Archive for the ‘Palestina’ Category

Vaticano, grandi speranze su Barack Obama

20 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 21 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima l’articolo che apparirà in giornata sulle pagine dell’Osservatore Romano :

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Oltre un milione di persone a Washington per la cerimonia

Obama giura come presidente
Che Dio lo aiuti

E Benedetto XVI prega affinché promuova la pace tra le nazioni

Barack Obama con la figlia Malia

Barack Obama con la figlia Malia

Washington, 20. Barack Obama giura oggi come presidente degli Stati Uniti, primo afroamericano a ricoprire la massima carica del Paese. La formula del giuramento – trentanove parole pronunciate dal presidente della Corte suprema, John Roberts, e ripetute da Obama – si conclude con l’invocazione dell’aiuto divino:  “So help me God”. E in effetti grandi sfide – politiche, sociali, economiche, etiche – attendono il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti.

“Sotto la sua guida – ha scritto Benedetto XVI in un telegramma inviato al nuovo presidente – possa il popolo americano continuare a trovare nella sua imponente eredità religiosa e politica i valori spirituali e i principi etici necessari a cooperare nella costruzione di una società veramente giusta e libera, contraddistinta dal rispetto per la dignità, l’eguaglianza e i diritti di ognuno dei suoi membri, specialmente i poveri, gli emarginati e coloro che non hanno voce”. Mentre molti nostri fratelli e sorelle nel mondo aspirano alla liberazione dalle piaghe della povertà, della fame e della violenza – continua il Papa – “prego che lei sia confermato nella sua determinazione a promuovere comprensione, cooperazione e pace tra le Nazioni”.

Obama si trova oggi ad affrontare una crisi economica che ha condotto il Paese sull’orlo della recessione; si trova a dover gestire il progressivo disimpegno delle truppe dall’Iraq e i prossimi capitoli dell’infinita lotta al terrorismo internazionale. Si trova soprattutto a garantire nuova linfa a quel sogno americano che, dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001 e dopo il grave dissesto finanziario di questi mesi, sembrava affievolito. E forse quella di ridare morale al Paese nella morsa della crisi economica e alle prese con la guerra è la sfida più impegnativa per Obama.

Ieri, negli Stati Uniti, era festa nazionale:  si è celebrato il Martin Luther King Day. E Barack Obama, alla vigilia del giuramento, ha reso omaggio all’uomo che ha segnato una svolta nella storia dell’America. A prestare giuramento sulla Bibbia di Lincoln, ha detto, vi sarà “tutto il popolo americano, unito nel nome di Martin Luther King”. “Oggi – ha affermato Obama visitando, a Washington, un ricovero per adolescenti senzatetto – celebriamo la vita di un predicatore che, più di quarantacinque anni fa, si presentò sul nostro Lincoln Memorial e, all’ombra di Lincoln, condivise il suo sogno con l’intera nazione”. La sua visione – ha sottolineato – “era che tutti gli uomini possono condividere la libertà di fare nella vita ciò che desiderano, e che i nostri figli possono raggiungere traguardi più alti dei nostri”.

Obama ha poi ricordato che la vita di Martin Luther King fu al servizio degli altri. Dunque, ha dichiarato, “se vogliamo onorare il suo insegnamento, per noi questo non deve essere solo un giorno di pausa e di riflessione, ma anche di azione”.
Un’azione che deve – come più volte ripetuto dal nuovo presidente nel corso della sua campagna elettorale – mirare a coinvolgere tutta la nazione. “Domani – ha ricordato Obama – noi tutti saremo insieme come un solo popolo. E ci ritroveremo nello stesso spazio in cui ancora riecheggia il sogno di Luther King. Nel farlo, riconosciamo che qui in America i nostri destini sono inestricabilmente legati l’uno all’altro”. Noi sappiamo – ha concluso – “che se vogliamo avanzare nel nostro cammino, dobbiamo marciare insieme. E così come progrediamo nell’impegno di rinnovare la promessa di questa nazione, nello stesso tempo ricordiamoci della lezione di King, che i nostri sogni individuali sono davvero uno”.

