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Il campo di concentramento di Fossoli

27 gennaio 2010

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 27 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo il pezzo apparso dall’Osservatore Romano di oggi:

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Nessuno si chiedeva perché

La vacuità del mito degli “italiani brava gente” in un volume sul lager nazifascista di Fossoli

di Gaetano Vallini

“L’alba ci colse come un tradimento” è il grido che Primo Levi lanciò al suo arrivo ad Auschwitz e che la storica Liliana Picciotto usa come titolo del suo ultimo lavoro dedicato al campo di concentramento di Fossoli e pubblicato in occasione del Giorno della Memoria. Ben 2844 ebrei passarono di lì dopo essere stati arrestati dalla milizia repubblichina e dalle SS tedesche prima di venire deportati. “Pochi luoghi in Italia sono stati al centro della Shoah come Fossoli di Carpi”, scrive la studiosa, che aggiunge:  “Se è vero che le deportazioni verso i lager furono attuate dagli occupanti, qui si tocca con mano che i primi mattoni della strada lastricata per Auschwitz furono posti dalle autorità italiane”. Con la rigorosità che contraddistingue le sue ricerche su questa pagina oscura della storia, in L’alba ci colse come un tradimento (Milano, Mondadori, 2010, pagine 312, euro 20) Picciotto ricostruisce con dovizia di particolari la storia del campo e le condizioni di vita al suo interno. Ma il suo è soprattutto un dettagliato atto di accusa:  la polizia italiana riempiva Fossoli, quella tedesca lo svuotava con tragici trasporti verso la Polonia e la Germania. Gli occupanti si servirono dei prigionieri a Fossoli, “offerti loro su un piatto d’argento” e “con evidente rinuncia da parte degli italiani alla loro sovranità”.

Campo di concentramento di Fossoli

Campo di concentramento di Fossoli

“Una delle cose francamente più inquietanti di questa tragica storia – sottolinea la studiosa – è che davvero carabinieri e polizia non furono inumani, davvero guardie carcerarie scambiavano sigarette e chiacchiere con i prigionieri, davvero tolsero le manette ai “detenuti” che stavano accompagnando a Fossoli. Semplicemente essi avevano ricevuto un ordine e lo eseguivano, non avevano bisogno per questo di esercitare crudeltà, non era loro richiesto. Non possiamo però definire tutte queste persone “brava gente”; “brava gente” sono coloro che misero a repentaglio la loro sicurezza per soccorrere gli ebrei in pericolo e sapendo di farlo”.

La ricostruzione della macchina antiebraica da parte della storica – autrice tra l’altro di Il libro della memoria (Milano, Mursia,1992), Per ignota destinazione (Milano, Mondadori, 1994) e I Giusti d’Italia (Milano, Mondadori, 2006) – parte dall’8 settembre. Dopo aver occupato con le sue armate gran parte dell’Italia centro-settentrionale, Hitler rimise in sella l’ex alleato Mussolini, assecondandone il progetto della Repubblica di Salò. La decisione ebbe conseguenze terribili sulle comunità ebraiche. Fu proprio allora che obiettivi e metodi della politica di sterminio nazista vennero tragicamente importati anche in Italia.

Già pesantemente colpiti dalle leggi razziali del 1938 che avevano loro negato i diritti civili, gli ebrei furono ulteriormente perseguitati. Nell’autunno del 1943 le truppe del Reich attuarono autonomamente retate in diverse città, tra cui Roma e Firenze. Per non essere da meno rispetto all’alleato occupante, il governo di Salò emanò una legge che prescriveva l’arresto, l’imprigionamento e la confisca dei beni di tutti gli ebrei d’Italia. Così a partire dal 30 novembre furono le questure italiane a dare loro la caccia. Fu quindi necessario individuare un luogo in cui radunare tutte le persone arrestate. L’area di Fossoli di Carpi sembrò logisticamente la più adatta. Il campo entrò in funzione il 5 dicembre e restò sotto il controllo italiano fino al 15 marzo 1944, quando le autorità tedesche imposero un loro comandante e iniziarono a deportare gli ebrei in attuazione della “soluzione finale”.

