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Ebreo e cardinale, il caso di Jean-Marie Lustiger

23 gennaio 2010

CITTA’ DEL VATICANO – Sabato, 23 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo due pezzi sul cardinale Lustiger (ebreo convertitosi al cattolicesimo) apparsi dall’Osservatore Romano di oggi:

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Ebreo e cardinale

Jean-Marie Lustiger e il «caso serio» della Francia

Pubblichiamo la parte finale del discorso pronunciato il 21 gennaio dal filosofo francese durante la cerimonia d’ingresso all’Académie française, dedicato alla figura di chi lo aveva preceduto all’Accademia ed era stato arcivescovo di Parigi dal 1981 al 2005.

di Jean-Luc Marion

Jean-Marie Lustiger dava l’impressione, non ingannevole, di abitare costantemente l’ordine della carità. Non voglio dire che era naturalmente caritatevole, né di una dolcezza imperturbabilmente evangelica:  al contrario, le sue collere leggendarie e i suoi giudizi a volte duri cadevano così pesantemente sui loro destinatari solo perché cadevano dall’alto. Vedeva il mondo e le menti nella luce della carità, come si vedono le cose la notte nella luce verde del binocolo elettronico. All’opposto del materialismo, spiegava sempre ciò che è inferiore attraverso ciò che è superiore. Davanti a una situazione politica, si domandava quali forze di odio, di male, di bontà e di fedeltà a Dio erano in campo. Durante un dibattito all’apparenza teorico, ma di fatto spesso colorato d’ideologia, si sforzava d’identificare la situazione spirituale dei protagonisti, di comprendere quello che ognuno amava od odiava. Poiché nella luce del terzo ordine, la verità brilla solo se viene amata, altrimenti accusa, quantomeno nel senso in cui la luce accusa i contorni di ciò che inonda. Veritas lucens, dunque anche e spesso una veritas redarguens:  Jean-Marie Lustiger mi è sempre apparso come una di quelle persone, rare ma decisive, che praticano questa dottrina di sant’Agostino sulla verità.

Da qui la sua lucidità politica, nel senso più nobile:  “l’atteggiamento più altamente rigoroso dal punto di vista morale e spirituale è l’atteggiamento più responsabile politicamente” (Dieu merci, le droits de l’homme, p.195). O ancora:  “Non è soltanto immorale e anticristiano, ma anche anti-politico espellere la morale dalla politica” (ivi, p. 214). Ciò gli ha permesso, fra le altre cose, di non vedere mai una rivoluzione nel 1968 (Le Choix de Dieu, p. 255), di avere predetto nel 1987 il crollo dell’impero comunista in quanto “molto chiaro” (Le Choix de Dieu, p. 294) di analizzare come nessun altro, se non Karol Wojtyla e i protagonisti di Solidarnosc, la rivoluzione in Polonia e in Europa centrale. E di annunciare, nel 1987, anche l’elezione di Barack Obama:  “Immaginate domani un presidente degli Stati Uniti nero:  sarà possibile fra vent’anni” (Le Choix de Dieu, p. 457). Esercitò la stessa lucidità verso il secondo ordine:  “Il reale resiste a ciò che l’uomo ha pensato essere la razionalità. E questo reale è una realtà spirituale” (Dieu merci, les droits de l’homme, p. 318).

È stato così spesso criticato per la sua critica dell’Illuminismo che mi sento tenuto a difenderla e spiegarla. In una parola, quello che è stato denigrato come una banale critica ai Lumi è in realtà un modo molto consapevole di affrontare quello che in questi tempi di angoscia dobbiamo chiamare nichilismo.

È in effetti nella prova universale del nichilismo che ha saputo inscrivere ciò che ha deciso di chiamare la crisi della fede, in particolare la crisi della Chiesa cattolica, prima di tutto in Francia. Jean-Marie Lustiger ha saputo esprimere meglio che in qualsiasi altro contesto il suo “paradosso diagnostico” nel dialogo affascinante che condusse nel 1989 nelle pagine di “Le Débat” con il vostro compianto fratello, François Furet (che divenne il mio amico di Chicago):  “Partirò da una constatazione:  a differenza di altre nazioni europee, la Francia non ha trovato nel cattolicesimo la matrice della sua identità nazionale. In molti Paesi, la Chiesa ha preceduto lo Stato e ha dato una certa consistenza alla nazione attraverso la lingua e la cultura… In Francia, invece, l’idea di nazione non coincide con l’idea cattolica in quanto tale, né d’altronde con un dato linguistico” (Dieu merci, les droits de l’homme, Paris, 1990, pp. 118-119). Contrariamente alla leggenda dorata della “figlia primogenita della Chiesa”, la Francia non ha mai smesso di scristianizzarsi (le guerre di religione, la Rivoluzione, la separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’esodo rurale, e così via) e dunque anche di ri-evangelizzarsi attraverso altrettanti movimenti di conversione (il XVII secolo dei mistici, le missioni del XIX secolo, l’Azione Cattolica e il rinnovamento culturale del XX secolo, e così via). Poiché la “Francia è il solo Paese dell’Europa occidentale, o meglio dell’Europa cristiana, in cui non c’è stata identificazione completa fra il cristianesimo, la cultura e la nazione” (Osez croire, pp. 167 e 243). Che i cattolici si ritrovino oggi in posizione minoritaria non appare come un disastro, né come una novità, poiché non hanno vocazione alla maggioranza, e ancora meno a un’egemonia politica sulla nazione, dalla parte dello Stato o contro di lui. La loro scelta battesimale li destina solo a rendere testimonianza della salvezza che Dio introduce nell’umanità attraverso la presenza di Cristo in essa. Inoltre, perché la Chiesa dovrebbe non intraprendere il cammino che Cristo stesso ha aperto, che la rivelazione di Dio implica sia il suo rifiuto sia la sua accettazione da parte degli uomini? Se il servo non è più grande del padrone, perché la comunità dei credenti dovrebbe sottrarsi alla prova dell’abbandono e della morte, se vuole accedere alla Resurrezione? Al contrario, una Chiesa che trionfa fra gli uomini non dovrebbe preoccuparsi di aver già tutto compromesso con la sua scelta di fare compromessi con il mondo?

In effetti, in questi tempi di disperazione, di nichilismo, bisogna sforzarsi di “non” ricorrere alla volere di potere, in quanto è paradossalmente la loro affermazione a svalutare i valori più alti:  perché, a forza di lasciarsi valutare, i valori tradiscono la loro dipendenza da questa valutazione.
Non supereremo il nichilismo affermando ancora più fortemente nuovi valori, ma smettendo di valutare, ossia di affidarci alla salita al potere della volontà di volere. Ma come potremmo liberarci della volontà di potere? Qui si enuncia la risposta cristiana:  non facendo la nostra volontà, ma la volontà di un altro, non volendo più per affermare la nostra volontà, ma per ricevere una volontà santa, e dunque, proprio per questo, radicalmente altra.

“Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Luca, 22, 42). Nella crisi della Chiesa, Jean-Marie Lustiger vedeva il centro della crisi universale della razionalità, una crisi talmente profonda che il nichilismo rendeva ineluttabile. Vi rispondeva con una sola rivendicazione, per i cristiani naturalmente, ma anche  per tutti gli uomini, “il diritto di ricercare la verità e di obbedirle” (Devenez dignes de la condition humaine, p. 66).

Forse il suo destino fu di vivere e di morire come Péguy. Scoprendo un racconto del maresciallo Juin, non ho potuto evitare di associarli. Nel 1953, nel suo elogio di Jean Tharaud, l’amico e collaboratore di Péguy, ricordava la morte del poeta cristiano e socialista, avvenuta il 5 settembre 1914 fra Peuchard e Montyon, “a qualche passo da me”. E raccontava “il miracolo di un nemico, che credevamo vittorioso, che si ferma nel punto preciso in cui egli (Péguy) era caduto, per poi retrocedere nella notte”. L’avanzata tedesca si sarebbe così letteralmente bloccata sulla morte di Péguy, persino a causa di essa. E se, oserei dire, Jean-Marie Lustiger, morto e vivo, segnasse per noi il punto di avanzata ultima del nichilismo, dunque il segno della sua ritirata? Cosa suggeriva d’altro nel ripetere che “siamo all’inizio dell’era cristiana” (Dieu merci, les droits de l’homme, p. 451)? Corriamo qui nuovamente il ragionevole rischio di credergli.

Noi abbiamo seguito la storia di Jean-Marie Lustiger sulla scia della scelta, ossia della risposta alla parola, essa stessa intesa come una chiamata. Ma, nel suo caso più che in qualsiasi altro, questa parola diceva la parola per eccellenza, poiché si diceva come il Verbo – e questo “Verbo era Dio”. E dunque la scelta si deve qui intendere come la Promessa, fatta dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, di scegliere un popolo e, attraverso di esso, adottare l’umanità lasciata a se stessa e smarrita. Nessun caso quindi qui, in risposta al colloquio intitolato Le Choix de Dieu (1987), La Promesse designa un libro pubblicato il più tardi possibile (nel 2002), ma divenuto inevitabile dal 1982 e l’intervista concessa al quotidiano israeliano “Yedot Haharonot”, con il titolo di Puisque’il faut… (ripreso in Osez croire, 1985). Era necessario, in effetti, cardinale Lustiger! Se lei constatava che la sua “nomina era una provocazione; che metteva il dito nella piaga; che obbligava la gente a riflettere e a sapere la verità” (Le Choix de Dieu, p. 401), era perché essa mostrava pubblicamente quello che lei aveva scoperto dal 1936, quando Aron non si chiamava ancora Jean-Marie:  “Divenendo cristiano, non ho voluto smettere di essere l’ebreo che ero allora. Non ho voluto sfuggire alla condizione di ebreo”, perché al contrario “l’ebraismo non aveva per me allora altro contenuto di quello che ho scoperto nel cristianesimo” (Osez croire, pp. 56 e 60). Una simile evidenza non solo di una continuità, ma persino di un’identità, anche altri, come Bergson, l’hanno vista; ma essa può, in seno a una lunga storia di conflitti fra le due religioni, sorprendere, anzi scioccare. E, da una parte e dall’altra, non è mancato lo stupore, persino l’indignazione. Testimoniano quanto meno la serietà di un dibattito essenziale fra i due interlocutori, poiché di fatto questi imparano a confrontarsi, ognuno per sé e l’uno in rapporto con l’altro, con la scelta e la promessa che li definiscono e che essi rischiano sempre, sebbene in modi diversi, di disconoscere, e dunque di alterare. Cerchiamo dunque di comprendere quello che Aron Jean-Marie Lustiger voleva far intendere.

Innanzitutto voleva dire che (cosa che non può che provocare i cristiani) per un ebreo senza un’educazione religiosa precisa, in altre parole senza una pratica talmudica né una cultura rabbinica, la lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento in continuità fa apparire la Bibbia come un solo blocco. Chiunque conosce la Legge e i profeti, la storia della scelta di Israele e le vicissitudini dell’Alleanza, l’attesa del Messia nella figura del Servo sofferente, può ammettere che il cristianesimo “mi era come già noto. Ero persino sorpreso dal fatto che gli altri non comprendevano quello che io comprendevo” (Le Choix de Dieu, p. 71). In altre parole, è più utile essere ebreo che non ebreo per comprendere Cristo:  “Quando, per la prima volta, mi son trovato veramente dinanzi a dei cristiani, conoscevo meglio di loro quello in cui credevano” (Osez croire, p. 59). Entrare nel secondo testamento  non  implicava alcuna rottura con il primo né con l’identità ebraica, poiché si trattava della stessa promessa.

“Per me, non si è mai trattato di rinnegare la mia identità ebraica. Al contrario, percepivo Cristo Messia d’Israele e vedevo cristiani che non nutrivano stima per l’ebraismo” (Le Choix de Dieu, p. 51). Questa continuità si può ammettere solo se i cristiani rinunciano, anch’essi e per primi, alla rottura, in altre parole se rinunciano a una perversa teologia del verus Israël, all’eresia di Marcione, sempre viva, che mormora all’orecchio che la Chiesa sostituisce Israele e lo annulla. No! Essa vi s’innesta come l’oleastro s’innesta sull’olivo buono secondo un’orticultura ribaltata che l’Apostolo dice “contronatura” (Romani, 11, 24) intendendo per pura grazia. Un cristiano non può accedere al rango di discepolo di Cristo, ebreo, se non con l’inquieta consapevolezza che la “Chiesa non è un altro Israele, essa è il compimento stesso in Israele del disegno di Dio” (La Promesse, pp. 15, 99, 127). “Nel suo Messia, Dio ha compiuto le promesse fatte a Israele” (La Choix de Dieu, p. 76). “Il Cristo, che Dio ha fatto Signore di tutti e Primogenito dei morti, non si sostituisce a Israele; ne è la suprema figura e il frutto perfetto. Non è la negazione d’Israele, è la sua redenzione” (La Choix de Dieu, pp. 359 e 446). La redenzione d’Israele si è compiuta nella redenzione di tutti gli uomini che Cristo integra in se stesso. Poiché tutti i popoli saliranno a Gerusalemme, purché sia la Gerusalemme che discende dal cielo.