Nel discorso dell’inaugurazione (si prevede che durerà circa venti minuti) Obama e il suo “speechwriter”, il ventisettenne Jon Favreau, cercheranno di tenere testa alle aspettative createsi attorno al quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. In passato frasi lapidarie dei presidenti all’atto dell’insediamento sono rimaste nella memoria collettiva. “Oggi siamo tutti repubblicani, siamo tutti federalisti” dichiarò Thomas Jefferson; Franklin Delano Roosevelt disse:  “L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”. Così John F. Kennedy:  “Non chiedetevi che cosa il Paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il Paese”. Del discorso di Ronald Reagan generalmente si ricorda il passo:  “E’ l’ora di renderci conto che siamo una nazione troppo grande per limitarci a sogni piccoli”. Da un presidente che, per sua stessa ammissione, nutre una profonda fiducia nel linguaggio, e che ha costruito la sua carriera politica su un discorso, quello fatto alla convention dei democratici del 2004, l’America si attende parole che resteranno nella memoria. Di certo è che – oltre a indicare alti traguardi al Paese – il nuovo capo dello Stato dovrà per forza di cose frenare le aspettative eccessive, nel segno di un concreto realismo (come del resto Barack Obama ha fatto nei discorsi di questi ultimi giorni). Saranno eccezionali le misure di sicurezza per l’avvenimento al quale parteciperà oltre un milione di persone.

©L’Osservatore Romano – 21 gennaio 2009

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Intervento della Santa Sede al Consiglio di sicurezza dell’Onu

16 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 16 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima l’articolo che apparirà nella giornata di domani sulle pagine dell’Osservatore Romano :

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Intervento della Santa Sede al Consiglio di sicurezza dell’Onu

Tutela dei civili nei conflitti armati

Pubblichiamo la traduzione dell’intervento pronunciato il 14 gennaio dall’Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, nell’ambito del dibattito aperto sulla protezione dei civili nei conflitti armati.

Signor Presidente,

da più di dieci anni il Consiglio di Sicurezza affronta il tema della tutela dei civili nei conflitti armati. Tuttavia la sicurezza dei civili durante il conflitto sta divenendo sempre più critica, se non, a volte, drammatica, come abbiamo visto negli scorsi mesi, settimane e giorni nella Striscia di Gaza, in Iraq, in Darfur e nella Repubblica Democratica del Congo, per portare solo alcuni esempi.

L’anno 2009 celebra, fra le altre cose, il sessantesimo anniversario delle Convenzioni di Ginevra. Dal momento che la protezione dei civili deriva dalle norme stabilite in tali convenzioni e nei protocolli successivi, la mia delegazione confida nel fatto che questo nuovo anno sarà anche un’occasione per valutare l’impegno delle parti nel garantire la protezione di civili mediante un maggiore rispetto per le norme del diritto umanitario.

L’Aggiornamento del 2003 della piattaforma in 10 punti sulla protezione dei civili è uno strumento importante per chiarire le responsabilità, migliorare la cooperazione, facilitare la realizzazione e rafforzare ulteriormente il coordinamento nel sistema delle Nazioni Unite e resta oggi una road map più che mai indispensabile per proteggere i civili intrappolati nei conflitti armati. I suoi 10 punti di azione sono una sfida per la comunità internazionale, in particolare per il Consiglio di Sicurezza, che esige una risposta sollecita, decisiva e operativa. Sebbene tutti i suoi punti siano importanti l’accesso agli aiuti umanitari, la speciale protezione de bambini e delle donne e il disarmo continuano a essere i tre pilastri fondamentali per offrire maggiore protezione ai civili.

Il soverchiante maltrattamento dei civili in troppe parti del mondo non sembra essere solo un effetto collaterale della guerra. Continuiamo a vedere civili deliberatamente bersagliati come mezzo per raggiungere fini politici e militari. Negli scorsi giorni abbiamo assistito al fallimento concreto di tutte le parti nel rispettare la distinzione fra bersagli civili e militari. È tristemente chiaro che i disegni politici e militari soppiantano il rispetto basilare per la dignità e i diritti di persone e comunità, quando vengono utilizzati metodi e armamenti senza prendere alcuna misura ragionevole per evitare danni ai civili, quando donne e bambini vengono utilizzati come scudo dai combattenti, quando l’accesso agli aiuti umanitari viene negato nella Striscia di Gaza, quando persone vengono dislocate e villaggi distrutti in Darfur e quando vediamo che la violenza sessuale devasta la vita di donne e di bambini nella Repubblica Democratica del Congo.