Prima dell’arrivo dei tedeschi la vita al campo, per quanto triste e angosciosa, era ancora sopportabile. “Il comandante del campo, così come i prigionieri, erano convinti – scrive Picciotto – che tutti fossero lì riuniti in attesa che la guerra finisse. Nello spazio tra le baracche e le cucine i bambini giocavano a pallone, c’era la possibilità di studiare, cucire, leggere, parlare. Il campo era ben organizzato con varie competenze distribuite tra gli internati”. Il cibo era scarso, ma non drammaticamente mancante. C’era la possibilità per i prigionieri di poter uscire per gravi motivi o per casi urgenti.

In questa fase il parroco di Fossoli, don Franco Venturelli, aveva il permesso di accesso al campo. “Si tratteneva ogni volta per parecchie ore, i prigionieri – si legge – gli si affollavano intorno per ricevere conforto, lui forniva pacchi di viveri e vestiario ma, soprattutto, fungeva da tramite con le famiglie all’esterno”. Collaboravano con don Venturelli altri sacerdoti, tra i quali don Tonino Gualdi, segretario del vescovo di Carpi Federico Virgilio Dalla Zuanna. Con l’arrivo dei tedeschi l’accesso al sacerdote fu negato e le condizioni di vita nel campo peggiorarono drammaticamente.

Documento campo Fossoli

Documento campo Fossoli

A febbraio, ancora prima dell’effettivo passaggio del comando ai nazisti, questi avevano di fatto preso il controllo di Fossoli. Nella prima metà del mese tre militari tedeschi si presentarono per una ispezione e censirono i prigionieri. “Si stava preparando, all’insaputa degli internati, un trasporto per il campo di Bergen Belsen e uno per il campo di sterminio di Auschwitz”. Ma se a Fossoli non si era al corrente di ciò, a Modena nessun alto funzionario della questura, a partire dal questore Paolo Magrini, risultò sorpreso dell’utilizzo del campo come luogo di transito verso i lager in Polonia e in Germania (alla fine, complessivamente, dei 2844 ebrei rinchiusi a Fossoli ben 2802 furono deportati). “Dato che le deportazioni tedesche iniziarono quando ancora gli italiani avevano la piena gestione del circondario, non si può affermare – spiega Picciotto – che ci fu cesura tra la prima fase di Fossoli quale campo nazionale per ebrei voluto dalla Rsi e Fossoli come campo tedesco di polizia e di transito per la deportazione. Questa ci sembra una importante novità da sottolineare con forza e che giustifica la nostra idea di una collaborazione, decisa a livello politico, tra amministrazione italiana e amministrazione tedesca quanto al trattamento degli ebrei”.

Ciò detto, attraverso una ricerca approfondita e appassionata, la storica descrive minuziosamente quanto accadeva nel campo, com’era gestito, come venivano effettuati i trasporti verso i lager, i drammatici viaggi nei vagoni piombati, l’arrivo nei campi della morte. È un diario dell’orrore ricostruito attraverso documenti, testimonianze dei sopravvissuti, deposizioni rese nei processi a criminali nazisti attivi in Italia. Fatti inoppugnabili attraverso i quali si fa ulteriormente luce sulla Shoah degli ebrei italiani – 8948 persone identificate, delle quali 8626 deportate, 322 decedute in Italia, 451 arrestati che i tedeschi non fecero in tempo a deportare – ma che offrono anche lo spunto per una riflessione non meno dolorosa.