Ne consegue che la Chiesa nasce ebrea e che il primo dibattito ha luogo fra gli ebrei che riconoscevano Gesù di Nazaret come Cristo, il Messia, che ha sofferto ed è stato risuscitato da Dio, e gli ebrei che non lo riconoscevano come tale. La prima divisione, dopo la distruzione del secondo Tempio, separò quelli che riconoscevano il corpo di Cristo come l’unico sacrificio che si potesse rendere a Dio e quelli che ormai senza tempio e senza sacrificio, instauravano il culto sinagogale e la lettura talmudica. Cristo ha provocato innanzitutto l’elezione degli ebrei e la Chiesa si definisce innanzitutto fra gli ebrei, che tutti restano però legati all’unica elezione, destinati all’unica promessa. Poiché mai un ebreo può smettere di restare tale nella sua carne, e questo è uno dei suoi privilegi rispetto al cristiano. In poche parole, come si vanta Paolo di Tarso:  “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Romani, 11, 29). Se condivisione ci doveva essere, non ci fu tra gli ebrei e i cristiani, ma essenzialmente e prima di tutto fra gli ebrei restati fedeli alla loro elezione e che, per questo, hanno creduto di dover rifiutare a Gesù la dignità di Cristo e gli ebrei che, per restare fedeli all’unica elezione, si sono decisi a riconoscere Gesù come il Messia.

Così si percepiscono la grandezza e la debolezza della Chiesa dei cristiani che la visione di Aron Jean-Marie Lustiger provoca qui fino in fondo. Una volta associati di diritto i pagani alla salvezza venuta attraverso gli ebrei, certamente, la “Chiesa è allo stesso tempo quella degli ebrei e quella dei pagani” (La Promesse, p. 17). Di conseguenza, però, occorre, perché questi pagani diventino anch’essi autentici cristiani, che smettano di comportarsi come pagani e dunque accettino il loro innesto sull’olivo buono, sulla radice ebraica. Rimettere in discussione questo innesto, dunque qualsiasi forma di antisemitismo, equivale a rinnegare Cristo in loro. “Si può dire che l’atteggiamento concreto dei pagano-cristiani nei confronti del popolo d’Israele è il sintomo della loro infedeltà reale a Cristo o della loro menzogna nella loro pseudo-fedeltà a Cristo. È la confessione involontaria del loro paganesimo e del loro peccato” (La Promesse, pp. 74, 80, 162). Oppure:  “Al centro della storia, il rapporto con l’ebraismo è un test della fedeltà cristiana” (Le Choix de Dieu,  p. 82).  E  ancora:  “Quello che le nazioni fanno degli ebrei verifica quello  che  esse  fanno  di  Cristo” (ivi, p. 84).

Come non pensare qui alle riflessioni critiche di Lévinas a proposito di Montherlant, che vedeva “alleato di un cristianesimo che è soprattutto il cristianesimo dei pagani e non il cristianesimo degli ebrei” (Carnets de captivité, p. 183)? Come non pensare alle tentazioni e ai tentativi di fabbricare un cristianesimo esplicitamente degiudaizzato, un Gesù “dolce galileo”, persino provenzale o francamente ariano? Se dunque l’antisemitismo diviene “veramente il test assoluto” (ivi, p. 156) dell’apostasia cristiana, allora un cristiano antisemita semplicemente non è più cristiano:  “Ai miei occhi, gli antisemiti non erano fedeli al cristianesimo” (Le Choix de Dieu, p. 51). Non si deve dunque confondere l’antiebraismo, disputa fra eredi per sapere chi resta più fedele e merita meglio l’elezione – disputa falsata d’altronde da entrambi i lati, in quanto ogni eletto non può giudicare la propria risposta a un’elezione che gli viene da un altro – confondere, dicevamo, l’antiebraismo con l’antisemitismo, che vuole niente di meno che rifiutare categoricamente quella stessa eredità, e che per riuscire a farlo nega agli ebrei la loro elezione, al punto di annientarli perché incarnano irrimediabilmente la promessa di Dio. La Shoah non costituì solo la più grande violazione dei diritti dell’uomo, essa rappresentò anche la più grande blasfemia contro la legge di Dio, poiché si abbatté sul popolo da Lui scelto, sugli ebrei e, permettetemi di aggiungere, in definitiva anche sui cristiani, sul popolo immenso della promessa universale. L’ateismo moderno, per lo meno nelle sue figure totalitarie compiute, si è voluto non solo anticristiano, ma alla fine anche antisemita, perché “non (poteva) sopportare la presenza “particolare” dell’Assoluto nella storia” (Le Choix de Dieu, p. 84). Non pretese solo di annullare Dio, ma anche di cancellare qualsiasi traccia dell’elezione attraverso la quale Dio si rivela nel mondo.

“Dio è morto”. Certo, ma quale Dio? Nietzsche ha constatato il primo fatto, ma poneva anche la seconda domanda. Per un ebreo “e dunque” un cristiano, la risposta viene da sé:  “Il dio rifiutato non è che il dio dei pagani mascherato da Dio dei cristiani” (La Promesse, p. 101), “l’idolo dei pagano-cristiani” (ivi, p. 134), la folla degli “dei degradati, idoli degradanti” (Devenez dignes de la condition humaine, p. 23). Così meditata da Aron Jean-Marie Lustiger, ebreo e cardinale della Chiesa cattolica, l’elezione non è più un incidente della storia, ma ne fissa il senso e ne schiude le ultime dimensioni. Certo, si può temere, come il suo predecessore su questo stesso seggio, Pierre Emmanuel, che l’elezione resti spesso incerta:  “Il cielo/ È sempre così lontano dalle sue due braccia che tendono/ tutto il peso del dolore dell’uomo verso l’alto/ In una invettiva o in una invocazione, chi può dirlo?”.

Ma, nel profondo di ognuno di noi, sappiamo bene che, persino per noi nelle nostre povere blasfemie, risuona sempre una chiamata, eco persistente dell’elezione  di Aron Jean-Marie Lustiger.

Mentre vorrei cercare di esprimervi, signore e signori dell’Accademia, la mia gratitudine per l’onore che mi avete fatto ricevendomi fra di voi, un timore più grande mi fa tacere:  voi mi avete eletto al seggio che occupava e che occuperà sempre questa figura troppo alta. E, nella sua luce, tutto ci appare più grande e dunque più difficile. Ma anche di questa difficoltà vi sono grato. Che esista dunque, utinam.

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Come Aron diventò Arno

Aron Lustiger nasce a Parigi il 17 settembre 1926 da una famiglia di ebrei polacchi che si era stabilita in Francia prima della prima guerra mondiale. Suo padre lo fa studiare in Germania durante le estati del 1937 e del 1938 per fargli imparare il tedesco, con l’unica precauzione di trasformare il suo nome ebraico Aron in Arno.

Quando i nazisti occupano la Francia, viene nascosto da una famiglia cristiana a Orléans; sua madre e sua sorella vengono catturate e deportate nel campo di sterminio di Auschwitz, dove moriranno nel 1943.
Aron si converte al cattolicesimo e dopo il battesimo prende il nome di Jean-Marie. Viene ordinato prete il 17 aprile del 1954; suo padre Charles, sopravvissuto alla persecuzione nazista, per anni non accettò la scelta del figlio.

Nel novembre del 1979, Lustiger è vescovo di Orléans, mentre tre anni dopo viene promosso alla sede metropolitana di Parigi.

Nel 1988 riceve il Premio Nostra Aetate per l’avanzamento delle relazioni ebraico cattoliche del Center for Christian-Jewish Understanding, un’istituzione americana interreligiosa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Fairfield, Connecticut. Dal 1995 è membro dell’Académie française. Malato di cancro ai polmoni, durante la sua ultima apparizione pubblica, nel maggio del 2007, saluta i suoi colleghi dell’Accademia:  “Probabilmente non mi rivedrete più”.

Muore in una clinica alla periferia di Parigi il 5 agosto 2007; la sua morte, in quanto “grande di Francia”, viene pubblicamente annunciata dal presidente Nicolas Sarkozy. Tra le sue opere più significative Sermons d’un curé de Paris (1978), Osez croire (1985), Le Choix de Dieu (1987), Devenez dignes de la condition humaine (1995), La Promesse (2002).

©L’Osservatore Romano – 23 gennaio 2010

Vaticano, è deceduto oggi il cardinale Gantin primo africano in curia

13 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 13 maggio (Apcom) È morto oggi, all’età di 86 anni, a Parigi, il cardinale Bernardin Gantin, originario del Benin, per 30 anni a servizio del Vaticano e primo cardinale di origine africana ad essere messo a capo di un dicastero vaticano. Lo rende noto l’agenzia I.Media.

Prefetto della Congregazione per i Vescovi dal 1984, il 5 giugno 1993 venne eletto decano del collegio dei cardinali, mentre nel 1998, raggiunto il limite di età di 75 anni, si dimise dalla carica di prefetto. Il 30 novembre 2002, perdendo la qualifica di cardinale elettore per il superamento dell’età di 80 anni, preferì dimettersi dalla carica di decano e tornare in Benin.

È stato, con Joseph Ratzinger, l’altro cardinale creato da Paolo VI nel giugno 1977. Con la sua morte il collegio cardinalizio conta 194 membri di cui 118 cardinali elettori. Nel 1956, a 34 anni, è diventato uno dei vescovi più giovani del mondo.

Nominato da Pio XII vescovo ausiliare di Cotonou, ne è divenuto arcivescovo quattro anni dopo, sotto il pontificato di Giovanni XXIII e nel 1960 è stato il primo arcivescovo metropolita nero. Nel 1971 è stato chiamato da Paolo VI a svolgere il suo servizio presso la Curia romana come segretario assistente della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Nel 1976 il Papa lo ha nominato presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace e sei mesi dopo lo ha creato cardinale. Nel breve pontificato di Giovanni Paolo I è stato nominato presidente del Pontificio consiglio Cor Unum, unica nomina di Albino Luciani, e si ricorda anche l’udienza di Giovanni Paolo I al cardinale, nell’ultimo giorno del suo pontificato, durata circa 45 minuti, di cui il cardinale conservava le foto parlandone come del ‘ricordo più prezioso’. Il cardinale Gantin era molto vicino a Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto durante il Concilio.

Alla Congregazione per i vescovi firmò insieme all’allora cardinale Ratzinger, nel 1988, il decreto che stabiliva lo scisma di monsignor Lefebvre, che egli conosceva bene. Il cardinale è stato in primo piano anche nel 1995 quando Giovanni Paolo II decise la destituzione di monsignor Gaillot da vescovo di Evreux (Francia).

Card. Maradiaga: “Io papabile? Solo una cattiva speculazione”

8 maggio 2008

Il cardinale Maradiaga

di Andrea Tornielli

In Francia ha appena pubblicato un libro-intervista, «De la difficulté d’évoquer Dieu dans un monde qui pense ne pas en avoir besoin», considerato dai più autorevoli quotidiani d’Oltralpe come un’autocandidatura al papato e associato ad allarmanti quanto infondate voci sulla salute di Benedetto XVI. Oscar Rodriguez Maradiaga, 65 anni, arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, presidente di Caritas internazionale, è un salesiano abituato a parlare con franchezza. In questa intervista al Giornale lamenta la poca presenza della Chiesa latinoamericana a Roma, chiede maggiore collegialità nella nomina dei vescovi, ma smentisce di considerarsi «papabile» spiegando che le sue parole – rilanciate oggi in chiave anti-Ratzinger – erano in realtà datate 2004, cioè alla fine del pontificato wojtyliano.

Il libro è stato letto come un’autocandidatura. Si sente «papabile»?

«È un’interpretazione sbagliata. Il libro contiene interviste concesse in tempi diversi. Ho acconsentito che si pubblicassero pensando di fare del bene a qualche lettore distante dalla Chiesa. In nessun momento mi sono sentito papabile. Ho molto da fare nel mio amato Honduras, non ho mai pensato a un’autocandidatura. Chi lo crede fa cattivi pensieri».

Lei sostiene che sarebbe il momento di un Papa dell’America Latina o del Terzo Mondo. Conferma?

«Le mie erano affermazioni del 2004. Certamente arriverà il giorno di un Papa venuto dal Sud, così come ce n’è stato uno venuto dall’Est. I Paesi sviluppati non sanno veramente che cosa sia la povertà. Non si tratta di cifre e di numeri, ma di persone che soffrono».

Lei afferma che l’America Latina è poco rappresentata nella Curia romana e critica il fatto che tutta l’attenzione della Chiesa sia oggi puntata sul rapporto con l’islam. Perché?

«Non si tratta di un pensiero solo mio. È condiviso da moltissimi pastori che vivono nel nostro Continente. C’è l’Annuario Pontificio per constatare quale sia la presenza dell’America Latina a Roma.
Per quanto riguarda l’islam, in America Latina non è quasi presente…».

