funzione canonica nella Chiesa e non esercitano lecitamente un ministero in essa.

2. Tradizione, dottrina e concilio Vaticano II
Per un futuro riconoscimento della Fraternità San Pio X è condizione indispensabile il pieno riconoscimento del concilio Vaticano II e del Magistero dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI.
Come è già stato affermato nel Decreto del 21 gennaio 2009, la Santa Sede non mancherà, nei modi giudicati opportuni, di approfondire con gli interessati le questioni ancora aperte, così da poter giungere ad una piena e soddisfacente soluzione dei problemi che hanno dato origine a questa dolorosa frattura.

3. Dichiarazioni sulla Shoah
Le posizioni di monsignor Williamson sulla Shoah sono assolutamente inaccettabili e fermamente rifiutate dal Santo Padre, come Egli stesso ha rimarcato il 28 gennaio scorso quando, riferendosi a quell’efferato genocidio, ha ribadito la Sua piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, e ha affermato che la memoria di quel terribile genocidio deve indurre “l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo”, aggiungendo che la Shoah resta “per tutti monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti”.
Il vescovo Williamson, per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah, non conosciute dal Santo Padre nel momento della remissione della scomunica.
Il Santo Padre chiede l’accompagnamento della preghiera di tutti i fedeli, affinché il Signore illumini il cammino della Chiesa. Cresca l’impegno dei Pastori e di tutti i fedeli a sostegno della delicata e gravosa missione del Successore dell’Apostolo Pietro quale “custode dell’unità” nella Chiesa.
Dal Vaticano, 4 febbraio 2009

(©L’Osservatore Romano – 5 febbraio 2009)

Obama: Testo e video integrale in italiano del discorso inaugurale

22 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 21 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la seguente traduzione in italiano apparsa sul quotidiano “Corriere della Sera” del 21 gennaio 2009  :

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Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all’incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione.

Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l’America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l’alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani.

Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell’avidità e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un’ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l’energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta.

Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l’inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell’America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l’unità degli scopi sul conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.

Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.

Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.

Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.

Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.

Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo.

Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.

Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo.

Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.

Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.

Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori – e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.

Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù – e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.

Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.

Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.

Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento – un momento che segnerà una generazione – è precisamente questo spirito che deve animarci tutti.

Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.

Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo – il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo – queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità – un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.

E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro… Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere… Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo”.

America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.

© Corriere della Sera – 21 gennaio 2009

© RaiNews24 – 20 gennaio 2009

Vaticano, grandi speranze su Barack Obama

20 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 21 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima l’articolo che apparirà in giornata sulle pagine dell’Osservatore Romano :

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Oltre un milione di persone a Washington per la cerimonia

Obama giura come presidente
Che Dio lo aiuti

E Benedetto XVI prega affinché promuova la pace tra le nazioni

Barack Obama con la figlia Malia

Barack Obama con la figlia Malia

Washington, 20. Barack Obama giura oggi come presidente degli Stati Uniti, primo afroamericano a ricoprire la massima carica del Paese. La formula del giuramento – trentanove parole pronunciate dal presidente della Corte suprema, John Roberts, e ripetute da Obama – si conclude con l’invocazione dell’aiuto divino:  “So help me God”. E in effetti grandi sfide – politiche, sociali, economiche, etiche – attendono il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti.

“Sotto la sua guida – ha scritto Benedetto XVI in un telegramma inviato al nuovo presidente – possa il popolo americano continuare a trovare nella sua imponente eredità religiosa e politica i valori spirituali e i principi etici necessari a cooperare nella costruzione di una società veramente giusta e libera, contraddistinta dal rispetto per la dignità, l’eguaglianza e i diritti di ognuno dei suoi membri, specialmente i poveri, gli emarginati e coloro che non hanno voce”. Mentre molti nostri fratelli e sorelle nel mondo aspirano alla liberazione dalle piaghe della povertà, della fame e della violenza – continua il Papa – “prego che lei sia confermato nella sua determinazione a promuovere comprensione, cooperazione e pace tra le Nazioni”.

Obama si trova oggi ad affrontare una crisi economica che ha condotto il Paese sull’orlo della recessione; si trova a dover gestire il progressivo disimpegno delle truppe dall’Iraq e i prossimi capitoli dell’infinita lotta al terrorismo internazionale. Si trova soprattutto a garantire nuova linfa a quel sogno americano che, dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001 e dopo il grave dissesto finanziario di questi mesi, sembrava affievolito. E forse quella di ridare morale al Paese nella morsa della crisi economica e alle prese con la guerra è la sfida più impegnativa per Obama.