In tale contesto, la protezione dei civili richiede non solo un impegno rinnovato per il diritto umanitario, ma anche e soprattutto buona volontà e azione politiche coerenti. La protezione dei civili deve basarsi sull’esercizio responsabile della leadership da parte di tutti. Ciò esige che i leader politici esercitino il diritto alla legittima difesa o il diritto all’autodeterminazione ricorrendo soltanto a mezzi legittimi; esige pure che riconoscano pienamente le loro responsabilità nei confronti della comunità internazionale e che rispettino il diritto di altri Stati e comunità ad esistere e co-esistere in pace. La vasta gamma di meccanismi utilizzati dalle Nazioni Unite per garantire la protezione dei civili avrà esito positivo se si riuscirà, almeno, a promuove una cultura di esercizio responsabile della leadership fra i suoi membri e a considerare questi ultimi, come ogni parte in conflitto, responsabili per il compimento dei loro obblighi verso gli individui e le comunità.

Il fardello sempre più pesante di morti e di conseguenze imposte ai civili a causa della guerra deriva anche dalla produzione massiccia, dalla costante innovazione e dalla sofisticatezza degli armamenti. La qualità e la disponibilità sempre più elevate di armi piccole e leggere, di mine anti-uomo e di munizioni a grappolo rendono tragicamente più facile e più certa l’uccisione di esseri umani. In questo contesto, la mia delegazione sostiene pienamente e incoraggia gli obiettivi della recente risoluzione dell’Assemblea Generale Verso un Trattato sul commercio degli armamenti, che è un primo passo importante verso uno strumento legalmente vincolante relativamente al commercio e al trasferimento degli armamenti. Parimenti, la mia delegazione accoglie con favore l’adozione della Convenzione sulle Munizioni a Grappolo e incoraggia i Paesi a ratificare questo trattato come priorità e segno del loro impegno per affrontare le morti di civili.

Grazie, signor Presidente

©L’Osservatore Romano – 17 gennaio 2009

Vaticano: Papa riceve Berlusconi, Ahmadinejad ma non la Kirchner

30 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 30 maggio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la notizia apparsa ieri sul quotidiano il velino in merito alle prossime udienze private del Santo Padre:

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Città del Vaticano, 29 maggio (Velino) – Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sarà ricevuto in udienza dal Papa venerdì 6 giugno prossimo. La notizia, circolata negli ultimi giorni, è stata confermata oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede. Il Cavaliere era già stato ricevuto da questo Papa ancora da presidente del Consiglio il 19 novembre 2005 (e da Giovanni Paolo II il 3 luglio 2001 e il 5 marzo 2003). In quell’occasione i avevano avuto uno scambio di opinioni sui problemi bilaterali fra Stato e Chiesa in Italia ed era stata riaffermata la comune volontà di collaborazione fra le parti, nel solco dei Patti Lateranensi. L’incontro è stato chiesto da Berlusconi subito dopo la vittoria delle elezioni, ed è stato ottenuto dopo “trattative” condotte dal gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che è facile immaginare nel seguito del presidente. Non si hanno ulteriori dettagli per quanto riguarda le personalità che accompagneranno Berlusconi.


Quanto al Papa, nei giorni immediatamente precedenti all’udienza di Berlusconi, avrà modo di incontrare con ogni probabilità alcuni capi di stato che sono a Roma in occasione del vertice della Fao (3-5 giugno). Pare che già sette-otto di loro abbiano chiesto udienza privata a Benedetto XVI. Tra questi il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, quello brasiliano Luis Inacio Lula da Silva e il venezuelano Ugo Chavez. Incontri molto delicati, per definire i quali è al lavoro la diplomazia vaticana. Non è infatti ancora chiaro se si tratterà, come si era pensato in un primo momento, di un’udienza collettiva (che però non ha trovato il gradimento dei capi di stato), o – come pare sia l’orientamento – di diversi incontri privati. Pare anche che la Fao abbia avanzato richiesta per una visita del Papa nella sede del Congresso, ma al momento il programma prevede che sia il cardinale Tarcisio Bertone, nel giorno di apertura, a leggere un Messaggio di Benedetto XVI.

