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Se ebrei e cristiani si conoscessero meglio

23 gennaio 2010

CITTA’ DEL VATICANO – Sabato, 23 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo un articolo dall’Osservatore Romano di oggi:

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Se ebrei e cristiani si conoscessero meglio

Intervista al direttore del Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations

di Betlemme Sara Fornari

Nel suo ufficio presso l’Istituto per gli studi ecumenici Tantur, che sorge su un’altura prospiciente Betlemme, alla periferia della città santa, il professor Daniel Rossing osserva pensoso i titoli dei giornali israeliani all’indomani della visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma. Una foto tra scritte ebraiche a lettere giganti rappresenta l’intenso scambio di sguardi tra il Papa e il rabbino Di Segni. Una foto che, commenta Rossing, “va oltre tante parole”. Il direttore del Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations (Jcjcr), già capo del Dipartimento per le comunità cristiane del ministero israeliano per gli Affari religiosi, è profondo conoscitore della realtà del dialogo ebraico-cattolico in Israele e della presenza cristiana in Terra Santa. Così commenta la visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma:  “È stato commovente assistere a quest’evento. Ogni visita del Pontefice, capo della Chiesa cattolica, a una sinagoga ebraica ha un grande significato per il progresso delle relazioni, che negli ultimi sessanta-settanta anni si sono sviluppate positivamente. E questo è un ulteriore passo, un gesto molto bello da parte del Papa”.

Pensa che le critiche della stampa locale rispecchino l’opinione degli israeliani?

Penso che uno dei problemi principali in Israele sia il fatto che, purtroppo, la maggior parte dell’opinione pubblica ebraica non è consapevole del processo storico, dei cambiamenti rivoluzionari che hanno avuto luogo nell’atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei e il giudaismo. Ciò è avvenuto non solo nei documenti ufficiali ma anche attraverso sforzi concertati e costanti. Purtroppo, l’unica cosa che la stampa israeliana riporta è che esistono dei problemi, fornendo un quadro distorto delle cose. Ma problemi ci sono in ogni relazione umana. Se però guardiamo come stanno veramente le cose, la realtà è che nei rapporti ebraico-cristiani stiamo assistendo a un continuo e grande progresso. Abbiamo quindi il compito – in modo particolare noi del Centro per i rapporti ebraico-cristiani di Gerusalemme – di rendere il popolo israeliano più consapevole dei grandi passi di avvicinamento compiuti dalla Chiesa cattolica anche attraverso il riesame degli insegnamenti tradizionali riguardanti gli ebrei. In questo Paese, abbiamo il grande compito educativo di informare meglio gli israeliani sulla Chiesa cattolica di oggi, distogliendo l’attenzione di qualcuno dal focalizzarsi sempre sul passato.

I giornali, comunque, sottolineano l’accoglienza calorosa della comunità ebraica e il fatto che il Papa abbia onorato la memoria delle vittime di due tragici eventi.

Io che lavoro in Terra Santa dove simboli e gesti giocano un ruolo preminente nelle relazioni tra i diversi gruppi, penso che nel mondo occidentale ci concentriamo troppo sulle parole, mentre bisogna concentrarsi di più sui gesti, sulle azioni. Per questo penso che il gesto di Benedetto XVI, che si è fermato davanti al memoriale della comunità ebraica di Roma, sia un segno che dice mille, diecimila volte più delle parole. Il fatto che il Pontefice sia andato in sinagoga è un gesto importante di per sé. Anche in Israele sarebbero auspicabili segnali di avvicinamento alla minoranza cristiana locale da parte della leadership ebraica.

Cosa l’ha colpita in particolare?

Ho trovato molto significativo il fatto che in sinagoga fossero presenti anche il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, l’arcivescovo di Akka dei Greco-Melkiti, Elias Chacour, il custode di Terra Santa, Pierbattista Pizzaballa, il nunzio apostolico in Israele e in Cipro, arcivescovo Antonio Franco, e il vicario patriarcale per Israele di Gerusalemme dei Latini, vescovo Giacinto Boulos-Marcuzzo. Questo mette in luce il fatto che la Chiesa locale di Terra Santa è parte della Chiesa universale e quindi anch’essa partecipa al miglioramento delle relazioni tra cattolici ed ebrei e lo Stato di Israele. Ed evidenzia il fatto che i rapporti ebraico-cattolici non possono basarsi soltanto sull’atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei e il giudaismo ma anche su quello del mondo ebraico nei confronti dei cristiani. La presenza dei rappresentanti delle comunità cattoliche locali insieme al Papa sottolinea la necessità di assicurare il benessere della minoranza cristiana in Terra Santa, punto evidenziato dalla visita apostolica di Benedetto XVI nel maggio scorso.

Una recente sentenza del tribunale della comunità ebraica ultraortodossa di Gerusalemme ha fatto segnare passi avanti sulla strada del reciproco rispetto.

Tra i problemi per la minoranza cristiana locale c’è quello, deplorevole, degli ebrei ortodossi che sputano addosso a religiosi e sacerdoti, specialmente nella città vecchia di Gerusalemme. Sono contento che il tribunale della comunità ebraica ultraortodossa di Gerusalemme abbia pubblicato una sentenza molto chiara che condanna questo gesto come una diffamazione di Dio, invitando tutti ad agire, anche con la persuasione, per fermare tale deplorevole fenomeno. I giudici hanno dimostrato attenzione ai buoni rapporti, anche in Israele, tra le Chiese locali e le comunità ebraiche.

Il Papa ha parlato dei dieci comandamenti, sottolineando tre punti fondamentali: la sacralità della famiglia, la santità della vita e il valore di ogni persona umana, la missione comune di ebrei e cristiani di risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente.