La Chiesa cattolica, a suo avviso, è troppo «europea»?

«Questa affermazione non corrisponde al mio modo di pensare. La Chiesa è cattolica proprio perché è universale. Però, in molti aspetti, l’organizzazione centrale della Chiesa pensa e guarda al mondo soltanto con occhi europei».

Nel libro lei parla di «nuove regole per governare e per eleggere i vescovi». Quali nuove regole vorrebbe?

«Il giornalista che mi ha intervistato in qualche caso non ha compreso bene il mio pensiero. Non ho parlato di nuove regole, ma piuttosto di una maggiore partecipazione delle conferenze episcopali nelle nomine dei vescovi. A volte i membri della Congregazione vaticana dei vescovi non conoscono la realtà dei diversi continenti. È un discorso lungo, che non si può riassumere in un’intervista, però in diverse parti del mondo ho avvertito che c’è il desiderio di una maggiore partecipazione».

Certe parole del libro, a soli tre anni dall’elezione di Benedetto XVI, sono sembrate riaprire la discussione sul futuro conclave. Non lo crede prematuro?

«Le ripeto che sono frasi che ho detto nel 2004. Credo che sia facile manipolare le parole quando l’intervistato sta oltreoceano e non può chiarire. Perciò le sono grato di questa opportunità. Io sono molto felice per il magistero e la guida di Benedetto XVI, non penso affatto a un futuro conclave. Nella nostra America Latina abbiamo tanto lavoro da compiere per l’evangelizzazione, non c’è tempo per certe speculazioni. Chi specula, non ci conosce. E a volte si tratta di persone che non hanno di meglio da fare».

Come giudica i viaggi del Papa in Brasile nel 2007 e quello recente negli Usa?

«Entrambi hanno avuto un buon esito. In Brasile il Papa è stato un grande animatore della conferenza del Celam di Aparecida, e negli Stati Uniti non sarebbe potuto andare meglio. Noi siamo molto contenti, le sue parole hanno sanato ferite e hanno fortificato la Chiesa. Ora aspettiamo con gioia la Giornata mondiale della Gioventù a Sidney».

© Copyright Il Giornale, 8 maggio 2008 consultabile online anche qui.

Benedetto XVI visitera’ la Francia dal 12 al 15 settembre

29 aprile 2008

L’episcopato invita i pellegrini di tutto il mondo

CITTA’ DEL VATICANO – lunedì, 28 aprile 2008 (ZENIT.org). La visita apostolica di Benedetto XVI in Francia per celebrare i 150 anni delle apparizioni della Madonna a Lourdes avrà luogo dal 12 al 15 settembre, secondo quanto ha annunciato questo lunedì la Conferenza Episcopale Francese.

“I Vescovi di Francia invitano i fedeli a mobilitarsi ampiamente per accogliere il Papa e ringraziare Dio per il messaggio di Lourdes”, afferma un comunicato stampa emesso dall’episcopato.

Da parte loro, i santuari di Nostra Signora di Lourdes hanno invitato “i Vescovi, i sacerdoti e i fedeli di tutto il Paese, in particolare europei, a venire in gran numero per pregare a Lourdes con il Santo Padre”.

In base all’annuncio della Conferenza Episcopale, la prima tappa del viaggio sarà Parigi, dove arriverà venerdì 12.

Dopo aver salutato le autorità francesi (dovrebbe incontrare sia il Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy che altri rappresentanti della Nazione), il Papa pronuncerà una conferenza nel Collegio dei Bernardini, luogo di ricerca e dibattito per la Chiesa e la società, rivolta al mondo della cultura.

In seguito, come ha annunciato l’episcopato, il Papa visiterà la cattedrale di Notre-Dame “per celebrare i Vespri con i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e i seminaristi”.

Rivolgerà poi “un messaggio ai giovani riuniti nell’atrio della cattedrale”.

Sabato 13 settembre il Papa celebrerà la Messa nell’Esplanade des Invalides.

“Durante il suo soggiorno nella capitale, il Papa incontrerà i responsabili di altre confessioni cristiane e i rappresentanti della comunità ebraica e della comunità musulmana”, indica il comunicato.

Nel pomeriggio dello stesso giorno si recherà a Lourdes, dove percorrerà le prime tre tappe del Cammino del Giubileo. La sera, al termine della processione delle fiaccole tipiche del santuario, si rivolgerà ai pellegrini.

Domenica 14 settembre presiederà la Messa solenne a Lourdes per tutti i pellegrini. Nel pomeriggio incontrerà la Conferenza Episcopale di Francia e parteciperà alla processione eucaristica.

La mattina del 15 settembre, il Papa effettuerà la quarta tappa del Cammino del Giubileo e impartirà il sacramento dell’unzione dei malati durante una celebrazione eucaristica. Tornerà a Roma nel pomeriggio del lunedì.

Ulteriori informazioni su http://www.pape-france.org ;
http://www.papeaparis.org e http://www.lourdes2008.org

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Voyage de Benoît XVI en France : appel à la mobilisation

Une visite apostolique d’une portée internationale

CITE’ DU VATICAN – Lundi 28 avril 2008 (ZENIT.org). Le pape Benoît XVI a accepté l’invitation qui lui a été adressée de venir effectuer en France un voyage apostolique à l’occasion du Jubilé du 150e anniversaire des apparitions de Lourdes.

Ce voyage, à Paris, et à Lourdes a une portée internationale, et pas seulement en raison du caractère international du Jubilé. Il aura lieu en effet du vendredi 12 au lundi 15 septembre 2008, au moment où la France présidera l’Union européenne (juillet – décembre 2008).

Les évêques appellent à la mobilisation des catholiques autour de cette visite :

« Les évêques de France expriment au Saint-Père leur reconnaissance. Ils invitent les fidèles à se mobiliser largement pour accueillir le Pape et rendre grâce à Dieu pour le message de Lourdes », déclare un communiqué de la conférence des évêques de France (CEF).

Les sanctuaires Notre-Dame de Lourdes invitent aussi « les évêques, les prêtres et les fidèles de tous les pays, notamment européens, à venir nombreux pour prier à Lourdes avec le Saint Père ».

La première étape du voyage sera à Paris les vendredi 12 et samedi 13 septembre : le pape se rendra au Collège des Bernardins, à Notre Dame, où il rencontrera entre autres les jeunes, et aux Invalides pour une messe ouverte à tous.

La seconde étape sera à Lourdes, du samedi 13 au lundi 15 septembre : le pape, pèlerin, suivra le « chemin du jubilé ».

Ce sera la première visite de Benoît XVI en France depuis son élection au Siège de Pierre le 19 avril 2005. Ce voyage est une « visite apostolique », c’est-à-dire que le pape vient « pour annoncer l’Évangile, confirmer ses frères dans la foi, consolider l’Église, et pour rencontrer l’homme », selon les mots de Jean-Paul II.

Ce sera le 9e voyage apostolique de Benoît XVI hors d’Italie. La dernière visite dans l’hexagone du cardinal Joseph Ratzinger, parfait francophone, et qui connaît bien la France, remonte à juin 2004 : il s’était rendu en Normandie à l’occasion des cérémonies du soixantième anniversaire du Débarquement.

Anita S. Bourdin

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Voyage de Benoît XVI en France : Le pape à Paris

Le pape, la culture et les jeunes

CITE’ DU VATICAN – Lundi 28 avril 2008 (ZENIT.org). Le pape Benoît XVI a accepté l’invitation qui lui a été adressée de venir effectuer en France un voyage apostolique à l’occasion du Jubilé du 150e anniversaire des apparitions de Lourdes. Il sera tout d’abord à Paris, les vendredi 12 et samedi 13 septembre.

Le pape arrivera à Paris le vendredi 12 septembre. Après avoir salué les autorités de l’État, il se rendra au Collège des Bernardins pour y prononcer une conférence à l’adresse du monde de la culture.

Les Bernardins

Sept siècles et demi après sa fondation, le collège des Bernardins sera ouvert au public à partir du 5 septembre 2008. Il a pour vocation d’être « un lieu de recherche et de débat pour l’Eglise et pour la société autour de l’homme et de son avenir ».

La programmation du Collège accorde une place importante à la création contemporaine (arts plastiques, musique, cinéma), aux colloques et débats ouverts aux intervenants de tous horizons, parallèlement à la mission de formation assurée en son sein par l’École Cathédrale.

Le cardinal André Vingt-Trois, archevêque de Paris, a déclaré à ce sujet : « En prenant mes fonctions d’Archevêque de Paris, j’ai reçu le projet du Collège des Bernardins né de l’intuition du Cardinal Lustiger. C’est un projet de grande ampleur, tant pour la communauté de l’Eglise de Paris que pour notre ville entière. Son enjeu est d’importance: il s’agit d’offrir un lieu du dialogue intellectuel et spirituel sans lequel les grands tournants de l’histoire ne peuvent se prendre dans la sérénité. Je le soutiens de toute mon énergie, avec les forces vives de l’Église de Paris et notamment, l’École Cathédrale ».

Rendez-vous avec les jeunes à Notre-Dame

Benoît XVI ira ensuite à la cathédrale Notre-Dame de Paris pour célébrer les vêpres avec les prêtres, diacres, religieux et séminaristes.

Il adressera un message aux jeunes rassemblés sur le parvis de la cathédrale. L’accès au parvis sera réservé, sur invitation, à des jeunes d’Île-de-France de 15 à 35 ans (cf. jeunes@papeaparis.org ). Les invitations seront transmises par les diocèses. Les jeunes sont particulièrement invités à venir à la rencontre de Benoît XVI, spécialement ceux qui auront participé aux JMJ à Sydney au mois de juillet 2008.

Des écrans placés sur l’itinéraire du pape et autour de la cathédrale permettront à tous de participer et de suivre les allocutions.

Le samedi 13, le pape présidera la messe ouverte à tous sur l’esplanade des Invalides, à 10 h. Les chorales déjà constituées souhaitant rejoindre le chœur de 1000 choristes réunis pour cette célébration doivent se manifester à chorale@papeaparis.org.

A l’occasion de son séjour à Paris, le pape souhaite également rencontrer des responsables des autres confessions chrétiennes et des représentants de la communauté juive et de la communauté musulmane.

Le pape quittera Paris pour Lourdes dans l’après-midi.

Anita S. Bourdin

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Voyage de Benoît XVI en France : Le pape pèlerin à Lourdes

Le pape auprès des malades

CITE’ DU VATICAN – Lundi 28 avril 2008 (ZENIT.org) – Le pape Benoît XVI a accepté l’invitation qui lui a été adressée de venir effectuer en France un voyage apostolique à l’occasion du Jubilé du 150e anniversaire des apparitions de Lourdes. Après Paris, sa seconde étape sera donc à Lourdes, où les malades seront à l’honneur, du samedi 13 au lundi 15 septembre.

Le samedi en fin d’après-midi, le pape Benoît XVI effectuera les trois premières étapes du chemin du Jubilé du 150e anniversaire des apparitions de la Vierge Marie à Bernadette Soubirous, en 1858.

Chemin du Jubilé

Rappelons que le « chemin du jubilé » est proposé à tous les pèlerins pour entrer dans l’esprit du Jubilé. Il comporte quatre étapes : l’église paroissiale de Lourdes, le « cachot », la Grotte de Massabielle, et enfin, l’oratoire de l’hôpital de Lourdes.

C’est dans l’église paroissiale que sont conservés les fonts baptismaux sur lesquels Bernadette Soubirous a été baptisée le 9 janvier 1844. Avant d’être une voyante, Bernadette est une chrétienne. Elle a été déclarée ‘sainte’ parce qu’elle a magnifiquement vécu la grâce de son baptême, rappelle la première étape du « chemin du jubilé ».

La deuxième tape, le « cachot », est l’ancienne prison de Lourdes où la famille Soubirous vivait au temps des apparitions. Bernadette y connaît la faim, la fièvre, le froid et le déshonneur d’une famille ruinée. Cependant c’est elle que la Vierge Marie choisit pour la charger d’un message qui, depuis 150 ans, apporte l’espérance à de nombreux pèlerins.

A la grotte de Massabielle, la Vierge Marie apparaît à Bernadette Soubirous à 18 reprises, à partir du 11 février 1858 et jusqu’au 16 juillet, fête de Notre-Dame du Mont Carmel. C’est le lieu du dialogue direct entre la Vierge et Bernadette. Au cœur des Sanctuaires, la Grotte demeure l’espace par excellence du secret, de la prière, de la confidence et de la grâce. Marie a demandé à la jeune fille « voulez-vous me faire la grâce de venir ici pendant quinze jours ? »

Procession mariale

Le samedi 13 septembre au soir, à la fin de la procession mariale « aux flambeaux », le pape adressera la parole aux pèlerins.

On se souvient que la Vierge Marie a demandé une procession lors de la 13e apparition du 2 mars 1858. Marie a en effet chargé Bernadette Soubirous de ce message : « Allez dire aux prêtres qu’on vienne ici en procession […] ». Très tôt, dès juillet 1864, les premières processions sont organisées.