Ieri, negli Stati Uniti, era festa nazionale:  si è celebrato il Martin Luther King Day. E Barack Obama, alla vigilia del giuramento, ha reso omaggio all’uomo che ha segnato una svolta nella storia dell’America. A prestare giuramento sulla Bibbia di Lincoln, ha detto, vi sarà “tutto il popolo americano, unito nel nome di Martin Luther King”. “Oggi – ha affermato Obama visitando, a Washington, un ricovero per adolescenti senzatetto – celebriamo la vita di un predicatore che, più di quarantacinque anni fa, si presentò sul nostro Lincoln Memorial e, all’ombra di Lincoln, condivise il suo sogno con l’intera nazione”. La sua visione – ha sottolineato – “era che tutti gli uomini possono condividere la libertà di fare nella vita ciò che desiderano, e che i nostri figli possono raggiungere traguardi più alti dei nostri”.

Obama ha poi ricordato che la vita di Martin Luther King fu al servizio degli altri. Dunque, ha dichiarato, “se vogliamo onorare il suo insegnamento, per noi questo non deve essere solo un giorno di pausa e di riflessione, ma anche di azione”.
Un’azione che deve – come più volte ripetuto dal nuovo presidente nel corso della sua campagna elettorale – mirare a coinvolgere tutta la nazione. “Domani – ha ricordato Obama – noi tutti saremo insieme come un solo popolo. E ci ritroveremo nello stesso spazio in cui ancora riecheggia il sogno di Luther King. Nel farlo, riconosciamo che qui in America i nostri destini sono inestricabilmente legati l’uno all’altro”. Noi sappiamo – ha concluso – “che se vogliamo avanzare nel nostro cammino, dobbiamo marciare insieme. E così come progrediamo nell’impegno di rinnovare la promessa di questa nazione, nello stesso tempo ricordiamoci della lezione di King, che i nostri sogni individuali sono davvero uno”.

Nel discorso dell’inaugurazione (si prevede che durerà circa venti minuti) Obama e il suo “speechwriter”, il ventisettenne Jon Favreau, cercheranno di tenere testa alle aspettative createsi attorno al quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. In passato frasi lapidarie dei presidenti all’atto dell’insediamento sono rimaste nella memoria collettiva. “Oggi siamo tutti repubblicani, siamo tutti federalisti” dichiarò Thomas Jefferson; Franklin Delano Roosevelt disse:  “L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”. Così John F. Kennedy:  “Non chiedetevi che cosa il Paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il Paese”. Del discorso di Ronald Reagan generalmente si ricorda il passo:  “E’ l’ora di renderci conto che siamo una nazione troppo grande per limitarci a sogni piccoli”. Da un presidente che, per sua stessa ammissione, nutre una profonda fiducia nel linguaggio, e che ha costruito la sua carriera politica su un discorso, quello fatto alla convention dei democratici del 2004, l’America si attende parole che resteranno nella memoria. Di certo è che – oltre a indicare alti traguardi al Paese – il nuovo capo dello Stato dovrà per forza di cose frenare le aspettative eccessive, nel segno di un concreto realismo (come del resto Barack Obama ha fatto nei discorsi di questi ultimi giorni). Saranno eccezionali le misure di sicurezza per l’avvenimento al quale parteciperà oltre un milione di persone.

©L’Osservatore Romano – 21 gennaio 2009

Barack Obama giura sulla bibbia di Abramo Lincoln

20 gennaio 2009

Sulla Bibbia di Lincoln

 
da Washington Giulia Galeotti

A mezzogiorno Barack Obama ha giurato sulla bibbia di Abraham Lincoln, un tomo rilegato in velluto pubblicato nel 1853 dalla Oxford University Press e acquistato per il giuramento del 4 marzo 1861 da William Thomas Carroll, un impiegato della Corte suprema. Non che Lincoln non avesse la propria bibbia, ma essa stava ancora viaggiando da Springfield con gli effetti personali.