Questi punti sono al centro del dialogo in corso tra i rappresentanti del Gran Rabbinato di Israele e della Chiesa cattolica, incontri che si svolgono alternativamente a Roma e a Gerusalemme. Nonostante le differenze, abbiamo bisogno di lavorare insieme per un mondo migliore, dove la famiglia sia un vincolo di unità, dove la vita umana sia garantita per tutti gli esseri umani, nel quale attingiamo al trascendente e alla potenza di Dio ed ebrei e cristiani possano lavorare nel rispetto reciproco. Vorrei menzionare che di recente, in un’importante rivista culturale israeliana (“Tchelet”), è stato pubblicato un editoriale che richiamava gli ebrei a riconsiderare il loro tradizionale atteggiamento sospettoso, e spesso negativo, nei confronti del cristianesimo, a cercare vie per lavorare insieme in un mondo che ha un bisogno disperato di valori umani, ispirati da fonti divine. Occorre maggiore sensibilità. Nel febbraio scorso, sul canale israeliano 10, è stato diffuso un programma che presentava una satira disgustosa nella grafica e nelle parole, blasfemica, sulla Madonna e su Gesù. Quando la rete televisiva ha presentato le sue scuse ai cristiani locali, ha detto: “Non avevamo idea che fosse così offensivo!”. Questo è il problema: non si conosce abbastanza il prossimo da sapere ciò che può offenderlo. Gli ebrei non capiscono che gli scherzi che fanno possono essere tanto offensivi per i cristiani. Se si scherza su Mosè, questo non tocca molto gli ebrei, ma se si tocca la Shoah.

State lavorando molto per combattere questo deficit di conoscenza?

L’ignoranza è certo uno dei nostri peggiori nemici. Spesso insieme all’ignoranza e alla non-conoscenza dell’altro sorgono il sospetto e, peggio, pensieri negativi. Se non conosci gli altri, cominci a sospettare, poi li incontri e tutto cambia. Un esempio è quello che avviene negli incontri che organizziamo per i giovani. La prima volta che i bambini ebrei incontrano gli arabi cristiani capita di sentir dire ai genitori: “Ma guarda, sono come noi!”. Pensavano forse di incontrare dei terroristi, degli antisemiti. L’ignoranza che nasce dalla mancanza di contatto è molto pericolosa. Noi lavoriamo costantemente per facilitare l’incontro, affinché le persone abbiano l’opportunità di trovarsi l’uno davanti all’altro. Come nell’incontro tra Giacobbe ed Esaù nella Bibbia. È solo quando possiamo veramente vedere il volto dell’altro, senza intermediari, che scopriamo anche il volto di Dio. Da questo punto di vista, Gerusalemme è forse uno dei luoghi più difficili per l’incontro. Ma Gerusalemme racchiude tutto: questa è la sua bellezza e la sua ricchezza.

Cosa si propone di fare il Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations?

Il Jcjcr si occupa di tutti gli aspetti dei rapporti tra la maggioranza ebraica in Israele e l’indigena e storica comunità cristiana di Terra Santa. Queste relazioni sono molto diverse da quelle esistenti per esempio in Francia, in Italia o in America, soprattutto per il rovesciamento del rapporto maggioranza-minoranza. Il nostro compito è cercare di superare i pregiudizi, gli stereotipi, l’ignoranza, ma anche di costruire e promuovere buoni rapporti, empatia. Svolgiamo dei programmi educativi e il 99 per cento del nostro lavoro è con ebrei, in quanto maggioranza, che aiutiamo a capire meglio la comunità cristiana locale. Siamo anche impegnati in un lavoro di incontro, soprattutto con i giovani, a volte ragazzi tra gli 11 e i 12 anni. Il programma per i giovani coinvolge attualmente sei scuole cattoliche dell’area di Nazaret, insieme ad altrettante scuole ebraiche. Ho lavorato in questo campo per quasi quarant’anni; il centro è nato nel 2003. Abbiamo iniziato con settecento persone; ora lavoriamo con quattromila persone ogni anno, su diversi piani. Il centro cresce progressivamente, è sempre più riconosciuto da responsabili e organizzazioni che ci domandano consigli e programmi. Ne sono molto contento, ma abbiamo ancora tanto lavoro da fare.

©L’Osservatore Romano – 23 gennaio 2010

Terremoto: Vigili del Fuoco del Vaticano a Onna

9 aprile 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 9 aprile 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la trascrizione del pezzo di Radio Vaticana, sull’intervento dei Vigili del Fuoco della Città del Vaticano nella frazione di Onna:

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La preghiera del Papa per i terremotati. Vigili del Fuoco del Vaticano a Onna

Benedetto XVI continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione e a pregare per le vittime, i sopravvissuti, i soccorritori. Tra questi ultimi, figura anche una squadra di otto Vigili del Fuoco vaticani, giunta ieri sull’area del sisma e da subito al lavoro, come conferma, al microfono di Luca Collodi, il direttore dei Servizi di sicurezza e protezione civile, nonché comandante del Corpo di Gendarmeria vaticano, Domenico Giani:

R. – Nella notte, appena abbiamo saputo di questa immane tragedia che si è verificata, ho parlato con i nostri superiori, con mons. Boccardo e con il cardinale Lajolo. Poi abbiamo informato il Santo Padre, il segretario di Stato e tutta la Segreteria di Stato. C’era sembrato doveroso, in questo momento di grande dolore, far sì che anche una nostra squadra di Vigili del Fuoco fosse presente a dare una mano in questo momento di grande emergenza.

