Posts Tagged ‘Benedetto XVI’

Pronostici per il concistoro del 2010

22 gennaio 2010

ROMA – venerdì, 22 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Ricordando che non siamo in alcun modo collegati con enti ed istituzioni vaticane, visto che attualmente i cardinali elettori sono 112 anziché 120 mentre i non elettori 71, e che entro novembre, se non si svolgerà alcun concistoro altri 11 cardinali compiranno 80 anni portando quindi il numero degli elettori a quota 101, pubblichiamo una lista dei possibili candidati alla porpora cardinalizia:

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Sicuri:
1. Angelo Amato, pro-prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi
2. Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica
3. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali
4. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
5. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
6. Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari
7. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi
8. Paolo Sardi, pro-patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta
9. Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme
10. Edwin Frederick O’Brien, arcivescovo di Baltimora
11. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze
12. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga
13. Timothy Michael Dolan, arcivescovo di New York
14. Orani João Tempesta, arcivescovo di Rio de Janeiro
15. Peter Takeo Okada, arcivescovo di Tokyo
16. Braulio Rodríguez Plaza, arcivescovo di Toledo
17. Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht
18. Kazimierz Nycz. arcivescovo di Varsavia

Molto probabili:
19. Stanislav Zvolenský, arcivescovo di Bratislava
20. Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, arcivescovo di Colombo
21. André-Joseph Léonard. arcivescovo di Malines-Bruxelles
22. Damião António Franklin, arcivescovo di Luanda
23. Dominik Duka, arcivescovo di Praga
24. Raúl Eduardo Vela Chiriboga, arcivescovo di Quito
25. Juan José Asenjo Pelegrina, arcivescovo di Siviglia
26. Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto

Probabili:
27. Odon Marie Arsène Razanakolona, arcivescovo di Antananarivo
28. Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, arcivescovo di Bangkok
29. Cyprian Kizito Lwanga, arcivescovo di Kampala

Meno probabili:
30. Mieczysław Mokrzycki, arcivescovo di Leopoli
31. Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo
32. Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Valencia

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Inaugurato l’ottantunesimo Anno giudiziario in Vaticano

4 gennaio 2010

CITTA’ DEL VATICANO – Domenica, 3 gennaio 2010 (Vatican Diplomacy). Riportiamo il video del CTV e il pezzo di Radio Vaticana sull’inaugurazione dell’ottantunesimo anno giudiziario dello Stato Vaticano:

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Crescere nella “consapevolezza” che la giustizia, come l’armonia e la pace, “non sono pienamente raggiungibili senza l’adesione a Dio”. Con questo augurio, il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha concluso questa mattina, nella cappella del Palazzo del Governatorato, l’omelia della Messa per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario in Vaticano. Successivamente, il promotore di giustizia vaticano, l’avv. Nicola Picardi, ha definito nella sua relazione d’apertura il 2009 un anno di “ottima produttività” per gli apparati giudiziari dello Stato. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Il sistema giudiziario vaticano, nel suo complesso, è nella fase attuale “sufficientemente equilibrato ed efficiente”. La relazione dell’avvocato Picardi, riferita agli ultimi 12 mesi di attività dei tribunali e degli uffici giudiziari vaticani è stata permeata da una generale soddisfazione. Dopo l’ampia e tradizionale descrizione sull’evoluzione storica della giustizia vaticana, durante la quale è stata ricordata l’80.mo di fondazione del Tribunale vaticano, Picardi ha esposto le cifre relative all’ultimo anno durante il quale, ha affermato, “il sistema giudiziario vaticano ha raggiunto un’ottima produttività”. A fronte dei 474 procedimenti civili e dei 446 procedimenti penali registrati lo scorso anno all’interno dello Stato, ha constatato il promotore giustizia:

“…il rapporto di ricambio segnala, infatti, che in questo tribunale vengono esauriti tutti i processi sopravvenuti, sia nel civile (99,9%) che nel penale (102,3%). Quanto al civile … viene, poi, evidenziato che l’arretrato è molto contenuto e corrisponde ai giudizi collegiali, che sono indubbiamente i più impegnativi (…) Ne consegue che, allo stato, il sistema giudiziario vaticano, nel suo complesso, è, comunque, sufficientemente equilibrato ed efficiente”.