Un capitolo a parte è quello argentino: la presidente Cristina Fernandez de Kirchner parteciperà infatti al vertice della Fao, mentre non risulta abbia chiesto per un’udienza dal Papa. In questi giorni si tova invece a Roma una delegazione di vescovi argentini guidati dal cardinale Jorge Maria Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires. I presuli dovrebbero discutere col Papa della nomina dell’ambasciatore presso la Santa Sede, in sospeso da mesi. Il governo argentino aveva nominato Alberto Iribarne, il cui pedigree però non sarebbe proprio regolare, visto che è divorziato e risposato. La Kirchner non sembra comunque voler cedere in alcun modo su questa nomina almeno in assenza di un rifiuto ufficiale della figura di Iribarne, anche se la prospettiva fosse quella di lasciare vacante a tempo indeterminato il posto di capo delegazione. La mancata richiesta di udienza potrebbe dunque inserirsi in questa linea.

(Marinella Bandini)

© il Velino.it del 29 maggio 2008.

Il Papa chiede a Israele di tutelare i cristiani di Terra Santa e auspica una pace giusta con i palestinesi

12 maggio 2008

Il nuovo ambasciatore israeliano, Mordechay Lewy posa assieme Papa Benedetto XVI

CITTA’ DEL VATICANO – Lunedì 12 maggio, 2008 (Vatican Diplomacy). Questa mattina il Santo Padre ha ricevuto in Vaticano il Signor Mordechay Lewy, nuovo Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali.

S.E. il Signor Mordechay Lewy, Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, è sposato ed ha tre figli. Si è laureato in Storia (Hebrew University, 1976).

Entrato nella carriera diplomatica nel 1975, ha ricoperto i seguenti incarichi: Funzionario del Ministero degli Affari Esteri (1975-1976); Segretario di Ambasciata a Bonn (1976-1981); Incaricato dei Paesi di lingua tedesca presso il Ministero degli Affari Esteri (1981-1985); Segretario e poi Consigliere di Ambasciata a Stoccolma (1985-1989); Vice Capo di Divisione presso il Ministero degli Affari Esteri (1989-1991); Console generale a Berlino (1991-1994); Ambasciatore in Thailandia (1994-1997); Vice Capo di Dipartimento presso il Ministero degli Affari Esteri (1997-2000); Ministro di Ambasciata a Berlino (2000-2004); Consigliere del Sindaco di Gerusalemme per le Comunità Religiose (2004-2008).

È autore di molti articoli di carattere storico sui Cristiani e Gerusalemme.

Parla l’inglese e il tedesco e conosce lo svedese ed il latino.

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Testo del discorso del Santo Padre a sua eccellenza il signor Mordechay Lewy nuovo ambasciatore dello Stato di Israele presso la Santa Sede

Eccellenza,

sono lieto di porgerle il benvenuto all’inizio della sua missione e di accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario dello Stato di Israele presso la Santa Sede. La ringrazio per le cordiali parole che mi ha rivolto e le chiedo di trasmettere al Presidente Shimon Peres i miei rispettosi saluti e l’assicurazione delle mie preghiere per il popolo del suo Paese.

Ancora una volta, offro i miei cordiali auspici in occasione della celebrazione di Israele dei sessanta anni della sua esistenza come Stato. La Santa Sede si unisce a Lei nel rendere grazie al Signore perché le aspirazioni del popolo ebraico a una casa nella terra dei loro padri si sono realizzate e, al contempo, spera che giunga presto un tempo di maggiore letizia, quando una pace giusta risolverà il conflitto con i palestinesi. In particolare, la Santa Sede considera preziose le proprie relazioni diplomatiche con Israele, instaurate quindici anni fa, e attende con ansia l’ulteriore sviluppo di un maggior rispetto, di una maggiore stima e di una crescente collaborazione che ci uniscano.

Fra lo Stato di Israele e la Santa Sede esistono numerose aree di interesse reciproco che si possono esplorare con profitto. Come ha sottolineato, l’eredità giudaico-cristiana dovrebbe spingerci a prendere l’iniziativa di promuovere molte forme di azione umanitaria e sociale nel mondo, non da ultimo combattendo tutte le forme di discriminazione razziale. Condivido con Lei, Eccellenza, l’entusiasmo per gli scambi culturali e accademici che si svolgono fra istituzioni cattoliche nel mondo e quelle in Terra Santa, e anche io spero che tali iniziative verranno maggiormente sviluppate nei prossimi anni. Il dialogo fraterno, condotto a livello internazionale fra cristiani ed ebrei, sta recando molti frutti e deve proseguire con impegno e generosità. Le città sante di Roma e di Gerusalemme sono importantissime fonti di fede e saggezza per la civiltà occidentale, e, di conseguenza, i vincoli fra Israele e la Santa Sede hanno ripercussioni più profonde di quelle che derivano formalmente dalla dimensione giuridica delle nostre relazioni.