D. – Comandante Giani, quanti uomini e quanti mezzi dei Vigili del Fuoco vaticani sono presenti in Abruzzo?

R. – In questo momento, sono impegnati sul posto l’ufficiale responsabile dei Vigili del Fuoco, l’ingegnere De Angelis, che è un ingegnere strutturale, esperto in questo campo. C’è una squadra composta da otto elementi, con alcuni mezzi dotati anche di sofisticati sistemi di protezione civile, e proprio per questi casi hanno portato dei materiali e delle altre cose per la popolazione, e si trovano ad Onna, in questo paese che è stato completamente distrutto, e stanno lavorando con i Vigili del Fuoco italiani e con le forze di polizia italiane in questo momento.

D. – Come stanno operando sul posto?

R. – Hanno operato anche questa notte, hanno recuperato delle salme, ma in questo momento il loro compito è quello di prestare una certa assistenza alla popolazione, ritornare presso le abitazioni, recuperare quello che è recuperabile. Stanno anche dando un aiuto morale.

D. – Comandante Giani, come è nata l’idea di inviare dei Vigili del Fuoco vaticani in una zona di emergenza terremoto?

R. – Da quando è stata formata la Direzione dei Servizi di sicurezza e protezione civile, è nato proprio anche un nuovo concetto che è quello della difesa civile, dell’emergenza civile. Quindi, ho ritenuto importante che i miei uomini, non solo della Gendarmeria ma anche dei Vigili del fuoco fossero preparati anche in questo settore.

R. – Un gesto di solidarietà da parte del Vaticano alle popolazioni colpite dal sisma…

R. – La Santa Sede sempre, con le varie strutture – penso in particolar modo a Cor Unum, la Caritas – in tutto il mondo, quando c’è un’emergenza porta subito degli aiuti a nome del Santo Padre. In questo caso, credo che oltre ad un aiuto materiale ed economico, ci sia stato anche un aiuto professionale con la presenza di Vigili del Fuoco esperti nella ricerca e nell’aiuto alle popolazioni che soffrono. ( Montaggio a cura di Maria Brigini)

I Vigili del Fuoco vaticani – come abbiamo detto – prestano la loro opera di soccorso nella frazione di Onna, luogo simbolo di questa tragedia, che conta circa 40 morti su 250 abitanti. Ecco la testimonianza dell’ing. Paolo De Angelis, ufficiale addetto della squadra dei Vigili del Fuoco vaticani, intervistato da Luca Collodi:

R. – Attualmente, stiamo facendo lavori di bonifica e di verifica statica.

D. – Che situazione avete trovato?

R. – La situazione è disastrosa. Qui il paese è distrutto. Soltanto da questo paese hanno tirato fuori dalle macerie 40 corpi.

D. – Vi state coordinando anche con i Vigili del Fuoco italiani?

R. – Assolutamente sì. Stiamo dando piena collaborazione: accompagniamo anche le persone all’interno delle case per recuperare i loro effetti personali. Io sto collaborando con i funzionari dei Vigili del Fuoco per fare delle verifiche statiche sugli immobili che sono rimasti in piedi.

D. – Come siete stati accolti dalla popolazione, con le insegne ed i mezzi dello Stato della Città del Vaticano?

R. – Siamo stati accolti in maniera molto positiva: era questo il messaggio che veniamo a portare, un messaggio di solidarietà che la popolazione ha colto in pieno. Adesso qui, in questo momento, manca soprattutto il conforto alle persone che vedono che tutto è stato strappato loro dal sisma.

D. – Un gesto concreto di solidarietà da parte dello Stato della Città del Vaticano…

R. – E’ un’iniziativa che per noi significa moltissimo, e a livello umano, e a livello professionale.

D. – Il clima tra gli abitanti qual è?

R. – Il clima tra gli abitanti adesso è di sgomento: è gente che nella maggior parte dei casi non ha più nulla, ma è in questi casi che si manifesta la solidarietà tra le persone. (Montaggio a cura di Maria Brigini)
© Copyright Radio Vaticana, articolo disponibile qui.

Giardini Vaticani sempre piu’ verdi

22 ottobre 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 22 ottobre 2008 (Vatican Diplomacy). Interessante articolo de L’Osservatore Romano sui Giardini Vaticani:

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Il Vaticano tra storia e natura

Come sono verdi i giardini del Papa

di Francesco M. Valiante

Pio XII ci andava ogni giorno, col sole o con la pioggia, e ci rimaneva un’ora esatta camminando sempre lungo lo stesso muro. Paolo vi, al contrario, non era solito passeggiarvi e restava nel giardino pensile del Palazzo apostolico. Pio xi li attraversava solo in macchina e per questo ne aveva fatto asfaltare i viali. Giovanni Paolo ii invece, da buon sportivo, amava percorrerli a piedi di buona lena, almeno fino all’attentato del 1981. Giovanni XXIII vi cercava refrigerio alla calura pomeridiana:  pare anzi che, di tanto in tanto, non disdegnasse una partita a bocce nel campo situato nella zona più a nord. E si racconta che Leone xiii li avesse trasformati addirittura in un piccolo zoo, con tanto di daini, gazzelle e caprioli giunti dall’Africa.
La storia dei Pontefici potrebbe essere scritta anche così:  guardandoli, cioè, attraverso la lente del singolare rapporto che ciascuno di loro ha avuto con i Giardini Vaticani. Una sorta di “visti dal giardino”, per azzardare un titolo a metà tra l’indiscreto e l’ecologista. Si comincia più di settecento anni fa con Niccolò III, al quale si deve la creazione della prima zona coltivata all’interno delle mura. E si finisce con Benedetto XVI, le cui passeggiate quotidiane in mezzo al verde alle spalle di San Pietro non sono certo un mistero. Lui stesso, a conclusione del viaggio in Francia del settembre scorso, ha confidato la sua abitudine di fermarsi a pregare dinanzi alla Grotta di Lourdes, donata a Leone XIII nel 1902 e collocata lungo le mura leonine nella parte più occidentale del colle Vaticano. “Il Pontefice visita spesso i Giardini per raccogliersi in preghiera nella tranquillità e nella bellezza di questi luoghi” conferma il primo capotecnico Elio Cortellessa, che da trentacinque anni si occupa della loro cura. E che in questa intervista ci guida tra curiosità, splendori e piccoli segreti di un luogo unico al mondo.