L’arretrato, ha poi riferito, è “molto contenuto” per quanto concerne il civile – i 16 procedimenti attualmente in pendenza sono relativi, ha spiegato Picardi, ai giudizi collegiali, “i più impegnativi” – mentre resta “considerevole” l’arretrato nel settore penale (281 processi), che finisce per incidere sulla durata media dei relativi procedimenti – salita a 745 giorni – mentre è di soli 7,4 giorni quella dei procedimenti civili. Tuttavia, ha sottolineato il promotore di giustizia, si tratta “di tempi medi nettamente inferiori a quelli registrati di solito in Italia”.

Un nodo della relazione ha riguardato la consueta sproporzione che si registra ogni anno tra il totale dei processi civili e penali affrontati dai vari tribunali vaticani e l’esiguo numero di abitanti, 492, che risiedono nello Stato. Picardi ha nuovamente precisato che le cifre vanno riferite ai circa 18 milioni di pellegrini e turisti che transitano ogni anno soprattutto nella Basilica di San Pietro e nei Musei Vaticani e ai quali va imputato il 99% del contenzioso. In quest’ottica, ha aggiunto, si spiega la necessità di fare spesso ricorso a forme di assistenza giudiziaria internazionale – come nel caso delle rogatorie – con “conseguenti difficoltà giuridiche e pratiche”, per via dei “tempi lunghi” di notificazione.

“Alcune preoccupazioni”, ha evidenziato inoltre Picardi, riguardano l’applicazione della nuova normativa riguardante il pubblico impiego in Vaticano. Il primo gennaio 2010, ha ricordato, è entrato in vigore il nuovo Statuto dell’Ulsa, l’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica che tutela i “diritti economici e sociali” dei dipendenti vaticani. Le sue norme consentono in sostanza a un dipendente che si ritenga leso da un provvedimento amministrativo di ricorrere all’autorità giudiziaria vaticana, oltre che come in passato all’arbitrato dell’Ulsa. “Non è difficile prevedere”, ha obiettato Picardi, che questa innovazione, peraltro importante, finisca per causare un aggravio di lavoro al tribunale, se non si introdurranno dei correttivi, oltre a un più generale potenziamento degli organici di tribunali e uffici:

“Di fronte alle accresciute competenze, sia quantitative che qualitative, questo Ufficio del Promotore di giustizia (direttamente coinvolto, in quanto trattasi di controversie di natura pubblicistica), non può non sottolineare la preoccupazione che tale novità – sotto altro profilo lodevole – finisca per compromettere gravemente le funzionalità del tribunale, in un momento in cui, fra l’altro, esso è sottodimensionato, in quanto sprovvisto del giudice aggiunto”.

Affrontando infine il capitolo relativo alla cooperazione internazionale per ciò che riguarda l’attività investigativa e di tutela della sicurezza, il promotore di giustizia vaticano ha ribadito che oggi esse non sono possibili “senza tener conto dei vincoli di interdipendenza fra i sistemi giudiziari dei diversi Stati e senza un’efficace collaborazione tra le rispettive autorità giudiziarie”. In questo quadro, ha notato, rientra il fenomeno del terrorismo internazionale, che “sembra richiedere forme nuove di cooperazione finalizzate al perfezionamento di misure a tutela della sicurezza”. Ringraziando in particolare le autorità giudiziarie italiane – alcune delle quali presenti alla cerimonia odierna – per l’intensa collaborazione con gli organi vaticani, l’avvocato Picardi ha auspicato che sul fronte della sicurezza, dopo l’adesione dello Stato del Vaticano e dell’Interpol nel 2008, “un ulteriore passo importante potrebbe essere rappresentato dell’adesione di questo Stato a Eurojust, l’Agenzia europea con sede all’Aja, che, ormai da sei anni, sta svolgendo una vasta azione contro il terrorismo internazionale, con riguardo anche alla lotta contro il crimine transfrontaliero.

In mattinata – durante l’omelia della Messa che ha aperto la giornata d’inaugurazione dell’Anno giudiziario – il cardinale Bertone aveva offerto un pensiero spirituale. La “logica umana” che presiede l’esercizio della giustizia sia sempre inserita, ha detto, “in una prospettiva più grande”, quella che viene dal Vangelo:

“Soltanto aderendo all’amore di Cristo diventiamo capaci di diffondere questo amore attorno a noi e di testimoniarlo nei vari ambiti in cui siamo chiamati ad operare, compresa la giustizia, la cui amministrazione chiede a chi è credente competenza umana, ma anche capacità di andare oltre perché tutto, anche un’eventuale decisione sfavorevole, sia dettata dall’amore più grande che nasce da Dio”.