Eccellenza, so che condivide la mia preoccupazione per l’allarmante declino della popolazione cristiana nei Paesi del Medio Oriente, incluso Israele, a causa dell’emigrazione. Di certo, i cristiani non sono gli unici a risentire degli effetti dell’insicurezza e della violenza che sono conseguenze dei vari conflitti nella regione, ma, per molti aspetti, sono ora particolarmente vulnerabili. Prego affinché, per la crescente amicizia fra Israele e la Santa Sede, si possano elaborare modi per rassicurare i membri della comunità cristiana affinché possano nutrire la speranza di un futuro sicuro e pacifico nelle loro patrie ancestrali, senza sentirsi costretti a doversi trasferire in altre parti del mondo per costruirsi una nuova vita.

I cristiani in Terra Santa intrattengono da tempo buoni rapporti sia con i musulmani sia con gli ebrei. La loro presenza e il libero esercizio della vita e della missione della Chiesa lì, hanno il potenziale di contribuire in modo significativo a sanare le divisioni fra le due comunità. Prego affinché possa essere così e invito il suo governo a continuare a elaborare modi per utilizzare la buona volontà dei cristiani sia verso i discendenti naturali del popolo che per primo ha udito la Parola di Dio sia verso i nostri fratelli e le nostre sorelle musulmani che da secoli vivono e praticano il proprio culto nella terra che tutte e tre le tradizioni religiose definiscono “santa”.

Comprendo che le difficoltà dei cristiani in Terra Santa sono legate anche alla tensione continua fra le comunità ebrea e palestinese. La Santa Sede riconosce la legittima necessità di sicurezza e di autodifesa di Israele e condanna fortemente tutte le forme di antisemitismo. Sostiene anche che tutti i popoli hanno il diritto di ricevere uguali opportunità di prosperare. Proprio per questo, esorto con urgenza il suo governo a compiere ogni sforzo per alleviare le difficoltà sofferte dalla comunità palestinese, permettendole la libertà necessaria per svolgere le sue legittime attività, incluso il raggiungere i luoghi di culto affinché possa godere di pace e sicurezza maggiori. È evidente che questi problemi si possono affrontare soltanto nel più ampio contesto del processo di pace per il Medio Oriente. La Santa Sede accoglie l’impegno espresso dal suo governo di portare avanti lo slancio riacceso ad Annapolis e prega affinché le speranze e le aspettative suscitate in quella sede non vengano deluse. Come ho osservato nel mio recente discorso alle Nazioni Unite, a New York, è necessario percorrere ogni possibile via diplomatica e prestare attenzione “ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione” se si vogliono risolvere conflitti annosi. Quando tutte le persone della Terra Santa vivranno in pace e in armonia, in due stati sovrani indipendenti, il beneficio per la pace del mondo sarà inestimabile e Israele sarà realmente (“luce delle nazioni” Is 42, 6), esempio luminoso di risoluzione del conflitto che il resto del mondo potrà seguire.

Molto è stato fatto nella formulazione degli accordi che sono stati firmati finora da Israele e dalla Santa Sede ed è auspicabile che i negoziati relativi a questioni economiche e fiscali giungano a una conclusione soddisfacente. Grazie per le sue parole rassicuranti sull’impegno del governo di Israele per una soluzione positiva e rapida dei problemi ancora da risolvere. So di parlare a nome di molti quando esprimo la speranza che questi accordi possano presto essere integrati nel sistema giuridico interno di Israele e costituire così una base per una cooperazione feconda. Dato l’interesse personale che Lei, Eccellenza, nutre per la situazione dei cristiani in Terra Santa, e che è molto apprezzato, so che comprende le difficoltà causata dalle continue incertezze sui loro diritti e sul loro status legali, in particolare a proposito della questione dei visti per il personale ecclesiastico. Sono certo che farà tutto il possibile per facilitare la soluzione dei restanti problemi in un modo accettabile per tutte le parti in causa. Solo quando si supereranno queste difficoltà, la Chiesa potrà svolgere le proprie opere religiose, morali, educative e caritative nella terra in cui è nata.

Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi rafforzi ulteriormente i vincoli di amicizia fra la Santa Sede e il suo Paese. Sia certo che i vari dicasteri della Curia Romana saranno sempre pronti a offrirle aiuto e sostegno nello svolgimento dei suoi doveri. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di Lei, sulla sua famiglia e su tutto il popolo dello Stato di Israele le abbondanti benedizioni di Dio.

Il nuovo ambasciatore israeliano, Mordechay Lewy, consegna le lettere credenziali a Papa Benedetto XVI

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Address of His Holiness Benedict XVI to His Excellency Mr. Mordechay Lewy ambassador of Israel to the Holy See

Your Excellency,

I am pleased to welcome you at the start of your mission and to accept the Letters accrediting you as Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary of the State of Israel to the Holy See. I thank you for your kind words, and I ask you to convey to President Shimon Peres my respectful greetings and the assurance of my prayers for the people of your country.

Once again I offer cordial good wishes on the occasion of Israel’s celebration of sixty years of statehood. The Holy See joins you in giving thanks to the Lord that the aspirations of the Jewish people for a home in the land of their fathers have been fulfilled, and hopes soon to see a time of even greater rejoicing when a just peace finally resolves the conflict with the Palestinians. In particular, the Holy See values its diplomatic relations with Israel, established fifteen years ago, and looks forward to developing further the growing respect, esteem and collaboration that unites us.

Between the State of Israel and the Holy See there are numerous areas of mutual interest that can be profitably explored. As you have pointed out, the Judeo-Christian heritage should inspire us to take a lead in promoting many forms of social and humanitarian action throughout the world, not least by combating all forms of racial discrimination. I share Your Excellency’s enthusiasm for the cultural and academic exchanges that are taking place between Catholic institutions worldwide and those of the Holy Land, and I too hope that these initiatives will be developed further in the years ahead. The fraternal dialogue that is conducted on an international level between Christians and Jews is bearing much fruit and needs to be continued with commitment and generosity. The holy cities of Rome and Jerusalem represent a source of faith and wisdom of central importance for Western civilization, and in consequence, the links between Israel and the Holy See have deeper resonances than those which arise formally from the juridical dimension of our relations.

Your Excellency, I know that you share my concern over the alarming decline in the Christian population of the Middle East, including Israel, through emigration. Of course Christians are not alone in suffering the effects of insecurity and violence as a result of the various conflicts in the region, but in many respects they are particularly vulnerable at the present time. I pray that, in consequence of the growing friendship between Israel and the Holy See, ways will be found of reassuring the Christian community, so that they can experience the hope of a secure and peaceful future in their ancestral homelands, without feeling under pressure to move to other parts of the world in order to build new lives.

Christians in the Holy Land have long enjoyed good relations with both Muslims and Jews. Their presence in your country, and the free exercise of the Church’s life and mission there, have the potential to contribute significantly to healing the divisions between the two communities. I pray that it may be so, and I invite your Government to continue to explore ways of harnessing the good will that Christians bear, both towards the natural descendants of the people who were the first to hear the word of God, and towards our Muslim brothers and sisters who have lived and worshipped for centuries in the land that all three religious traditions call “holy”.

I do realize that the difficulties experienced by Christians in the Holy Land are also related to the continuing tension between Jewish and Palestinian communities. The Holy See recognizes Israel’s legitimate need for security and self-defence and strongly condemns all forms of anti-Semitism. It also maintains that all peoples have a right to be given equal opportunities to flourish. Accordingly, I would urge your Government to make every effort to alleviate the hardship suffered by the Palestinian community, allowing them the freedom necessary to go about their legitimate business, including travel to places of worship, so that they too can enjoy greater peace and security. Clearly, these matters can only be addressed within the wider context of the Middle East peace process. The Holy See welcomes the commitment expressed by your Government to carry forward the momentum rekindled at Annapolis and prays that the hopes and expectations raised there will not be disappointed. As I observed in my recent address to the United Nations in New York, it is necessary to explore every possible diplomatic avenue and to remain attentive to “even the faintest sign of dialogue or desire for reconciliation” if long-standing conflicts are to be resolved. When all the people of the Holy Land live in peace and harmony, in two independent sovereign states side by side, the benefit for world peace will be inestimable, and Israel will truly serve as אור לגוים (“light to the nations”, Is 42:6), a shining example of conflict resolution for the rest of the world to follow.