Bacone diceva che un giardino rappresenta “il più puro dei piaceri umani” e “il più grande ristoro per lo spirito”. È una definizione che si può applicare anche ai Giardini Vaticani?

Direi di sì. Questa duplice dimensione si coglie anzitutto nella loro collocazione:  sono nel cuore di una grande metropoli come Roma e, allo stesso tempo, si affacciano su un luogo di straordinaria suggestione spirituale come la tomba di Pietro. Anche al loro interno c’è un singolare intreccio di natura e ingegno umano, di vegetazione e monumenti:  alla varietà delle piante e delle sistemazioni paesaggistiche si alternano edifici, statue, fontane, frammenti archeologici e opere moderne – dai resti di antichi sarcofagi a un pezzo del muro di Berlino – che formano un’architettura assolutamente ineguagliabile. Certo, il loro valore aggiunto, se così si può dire, sta nel fatto che costituiscono il luogo di riposo e di meditazione del Romano Pontefice.

A quando risale il loro nucleo originario?

La prima notizia storica che abbiamo si riferisce a Papa Niccolò III, il romano Giovanni Gaetano Orsini, che dal Laterano riportò la residenza papale in Vaticano. Nel 1279 fece erigere le nuove mura entro cui furono impiantati un prato, un frutteto e un viridarium, che costituì il primo abbozzo di un giardino, anche se non nel senso che intendiamo oggi:  era piuttosto un orto, uno spazio verde riparato e protetto. Da lì poi il suo successore Niccolò iv ricavò un “giardino dei semplici”, dove il suo medico personale – il frate semplicista Simone da Genova – coltivava piante e erbe medicinali.

Resta ancora qualcosa dell’originario viridarium?

Non c’è più niente, perché in quella zona è stato edificato da Innocenzo VIII (1484-1492) il palazzetto del Belvedere. Il viridarium era situato proprio nel punto in cui ora sorge l’atrio dei quattro cancelli. L’area dove invece si estendono attualmente i Giardini è stata realizzata successivamente, soprattutto dopo il 1929.

Qual è la zona più antica tutt’oggi esistente?

Quella  della  Casina  di  Pio  IV,  la cui edificazione inizia con Paolo IV (1555-1559) e viene poi completata dal suo successore, il Papa del quale porta il nome. È un piccolo gioiello di arte rinascimentale, oggi sede delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali. Lì ci sono attualmente i due pini domestici che rappresentano le piante più vecchie cresciute nei Giardini Vaticani.

A quando risalgono?

Una datazione certa non c’è. Ma considerando l’epoca della costruzione della Casina, si potrebbe addirittura ipotizzare un’età compresa tra i sette e gli otto secoli. In ogni caso, i due esemplari non hanno meno di seicento anni. Sempre in quella zona sorgono anche imponenti cedri del Libano, che risalgono a trecento o quattrocento anni fa. Ma il primato assoluto di età spetta a due piante che non sono cresciute qui:  si tratta di monumentali ulivi plurisecolari offerti dalla regione Puglia in occasione della Domenica delle Palme del 2000. Sono stati piantati lungo viale Pio XII, proprio dove Papa Pacelli amava passeggiare, e hanno attecchito perfettamente. Pensi che hanno quasi mille anni.

E le piante più rare?

Per la sua bellezza particolare ricorderei, per esempio, l’esemplare di Erythrina, detta anche albero del corallo, che risale alla fine dell’Ottocento ed è l’unico superstite del giardino botanico di piante esotiche fatto sistemare da Leone XIII proprio sotto la torre leonina, oggi torre della Radio. Si tratta di una pianta di origine brasiliana, dai bellissimi fiori rosso scarlatto, molto rara in Italia e tra le più preziose che abbiamo. Ci sono anche grandi sequoie e Cycas revoluta di sette o otto metri, che difficilmente raggiungono tali altezze.

Qual è il numero complessivo delle piante che crescono oggi nei Giardini?

Possiamo parlare di circa 300 specie vegetali e 6.500 esemplari di dimensioni misurabili, tutti catalogati. Nella grande maggioranza si tratta di piante cresciute in loco. Ma ci sono anche esemplari giunti da altri Paesi, donati al Papa o alla Città del Vaticano in occasione di ricorrenze particolari.

Per esempio?

Nei pressi della Grotta di Lourdes c’è un ulivo di Israele piantato nel 1995 in ricordo della ripresa delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ci sono poi, tra l’altro, un pino nero e un tiglio slovacchi, sequoie statunitensi, un faggio della Slovenia e venti esemplari di ciliegi da fiore giunti dal Giappone.

La disposizione della vegetazione è stabile o ci sono modifiche periodiche?

La quasi totalità dei Giardini richiede, in genere, solo un’opera di manutenzione quotidiana. Peraltro, c’è qualche piccola zona che di tanto in tanto cambia. L’esempio più evidente è quello dello stemma pontificio disegnato con piante di diverso colore nel prato dinanzi al Governatorato. Mentre la cornice, con il triregno e le chiavi, resta sempre la stessa, la parte centrale – il cosiddetto scudo – viene modificato ogni volta che è eletto un nuovo Pontefice.

Quali piante formano lo stemma?