Habituellement, la procession mariale part de la Grotte pour finir sur l’esplanade du Rosaire. La procession du samedi 13 septembre au soir se déroulera intégralement sur l’esplanade.

Le dimanche 14 septembre, Benoît XVI présidera la Messe solennelle pour les pèlerins.

Conférence des évêques de France

L’après-midi, il rencontrera la Conférence des évêques de France. Depuis 1966 en effet, les évêques de France se réunissent en assemblée plénière à Lourdes à l’automne. Depuis 2004, ils se retrouvent aussi au printemps.

Expression du fonctionnement collégial de l’Eglise, la Conférence des évêques de France est l’instance de collaboration entre les évêques au service de l’Eglise catholique en France. Les assemblées plénières rassemblent tous les évêques en exercice, y compris les évêques des départements et territoires d’outre-mer.

Procession eucharistique

Et Benoît XVI conclura ensuite la procession eucharistique. Habituellement, la procession eucharistique part de la prairie pour aboutir à la basilique Saint Pie X. Le dimanche 14 septembre, la procession se déroulera intégralement sur la prairie en raison du grand nombre de participants.

Le lundi matin, 15 septembre, le pape effectuera la quatrième étape du chemin du jubilé, à l’oratoire de Notre-Dame de Lourdes, qui se trouve dans l’ancien hospice et école tenus par les sœurs de la Charité de Nevers et de l’Instruction Chrétienne. C’est là que Bernadette Soubirous a fait sa première communion le 3 juin 1858. C’est également là qu’elle a appris à servir les malades et les plus pauvres.

L’onction des malades

Enfin, Benoît XVI donnera le sacrement de l’onction des malades au cours d’une célébration eucharistique.

Dès les origines, les personnes malades ont toujours été présentes à Lourdes. Beaucoup de guérisons se sont réalisées à partir de la découverte de la source.

Dans les Sanctuaires Notre-Dame de Lourdes, les personnes malades ont toujours fait l’objet d’une attention spéciale. Des personnes se sont mises à leur service : les hospitaliers. Des centres d’hébergement spécifiques ont été édifiés : les « Accueils de malades ». Dans les églises, les premières places leur sont réservées.

L’attention particulière portée à ceux qui souffrent se manifeste aussi dans les sacrements notamment celui de l’onction des malades. Ce sacrement est destiné aux personnes malades qui luttent pour rester fidèles à l’Alliance avec Dieu, dans les souffrances et les difficultés. « Quelqu’un parmi vous est-il malade ? Qu’il appelle les presbytres de l’Eglise et qu’ils prient sur lui après l’avoir oint d’huile au nom du Seigneur », dit saint Jacques (Epître, chap. 5 verset 13).

Benoît XVI regagnera Rome le lundi après-midi.

Anita S. Bourdin

© ZENIT.org

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El Papa visitará Francia del 12 al 15 de septiembre

El episcopado invita a peregrinos de todo el mundo

CIUDAD DEL VATICANO, 28, abril 2008 (ZENIT.org).- La visita apostólica de Benedicto XVI a Francia para celebrar los 150 años de las apariciones de la Virgen María en Lourdes tendrá lugar del 12 al 15 de septiembre, según ha anunciado este lunes la Conferencia Episcopal de Francia.

«Los obispos de Francia invitan a los fieles a movilizarse ampliamente para acoger al Papa y dar gracias a Dios por el mensaje de Lourdes», afirma un comunicado de prensa emitido por el episcopado.

Por su parte, los Santuarios de Nuestras Señora de Lourdes han invitado también a «los obispos, los sacerdotes y fieles de todo el país, en particular europeos, a venir en gran número para rezar en Lourdes con el Santo Padre».

Según el anuncio de la Conferencia Episcopal, la primera etapa del viaje papal será París, adonde llegará el viernes 12.

Tas saludar a las autoridades francesas (debería haber encuentros tanto con el presidente de la República, Nicolas Sarkozy, como con otros representantes de la nación), el Papa pronunciará una conferencia en el Colegio de los Bernardinos, lugar de investigación y debate para la Iglesia y la sociedad, dirigida al mundo de la cultura.

A continuación, según ha anunciado el episcopado, el Papa visitará la catedral de Notre-Dame de París «para celebrar las vísperas con los sacerdotes, los diáconos, los religiosos y seminaristas».

Luego «dirigirá un mensaje a los jóvenes reunidos en el atrio de la catedral».

El sábado, 13 de septiembre, el Papa celebrará la misa en la Explanada de los Inválidos.

«Durante su estancia en la capital el Papa mantendrá encuentros con los responsables de otras confesiones cristianas, y con los representantes de la comunidad judía y de la comunidad musulmana», indica el comunicado.

En la tarde de ese mismo día viajará a Lourdes, donde recorrerá las tres primeras etapas del Camino del Jubileo. En la noche, al final de la procesión de las antorchas típicas del santuario, dirigirá su palabra a los peregrinos.

El domingo, 14 de septiembre, presidirá la misa solemne en Lourdes para todos los peregrinos. En la tarde, mantendrá un encuentro con la Conferencia Episcopal de Francia y participará en la procesión eucarística.

Por último, el 15 de septiembre por la mañana, el Papa efectuará la cuarta etapa del camino del jubileo e impartirá el sacramento de la unción a enfermos durante una celebración eucarística. Regresará a Roma ese lunes por la tarde.

Más información en http://www.pape-france.org y http://www.papeaparis.org y http://www.lourdes2008.org

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Pope to Visit France Sept. 12-15

PARIS, APRIL 28, 2008 (Zenit.org).- The French episcopal conference confirmed today the dates for Benedict XVI’s trip to France marking the 150th anniversary of the Lourdes apparitions.

The Pope will arrive in Paris on Sept. 12. He is scheduled to meet with civil leaders, including President Nicolas Sarkozy. Later on, he will give a discourse directed to the world of culture.

That evening in the Cathedral of Notre Dame, the Holy Father will celebrate vespers with priests, deacons, religious and seminarians. Afterward, he will give an address to youth.

On Saturday, Sept. 13, the Pontiff will celebrate a public Mass. Also during his time in the capital city, Benedict XVI will meet with representatives of other Christian confessions, as well as Jewish and Muslim leaders, the French bishops reported.

Saturday afternoon, the Holy Father will travel to Lourdes, where he will give an address to the pilgrims.

Sunday, Sept. 14, the Pope will preside over a solemn Mass with the pilgrims. That afternoon, he will meet with French bishops and participate in a Eucharistic procession.

The next day, the Holy Father will administer the anointing of the sick during a Mass. He will return to Rome that Monday afternoon.

© ZENIT.org

Udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede

7 gennaio 2008

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 7 gennaio 2008. Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.

Dopo l’indirizzo augurale formulato dal Decano del Corpo Diplomatico. S.E. il Prof. Giovanni Galassi, Ambasciatore della Repubblica di San Marino presso la Santa Sede, il Papa pronuncia il discorso che riportiamo di seguito

Benedetto XVI con il Corpo diplomatico

Benedetto XVI fotografato con l’intero Corpo diplomatico

Discorso annuale del Santo Padre al Corpo diplomatico

Eccellenze,

Signore e Signori!

1. Saluto cordialmente il vostro decano, l’Ambasciatore Giovanni Galassi, e lo ringrazio per le amabili parole che mi ha rivolto a nome del Corpo diplomatico accreditato. A ciascuno di voi va un saluto deferente, in particolare a coloro che partecipano per la prima volta a questo incontro. Attraverso di voi, esprimo i miei fervidi voti ai popoli e ai governi da voi rappresentati con dignità e competenza. Un lutto ha colpito la vostra comunità alcune settimane fa: l’Ambasciatore di Francia, il Signor Bernard Kessedjian, ha terminato il suo pellegrinaggio terreno; che il Signore lo accolga nella sua pace! Parimenti oggi un pensiero speciale va alle nazioni che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede: anch’esse hanno un posto nel cuore del Papa. La Chiesa è profondamente convinta che l’umanità costituisca una famiglia, come ho voluto sottolineare nel Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale della Pace di quest’anno.

2. In uno spirito di famiglia, sono state allacciate le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti e che si sono compiute visite a Paesi che mi sono molto cari. L’accoglienza calorosa dei Brasiliani vibra ancora nel mio cuore! In questo Paese, ho avuto la gioia di incontrare i rappresentanti della grande famiglia della Chiesa nell’America Latina e dei Caraibi, riuniti ad Aparecida per la Quinta Conferenza generale del CELAM. Nell’ambito economico e sociale, ho potuto raccogliere dei segni eloquenti di speranza per quel Continente, ma al tempo stesso motivi di preoccupazione. Come non augurarsi un’accresciuta cooperazione fra i popoli dell’America Latina e, in ciascuno dei Paesi che la compongono, l’abbandono delle tensioni interne, affinché possano convergere sui grandi valori ispirati dal Vangelo? Desidero ricordare Cuba, che si appresta a celebrare il decimo anniversario della visita del mio venerato Predecessore. Il Papa Giovanni Paolo II fu ricevuto con affetto dalle Autorità e dalla popolazione ed egli incoraggiò tutti i Cubani a collaborare per un avvenire migliore. Mi sia permesso di riprendere questo messaggio di speranza, che nulla ha perduto della sua attualità.

3. Il mio pensiero e la mia preghiera si sono rivolti soprattutto verso le popolazioni colpite da spaventose catastrofi naturali. Penso agli uragani e alle inondazioni che hanno devastato certe regioni del Messico e dell’America Centrale, come pure dei Paesi dell’Africa e dell’Asia, in particolare il Bangladesh, e una parte dell’Oceania; occorre ricordare inoltre i grandi incendi. Il Cardinale Segretario di Stato, che si è recato in Perù alla fine agosto, mi ha dato una testimonianza diretta delle distruzioni e delle desolazioni provocate dal terribili terremoto, ma anche del coraggio e della fede delle popolazioni colpite. Di fronte ad avvenimenti tragici di questo genere, occorre un impegno comune e forte. Come ho scritto nell’Enciclica sulla speranza, “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società” (Spe salvi, n. 38).

4. La preoccupazione della comunità internazionale continua ad essere viva per il Medio Oriente. Sono lieto che la Conferenza di Annapolis abbia manifestato segni sulla via dell’abbandono del ricorso a soluzioni parziali o unilaterali a favore di un approccio globale, rispettoso dei diritti e degli interessi dei popoli della regione. Faccio appello, ancora una volta, ad Israeliani e Palestinesi, affinché concentrino le proprie energie per l’applicazione degli impegni presi in quella occasione e non fermino il processo felicemente rimesso in moto. Invito inoltre la comunità internazionale a sostenere questi due popoli con convinzione e comprensione per le sofferenze e i timori di entrambi. Come non essere vicini al Libano, nelle prove e violenze che continuano a scuotere questo caro Paese? Formulo voti che i Libanesi possano decidere liberamente del loro futuro e chiedo al Signore di illuminarli, a cominciare dai responsabili della vita pubblica affinché, mettendo da parte gli interessi particolari, siano pronti ad impegnarsi sul cammino del dialogo e della riconciliazione. Solo in questa maniera il Paese potrà progredire nella stabilità ed essere nuovamente un esempio di convivialità fra le comunità. Anche in Iraq la riconciliazione è una urgenza! Attualmente gli attentati terroristici, le minacce e le violenze continuano, in particolare contro la comunità cristiana, e le notizie giunte ieri confermano la nostra preoccupazione; è evidente che resta da tagliare il nodo di alcune questioni politiche. In tale quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà salvaguardare il diritti delle minoranze. Sono necessari importanti aiuti umanitari per le popolazioni toccate dalla guerra; penso particolarmente agli sfollati all’interno del Paese e ai rifugiati all’estero, fra i quali si trovano numerosi cristiani. Invito la comunità internazionale a mostrarsi generosa verso di loro e verso i Paesi dove trovano rifugio, le capacità di accoglienza dei quali sono messi a dura prova. Desidero anche esprimere il mio incoraggiamento affinché si continui a perseguire senza sosta la via della diplomazia per risolvere la questione del programma nucleare iraniano, negoziando in buona fede, adottando misure destinate ad aumentare la trasparenza e la confidenza reciproca, e tenendo sempre conto degli autentici bisogni dei popoli e del bene comune della famiglia umana.