“Non si può ignorare – scrive al riguardo Liliana Picciotto – il comportamento di quegli abitanti del circondario di Fossoli che ebbero l’occasione di vedere aumentata la possibilità di scambi di merci e di vettovaglie alla vigilia delle partenze dei convogli. Per non parlare delle forniture di cibo e di trasporti, da e per il campo, richieste a ditte di commercio della zona. Con il gran movimento che si creò intorno al campo, possibile che nessuno si sia mai chiesto chi fossero quei civili giunti alla spicciolata con le loro famiglie, che cosa facessero là, perché partissero a scaglioni, che cosa fossero quei vagoni fermi a Carpi con paglia per terra e un bidone, perché partissero con treni merci come animali inchiavardati dall’esterno, dove fossero diretti? La presenza di numerosi bambini e anziani doveva pur rendere ridicola la comoda illusione che si trattasse di un trasferimento degli ebrei verso campi di lavoro”.

Sono interrogativi terribili, che aiutano a meglio comprendere, come scrive Lorenzo Bertuccelli, presidente della Fondazione ex Campo Fossoli, “la vacuità del mito degli “italiani brava gente” con cui il nostro Paese ha cercato di crearsi un alibi e di evitare di fare i conti con quella tragedia”. Una tragedia, afferma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un breve scritto introduttivo, “la cui memoria dobbiamo mantenere viva nell’animo dei nostri figli”, perché “soltanto la memoria degli orrori di quel tempo può impedire che essi possano mai ripetersi”.

© L’Osservatore Romano – 27 gennaio 2010

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“La vera questua”, ovvero se la Chiesa spiazza i laicisti

25 luglio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 25 luglio 2008 (Vatican Diplomacy). Il seguente articolo è apparso sul quotidiano “Avvenire” di oggi a pag. 25, il grassetto ed il colore rosso sono di Raffaella.

POLEMICHE. Ideologia e risentimento dietro gli attacchi delle ultime settimane. Ora un pamphlet ribatte punto su punto a Curzio Maltese

Se la Chiesa spiazza i laicisti

DI DINO BOFFO

Nella cultura pubblica del nostro Paese l’anticlericalismo ha da tempo cessato di essere una risposta proporzionata agli abusi del clericalismo. E ormai vive una sua vita autonoma, a prescindere si potrebbe dire. So con ciò di asserire una cosa scomoda, e tuttavia non la posso nascondere. Devo pur darmi conto infatti di quel che avviene, di quello che leggo, di quello che ascolto. E non sono, ovviamente, alla ricerca di facili alibi. So peraltro che la Chiesa è sempre reformanda, e che dunque, se dovesse anche solo per un istante rinunciare di porsi in uno stato di autentica verifica sotto il giudizio del Vangelo, sbaglierebbe. Ma allora, se non nasce da pretese assurde della Chiesa nei riguardi della società, dove prende ispirazione l’atteggiamento di antipatia che trasuda dal lavoro – ad esempio – di una serie di redazioni giornalistiche? Le motivazioni possono essere più di una, per poi convergere su quella che invece è la ragione più forte. Ad esempio, io credo che stia arrivando al pettine il fatto che per anni la cultura laica non si è per nulla curata dell’evoluzione che era in corso nella componente cattolica della società. E oggi è come se un lungo periodo, equivalente più o meno al pontificato di Giovanni Paolo II, non ci fosse stato o nulla avesse prodotto, quando invece si è trattato di una stagione tra le più intense di ripensamento e ricollocazione. Così però ci si trova nella condizione in cui i cattolici conoscono i laici, mentre i laici non sanno percepire quanto il ‘cattolicesimo vissuto’ sia realmente cambiato. Non hanno più i codici per decrittare il mondo cattolico, e possono dunque dubitare della sua sincerità anche a fronte di testimonianze inoppugnabili che tuttavia non riescono ad ambientare. E di conseguenza non sanno porre in relazione con l’insieme dei linguaggi che oggi sono in circolazione.

Ma la ragione più profonda, e per certi versi più inconfessabile, è che probabilmente questa allergia laicista nasce da una sorta di risentimento nei confronti di una Chiesa che, pur sfrontatamente anticonformista circa i costumi, ai loro occhi sembra avere inspiegabilmente il vento in poppa. E questo è davvero troppo.