Si tratta di migliaia di piante scelte ovviamente in base alla colorazione. Se per alcuni colori adoperiamo esemplari stabili, per altri dobbiamo ricorrere a piante stagionali, per sostituire quelle che non resistono all’inverno. Le parti verdi dello stemma sono formate da cespugli di bosso nano. Per lo scudo di Papa Ratzinger abbiamo utilizzato l’evonimo nei campi gialli – la chiave di destra, parti della faccia del moro, la conchiglia del pellegrino e i campi intorno al moro e all’orso – mentre con l’alternantera rossa e la convallaria nera abbiamo composto il volto del moro, la pelliccia dell’orso e il campo intorno alla conchiglia. Infine, l’elicriso colora d’argento la chiave di sinistra e contorna tutto l’insieme.

Altri esempi di piante che vengono rinnovate?

Dinanzi alla Grotta di Lourdes le fioriture vengono cambiate periodicamente, così come le bordure e le aiuole. In questo periodo, poi, stiamo completando il rinnovamento – curato dal botanico e agronomo Vincenzo Scaccioni – della vegetazione della scogliera artificiale, che si estende per oltre duecento metri lungo via dell’Osservatorio. Diciamo che c’è un’evoluzione costante, anche se l’impostazione generale resta ormai pressoché definitiva.

Ma la superficie dei Giardini è sottoposta a vincoli particolari in materia di edificabilità?

Non so se esistono disposizioni giuridiche in proposito. Ma posso dirle, per esempio, che sino a una quindicina di anni fa, nella zona della Galea, avevamo un vivaio a terrazze – circa un ettaro di terreno – in cui coltivavamo fiori destinati al Palazzo Apostolico e ad addobbi interni. Adesso, dopo la realizzazione di parcheggi e altre strutture, ci è rimasta appena una piccola area coltivata a orto. Per andare più indietro nel tempo, ricordo stupendi esemplari di pompelmi oggi purtroppo scomparsi dopo l’edificazione di un muro. Stessa sorte è toccata al piccolo campo di bocce dove Giovanni XXIII amava giocare.

Che tipo di fauna popola i Giardini?

È una fauna particolare, inaspettatamente varia, anche perché vive indisturbata. Si tratta anzitutto di uccelli:  ci sono quelli comuni ma anche specie più rare, come picchi e upupe. In questo periodo, in particolare, siamo invasi dai pappagalli, i parrocchetti monaco, che non passano certo inosservati per la loro vivacità e i loro versi. Per il resto, ci sono rane, rospi, bisce. Una volta, nella zona del bosco, si potevano vedere persino gli scoiattoli o qualche volpino. Ci sono ancora dei ricci. E poi i gatti, gli animali certamente più diffusi tra le mura vaticane.

Quanta acqua è necessaria per irrigare un territorio così vasto?

Ne occorre una grande quantità. Quella che noi utilizziamo è acqua non potabile che viene direttamente dal lago di Bracciano – la cosiddetta Acqua Paola dell’antico acquedotto traiano, poi restaurato da Papa Paolo V – e si raccoglie nella grande cisterna interrata nella zona dell’eliporto, dalla capacità di 8 milioni di litri.

E come è organizzata l’irrigazione?

Una parte dei Giardini richiede un’irrigazione manuale, mentre un’altra si avvale di un impianto automatizzato che funziona durante la notte, in prevalenza da mezzanotte alle sei di mattina. Le dodici zone in cui sono suddivisi vengono alimentate a rotazione nell’arco di una settimana. Gli irrigatori di ogni area sono calibrati per il fabbisogno delle diverse tipologie di vegetazione – un prato, ad esempio, ha bisogno di una quantità di acqua diversa rispetto a una siepe – così da evitare sprechi.

Quante persone lavorano nei Giardini?

In totale 36. Di queste, 12 sono i responsabili delle singole zone. Ognuno di loro risponde personalmente ai superiori per quanto riguarda esigenze e problemi specifici del settore di competenza. Gli altri sono assegnati ai diversi servizi che rientrano nella nostra competenza:  il servizio serre, la sala floreale per gli addobbi, la nettezza urbana.

A voi compete anche la cura degli addobbi floreali per le celebrazioni pontificie. Nella scelta contano più i gusti del Papa o prevalgono altri criteri?

Com’è ovvio la scelta è legata essenzialmente ai segni e ai significati liturgici. Per questo spetta a noi d’intesa con l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Esistono ormai modelli ben collaudati per le cerimonie che si ripetono ogni anno. Per la solennità dei santi Pietro e Paolo, tanto per fare un esempio, il colore dominante è il rosso, simbolo del martirio. Per l’Immacolata prevale il bianco, in Quaresima e in Avvento il verde, mentre a Pasqua e nelle canonizzazioni c’è una vera e propria esplosione di colori.

Quanti fiori occorrono per ornare la basilica o la piazza in occasione di queste celebrazioni?

Col trascorrere dei pontificati le esigenze sono notevolmente aumentate. Mentre con Pio XII, per esempio, bastavano pochi esemplari solo per le più importanti occasioni, oggi – anche a causa dell’afflusso di persone e delle esigenze televisive – le varietà devono essere non soltanto più numerose ma sempre più grandi, belle, durature. Per i santi Pietro e Paolo, per esempio, adoperiamo migliaia di rose rosse. Nella notte della Natività, collochiamo in basilica centinaia di vasi di stelle di Natale.

Sono tutti esemplari coltivati in Vaticano?

No. I fiori recisi sono acquistati o donati:  com’è noto, i principali donatori sono i fiorai olandesi e quelli liguri. Quanto alle piante in vaso, invece, le coltiviamo e le manteniamo in serra. Vengono portate in basilica per le celebrazioni o negli ambienti dei palazzi vaticani per esigenze di servizio. Poi vengono ritirate e fatte riprendere, per restituire loro le condizioni ottimali di crescita.

È vero che i frutti del vostro lavoro finiscono anche sulla tavola del Pontefice?