5. Allargando il nostro sguardo all’intero continente asiatico, vorrei attirare la vostra attenzione sua qualche altra situazione di crisi. Sul Pakistan, in primo luogo, che è stato duramente colpito dalla violenza negli ultimi mesi. Mi auguro che tutte le forze politiche e sociali si impegnino nella costruzione di una società pacifica, che rispetti i diritti di tutti. In Afghanistan alla violenza si aggiungono altri gravi problemi sociali, come la produzione di droga; è necessario offrire ancor più sostegni agli sforzi di sviluppo e si dovrebbe operare ancor più intensamente per edificare un avvenire sereno. Nello Sri Lanka non è più possibile rinviare a un dopo degli sforzi decisivi per dar rimedio alle immense sofferenze causate dal conflitto in corso. E io chiedo al Signore che in Myanmar, con il sostegno della comunità internazionale, si apra una stagione di dialogo fra il governo e l’opposizione, che assicuri un vero rispetto di tutti i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

6. Rivolgendomi ora all’Africa, vorrei in primo luogo manifestare nuovamente la mia profonda sofferenza nel constatare come la speranza appaia quasi vinta dal sinistro corteo di fame e di morte che continua nel Darfur. Auspico di vero cuore che l’operazione congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, la cui missione è appena iniziata, porti aiuto e conforto alle popolazioni provate. Il processo di pace nella Repubblica Democratica del Congo si scontra con forti resistenze presso i Grandi Laghi, soprattutto nelle regioni orientali, e la Somalia, in particolare a Mogadiscio, continua ad essere afflitta da violenze e dalla povertà. Faccio appello alle parti in conflitto perché cessino le operazioni militari, che sia facilitato il passaggio degli aiuti umanitari e che i civili siano rispettati. Il Kenya in questi ultimi giorni ha conosciuto una brusca esplosione di violenza. Associandomi all’appello lanciato dai Vescovi il 2 gennaio, invito tutti gli abitanti, e in particolare i responsabili politici, a ricercare mediante il dialogo una soluzione pacifica, fondata sulla giustizia e sulla fraternità. La Chiesa cattolica non è indifferente ai gemiti di dolore che si innalzano da queste regioni. Ella fa proprie le richieste di aiuto dei rifugiati e degli sfollati, e si impegna per favorire la riconciliazione, la giustizia e la pace. Quest’anno l’Etiopia festeggia l’entrata nel terzo millennio cristiano e sono sicuro che le celebrazioni organizzate per questo evento contribuiranno anche a ricordare l’opera immensa, sociale ed apostolica, adempiuta dai cristiani in Africa.

7. Terminando con l’Europa, mi compiaccio per i progressi compiuti nei diversi Paesi della regione dei Balcani ed esprimo ancora una volta l’augurio che lo statuto definitivo del Kosovo prenda in considerazione le legittime rivendicazioni delle parti in causa e garantisca sicurezza e rispetto dei loro diritti a quanti abitano questa terra, perché si allontani definitivamente lo spettro del confronto violento e sia rafforzata la stabilità europea. Vorrei citare ugualmente Cipro, nel ricordo gioioso della visita di Sua Beatitudine l’Arcivescovo Crisostomo II, nello scorso mese di giugno. Esprimo l’augurio che, nel contesto dell’Unione Europea, non si risparmi alcuno sforzo per trovare soluzione ad una crisi che dura da troppo tempo. Lo scorso mese di settembre ho compiuto una visita in Austria, che ha voluto sottolineare anche il contributo essenziale che la Chiesa cattolica può e vuole dare all’unificazione dell’Europa. E a proposito di Europa, vorrei assicurarvi che seguo con attenzione il periodo che si apre con la firma del “Trattato di Lisbona”. Tale tappa rilancia il processo di costruzione della “casa Europa”, che “sarà per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni” (Incontro con le Autorità e il Corpo Diplomatico, Vienna, 7 settembre 2007) e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane.

8. Da questo rapido giro d’orizzonte appare chiaramente che la sicurezza e la stabilità del mondo permangono fragili. I fattori di preoccupazione sono diversi, testimoniano tutti che la libertà umana non è assoluta, bensì che si tratta di un bene condiviso e la cui responsabilità incombe su tutti. Di conseguenza, l’ordine e il diritto ne sono elementi di garanzia. Ma il diritto può essere una forza di pace efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore. È anche per tale ragione che non si può mai escludere Dio dall’orizzonte dell’uomo e della storia. Il nome di Dio è un nome di giustizia; esso rappresenta un appello pressante alla pace.

9. Questa presa di coscienza potrebbe aiutare, fra l’altro, a orientare le iniziative di dialogo interculturale e interreligioso. Tali iniziative sono sempre più numerose e possono stimolare la collaborazione su temi di interesse reciproco, come la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune, la costruzione della pace e lo sviluppo. A tale proposito, la Santa Sede ha voluto dare un rilievo particolare alla propria partecipazione al dialogo ad alto livello sulla comprensione fra le religioni e le culture e la cooperazione per la pace, nel quadro della 62ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite (4-5 ottobre 2007). Per esser vero, questo dialogo deve essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, ma animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di riconciliazione e di fraternità. La Chiesa cattolica vi è profondamente impegnata e mi piace evocare nuovamente la lettera indirizzatami, lo scorso 13 ottobre, da 138 personalità musulmane e rinnovare la mia gratitudine per i nobili sentimenti che vi sono espressi.

10. Giustamente la nostra società ha incastonato la grandezza e la dignità della persona umana in diverse dichiarazioni dei diritti, formulate a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata giusto sessant’anni fa. Questo atto solenne è stato, secondo l’espressione di Papa Paolo VI, uno dei più grandi titoli di gloria delle Nazioni Unite. In tutti i continenti la Chiesa cattolica si impegna affinché i diritti dell’uomo siano non solamente proclamati, ma applicati. Bisogna augurarsi che gli organismi, creati per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo, consacrino tutte le proprie energie a tale scopo e, in particolare, che il Consiglio dei Diritti dell’Uomo sappia rispondere alle attese suscitate per la sua creazione.

11. La Santa Sede, per parte sua, non si stancherà di riaffermare tali principi e tali diritti fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana. È un servizio che la Chiesa desidera rendere alla vera dignità dell’uomo, creato ad immagine di Dio. E partendo precisamente da queste considerazioni non posso non deplorare ancora una volta gli attacchi continui perpetrati in tutti i Continenti contro la vita umana. Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori e scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma che esigono piuttosto un uso morale della scienza. D’altra parte, ricordando l’appello del Papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000, mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati ad istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana. Mi rammarico ancora una volta per i preoccupanti attacchi all’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. I responsabili della politica di qualsiasi parte essi siano dovrebbero difendere questa istituzione, cellula base della società. Che dire di più! Anche la libertà religiosa, esigenza inalienabile della dignità di ogni uomo e pietra angolare nell’edificio dei diritti umani” (Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1988, preambolo), è spesso compromessa. Effettivamente, vi sono molti luoghi nei quali essa non può esercitarsi pienamente. La Santa Sede la difende e ne domanda il rispetto per tutti. Essa è preoccupata per le discriminazioni contro i cristiani e contro i seguaci di altre religioni.

12. La pace non può essere una semplice parola o un’aspirazione illusoria. La pace è un impegno e un modo di vita che esige che si soddisfino le legittime attese di tutti, come l’accesso al cibo, all’acqua e all’energia, alla medicina e alla tecnologia, come pure il controllo dei cambiamenti climatici. Solo così si può costruire l’avvenire dell’umanità; soltanto così si favorisce lo sviluppo integrale per oggi e per domani. Forgiando un’espressione particolarmente felice, il Papa Paolo VI sottolineava 40 anni fa, nell’enciclica Populorum progressio, che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Per tale ragione, per consolidare la pace occorre che i risultati macroeconomici positivi, ottenuti da numerosi Paesi in via di sviluppo nel 2007, siano sostenuti da politiche sociali efficaci, e con la posa in opera di impegni di assistenza da parte dei Paesi ricchi.

13. Infine, vorrei esortare la Comunità internazionale ad un impegno globale a favore della sicurezza. Uno sforzo congiunto da parte degli Stati per applicare tutti gli obblighi sottoscritti e per impedire l’accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa rinforzerebbe, senza alcun dubbio, il regime di non proliferazione nucleare e lo renderebbe più efficace. Saluto l’accordo concluso per lo smantellamento del programma di armamento nucleare in Corea del Nord ed incoraggio l’adozione di misure appropriate per la riduzione degli armamenti di tipo classico, e per affrontare il problema umanitario posto dalle munizioni a grappolo.

Signore e Signori Ambasciatori!

14. La diplomazia e, in un certo modo, l’arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana. Questa certezza diventa oggi preghiera: che Dio apra il cuore di quanti governano la famiglia dei popoli alla Speranza che mai delude! Animato da tali sentimenti, rivolgo a ciascuno di voi i miei migliori auguri, affinché anche voi, i vostri collaboratori e i popoli da voi rappresentati siano illuminati dalla Grazia e dalla Pace che ci vengono dal Bambino di Betlemme.

[Traduzione dell’originale in francese distribuita dalla Santa Sede]

© Copyright 2008 – Libreria Editrice Vaticana

Annual address to members of the diplomatic corps accredited to the Holy See

Your Excellencies,

Ladies and Gentlemen,

1. I extend cordial greetings to your Dean, Ambassador Giovanni Galassi, and I thank him for the kind words that he has addressed to me in the name of the Diplomatic Corps accredited to the Holy See. To each of you I offer respectful greetings, particularly to those who are present at this meeting for the first time. Through you, I express my fervent prayers for the peoples and governments that you represent with such dignity and competence. Your community suffered a bereavement some weeks ago: the Ambassador of France, Monsieur Bernard Kessedjian, ended his earthly pilgrimage; may the Lord welcome him into his peace! My thoughts today go especially to the nations that have yet to establish diplomatic relations with the Holy See: they too have a place in the Pope’s heart. The Church is profoundly convinced that humanity is a family, as I wanted to emphasize in this year’s World Day of Peace Message.

2. It was in a family spirit that diplomatic relations were established last year with the United Arab Emirates. In the same spirit, I was also able to visit certain countries that I hold dear. The enthusiastic welcome that I received from the Brazilians continues to warm my heart! In that country, I had the joy of meeting the representatives of the great family of the Church in Latin America and the Caribbean, gathered at Aparecida for the Fifth General Conference of CELAM. In the economic and social sphere, I was able to note eloquent signs of hope for that continent, as well as certain reasons for concern. We all look forward to seeing increasing cooperation among the peoples of Latin America, and, within each of the countries that make up that continent, the resolution of internal conflicts, leading to a consensus on the great values inspired by the Gospel. I wish to mention Cuba, which is preparing to celebrate the tenth anniversary of the visit of my venerable Predecessor. Pope John Paul II was received with affection by the authorities and by the people, and he encouraged all Cubans to work together for a better future. I should like to reiterate this message of hope, which has lost none of its relevance.

3. My thoughts and prayers are directed especially towards the peoples affected by appalling natural disasters. I am thinking of the hurricanes and floods which have devastated certain regions of Mexico and Central America, as well as countries in Africa and Asia, especially Bangladesh, and parts of Oceania; mention must also be made of the great fires. The Cardinal Secretary of State, who went to Peru at the end of August, brought me a first-hand account of the destruction and havoc caused by the terrible earthquake, but he spoke also of the courage and faith of the peoples affected. In the face of tragic events of this kind, a strong joint effort is needed. As I wrote in my Encyclical on hope, “the true measure of humanity is essentially determined in relationship to suffering and to the sufferer. This holds true both for the individual and for society” (Encyclical Letter Spe Salvi, 38).

4. The international community continues to be deeply concerned about the Middle East. I am glad that the Annapolis Conference pointed towards the abandonment of partisan or unilateral solutions, in favour of a global approach respectful of the rights and legitimate interests of all the peoples of the region. I appeal once more to the Israelis and the Palestinians to concentrate their energies on the implementation of commitments made on that occasion, and to expedite the process that has happily been restarted. Moreover, I invite the international community to give strong support to these two peoples and to understand their respective sufferings and fears. Who can remain unmoved by the plight of Lebanon, amid its trials and all the violence that continues to shake that beloved country? It is my earnest wish that the Lebanese people will be able to decide freely on their future and I ask the Lord to enlighten them, beginning with the leaders of public life, so that, putting aside particular interests, they will be ready to pledge themselves to the path of dialogue and reconciliation. Only in this way will the country be able to progress in stability and to become once more an example of the peaceful coexistence of different communities. In Iraq too, reconciliation is urgently needed! At present, terrorist attacks, threats and violence continue, especially against the Christian community, and the news which arrived yesterday confirms our concern; it is clear that certain difficult political issues remain unresolved. In this context, an appropriate constitutional reform will need to safeguard the rights of minorities. Important humanitarian aid is necessary for the peoples affected by the war; I am thinking especially of displaced persons within the country and refugees who have fled abroad, among whom there are many Christians. I invite the international community to be generous towards them and towards their host countries, whose capacities to absorb them have been sorely tested. I should also like to express my support for continued and uninterrupted pursuit of the path of diplomacy in order to resolve the issue of Iran’s nuclear programme, by negotiating in good faith, adopting measures designed to increase transparency and mutual trust, and always taking account of the authentic needs of peoples and the common good of the human family.

5. Turning our gaze now towards the whole of Asia, I should like to draw your attention to some other crisis situations, first of all to Pakistan, which has suffered from serious violence in recent months. I hope that all political and social forces will commit themselves to building a peaceful society, respectful of the rights of all. In Afghanistan, in addition to violence, there are other serious social problems, such as the production of drugs; greater support should be given to efforts for development, and even more intensive work is required in order to build a serene future. In Sri Lanka it is no longer possible to postpone further the decisive efforts needed to remedy the immense sufferings caused by the continuing conflict. And I ask the Lord to grant that in Myanmar, with the support of the international community, a season of dialogue between the Government and the opposition will begin, ensuring true respect for all human rights and fundamental freedoms.