Much work has gone into formulating the agreements which have been signed thus far between Israel and the Holy See, and it is greatly hoped that the negotiations regarding economic and fiscal affairs may soon be brought to a satisfactory conclusion. Thank you for your reassuring words concerning the Israeli Government’s commitment to a positive and expeditious resolution of the questions that remain. I know that I speak on behalf of many when I express the hope that these agreements may soon be integrated into the Israeli internal legal system and so provide a lasting basis for fruitful cooperation. Given the personal interest taken by Your Excellency in the situation of Christians in the Holy Land, which is greatly appreciated, I know you understand the difficulties caused by continuing uncertainties over their legal rights and status, especially with regard to the question of visas for church personnel. I am sure you will do what you can to facilitate the resolution of the problems that remain in a manner acceptable to all parties. Only when these difficulties are overcome, will the Church be able to carry out freely her religious, moral, educational and charitable works in the land where she came to birth.

Your Excellency, I pray that the diplomatic mission which you begin today will further strengthen the bonds of friendship that exist between the Holy See and your country. I assure you that the various departments of the Roman Curia are always ready to offer help and support in the fulfilment of your duties. With my sincere good wishes, I invoke upon you, your family, and all the people of the State of Israel, God’s abundant blessings.

© Copyright 2008 – Libreria Editrice Vaticana

Polemica sulla modifica della preghiera per gli ebrei del Venerdi’ Santo, “Le offese a Maria e a Gesù? Possono essere omonimi…”

10 febbraio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Domenica, 10 febbraio 2008 (Vatican Diplomacy). l’intervista di Andrea Tornielli a Giuseppe Laras, Presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia:

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INTERVISTA A GIUSEPPE LARAS

«Le offese a Maria e a Gesù? Possono essere omonimi…»

Il presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia: alcune parole del vecchio messale possono rilanciare l’antisemitismo

di Andrea Tornielli – Sabato 08 settembre, 2007

Per gli apostati «non vi sia speranza… Tutti vadano in perdizione». Rabbino Giuseppe Laras, lei è presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia: sono parole rivolte ai cristiani?

«Nella prima e più antica formulazione erano riferite ai samaritani. Poi, a cavallo dell’era volgare, ai sadducei, cioè a quella classe di nobili e ricchi che negavano l’immortalità dell’anima e la legittimità della tradizione orale dei maestri. Quindi sono state attribuite a coloro che nei secoli successivi denunciavano gli ebrei. Dunque, dal punto di vista dottrinale, da un certo momento in poi si possono riferire forse anche ai cristiani. Si tenga presente che si tratta di un contesto connotato sempre da persecuzioni antigiudaiche».

Sono parole dure…

«Sì. Ma vorrei anche ricordare che il pensiero dottrinale ufficiale dell’ebraismo è anche quello di Maimonide, il quale afferma che sia il Cristianesimo sia l’Islam sono anticipatori nel mondo della fede monoteistica e dunque vanno considerati positivamente, in una luce provvidenziale».

E che cosa dice a proposito delle parti del Talmud nelle quali si legge che la Madre di Gesù era una poco di buono e lo stesso Nazareno il figlio illegittimo di un soldato romano?

«Nel Talmud ci sono, talvolta, passi spuri, ai quali non va attribuita attendibilità storica. Ricordo, inoltre, che non è affatto certo che i citati Maria e Gesù siano effettivamente Gesù di Nazaret e sua madre. Si consideri, in particolare, che la chiusura della redazione del Talmud è posteriore all’inizio delle violente persecuzioni antisemite, condotte da mano cristiana. I pochissimi passi talmudici in questione non sono, comunque, mai entrati nei testi liturgici di Israele».

Perché, nonostante siano stati cancellati i termini «perfidi» e «perfidia», la preghiera del Venerdì Santo del vecchio messale vi indigna così tanto?

«Non ci indigna ma ci preoccupa. Temiamo che quelli che leggono possano fare due più due e ragionare in questi termini: se noi preghiamo perché Dio tolga l’accecamento dagli ebrei significa che essi sono fuori dalla verità e questo può spingere fino all’antisemitismo».

Davvero vi preoccupa una piccola formula latina peraltro tratta da una lettera di Paolo? Non è esagerato far riferimento all’antisemitismo?

«Non mi pare esagerato, se si considerano gli effetti catastrofici di duemila anni di antisemitismo cristiano. Oggi, inoltre, il dialogo tra ebrei e cristiani potrebbe certo risentirne».

Giuseppe Laras
IL PESO DELLA STORIA Il rabbino Giuseppe Laras

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