In parte sì. C’è un piccolo orto, proprio accanto al monastero Mater Ecclesiae, che serve al fabbisogno giornaliero del Papa. Vi si coltiva verdura e frutta:  naturali al cento per cento, ovviamente, in quanto per l’orto non utilizziamo trattamenti chimici e adoperiamo solo concime organico. Per tutti i Giardini, del resto, la nostra logica è quella di ricorrere il meno possibile a prodotti chimici.

©L’Osservatore Romano 22 ottobre 2008

Ecco come sara’ l’impianto a energia solare della Città del Vaticano

29 agosto 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 29 agosto 2008 (Vatican Diplomacy). Come anticipato da un nostro articolo del 13 maggio scorso circa la costruzione di un impianto fotovoltaico sul tetto dell’Aula Paolo VI, riportiamo l’intervista con l’ingener Mauro Villarini apparsa sulle pagine dell’Osservatore Romano :

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A colloquio con l’ingegner Villarini sui progetti per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili

Primo impianto a energia solare nella Città del Vaticano

di Nicola Gori

Un piccolo Stato con una grande sfida all’orizzonte:  sfruttare quanto più possibile le fonti di energia rinnovabili per giungere, primo in Europa, all’obiettivo di utilizzarne almeno il 20% del consumo totale nel 2020. È il traguardo che i tecnici dello Stato della Città del Vaticano si sono posti da quando hanno iniziato a studiare il modo migliore di sfruttare tutto quanto è a disposizione sul suo territorio (o,44 chilometri quadrati di estensione) per ottenere energia. Prima fra tutte quella solare, praticamente inesauribile e gratuita, senza dimenticare altre alternative, quali la produzione di gas da biomasse e lo sfruttamento della potenza eolica.
Dalla teoria alla pratica:  la Direzione dei servizi tecnici del Governatorato a breve avvierà il primo progetto di impianto ad alta tecnologia per lo sfruttamento dell’energia solare. L’installazione avverrà sulla copertura dell’Aula Paolo vi che, per la sua moderna struttura, si presta bene allo scopo. Ne parla, in questa intervista al nostro giornale, l’ingegner Mauro Villarini, responsabile dei progetti sulle fonti di energia rinnovabile.

La Direzione dei servizi tecnici del Governatorato ha accolto le sollecitudini di Benedetto XVI per la tutela dell’ambiente promuovendo il ricorso a fonti di energia rinnovabili. Ci parla del progetto?

Il progetto in questione nacque dopo una serie di discorsi di Benedetto XVI, nei quali si parlava dell’utilizzo delle risorse del pianeta, della sostenibilità ambientale e delle soluzioni tecnologiche adeguate. In particolare, fondamentali furono per noi le parole del Papa pronunciate il 1° gennaio 2007 in occasione della Giornata mondiale della Pace:  “Di fronte al diffuso degrado ambientale l’umanità si rende ormai conto che non si può continuare ad usare i beni della terra come nel passato… Sta così formandosi una coscienza ecologica, che non deve essere mortificata, ma anzi favorita, in modo che si sviluppi e maturi trovando adeguata espressione in programmi ed iniziative concrete”. Il progetto, promosso dalla Direzione dei servizi tecnici del Governatorato, prevede la produzione di energia elettrica da fonte solare. Si tratta dell’installazione di un impianto fotovoltaico sulla copertura dell’Aula Paolo vi. È stata scelta l’Aula Nervi perché è uno degli edifici più moderni e quindi più compatibili con tecnologie di questo tipo. Inoltre, vi era anche l’esigenza di rinnovare e di ristrutturare comunque la copertura del tetto. In un certo senso, l’architetto Nervi fece quasi una progettazione premonitrice, utilizzando delle tegole frangisole costituite da una metà rivolta perfettamente a sud e da una metà a nord. In pratica, noi non andiamo a fare altro che sostituire le tegole rivolte a sud con dei pannelli fotovoltaici. È importante sottolineare che le tegole fotovoltaiche sono state realizzate ad hoc sulla misura di quelle originali volute dal Nervi. I pannelli a nord saranno sostituiti con materiale altamente tecnologico, la cui peculiarità è di riflettere una parte della radiazione solare, aumentando così la produttività dell’impianto.

Come si è arrivati a maturare questa scelta ecologica?

L’idea è stata maturata dall’ingegner Pier Carlo Cuscianna, Direttore dei Servizi Tecnici dello Stato Città del Vaticano con gli auspici del cardinale Giovanni Lajolo, Presidente del Governatorato e del suo Segretario generale il vescovo Renato Boccardo, ed è stata sviluppata con la collaborazione dell’università di Roma, “La Sapienza”. È stato realizzato uno studio di fattibilità da parte del professor De Santoli della facoltà di ingegneria dell’università di Roma, energy manager della stessa università. Tale studio preliminare è stato realizzato partendo dai consumi del Vaticano. È stata effettuata poi un’analisi delle superfici disponibili sulla copertura dell’Aula Paolo vi, delle possibili tecnologie e delle migliori soluzioni mirate all’integrazione architettonica. È stato un aspetto fondamentale quello di non voler modificare la struttura, quantunque un minimo di alterazione cromatica dalla visuale esterna ci sarà. Una cosa che ho apprezzato molto è stato l’orientamento della Direzione dei Servizi Tecnici del Governatorato verso il più giusto compromesso tra l’attenuazione dell’impatto visivo dell’opera e la ricerca dell’efficienza e della duttilità. Infatti, come detto, i pannelli rivolti a nord, quelli non produttivi, incrementeranno la produzione dei pannelli fotovoltaici rivolti a sud, dando un contributo all’irraggiamento che li investe in virtù di una componente di radiazione da essi riflessa.

Ci offre qualche dato tecnico?