6. Turning now to Africa, I should like first of all to reiterate my deep anguish, on observing that hope seems almost vanquished by the menacing sequence of hunger and death that is unfolding in Darfur. With all my heart I pray that the joint operation of the United Nations and the African Union, whose mission has just begun, will bring aid and comfort to the suffering populations. The peace process in the Democratic Republic of Congo is encountering strong resistance in the vicinity of the Great Lakes, especially in the Eastern regions, while Somalia, particularly Mogadishu, continues to be afflicted by violence and poverty. I appeal to the parties in conflict to cease their military operations, to facilitate the movement of humanitarian aid and to respect civilians. In recent days Kenya has experienced an abrupt outbreak of violence. I join the Bishops in their appeal made on 2 January, inviting all the inhabitants, especially political leaders, to seek a peaceful solution through dialogue, based on justice and fraternity. The Catholic Church is not indifferent to the cries of pain that rise up from these regions. She makes her own the pleas for help made by refugees and displaced persons, and she pledges herself to foster reconciliation, justice and peace. This year, Ethiopia is marking the start of the third Christian millennium, and I am sure that the celebrations organized for this occasion will also help to recall the immense social and apostolic work carried out by Christians in Africa.

7. And finally, focussing upon Europe, I rejoice at the progress that has been made in various countries of the Balkan region, and I express once again the hope that the definitive status of Kosovo will take account of the legitimate claims of the parties involved and will guarantee security and respect for the rights of all the inhabitants of this land, so that the spectre of violence will be definitively removed and European stability strengthened. I should like also to mention Cyprus, recalling with joy the visit of His Beatitude Archbishop Chrysostomos II last June. It is my earnest wish that, in the context of the European Union, no effort will be spared in the search for a solution to a crisis that has already lasted too long. Last September, I made a visit to Austria, partly in order to underline the essential contribution that the Catholic Church is able and willing to give to European unification. On the subject of Europe, I would like to assure you that I am following attentively the new phase which began with the signing of the Treaty of Lisbon. This step gives a boost to the process of building the “European home”, which “will be a good place to live for everyone only if it is built on a solid cultural and moral foundation of common values drawn from our history and our traditions” (Meeting with the Authorities and the Diplomatic Corps, Vienna, 7 September 2007) and if it does not deny its Christian roots.

8. From this rapid overview it appears clearly that the security and stability of the world are still fragile. The factors of concern are varied, yet they all bear witness to the fact that human freedom is not absolute, but is a good that is shared, one for which all must assume responsibility. It follows that law and order are guarantees of freedom. Yet law can be an effective force for peace only if its foundations remain solidly anchored in natural law, given by the Creator. This is another reason why God can never be excluded from the horizon of man or of history. God’s name is a name of justice, it represents an urgent appeal for peace.

9. This realization could help, among other things, to give direction to initiatives for intercultural and inter-religious dialogue. These ever increasing initiatives can foster cooperation on matters of mutual interest, such as the dignity of the human person, the search for the common good, peace-building and development. In this regard, the Holy See attaches particular importance to its participation in high-level dialogue on understanding among religions and cultures and cooperation for peace, within the framework of the 62nd General Assembly of the United Nations (4-5 October 2007). In order to be true, this dialogue must be clear, avoiding relativism and syncretism, while at the same time it must be marked by sincere respect for others and by a spirit of reconciliation and fraternity. The Catholic Church is deeply committed to this goal. It is a pleasure for me to recall once again the letter that was addressed to me, on 13 October last, by 138 Muslim Religious Leaders, and to renew my gratitude for the noble sentiments which were expressed in it.

10. Our society has rightly enshrined the greatness and dignity of the human person in various declarations of rights, formulated in the wake of the Universal Declaration of Human Rights, which was adopted exactly sixty years ago. That solemn act, in the words of Pope Paul VI, was one of the greatest achievements of the United Nations. In every continent the Catholic Church strives to ensure that human rights are not only proclaimed but put into practice. It is to be hoped that agencies created for the defence and promotion of human rights will devote all their energies to this task and, in particular, that the Human Rights Council will be able to meet the expectations generated by its creation.

11. The Holy See for its part never tires of reaffirming these principles and rights, founded on what is essential and permanent in the human person. The Church willingly undertakes this service to the true dignity of human persons, created in the image of God. And on the basis of these considerations, I cannot but deplore once again the continual attacks perpetrated on every continent against human life. I would like to recall, together with many men and women dedicated to research and science, that the new frontiers reached in bioethics do not require us to choose between science and morality: rather, they oblige us to a moral use of science. On the other hand, recalling the appeal made by Pope John Paul II on the occasion of the Jubilee Year 2000, I rejoice that on 18 December last the General Assembly of the United Nations adopted a resolution calling upon States to institute a moratorium on the use of the death penalty, and I earnestly hope that this initiative will lead to public debate on the sacred character of human life. I regret, once again, the disturbing threats to the integrity of the family, founded on the marriage of a man and a woman. Political leaders, of whatever kind, should defend this fundamental institution, the basic cell of society. What more should be said? Even religious freedom, “an essential requirement of the dignity of every person [and] a cornerstone of the structure of human rights” (Message for the 1988 World Day of Peace, Preamble) is often undermined. There are many places where this right cannot be fully exercised. The Holy See defends it, demands that it be universally respected, and views with concern discrimination against Christians and against the followers of other religions.

12. Peace cannot be a mere word or a vain aspiration. Peace is a commitment and a manner of life which demands that the legitimate aspirations of all should be satisfied, such as access to food, water and energy, to medicine and technology, or indeed the monitoring of climate change. Only in this way can we build the future of humanity; only in this way can we facilitate an integral development valid for today and tomorrow. With a particularly felicitous expression, Pope Paul VI stressed forty years ago in his Encyclical Letter Populorum Progressio, that “development is the new name for peace”. Hence, in order to consolidate peace, the positive macroeconomic results achieved by many developing countries during 2007 must be supported by effective social policies and by the implementation of aid commitments by rich countries.

13. Finally, I wish to urge the international community to make a global commitment on security. A joint effort on the part of States to implement all the obligations undertaken and to prevent terrorists from gaining access to weapons of mass destruction would undoubtedly strengthen the nuclear non-proliferation regime and make it more effective. I welcome the agreement reached on the dismantling of North Korea’s nuclear weapons programme, and I encourage the adoption of suitable measures for the reduction of conventional weapons and for dealing with the humanitarian problems caused by cluster munitions.

Your Excellencies, Ladies and Gentlemen,

14. Diplomacy is, in a certain sense, the art of hope. It lives from hope and seeks to discern even its most tenuous signs. Diplomacy must give hope. The celebration of Christmas reminds us each year that, when God became a little child, Hope came to live in our world, in the heart of the human family. Today this certainty becomes a prayer: May God open the hearts of those who govern the family of peoples to the Hope that never disappoints! With these sentiments, I offer to each one of you my very best wishes, so that you, your staff, and the peoples you represent may be enlightened by the Grace and Peace which come to us from the Child of Bethlehem.

[Translation from the original French distributed by the Holy See]

© Copyright 2008 – Libreria Editrice Vatican

Discours annuel au Corps diplomatique accrédité près le Saint-Siège

Excellences,

Mesdames et Messieurs,

1. Je salue cordialement votre doyen, l’Ambassadeur Giovanni Galassi, et je le remercie pour les aimables paroles qu’il m’a adressées au nom du Corps diplomatique accrédité. A chacun de vous va un salut déférent, en particulier à ceux qui participent pour la première fois à cette rencontre. A travers vous, j’exprime mes vœux fervents aux peuples et aux gouvernements que vous représentez avec dignité et compétence. Un deuil a frappé votre communauté, il y a quelques semaines : l’Ambassadeur de France, Monsieur Bernard Kessedjian, a terminé son pèlerinage terrestre ; que le Seigneur l’accueille dans sa paix ! J’ai également aujourd’hui une pensée spéciale pour les nations qui n’entretiennent pas encore de relations diplomatiques avec le Saint-Siège : elles ont aussi une place dans le cœur du Pape. L’Eglise est profondément convaincue que l’humanité constitue une famille, comme j’ai voulu le souligner dans le Message pour la célébration de la Journée mondiale de la Paix de cette année.

2. Dans un esprit de famille, ont été établies les relations diplomatiques avec les Emirats arabes unis et se sont déroulées les visites à des pays qui me sont très chers. L’accueil chaleureux des Brésiliens est encore vibrant dans mon cœur ! Dans ce pays, j’ai eu la joie de rencontrer les représentants de la grande famille de l’Eglise en Amérique Latine et dans les Caraïbes, réunis à Aparecida pour la Cinquième Conférence générale du CELAM. Dans le domaine économique et social, j’ai pu recueillir des signes éloquents d’espérance pour ce continent, en même temps que des motifs de préoccupation. Comment ne pas souhaiter une coopération accrue entre les peuples de l’Amérique Latine et, dans chacun des pays qui la composent, l’abandon des tensions internes, afin qu’ils puissent converger sur les grandes valeurs inspirées par l’Evangile ? Je désire mentionner Cuba, qui s’apprête à célébrer le dixième anniversaire de la visite de mon vénéré Prédécesseur. Le Pape Jean-Paul II fut reçu avec affection par les Autorités et par la population, et il encouragea tous les Cubains à collaborer pour un avenir meilleur. Qu’il me soit permis de reprendre ce message d’espérance, qui n’a rien perdu de son actualité.

3. Ma pensée et ma prière se sont dirigées surtout vers les populations frappées par d’épouvantables catastrophes naturelles. Je pense aux ouragans et aux inondations qui ont dévasté certaines régions du Mexique et de l’Amérique centrale, ainsi que des pays d’Afrique et d’Asie, en particulier le Bangladesh, et une partie de l’Océanie ; il faut mentionner aussi les grands incendies. Le Cardinal Secrétaire d’Etat, qui s’est rendu au Pérou fin août, m’a rapporté un témoignage direct des destructions et de la désolation provoquées par le terrible tremblement de terre, mais aussi du courage et de la foi des populations touchées. Face à des événements tragiques de ce genre, il faut un engagement commun et fort. Comme je l’ai écrit dans l’Encyclique sur l’espérance, « la mesure de l’humanité se détermine essentiellement dans son rapport à la souffrance et à celui qui souffre. Cela vaut pour chacun comme pour la société » (Encyclique Spe salvi, n. 38).

4. La préoccupation de la communauté internationale continue à être vive pour le Moyen-Orient. Je suis heureux que la Conférence d’Annapolis ait donné des signes dans la voie de l’abandon du recours à des solutions partielles ou unilatérales, au profit d’une approche globale, respectueuse des droits et des intérêts des peuples de la région. Je fais appel, une fois encore, aux Israéliens et aux Palestiniens, afin qu’ils concentrent leurs énergies sur la mise en application des engagements pris à cette occasion et qu’ils n’arrêtent pas le processus heureusement remis en route. J’invite en outre la communauté internationale à soutenir ces deux peuples avec conviction et avec compréhension pour les souffrances et les craintes de chacun d’eux. Comment ne pas être proche du Liban, dans les épreuves et les violences qui continuent à secouer ce cher pays ? Je souhaite que les Libanais puissent décider de leur avenir librement et je demande au Seigneur de les illuminer, à commencer par les responsables de la vie publique, afin que, mettant de côté les intérêts particuliers, ils soient prêts à s’engager sur le chemin du dialogue et de la réconciliation. C’est seulement ainsi que le pays pourra progresser dans la stabilité et être à nouveau un exemple de convivialité entre les communautés. En Iraq aussi, la réconciliation est une urgence ! Actuellement, les attentats terroristes, les menaces et les violences continuent, en particulier contre la communauté chrétienne, et les nouvelles qui sont parvenues hier confirment notre préoccupation ; il est évident que le nœud de certaines questions politiques reste à trancher. Dans ce cadre, une réforme constitutionnelle appropriée devra sauvegarder les droits des minorités. D’importantes aides humanitaires sont nécessaires pour les populations touchées par la guerre ; je pense en particulier aux déplacés à l’intérieur du pays et aux réfugiés à l’étranger, parmi lesquels se trouvent de nombreux chrétiens. J’invite la communauté internationale à se montrer généreuse envers eux et envers les pays où ils trouvent refuge, dont les capacités d’accueil sont mises à rude épreuve. Je désire aussi exprimer mon encouragement afin que l’on continue à poursuivre sans relâche la voie de la diplomatie pour résoudre la question du programme nucléaire iranien, en négociant de bonne foi, en adoptant des mesures destinées à augmenter la transparence et la confiance réciproques, et en tenant toujours compte des authentiques besoins des peuples et du bien commun de la famille humaine.