Resto assolutamente convinto che se all’appello referendario voluto nel 2005 dagli anticlericali la posizione cattolica fosse risultata perdente, oggi non staremmo qui a parlare degli attacchi laicisti alla Chiesa.

Semplicemente non ci sarebbero. Perché una Chiesa perdente piace da morire, e si è pronti a riconoscerle un’utilità sociale a tutto tondo. Naturalmente non serve ricordare che quel referendum i cattolici avrebbero voluto scongiurarlo. Per di più poi l’hanno vinto: il che è imperdonabile.

Perché i referendum nel nostro Paese hanno, per statuto non scritto, il compito di certificare la progressiva e irreversibile laicizzazione della società. Ma se questo per una volta non è, se per motivi complessi e tutti ancora da indagare si verifica uno stop in questa deriva, allora lo spiritello di una Chiesa che torna vincente diventa ossessione. E un’ossessione anzitutto moralistica, come se la Chiesa tornasse per impicciarsi anzitutto delle scelte personali dei giornalisti di Repubblica.

C’è una frase emblematica che Curzio Maltese pone all’inizio del suo libro La questua. Eccola: «In quasi trent’anni di giornalismo, avevo felicemente ignorato il Vaticano e avrei continuato a farlo se non fosse stata la Chiesa cattolica a occuparsi molto, troppo di me».

Sbaglierò, ma mi sembra una confessione candida e probabilmente inconsapevole del risentimento che ad un certo punto fa capolino non tanto per motivi politici, e neppure in fin dei conti per questioni eminentemente economiche, ma per il giudizio morale che taluni laici sentono bruciare su di sé.

La Chiesa parla, ma loro si sentono giudicati, e a quel punto la trovano insopportabile. E se non si zittisce da sola, non disdegnano modalità spicce per intimidirla, irridendola e mettendola alla gogna, che poi è il supplizio più sottile della nostra epoca. La Chiesa si impiccia di me, e io – avverte Maltese – «ho voluto restituire la premura». E mi sono messo a farle i conti in tasca, per vedere se parla a buon diritto, o se parla senza essere credibile.

Risentimento, dicevo. Ma se questo è, noi cattolici dobbiamo sospendere il giudizio, nell’attesa che il risentimento stesso evolva trovando altri sbocchi, magari più pertinenti. Una nostra ingerenza in queste dinamiche potrebbe apparire inopportuna.

Altra cosa invece è rispondere in merito agli argomenti tirati in campo come uno schermo polemico. Siccome possono far del male, e seminare zizzania, abbiamo il dovere di controbattere punto su punto, perché chi vuole la verità delle cose possa approdarvi. La prosa di Umberto Folena è qui non solo fascinosa, ma documentatissima. Va da sé che la Chiesa non possa vivere con sufficienza o alterigia il rigurgito di anticlericalismo che a tratti sembra investirla. E infatti, lungi dall’impermalosirsi, si interroga assai più di quanto non si sospetti. Il ‘mondo’ continua provocatoriamente ad essere una fonte di conversione per la Chiesa, non – ovvio – nell’allinearsi prontamente alle parole d’ordine del secolarismo, o addirittura della maldicenza, ma nel purificare le intenzioni, nello sforzo di capire il profondo dell’altro e i suoi linguaggi anche quando sono spurii o indisponenti. Se continuerà infatti a farsi trovare fedele nelle relazioni interpersonali e soprattutto nell’obbedienza al suo Signore, anche questa stagione si risolverà per la Chiesa in una grazia.