Della superficie complessiva dell’Aula Paolo vi, circa 5.000 metri quadrati, verranno coperti da moduli fotovoltaici circa 2.000 metri quadrati, mentre altri 2.000 metri quadrati sarebbero utilizzati da schermi, per aumentare la quantità di energia captata. La copertura infatti è costituita da 1.200 tegole frangisole a sud formate da 30 colonne per 40 righe. La potenza media dei quasi 2.400 moduli fotovoltaici sarà di poco meno di 100 watt per una potenza complessiva di circa 220 kilowattora. Tale potenza servirà l’Aula Paolo vi, pur non coprendone l’intero fabbisogno. Ci saranno momenti, però, nei quali l’Aula non assorbirà tutta l’energia prodotta e allora potremo immettere l’energia eccedente nella rete dello Stato della Città del Vaticano. Ci sarà così una gestione del flusso energetico tale che da soddisfare le utenze che lo richiedono dando la priorità all’Aula delle udienze Paolo vi. In media l’Aula assorbe sui 2.000 mwh (megawatt ora) all’anno. Attraverso i 220 kw installati arriveremo a produrre circa 300 mwh all’anno con i pannelli fotovoltaici. Per farci un’idea dell’entità della produzione, con quello che produrremo dall’impianto, andremmo a soddisfare i consumi annui equivalenti a quelli di un centinaio di famiglie. Con il nostro impianto, perciò, copriremo qualche punto percentuale dei consumi annui della Città del Vaticano.

Quando verrà installato l’impianto?

L’impianto verrà installato tra settembre e ottobre. L’obiettivo è di concludere e di far entrare in funzione il tutto entro e non oltre la fine dell’anno.

Ci spiega a grandi linee la tecnologia utilizzata?

La tecnologia e i materiali provengono da un’azienda tedesca la SolarWorld AG di Bonn. Si tratta di prodotti tecnologici di prima qualità e che vantano una resa ed efficienza tra le più alte al mondo. L’opera sarà realizzata sulla base di un importante contributo del presidente della società tedesca.

Perché la scelta proprio di questa energia rinnovabile?

Innanzitutto, perché dobbiamo fare i conti con quello che abbiamo a disposizione e la risorsa principale e più facilmente reperibile in Vaticano è evidentemente quella solare. Poi perché coincideva con le esigenze di ristrutturazione della copertura dell’Aula Paolo vi. E, soprattutto, l’energia solare rappresenta per noi un dono che viene dall’”alto”, una risorsa quasi inesauribile che se fosse sfruttata adeguatamente soddisferebbe tutti i fabbisogni energetici della terra.

Ci sono altri progetti per l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili all’interno dello Stato della Città del Vaticano?

C’è un altro progetto che riguarda la copertura della mensa di servizio in Vaticano, un impianto solare, questa volta non più per la produzione di energia elettrica, ma per la produzione di calore, sotto forma di acqua calda. La particolarità è che non sarà utilizzata solo l’acqua calda tout court, ma essa verrà impiegata anche per produrre freddo. Sembra un paradosso. Il nome della tipologia impiantistica è solar cooling, cioè raffrescamento solare. Attraverso una soluzione tecnologica particolare ma nota agli esperti del settore, l’acqua calda ad una temperatura di circa 90-100 gradi centigradi, prodotta dai pannelli solari ad alto rendimento, alimenta una macchina frigorifera, che non assorbe energia elettrica o energia meccanica. Questa macchina alimentata con il calore “gratuito” proveniente dal sole produce freddo. D’estate produrrebbe acqua refrigerata per l’impianto di raffrescamento della mensa mentre d’inverno l’acqua calda verrebbe sfruttata direttamente per il riscaldamento degli stessi locali. In pratica, più fa caldo, più produce freddo. Questo impianto contribuirebbe al 60-70% del fabbisogno energetico annuo della mensa di servizio, necessario alla refrigerazione e al riscaldamento, abbattendo così i consumi. Per questo progetto siamo in trattativa con un’azienda italiana. I lavori inizieranno entro ottobre e l’impianto potrà entrare in funzione entro l’anno.

Vi sono altri progetti che prevedano l’impiego non di energia solare, ma di altre fonti rinnovabili?

Ci sono altre idee che riguardano le zone extra-territoriali, Santa Maria di Galeria e le Ville Pontificie di Castel Gandolfo. In questo caso l’energia rimarrebbe in loco o verrebbe immessa in rete. Quello che conta è il bilancio dell’energia ricavata da fonti rinnovabili e la percentuale di essa rispetto a quella consumata complessivamente.
Per quanto riguarda l’eolico, ad esempio, c’è qualche idea, ma chiaramente dipendiamo da quello che abbiamo sul nostro territorio. Effettivamente, ci stiamo pensando e ne stiamo valutando i limiti dal punto di vista dell’impatto ambientale, perché ci sono dei generatori eolici di piccola taglia, che riescono a sfruttare il vento anche a bassi regimi. In pratica, non c’è bisogno di grandi velocità e si riesce lo stesso a produrre energia con velocità di ingresso e medie annue abbastanza modeste.
Un altro ambito di interesse è lo sfruttamento delle biomasse. Anche qui al momento siamo in fase di valutazione. Nelle zone extraterritoriali si potrebbe produrre gas combustibile tramite opportuni trattamenti delle biomasse presenti. Mi riferisco ad esempio a sistemi di digestione anaerobica per quanto concerne i processi biochimici di conversione dei reflui zootecnici in biogas o a sistemi di gassificazione a partire dalle biomasse di natura ligneo-cellulosica, la legna, i suoi derivati, che produrrebbero un gas di sintesi, il syngas, contenente l’idrogeno. Naturalmente, per altre fonti dobbiamo tener conto delle disponibilità e dei limiti dello Stato. Ad esempio non abbiamo né mare, né fiumi e quindi non possiamo sfruttare fonti idriche.
L’obiettivo di tutti i nostri progetti è in sintesi quello di creare una filiera energetica, in cui da una produzione di energia pulita e da una sua gestione intelligente sia possibile alimentare innanzitutto le utenze stazionarie e poi anche i mezzi di trasporto rendendo sostenibile dal punto di vista ambientale la stessa mobilità. La nostra sfida è che lo Stato della Città del Vaticano raggiunga gli obiettivi europei prima dell’Europa. Il traguardo ben noto, infatti, è che al 2020 gli Stati europei abbiano almeno il 20% di contributo energetico da fonti rinnovabili. Con questi primi impianti previsti in Vaticano, ci attesteremo a qualche punto percentuale.