5. Élargissant notre regard à tout le continent asiatique, je voudrais attirer votre attention sur quelques autres situations de crise. Sur le Pakistan, en premier lieu, qui a été durement frappé par la violence durant les derniers mois. Je souhaite que toutes les forces politiques et sociales s’engagent dans la construction d’une société pacifique, qui respecte les droits de tous. En Afghanistan, à la violence s’ajoutent d’autres graves problèmes sociaux, comme la production de drogue; il est nécessaire d’offrir davantage de soutien aux efforts de développement et d’œuvrer encore plus intensément pour bâtir un avenir serein. Au Sri Lanka, il n’est plus possible de renvoyer à plus tard les efforts décisifs pour remédier aux immenses souffrances causées par le conflit en cours. Et je demande au Seigneur qu’au Myanmar, avec le soutien de la communauté internationale, s’ouvre une saison de dialogue entre le gouvernement et l’opposition, assurant un vrai respect de tous les droits de l’homme et des libertés fondamentales.

6. Me tournant maintenant vers l’Afrique, je voudrais en premier lieu redire ma profonde souffrance, en constatant combien l’espérance semble presque vaincue par le sinistre cortège de faim et de mort qui se poursuit au Darfour. Je souhaite de tout cœur que l’opération conjointe des Nations unies et de l’Union africaine, dont la mission vient juste de commencer, porte aide et réconfort aux populations éprouvées. Le processus de paix dans la République démocratique du Congo se heurte à de fortes résistances près des Grands Lacs, surtout dans les régions orientales, et la Somalie, en particulier Mogadiscio, continue à être affligée par les violences et la pauvreté. Je fais appel aux parties en conflit afin que cessent les opérations militaires, que soit facilité le passage de l’aide humanitaire et que les civils soient respectés. Le Kenya a connu ces jours derniers une brusque éruption de violence. M’associant à l’appel lancé par les Evêques le 2 janvier, j’invite tous les habitants, en particulier les responsables politiques, à rechercher par le dialogue une solution pacifique, fondée sur la justice et la fraternité. L’Eglise catholique n’est pas indifférente aux gémissements de douleur qui s’élèvent dans ces régions. Elle fait siennes les demandes d’aide des réfugiés et des déplacés et elle s’engage pour favoriser la réconciliation, la justice et la paix. Cette année, l’Ethiopie fête l’entrée dans le troisième millénaire chrétien, et je suis sûr que les célébrations organisées à cette occasion contribueront aussi à rappeler l’œuvre immense, sociale et apostolique, accomplie par les chrétiens en Afrique.

7. Terminant par l’Europe, je me réjouis des progrès accomplis dans différents pays de la région des Balkans et j’exprime encore une fois le souhait que le statut définitif du Kosovo prenne en compte les légitimes revendications des parties en présence et qu’il garantisse sécurité et respect de leurs droits à tous ceux qui habitent cette terre, afin que s’éloigne définitivement le spectre des confrontations violentes et que soit renforcée la stabilité européenne. Je voudrais citer également Chypre, me rappelant avec joie la visite de Sa Béatitude l’Archevêque Chrysostomos II, au mois de juin dernier. J’exprime le souhait que, dans le contexte de l’Union européenne, on n’épargne aucun effort pour trouver une solution à une crise qui dure depuis trop longtemps. J’ai accompli, au mois de septembre dernier, une visite en Autriche, qui a voulu aussi souligner la contribution essentielle que l’Eglise catholique peut et veut donner à l’unification de l’Europe. Et, à propos de l’Europe, je voudrais vous assurer que je suis attentivement la période qui s’ouvre avec la signature du « Traité de Lisbonne ». Cette étape relance le processus de construction de la « maison Europe », qui « sera pour tous un lieu agréable à habiter seulement si elle est construite sur une solide base culturelle et morale de valeurs communes que nous tirons de notre histoire et de nos traditions » (Rencontre avec les Autorités et le Corps diplomatique, Vienne, 7 septembre 2007) et si elle ne renie pas ses racines chrétiennes.

8. De ce rapide tour d’horizon, il apparaît clairement que la sécurité et la stabilité du monde demeurent fragiles. Les facteurs de préoccupation sont divers ; ils témoignent tous cependant que la liberté humaine n’est pas absolue, mais qu’il s’agit d’un bien partagé, dont la responsabilité incombe à tous. En conséquence, l’ordre et le droit en sont des éléments qui la garantissent. Mais le droit ne peut être une force de paix efficace que si ses fondements demeurent solidement ancrés dans le droit naturel, donné par le Créateur. C’est aussi pour cela que l’on ne peut jamais exclure Dieu de l’horizon de l’homme et de l’histoire. Le nom de Dieu est un nom de justice ; il représente un appel pressant à la paix.

9. Cette prise de conscience pourrait aider, entre autres, à orienter les initiatives de dialogue interculturel et inter-religieux. Ces initiatives sont toujours plus nombreuses et elles peuvent stimuler la collaboration sur des thèmes d’intérêt mutuel, comme la dignité de la personne humaine, la recherche du bien commun, la construction de la paix et le développement. A cet égard, le Saint-Siège a voulu donner un relief particulier à sa participation au dialogue de haut niveau sur la compréhension entre les religions et les cultures et la coopération pour la paix, dans le cadre de la soixante-deuxième Assemblée générale des Nations unies (4-5 octobre 2007). Pour être vrai, ce dialogue doit être clair, évitant relativisme et syncrétisme, mais animé d’un respect sincère pour les autres et d’un esprit de réconciliation et de fraternité. L’Eglise catholique y est profondément engagée et il m’est agréable d’évoquer à nouveau la lettre que m’ont adressée, le 13 octobre dernier, cent trente-huit personnalités musulmanes et de renouveler ma gratitude pour les nobles sentiments qui y sont exprimés.

10. Notre société a justement enchâssé la grandeur et la dignité de la personne humaine dans diverses déclarations des droits, qui ont été formulées à partir de la Déclaration universelle des droits de l’homme, adoptée il y a juste soixante ans. Cet acte solennel fut, selon l’expression du Pape Paul VI, l’un des plus grands titres de gloire des Nations unies. Dans tous les continents, l’Eglise catholique s’engage afin que les droits de l’homme soient non seulement proclamés, mais appliqués. Il faut souhaiter que les organismes créés pour la défense et la promotion des droits de l’homme consacrent toutes leurs énergies à cette tâche et, en particulier, que le Conseil des droits de l’homme sache répondre aux attentes suscitées par sa création.

11. Le Saint-Siège, pour sa part, ne se lassera pas de réaffirmer ces principes et ces droits fondés sur ce qui est permanent et essentiel à la personne humaine. C’est un service que l’Eglise désire rendre à la véritable dignité de l’homme, créé à l’image de Dieu. Et partant précisément de ces considérations, je ne peux pas ne pas déplorer une fois encore les attaques continuelles perpétrées, sur tous les continents, contre la vie humaine. Je voudrais rappeler, avec tant de chercheurs et de scientifiques, que les nouvelles frontières de la bioéthique n’imposent pas un choix entre la science et la morale, mais qu’elles exigent plutôt un usage moral de la science. D’autre part, rappelant l’appel du Pape Jean-Paul II à l’occasion du grand Jubilé de l’An 2000, je me réjouis que, le 18 décembre dernier, l’Assemblée générale des Nations unies ait adopté une résolution appelant les Etats à instituer un moratoire sur l’application de la peine de mort et je souhaite que cette initiative stimule le débat public sur le caractère sacré de la vie humaine. Je regrette une fois encore les atteintes préoccupantes à l’intégrité de la famille, fondée sur le mariage entre un homme et une femme. Les responsables de la politique, de quelque bord qu’ils soient, devraient défendre cette institution fondamentale, cellule de base de la société. Que dire encore ! Même la liberté religieuse, « exigence inaliénable de la dignité de tout homme et pierre angulaire dans l’édifice des droits humains » (Message pour la Célébration de la Journée mondiale de la Paix 1988, Préambule), est souvent compromise. Il y a en effet bien des endroits où elle ne peut s’exercer pleinement. Le Saint-Siège la défend et en demande le respect pour tous. Il est préoccupé par les discriminations contre les chrétiens et contre les fidèles d’autres religions.

12. La paix ne peut pas n’être qu’un simple mot ou une aspiration illusoire. La paix est un engagement et un mode de vie qui exigent que l’on satisfasse les attentes légitimes de tous comme l’accès à la nourriture, à l’eau et à l’énergie, à la médecine et à la technologie, ou bien le contrôle des changements climatiques. C’est seulement ainsi que l’on peut construire l’avenir de l’humanité ; c’est seulement ainsi que l’on favorise le développement intégral pour aujourd’hui et pour demain. Forgeant une expression particulièrement heureuse, le Pape Paul VI soulignait il y a quarante ans, dans l’Encyclique Populorum progressio, que « le développement est le nouveau nom de la paix ». C’est pourquoi, pour consolider la paix, il faut que les résultats macroéconomiques positifs obtenus par de nombreux pays en voie de développement en 2007 soient soutenus par des politiques sociales efficaces et par la mise en œuvre des engagements d’assistance des pays riches.

13. Enfin, je voudrais exhorter la communauté internationale à un engagement global en faveur de la sécurité. Un effort conjoint de la part des Etats pour appliquer toutes les obligations souscrites et pour empêcher l’accès des terroristes aux armes de destruction massive renforcerait sans aucun doute le régime de non-prolifération nucléaire et le rendrait plus efficace. Je salue l’accord conclu pour le démantèlement du programme d’armement nucléaire en Corée du Nord et j’encourage l’adoption de mesures appropriées pour la réduction des armements de type classique et pour affronter le problème humanitaire posé par les armes à sous-munitions.

Mesdames et Messieurs les Ambassadeurs,

14. La diplomatie est, d’une certaine façon, l’art de l’espérance. Elle vit de l’espérance et cherche à en discerner même les signes les plus ténus. La diplomatie doit donner de l’espérance. La célébration de Noël vient chaque année nous rappeler que, quand Dieu s’est fait petit enfant, l’Espérance est venue habiter dans le monde, dans le cœur de la famille humaine. Cette certitude devient aujourd’hui prière : que Dieu ouvre le cœur de ceux qui gouvernent la famille des peuples à l’Espérance qui ne déçoit jamais ! Animé par ces sentiments, j’adresse à chacun de vous mes vœux les meilleurs, afin que vous-même, vos collaborateurs et les peuples que vous représentez soient illuminés de la Grâce et de la Paix qui nous viennent de l’Enfant de Bethléem.

Texte original en français

© Copyright : Libreria Editrice Vaticana

Discurso anual a los miembros del Cuerpo Diplomático acreditado ante la Santa Sede

Excelencias.

Señoras y Señores.

1. Saludo cordialmente a vuestro decano, el Embajador Giovanni Galassi, y le agradezco las amables palabras que me ha dirigido en nombre del Cuerpo diplomático acreditado. Un saludo deferente va a cada uno de vosotros, y en particular a los que participan por primera vez en este encuentro. A través de vosotros, elevo mis fervientes votos a los pueblos y gobiernos que digna y competentemente representáis. Hace algunas semanas, vuestra comunidad se ha vestido de luto: el embajador de Francia, señor Bernard Kessedjian, culminó su peregrinación terrena; ¡que el Señor le conceda su paz! Al mismo tiempo, dirijo un pensamiento especial a las naciones que no tienen todavía relaciones diplomáticas con la Santa Sede: también ellas tienen un lugar en el corazón del Papa. Como he querido señalar en el Mensaje para la celebración de la Jornada Mundial de la Paz de este año, la Iglesia está profundamente convencida de que la humanidad constituye una familia.

2. Las relaciones diplomáticas con los Emiratos Árabes Unidos se han establecido inspiradas en un espíritu de familia, así como la visita a unos países muy queridos. La calurosa acogida de los Brasileños permanece todavía vibrante en mi corazón. En este país, tuve la alegría de encontrar a los representantes de la gran familia de la Iglesia en América Latina y en el Caribe, reunidos en Aparecida para la Quinta Conferencia General del CELAM. En el ámbito económico y social, pude apreciar tanto signos elocuentes de esperanza para este continente como motivos de preocupación. ¿Cómo no desear una cooperación creciente entre los pueblos de América Latina, así como el cese de tensiones internas en cada uno de los países que la componen, para que puedan converger en los grandes valores inspirados por el Evangelio? Deseo mencionar a Cuba, que se apresta a celebrar el décimo aniversario de la visita de mi venerado Predecesor. El Papa Juan Pablo II fue recibido con afecto por las Autoridades y por la población, animando a todos los cubanos a colaborar para conseguir un futuro mejor. Permítaseme retomar este mensaje de esperanza que no ha perdido nada de su actualidad.