Il giuramento avvenne nelle mani del presidente della Corte suprema, l’ottantaquattrenne Roger Brooke Taney, proprio l’autore della sentenza Dred Scott vs. Sandford che quattro anni prima aveva dichiarato l’incompetenza del Congresso a decidere sull’abolizione della schiavitù. La bibbia di Lincoln, oggi proprietà della Biblioteca del Congresso, farà parte della mostra itinerante “With Malice Toward None: The Abraham Lincoln Bicentennial Exhibition” che si aprirà il 12 febbraio a Washington, uno dei tanti eventi in occasione dei festeggiamenti per il duecentesimo dalla nascita del Grande Emancipatore.

Molti presidenti – tra i quali George W. Bush – hanno invece giurato sulla Washington Bible, un volume di quasi cinque chili che appartiene alla Freemasons’ Society di New York. Solo John Quincy Adams nel 1825 preferì – per segnare il confine tra Stato e Chiesa – giurare su una raccolta di leggi americane. Truman, all’opposto, nel 1949 giurò su due bibbie: una dono di un amico, l’altra già utilizzata nel 1945. Ai presidenti viene lasciata anche un’altra scelta. Possono infatti decidere se giurare il loro impegno o se, invece, dichiararlo solennemente, come fece Franklin Pierce nel 1853, per rispettare la proibizione del Vangelo di Matteo.

Obama, al cospetto del giudice John Roberts, presidente della Corte suprema, ha ripetuto le parole del secondo articolo, sezione prima, della Costituzione americana, concludendo con so help me God, secondo una tradizione iniziata forse – ma la questione è dibattuta tra gli storici – nel 1789 da George Washington, che baciò la bibbia al termine del giuramento, avvenuto sul balcone del Federal Hall a New York (è stato infatti Thomas Jefferson il primo presidente a inaugurare il nuovo Campidoglio a Washington il 4 marzo 1801, mentre lo spostamento sul lato ovest dell’edificio – onde permettere la presenza di un pubblico più vasto – è ben recente e risale al gennaio 1981). Di certo, questa invocazione è divenuta prassi dal 1933, con Franklin Delano Roosevelt. A Roosevelt si deve anche lo spostamento del giuramento al 20 gennaio (avvicinando così l’entrata in carica all’elezione), cambiamento che richiese un emendamento costituzionale.

La prassi del giuramento nelle mani del presidente della Corte suprema fu invece introdotto dal secondo presidente americano, John Adams. Il 4 marzo 1797 Adams giurò nelle mani del primo presidente della Corte suprema, John Marshall, che rimase in carica per quarant’anni, ricevendo il giuramento di ben nove presidenti e influenzando profondamente stile e impostazione della Corte suprema stessa. Solo un giuramento è avvenuto nelle mani di una donna, il giudice federale Sarah T. Hughes, e fu quello prestato da Lyndon Baines Johnson, nel 1963 dopo l’assassinio di John Kennedy, a bordo dell’Air Force One. Ma si trattava di un’emergenza.

©L’Osservatore Romano – 21 gennaio 2009

Il Vaticano: “Accuse infamanti su Marcinkus”

24 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 24 giugno 2008 (Vatican Diplomacy). Rilanciamo la dichiarazione di Padre Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede in merito le recenti notizie sulle dichiarazioni alla magistratura circa un ipotetico coinvolgimento di mons. Marcinkus nel rapimento di Manuela Orlandi:

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Paul Marcinkus
Mons. Paul Casimir Marcinkus

DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, REV.DO PADRE FEDERICO LOMBARDI, S.J., 24.06.2008

La tragica vicenda della scomparsa della giovane Emanuela Orlandi è tornata di attualità nel mondo della informazione italiana.

Colpisce il modo in cui ciò avviene, con l’amplissima divulgazione giornalistica di informazioni riservate, non sottoposte a verifica alcuna, provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio.

Si ravviva così il profondissimo dolore della famiglia Orlandi, senza dimostrare rispetto e umanità nei confronti di persone che già tanto hanno sofferto.

Si divulgano accuse infamanti senza fondamento nei confronti di S.E. Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi.

Non si vuole in alcun modo interferire con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica rigorosa di fatti e responsabilità. Ma allo stesso tempo non si può non esprimere un vivo rammarico e biasimo per modi di informazione più debitori al sensazionalismo che alle esigenze della serietà e dell’etica professionale.

Dal Bollettino della Santa Sede