©L’Osservatore Romano – 28-29 agosto 2008

Mons. Giordano sul no di Dublino al Trattato di Lisbona: l’Europa deve ritrovare le sue radici

15 giugno 2008

Prosegue in Europa il dibattito politico dopo che l’Irlanda ha bocciato in un referendum il Trattato di Lisbona che riformava la Costituzione dell’Unione Europea affossata a sua volta nel 2005 dalle consultazioni popolari in Francia e Olanda. Con il no di Dublino il Trattato non può entrare in vigore anche se gli altri 26 Stati dell’Unione Europea lo ratificassero. Tra le ipotesi più verosimili c’è la possibilità di riportare gli irlandesi alle urne o abbandonare il Trattato di Lisbona, optando per un’Europa a più velocità. Per un commento sul risultato del referendum irlandese, che sembra dare voce agli euroscettici, ascoltiamo mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, al microfono di Mario Galgano:

R. – Riguardo al referendum, devono essere i politici a giudicarlo. Certo, sono dei segnali che i responsabili della Costituzione europea devono tenere in conto. Noi, come Chiesa, naturalmente siamo interessati sempre alla “grande Europa” e non solo alle nazioni dell’Unione Europea. Siamo, quindi, interessati soprattutto all’Europa della storia, all’Europa della cultura, a quell’Europa che oggi sa confrontarsi con il mondo. Riguardo al progetto politico, la Chiesa guarda con molto interesse a tutto ciò che può contribuire ad una maggiore stabilità ed unità dell’Europa, per meglio contribuire anche al resto del mondo.

D. – Quale potrebbe essere il contributo concreto che può dare la Chiesa per la costruzione anche di un’Europa comune?

R. – L’Europa deve ritrovare i suoi fondamenti, le sue radici; deve trovare il fondamento dei valori. L’Europa ha bisogno di una idealità, ha bisogno di una visione, ha bisogno di un’idea. Ma ha anche bisogno che i cittadini europei si impegnino su un progetto che è un’idea e questa idea deve essere fondata. Oggi non basta, quindi, una vuota retorica dei valori. Non possiamo dire che l’Europa si impegna per la dignità umana, ma si tratta poi di vedere in concreto cosa significa dignità umana, dov’è il fondamento della dignità umana ed anche quali sono i progetti concreti che possiamo perseguire per difendere la dignità umana. Altrimenti queste rischiano di essere parole piuttosto vuote. Siamo, d’altra parte, però interessati anche ad un’Europa che considera le sfide del mondo e le sfide del mondo sono tantissime. Noi siamo preoccupati proprio di prendere sul serio queste sfide dell’umanità e come europei di riuscire a dare un contributo. Quindi non un’Europa che cerca di diventare una fortezza, che guarda soltanto a se stessa, ma un’Europa che ritrova una sua identità, ritrova una sua vocazione, perchè soltanto così è poi capace di affrontare queste grandi sfide del mondo. Io credo che se fosse chiaro che l’Europa si sta attrezzando per il tema della fame, per il tema dell’ambiente, per il tema della pace, sarebbe certamente un’Europa seguita dai popoli, seguita dai giovani e per la quale merita essere dei protagonisti.

D. – La voce della Chiesa in Europa come viene ascoltata, secondo lei, dal punto di vista dei politici, dei leader dei Paesi?

R. – Su questi grandi temi – come quelli etici, che vanno dal tema della vita umana e quindi dalla sua nascita alla sua crescita, alla sua educazione, alla sua fine, ai temi della famiglia; ma ancora i temi morali come la giustizia, la pace e l’ambiente – io noto che c’è una grande attesa da parte della politica per la voce della Chiesa. Naturalmente non c’è soltanto attesa, ma c’è anche una dimensione critica. C’è poi anche una problematica ecumenica all’interno delle Chiese e le Chiese devono anche tra di loro trovare un consenso e dare un contributo comune. Ma c’è anche la questione interreligiosa, perché l’Europa ha un pluralismo religioso e quindi dobbiamo riuscire a presentare delle proposte o a dare delle visioni condivise anche a livello di religioni. Questo sarebbe molto utile. Credo che più siamo uniti come cristiani e quindi anche come uomini di religione, più la politica è attenta soprattutto proprio a queste questioni etiche. Ci sono delle minoranze che spesso fanno la voce grossa, che lanciano sempre critiche agli interventi della Chiesa, ma io ritengo che queste siano soltanto delle minoranze. Se noi riusciamo ad avere proposte serie e mature, se noi riusciamo a non far circolare delle maschere delle religioni o delle maschere del cristianesimo, se noi riusciamo a donare l’autenticità delle religioni e la cosa più autentica del cristianesimo, credo che allora venga dato spazio a questo. E’ soltanto una minoranza quella che ha una allergia a donare spazio alla religione. Da parte di chi gestisce la cosa pubblica sarebbe una arroganza pensare di poter rispondere da soli a queste enormi domande, come il senso della vita, come la domanda della convivenza o le domande della pace. C’è bisogno di creare spazio, affinché tutte le forze e tutti coloro che hanno qualcosa da dire possono farlo.

Ascolta l’intervista:

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