© Copyright Radio Vaticana, articolo disponibile qui

Terremoto: Vigili del Fuoco del Vaticano a Onna

9 aprile 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 9 aprile 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la trascrizione del pezzo di Radio Vaticana, sull’intervento dei Vigili del Fuoco della Città del Vaticano nella frazione di Onna:

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La preghiera del Papa per i terremotati. Vigili del Fuoco del Vaticano a Onna

Benedetto XVI continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione e a pregare per le vittime, i sopravvissuti, i soccorritori. Tra questi ultimi, figura anche una squadra di otto Vigili del Fuoco vaticani, giunta ieri sull’area del sisma e da subito al lavoro, come conferma, al microfono di Luca Collodi, il direttore dei Servizi di sicurezza e protezione civile, nonché comandante del Corpo di Gendarmeria vaticano, Domenico Giani:

R. – Nella notte, appena abbiamo saputo di questa immane tragedia che si è verificata, ho parlato con i nostri superiori, con mons. Boccardo e con il cardinale Lajolo. Poi abbiamo informato il Santo Padre, il segretario di Stato e tutta la Segreteria di Stato. C’era sembrato doveroso, in questo momento di grande dolore, far sì che anche una nostra squadra di Vigili del Fuoco fosse presente a dare una mano in questo momento di grande emergenza.

D. – Comandante Giani, quanti uomini e quanti mezzi dei Vigili del Fuoco vaticani sono presenti in Abruzzo?

R. – In questo momento, sono impegnati sul posto l’ufficiale responsabile dei Vigili del Fuoco, l’ingegnere De Angelis, che è un ingegnere strutturale, esperto in questo campo. C’è una squadra composta da otto elementi, con alcuni mezzi dotati anche di sofisticati sistemi di protezione civile, e proprio per questi casi hanno portato dei materiali e delle altre cose per la popolazione, e si trovano ad Onna, in questo paese che è stato completamente distrutto, e stanno lavorando con i Vigili del Fuoco italiani e con le forze di polizia italiane in questo momento.

D. – Come stanno operando sul posto?

R. – Hanno operato anche questa notte, hanno recuperato delle salme, ma in questo momento il loro compito è quello di prestare una certa assistenza alla popolazione, ritornare presso le abitazioni, recuperare quello che è recuperabile. Stanno anche dando un aiuto morale.

D. – Comandante Giani, come è nata l’idea di inviare dei Vigili del Fuoco vaticani in una zona di emergenza terremoto?

R. – Da quando è stata formata la Direzione dei Servizi di sicurezza e protezione civile, è nato proprio anche un nuovo concetto che è quello della difesa civile, dell’emergenza civile. Quindi, ho ritenuto importante che i miei uomini, non solo della Gendarmeria ma anche dei Vigili del fuoco fossero preparati anche in questo settore.

R. – Un gesto di solidarietà da parte del Vaticano alle popolazioni colpite dal sisma…

R. – La Santa Sede sempre, con le varie strutture – penso in particolar modo a Cor Unum, la Caritas – in tutto il mondo, quando c’è un’emergenza porta subito degli aiuti a nome del Santo Padre. In questo caso, credo che oltre ad un aiuto materiale ed economico, ci sia stato anche un aiuto professionale con la presenza di Vigili del Fuoco esperti nella ricerca e nell’aiuto alle popolazioni che soffrono. ( Montaggio a cura di Maria Brigini)

I Vigili del Fuoco vaticani – come abbiamo detto – prestano la loro opera di soccorso nella frazione di Onna, luogo simbolo di questa tragedia, che conta circa 40 morti su 250 abitanti. Ecco la testimonianza dell’ing. Paolo De Angelis, ufficiale addetto della squadra dei Vigili del Fuoco vaticani, intervistato da Luca Collodi:

R. – Attualmente, stiamo facendo lavori di bonifica e di verifica statica.

D. – Che situazione avete trovato?

R. – La situazione è disastrosa. Qui il paese è distrutto. Soltanto da questo paese hanno tirato fuori dalle macerie 40 corpi.