© Copyright Avvenire, 25 luglio 2008

Polemica sulla modifica della preghiera per gli ebrei del Venerdi’ Santo, un libro parla del Talmud

10 febbraio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Domenica, 10 febbraio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la recensione di Andrea Tornielli (noto vaticanista) per il libro “Erbe amare. Il secolo del sionismo”, scritto da Ariel S. Levi di Gualdo:

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Quelle preghiere della discordia


di Andrea Torniell
– Sabato 8 settembre, 2007

I rabbini capi di Gerusalemme, guide spirituali delle comunità sefardita e aschenazita, hanno scritto a Papa Benedetto XVI per chiedere la modifica della preghiera del Venerdì Santo presente nell’antico messale appena liberalizzato dal Motu proprio, nel quale si prega per la conversione degli ebrei chiedendo a Dio di sottrarre «quel popolo… alle sue tenebre» e di rimuoverne «l’accecamento» (termine mutuato da una delle lettere di Paolo). Ma già prima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, si era detto disponibile a modificare quelle parole.

Ora un libro destinato a far discutere, in libreria tra pochi giorni, riapre la questione, sostenendo che qualche ritocco sarebbe necessario anche nei testi tradizionali dell’ebraismo: Erbe amare (Bonanno Editore, pagg. 324, euro 29), di Ariel Levi di Gualdo. L’autore, giornalista e scrittore, vive in Sicilia e proviene da una famiglia di origini ebraiche convertita al cattolicesimo: per oltre dieci anni si è riavvicinato all’ebraismo frequentando le sinagoghe, studiando i testi sacri della religione israelitica e «apprendendo dall’interno quel che è il tono delle lezioni e degli insegnamenti rabbinici, assai diversi» sostiene «da quelli che sono i discorsi e le pubbliche posizioni ufficiali di circostanza». Un’esperienza che lo ha profondamente segnato.

Nel libro, a tratti molto duro, altre volte più ironico, Levi di Gualdo contesta quella che definisce una sorta di deriva «politica» dell’ebraismo contemporaneo, le cui istanze a suo dire sarebbero oggi fatte coincidere con quelle dello Stato d’Israele in un’impropria commistione che «ha mutato il Sionismo politico nella propria vera religione».

Alcune pagine del volume sono dedicate proprio alla contestata preghiera del Venerdì Santo, dalla quale Giovanni XXIII molto opportunamente fece togliere i riferimenti alla «perfidia» giudaica, lasciando però l’invocazione per la conversione – o meglio l’approdo finale alla fede cristiana – degli ebrei. L’autore fa notare come «nella liturgia ebraica esiste la Lode delle Diciotto Benedizioni, d’impianto risalente al IV secolo avanti Cristo». Nel primo secolo dell’era cristiana – ricorda Levi di Gualdo – in questa preghiera si declamava: «Per gli apostati non ci sia speranza e il Regno insolente (l’impero romano, nda) venga presto sterminato nei nostri giorni. I Nazareni (i giudeo-cristiani, nda) e gli eretici periscano e siano abrasi dal libro della vita, né siano iscritti insieme ai giusti». La preghiera, continua l’autore di Erbe amare, fu mitigata sul finire del Trecento e oggi si recita: «Possano gli apostati non avere speranza e cadere tutti in perdizione, siano presto distrutti e soggiogati i tuoi nemici dei nostri giorni».

Levi di Gualdo, citando Israel Shahak, autore di Storia ebraica e giudaismo, «mai smentito dalle autorità rabbiniche», sostiene che dopo il 1967 svariate sinagoghe ortodosse israeliane e americane «hanno ripristinato il testo del I secolo». Inoltre, ricorda che nel Talmud, il libro che raccoglie l’insegnamento tradizionale dei rabbini, «si bestemmia la Madonna senza curarsi che per i cristiani è la madre di Dio». Si tratta di racconti del Talmud babilonese, risalenti al I secolo, secondo i quali Gesù sarebbe il figlio illegittimo di una donna di malaffare e il padre naturale sarebbe il soldato romano Panthera. Testi che Levi di Gualdo fa notare essere stati scritti ben prima delle persecuzioni antiebraiche ad opera dei cristiani.