3. Mi pensamiento y mi oración se dirigen sobre todo hacia las poblaciones golpeadas por espantosas catástrofes naturales. Me refiero a los huracanes e inundaciones que han devastado ciertas regiones de México y de América Central, así como algunos países de África y de Asia, en particular Bangladesh, y una parte de Oceanía; también habría que mencionar los grandes incendios. El Cardenal Secretario de Estado, que, a finales de agosto se acercó hasta el Perú, me ofreció un testimonio directo de la destrucción y la desolación provocada por el terrible terremoto, pero también del ánimo y de la fe de las poblaciones afectadas. Frente a los trágicos acontecimientos de este tipo, es necesario un compromiso común y decidido. Como he escrito en la Encíclica sobre la Esperanza «la grandeza de la humanidad está determinada esencialmente por su relación con el sufrimiento y con el que sufre. Esto es válido tanto para el individuo como para la sociedad» (Carta Enc. Spe salvi, n. 38).

4. La comunidad internacional mantiene viva su preocupación por el Medio Oriente. Me alegra que la Conferencia de Annapolis haya dado signos en la dirección de un abandono del recurso a soluciones parciales o unilaterales, en beneficio de una visión global, respetuosa de los derechos e intereses de los pueblos de la región. Una vez más, hago un llamamiento a los Israelíes y a los Palestinos, para que concentren sus esfuerzos en poner en práctica los compromisos asumidos en esta ocasión y no frenen el proceso felizmente iniciado. Invito además a la comunidad internacional a sostener a estos dos pueblos con convicción y comprensión hacia los sufrimientos y los miedos de cada uno de ellos. ¿Cómo no estar cerca del Líbano, en las pruebas y las violencias que siguen afligiendo este querido país?. Deseo que los libaneses puedan decidir libremente acerca de su futuro y pido al Señor que les ilumine, empezando por los responsables de la vida pública, para que, dejando de lado los intereses particulares, estén dispuestos a comprometerse por el camino del diálogo y de la reconciliación. Solamente así el país podrá progresar en la estabilidad y ser de nuevo un ejemplo de convivencia entre las comunidades. También en Iraq, la reconciliación es una urgencia. Actualmente, los atentados terroristas, las amenazas y la violencia continúan, en particular contra la comunidad cristiana, y las noticias que nos llegan de ayer confirman nuestra preocupación; es evidente que todavía quedan por resolver aspectos esenciales de ciertas cuestiones políticas. En este marco, una reforma constitucional apropiada deberá salvaguardar los derechos de las minorías. Se necesitan importantes ayudas humanitarias para las poblaciones afectadas por la guerra, y pienso en particular en los desplazados dentro del país y en los refugiados en el extranjero, entre los cuales se encuentran numerosos cristianos. Invito a la comunidad internacional a mostrarse generosa con ellos y con los países donde ellos encuentran refugio, cuya capacidad de acogida se ve sometida a dura prueba. Deseo también alentar a que se continúe sin descanso por la vía de la diplomacia para resolver la cuestión del programa nuclear iraniano, negociando con buena fe, adoptando medidas destinadas a aumentar la transparencia y la confianza recíprocas, y teniendo siempre en cuenta las auténticas necesidades de los pueblos y del bien común de la familia humana.

5 Ampliando nuestra mirada al continente asiático, quisiera llamar vuestra atención sobre otras situaciones críticas. En primer lugar, Pakistán, que en los últimos meses ha sido duramente golpeado por la violencia. Deseo que todas las fuerzas políticas y sociales se comprometan en la construcción de una sociedad pacífica que respete los derechos de todos. En Afganistán, junto a la violencia se añaden otros graves problemas sociales, como la producción de drogas; es necesario ofrecer más apoyo a los esfuerzos de desarrollo y trabajar con más intensidad todavía en la construcción de un futuro sereno. En Sri Lanka, no es posible aplazar para más tarde los esfuerzos decisivos para remediar los inmensos sufrimientos causados por los conflictos vigentes. Pido al Señor que en Myanmar, con el apoyo de la comunidad internacional, se abra una época de diálogo entre el gobierno y la oposición, asegurando el verdadero respeto de todos los derechos del hombre y de las libertades fundamentales.

6. Volviendo ahora a África, quisiera en primer lugar volver a expresar mi profundo pesar al comprobar cómo la esperanza parece casi derrotada por el siniestro cortejo de hambre y de muerte que perdura en el Darfour. Deseo de todo corazón que la operación conjunta de las Naciones Unidas y de la Unión Africana, cuya misión acaba de comenzar, lleve ayuda y consuelo a las poblaciones que sufren. El proceso de paz en la República Democrática del Congo tropieza con fuertes resistencias en la zona de los grandes lagos, sobre todo en las regiones orientales, y Somalia, en particular Mogadiscio, sigue estando afligida por la violencia y la pobreza. Hago un llamamiento a las partes en conflicto para que cesen las operaciones militares, se facilite el paso de la ayuda humanitaria y los civiles sean respetados. Kenia ha experimentado estos días una brusca erupción de violencia. Uniéndome a la exhortación de los Obispos del 2 de enero, invito a todos los habitantes, y en particular a los responsables políticos, a buscar a través del diálogo una solución pacífica, fundada sobre la justicia y la fraternidad. La Iglesia Católica no es indiferente a los gemidos de dolor que se elevan en esta región. Ella hace suyas las peticiones de ayuda de los refugiados y de los desplazados y se compromete para favorecer la reconciliación, la justicia y la paz. Este año, Etiopía inicia el tercer milenio cristiano, y estoy seguro de que las celebraciones organizadas con este motivo contribuirán también a recordar la inmensa obra, social y apostólica, realizada por los Cristianos en África.

7. Terminando por Europa, me alegro de los progresos alcanzados en los diferentes países de la región de los Balcanes y expreso una vez más el deseo que el estatuto definitivo de Kosovo tenga en cuenta las legítimas reivindicaciones de las partes implicadas y garantice, a todos los que habitan en esta tierra, seguridad y respeto a sus derechos para que definitivamente se aleje el fantasma de los enfrentamientos violentos y se refuerce la estabilidad europea. Quisiera citar igualmente a Chipre recordando con alegría la visita, el mes de junio pasado, de Su Beatitud el Arzobispo Chrysostomos II. Deseo que, en el contexto de la Unión Europea, no se escatime ningún esfuerzo para encontrar solución a una crisis que dura demasiado tiempo. En el mes de septiembre pasado, realicé una visita a Austria, que quiso también subrayar la contribución esencial que la Iglesia católica puede y quiere dar a la unificación de Europa. A propósito de Europa, quisiera aseguraros que sigo con atención el período que se ha abierto con la firma del «Tratado de Lisboa». Esta etapa impulsa el proceso de construcción de la «casa Europea», que «será para todos un buen lugar para vivir si se construye sobre un sólido fundamento cultural y moral de valores comunes tomados de nuestra historia y de nuestras tradiciones» (Encuentro con las Autoridades y el Cuerpo diplomático, Viena, 7 septiembre 2007) y si ella no reniega de sus raíces cristianas.

8. De este rápido repaso general, aparece con claridad la fragilidad de la seguridad y la estabilidad en el mundo. Los factores de preocupación son diferentes; sin embargo, todos testimonian que la libertad humana no es absoluta, sino que se trata de un bien compartido, cuya responsabilidad incumbe a todos. En consecuencia, el orden y el derecho son elementos que la garantizan. El derecho sólo podrá ser una fuerza eficaz de paz si sus fundamentos permanecen sólidamente anclados en el derecho natural, dado por el Creador. Es por eso también que no se puede nunca excluir a Dios del horizonte del hombre y de la historia. El nombre de Dios es un nombre de justicia, representa una llamada urgente a la paz.

9. Esta toma de conciencia podría ayudar, entre otras cosas, a orientar las iniciativas de diálogo intercultural e interreligioso. Estas iniciativas son cada vez más numerosas y pueden estimular la colaboración en temas de interés mutuo, como la dignidad de la persona humana, la búsqueda del bien común, la construcción de la paz y el desarrollo. A este respecto, la Santa Sede ha querido dar un relieve particular a su participación en el diálogo de alto nivel sobre el entendimiento entre las religiones y las culturas y la cooperación para la paz, en el marco de la 62ª Asamblea General de las Naciones Unidas (4-5 octubre 2007), Este diálogo, para ser auténtico, debe ser claro, evitando relativismos y sincretismos, pero animado de un respeto sincero por los otros y de un espíritu de reconciliación y de fraternidad. La Iglesia Católica está profundamente comprometida en ello y me es grato recordar de nuevo la carta que, el 13 de octubre pasado, me dirigieron ciento treinta y ocho personalidades musulmanas, renovando mi gratitud por los nobles sentimientos que allí se expresan.

10. Nuestra sociedad ha incluido justamente la grandeza y la dignidad de la persona humana en las diversas declaraciones de derechos, que han sido formuladas a partir de la Declaración Universal de los Derechos del Hombre, adoptada hace sesenta años. Este acto solemne fue, según la expresión del Papa Pablo VI, uno de los más grandes títulos de gloria de las Naciones Unidas. En todos los continentes, la Iglesia Católica, se compromete para que los derechos del hombre sean no solamente proclamados, sino aplicados. Es de desear que los organismos creados para la defensa y promoción de los derechos del hombre consagren todas sus energías a este cometido, y en particular, que el Consejo de los Derechos del Hombre sepa responder a las expectativas suscitadas tras su creación.

11. La Santa Sede, por su parte, no dejará de reafirmar estos principios y estos derechos fundados sobre lo que es esencial y permanente en la persona humana. Es un servicio que la Iglesia desea ofrecer a la verdadera dignidad del hombre, creado a imagen de Dios. Partiendo precisamente de estas consideraciones, no puedo dejar de deplorar, una vez más, los continuos ataques perpetrados, en todos los continentes, contra la vida humana. Quisiera recordar, junto a tantos investigadores y científicos, que las nuevas fronteras de la bioética no imponen una elección entre la ciencia y la moral, sino que más bien exigen un uso moral de la ciencia. Por otra parte, recordando el llamamiento hecho por el Papa Juan Pablo II con ocasión del gran Jubileo del Año 2000, me alegra que, el 18 de diciembre pasado, la Asamblea General de las Naciones Unidas adoptara una resolución por la que se llama a los Estados a instituir una moratoria en la aplicación de la pena de muerte, y deseo que esta iniciativa estimule el debate público sobre el carácter sagrado de la vida humana. Deploro, una vez más, los ataques preocupantes contra la integridad de la familia, fundada sobre el matrimonio entre un hombre y una mujer. Los responsables de la política, de la orientación que sean, deben defender esta institución fundamental, célula básica de la sociedad. ¡Qué más se puede decir! Hasta la libertad religiosa, «exigencia ineludible de la dignidad de cada hombre y piedra angular del edificio de los derechos humanos» (Mensaje para la Jornada Mundial de la Paz 1988, preámbulo), está frecuentemente amenazada. Existen, en efecto, lugares donde no se puede ejercer plenamente. La Santa Sede, la defiende y pide su respeto para todos. Ella esta preocupada por las discriminaciones contra los cristianos y contra los fieles de otras religiones.

12. La paz no puede ser sólo una simple palabra o una aspiración ilusoria. La paz es un compromiso y un modo de vida que exige que se satisfagan las expectativas legítimas de todos como el acceso a la alimentación, al agua y a la energía, a la medicina y a la tecnología, o bien el control de los cambios climáticos. Solamente así se puede construir el futuro de la humanidad; solamente así se favorece el desarrollo integral para hoy y para mañana. Hace cuarenta años, el Papa Pablo VI, acuñando una expresión particularmente feliz, señaló en la Encíclica Populorum progressio que «el desarrollo es el nuevo nombre de la paz». Por eso, para consolidar la paz, es necesario que los positivos resultados macroeconómicos, obtenidos en 2007 por numerosos países en vías de desarrollo, sean sostenidos por políticas sociales eficaces y por la puesta en práctica de compromisos de asistencia por parte de los países ricos.

13. Por último, quisiera exhortar a la comunidad internacional a un compromiso global por la seguridad. Un esfuerzo conjunto por parte de los Estados para aplicar todas las obligaciones contraídas, y para impedir el acceso de los terroristas a las armas de destrucción masiva, reforzaría, sin ninguna duda, el régimen de no proliferación nuclear y lo haría más eficaz. Celebro el acuerdo alcanzado para el desmantelamiento del programa de armamento nuclear en Corea del Norte y animo a la adopción de medidas apropiadas para la reducción de armas de tipo convencional y para afrontar el problema humanitario planteado por las bombas de racimo.

Señoras y señores Embajadores.

14. La diplomacia es, en cierta manera, el arte de la esperanza. Ella vive de la esperanza e intenta discernir incluso sus signos más tenues. La diplomacia debe dar esperanza. Cada año, la celebración de la Navidad nos recuerda que, cuando Dios se hizo niño pequeño, la Esperanza vino a habitar en el mundo, en el corazón de la familia humana. Esta certeza se hace hoy oración: que Dios abra a la Esperanza, que no defrauda nunca, el corazón de aquellos que gobiernan la familia de los pueblos. Movido por estos sentimientos, dirijo a cada uno de vosotros mis mejores votos, para que vosotros, vuestros colaboradores y los pueblos que representáis seáis iluminados por la Gracia y la Paz que nos llegan del Niño de Belén.

[Traducción del original en francés distribuida por la Santa Sede]

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