Al di là delle polemiche e delle incursioni nei libri sacri dell’ebraismo, c’è anche chi ritiene che l’antica preghiera cattolica del Venerdì Santo non vada cambiata. È quanto sostengono i teologi Nicola Bux e Salvatore Vitiello, in un articolo messo in Internet dall’agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: «La Chiesa prega per la conversione di tutti gli uomini. Oggi non pochi cattolici hanno timore della conversione e così pure gli ebrei, i quali vorrebbero che la Chiesa cattolica non sia se stessa, almeno nei loro confronti. Ora, la conversione è l’essenza del Vangelo di Gesù, e ha designato il cammino verso di lui di popoli e nazioni».

La copertina del libro edito dalla Bonanno editore

© Copyright il Giornale.it, articolo disponibile qui.

Famiglia Cristiana intervista il dissidente cinese Harry Wu

22 gennaio 2008
CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 22 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Riportiamo l’editoriale di Beppe Del Colle, apparso su Famiglia Cristiana nr. 4 del gennaio 2008.

CINA
LA DRAMMATICA AUTOBIOGRAFIA DI UN DISSIDENTE

LA BATTAGLIA DI MISTER WU

Sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia nei gulag cinesi, dove ancora oggi sono rinchiuse milioni di persone, Harry Wu sogna di «poter vedere una Cina libera e giusta».

di Alberto Chiara

Più terribile delle percosse e della fame, più forte dello stesso istinto di conservazione, il buio dell’anima irrompe a metà volume e toglie il fiato. Con un crescendo angosciante.

«Era il novembre 1961. Per la terza volta, nei campi di lavoro pensai a Dio. Lo pregai di accogliere Chen Ming: “È uno del tuo gregge, tornato per stare con Te nello splendore del Tuo amore”. Nessuno nella stanza mostrò interesse alla sua morte. Ero l’unico rimasto seduto. Che valore aveva la mia vita? Perché continuava? Fare del mio meglio o del mio peggio non significava comunque nulla. Prima di domani poteva essere tutto finito. Tornai a sdraiarmi e mi avvolsi nella coperta. In qualche modo non volevo cedere, non volevo arrendermi. Qualcosa dentro me gridava: dov’è il mio Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Poi la mia mente si svuotò».


Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente
ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.

Harry Wu aveva già visto tanto orrore e tanto ne avrebbe ancora visto in seguito. Nato a Shanghai nel 1937, terzo di otto figli, Harry Wu (in cinese: Wu Hongda) è sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia trascorsi nei laogai, una sigla che sta per laodong gaizao dui e significa “riforma attraverso il lavoro”. Quell’esperienza è diventata un libro, pubblicato in questi giorni nella sua traduzione italiana (Controrivoluzionario, Edizioni San Paolo, 424 pagine, 22 euro) frutto della collaborazione con Carolyn Wakeman, docente di giornalismo e studi internazionali presso l’Università della California, a Berkeley.

«Il nostro stile di vita, tipico della classe medio-alta occidentalizzata di Shanghai, rifletteva l’educazione di papà a cavallo tra due culture», esordisce Harry Wu. «Nostro padre (un banchiere, ndr.) decise di far frequentare ai suoi figli le scuole gestite dai missionari. Nell’autunno del 1948 mi mandò alla St. Francis School. Uno degli insegnanti mi assegnò il nome inglese “Harry” la prima settimana di scuola. Nel 1950, fui prima battezzato e poi cresimato».

Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.

L’odissea di un “nemico del popolo”

Con la vittoria di Mao e l’avvento del comunismo, la St. Francis cambiò nome, diventando “Scuola primaria del Tempo”, i sacerdoti stranieri dovettero lasciare il Paese, alcuni chierici cinesi vennero arrestati e a ogni classe fu assegnato un istruttore politico che insegnava la teoria marxista-leninista. Finite le superiori, Harry Wu voleva studiare fisica o chimica. «Ma nella primavera del 1955», spiega, «una serie di articoli pubblicati sui giornali mi fecero cambiare idea. Senza geologi che scoprissero in Cina depositi di minerali, petrolio e carbone, la costruzione socialista non avrebbe potuto andare avanti. Senza geologi che studiassero il terreno, ponti, dighe e ferrovie non avrebbero potuto essere costruiti. Quando, a luglio, sostenni gli esami di ammissione all’università, compilai l’apposito formulario nazionale indicando l’Istituto di geologia di Pechino come prima scelta». Che l’accettò. E fu proprio lì che cominciarono i suoi guai.

Nel 1957, infatti, aveva criticato il Partito comunista: segnalandone ingiustizie e soprusi aveva aderito alla Campagna dei Cento Fiori promossa per altro dallo stesso Partito comunista al fine di “correggere i suoi precedenti errori”. Il movimento di rettifica, fu detto, sarebbe stato condotto «con la stessa gentilezza di una brezza o di una lieve pioggia». Falso. Harry Wu venne etichettato come “nemico del popolo”. Marginalizzato per oltre due anni dentro l’università, il 27 aprile 1960 fu arrestato. «In rappresentanza del Governo popolare di Pechino», dichiarò un funzionario di Pubblica sicurezza, catturandolo in un’aula dell’ateneo, «condanno l’elemento di destra e controrivoluzionario Wu Hongda alla rieducazione tramite il lavoro».

Benché mai formalmente sottoposto a processo, Harry Wu ha trascorso quasi due decenni in un infernale mondo nascosto di lavori umilianti, botte, torture prolungate, progressivo abbruttimento, squarci improvvisi di umanità e di aiuto reciproco. Harry Wu ha faticato nelle risaie, nelle campagne e nelle miniere, girando numerosi laogai dislocati in varie zone della Cina. Ha patito il freddo e, soprattutto, la fame. Si vide costretto a catturare di nascosto serpenti e rane pur di mettere qualcosa sotto i denti. Vide morire compagni di sventura perché denutriti, battuti fino alla morte, fucilati. O suicidi. Lui stesso rischiò la vita.

«Dopo essere stato rilasciato nel 1979», termina Harry Wu, «ho vissuto in Cina fino al 1985, anno in cui sono riuscito a espatriare negli Stati Uniti, dove vivo. In Cina, oggi, esistono più di 1.000 campi di lavoro forzato (nella postfazione il dato si fa più preciso: 1.045, ndr.), nei quali sono rinchiusi milioni di prigionieri. Spero nella mia vita di vedere una Cina libera e giusta, senza laogai. Morirò contento quando la parola laogai apparirà sui dizionari di tutte le lingue del mondo».

© Copyright Famiglia Cristiana n. 4/2008

L’autore:

Il professor Harry Wu (in Cinese Wu Hongda), nato a Shanghai nel 1937, è un attivista per i diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese. Ora residente e cittadino degli Stati Uniti, Wu ha trascorso 19 anni nei campi di lavoro cinesi, che poi ha fatto conoscere col termine “laogai”.

Proveniente da una famiglia agiata (il padre era banchiere, la madre era una discendente di proprietari terrieri), Wu ricorda la sua infanzia come “pacifica e gradevole”, ma la sua fortuna cambiò dopo la fine della guerra civile cinese nel 1949. “Durante la mia giovinezza, mio padre perse tutte le sue proprietà. Avevamo problemi economici. Il governo sequestrò tutte le proprietà del paese. Fummo costretti a vendere il mio pianoforte”, ha detto Wu in un’intervista a Worldnetdaily.com del 5 aprile 2001.

Studiò all’Istituto di Geologia di Pechino, dove fu arrestato la prima volta nel 1956 per aver criticato il Partito comunista cinese durante la Campagna dei Cento Fiori. Nel 1960 fu inviato come controrivoluzionario nei “laogai” (“riforma attraverso il lavoro”). Lì rimase per 19 anni durante i quali fu trasferito in 12 differenti campi e costretto ad estrarre carbone, costruire strade e lavorare la terra (in risaie, come ad esempio nel campo di Qinghe o nell’agricoltura, alla fattoria Tuanhe), senza sicurezza né igiene, spesso in condizioni ambientali rigidissime, sessioni di indottrinamento ideologico. Ha anche raccontato di essere stato picchiato, torturato e quasi ridotto alla morte per fame, assistendo alla morte di molti altri prigionieri per le brutalità, la denutrizione ed il suicidio.

Rilasciato nel 1979 durante la liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong, Wu si è trasferito negli Stati Uniti, dove è diventato professore di Geologia all’Università della California, Berkeley. Lì cominciò a scrivere delle sue esperienze nei laogai e nel 1992 rinunciò all’insegnamento per diventare un attivista per i diritti umani, dedicandosi a tempo pieno alla diffusione della verità sulla Cina. A questo scopo ha creato la Laogai Research Foundation, organizzazione di ricerca e pubblica educazione non-profit. Il lavoro della Fondazione è riconosciuto come fonte primaria di informazioni sui campi di lavoro cinesi. Wu ha testimoniato di fronte a diversi Congressi negli Stati Uniti, al parlamento del Regno Unito, della Germania, dell’Australia, alle Nazioni Unite e, grazie all’interessamento di Alternativa Sociale, anche al Parlamento Europeo.

Nel 1995 Wu, già cittadino statunitense, fu arrestato mentre tentava di rientrare in Cina. Il governo cinese lo trattenne per 66 giorni prima sottoporlo ad un rapido processo in cui lo accusava di spionaggio al termine del quale fu condannato a 15 anni di prigione e subito espulso. Wu attribuisce il suo rilascio ad una campagna internazionale in quei giorni in suo favore.


Harry Wu riceve il Premio Sciacca.

Wu ha ricevuto il “Premio Libertà” dalla “Federazione Ungherese Attivisti per la Libertà” nel 1991. Nel 1994 ha ricevuto il primo “Premio Martin Ennals per i Diritti Umani” dalla “Fondazione Svizzera Martin Ennals”. Nel 1996, fu insignito della “Medaglia alla Libertà” dalla “Fondazione Tedesca per la Resistenza della Seconda Guerra Mondiale”. Ha anche ricevuto la laurea ad honorem dall’Università di St. Louis e dalla Università Americana di Parigi nel 1996.

Wu è attualmente direttore esecutivo della “Laogai Research Foundation” e del Centro Informazioni sulla Cina. Entrambe le organizzazioni sono situate a Washington, DC e sono finanziate principalmente dal National Endowment for Democracy.

Due anni fa, il 15 marzo 2006 Harry Wu aveva in programma la presentazione del suo libro presso il Tuma’s Book Bar di Roma, ma “la presentazione del libro non si è potuta svolgere, perché una cinquantina di attivisti dei Centri sociali, armati di mazze, bastoni e spranghe, ha bloccato l’ingresso nella libreria; successivamente alcune persone che volevano assistere al dibattito sono state aggredite selvaggiamente; altri giovani sono stati rincorsi e malmenati per le strade del quartiere e lo stesso Harry Wu a stento si è sottratto al linciaggio (dall’interrogazione parlamentare presentata da Fabio Rampelli alla Seduta n. 39 del 21 settembre 2006 alla Camera dei Deputati). Successivi accertamenti del Ministero degli Interni (retto da Giuliano Amato) hanno accertato che “circa quaranta giovani aderenti al movimento antagonista capitolino del centro sociale di via dei Volsci hanno effettuato senza alcun preavviso un presidio all’ingresso della libreria, inibendone di fatto l’entrata e impedendo lo svolgimento di ogni iniziativa. Uno degli organizzatori dell’evento è stato proditoriamente colpito al viso da un sacchetto di plastica contenente del ghiaccio ed ha riportato un trauma contusivo (dalla risposta all’interrogazione presentata dal vice ministro Marco Minniti nella Seduta n. 132 del 22 marzo 2007 della Camera dei Deputati).

Nella foto: Harry Wu Hongda.