D. – Vi state coordinando anche con i Vigili del Fuoco italiani?

R. – Assolutamente sì. Stiamo dando piena collaborazione: accompagniamo anche le persone all’interno delle case per recuperare i loro effetti personali. Io sto collaborando con i funzionari dei Vigili del Fuoco per fare delle verifiche statiche sugli immobili che sono rimasti in piedi.

D. – Come siete stati accolti dalla popolazione, con le insegne ed i mezzi dello Stato della Città del Vaticano?

R. – Siamo stati accolti in maniera molto positiva: era questo il messaggio che veniamo a portare, un messaggio di solidarietà che la popolazione ha colto in pieno. Adesso qui, in questo momento, manca soprattutto il conforto alle persone che vedono che tutto è stato strappato loro dal sisma.

D. – Un gesto concreto di solidarietà da parte dello Stato della Città del Vaticano…

R. – E’ un’iniziativa che per noi significa moltissimo, e a livello umano, e a livello professionale.

D. – Il clima tra gli abitanti qual è?

R. – Il clima tra gli abitanti adesso è di sgomento: è gente che nella maggior parte dei casi non ha più nulla, ma è in questi casi che si manifesta la solidarietà tra le persone. (Montaggio a cura di Maria Brigini)
© Copyright Radio Vaticana, articolo disponibile qui.

Vaticano e Shoah: Nota della Segreteria di Stato

5 febbraio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 5 febbraio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la nota della Segreteria di Stato della Santa Sede circa le tesi negazioniste della Shoah pubblicate su L’Osservatore Romano di oggi:

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Nota della Segreteria di Stato

A seguito delle reazioni suscitate dal recente Decreto della Congregazione per i Vescovi, con cui si rimette la scomunica ai quattro presuli della Fraternità San Pio X, e in relazione alle dichiarazioni negazioniste o riduzioniste della Shoah da parte del vescovo Williamson della medesima Fraternità, si ritiene opportuno chiarire alcuni aspetti della vicenda.

1. Remissione della scomunica
Come già pubblicato in precedenza, il Decreto della Congregazione per i Vescovi, datato 21 gennaio 2009, è stato un atto con cui il Santo Padre veniva benignamente incontro a reiterate richieste da parte del Superiore Generale della Fraternità San Pio X.
Sua Santità ha voluto togliere un impedimento che pregiudicava l’apertura di una porta al dialogo. Egli ora si attende che uguale disponibilità venga espressa dai quattro vescovi in totale adesione alla dottrina e alla disciplina della Chiesa.
La gravissima pena della scomunica latae sententiae, in cui detti vescovi erano incorsi il 30 giugno 1988, dichiarata poi formalmente il 1° luglio dello stesso anno, era una conseguenza della loro ordinazione illegittima da parte di monsignor Marcel Lefebvre.
Lo scioglimento dalla scomunica ha liberato i quattro vescovi da una pena canonica gravissima, ma non ha cambiato la situazione giuridica della Fraternità San Pio X, che, al momento attuale, non gode di alcun riconoscimento canonico nella Chiesa cattolica. Anche i quattro vescovi, benché sciolti dalla scomunica, non hanno una funzione canonica nella Chiesa e non esercitano lecitamente un ministero in essa.

2. Tradizione, dottrina e concilio Vaticano II
Per un futuro riconoscimento della Fraternità San Pio X è condizione indispensabile il pieno riconoscimento del concilio Vaticano II e del Magistero dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI.
Come è già stato affermato nel Decreto del 21 gennaio 2009, la Santa Sede non mancherà, nei modi giudicati opportuni, di approfondire con gli interessati le questioni ancora aperte, così da poter giungere ad una piena e soddisfacente soluzione dei problemi che hanno dato origine a questa dolorosa frattura.

3. Dichiarazioni sulla Shoah
Le posizioni di monsignor Williamson sulla Shoah sono assolutamente inaccettabili e fermamente rifiutate dal Santo Padre, come Egli stesso ha rimarcato il 28 gennaio scorso quando, riferendosi a quell’efferato genocidio, ha ribadito la Sua piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, e ha affermato che la memoria di quel terribile genocidio deve indurre “l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo”, aggiungendo che la Shoah resta “per tutti monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti”.
Il vescovo Williamson, per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah, non conosciute dal Santo Padre nel momento della remissione della scomunica.
Il Santo Padre chiede l’accompagnamento della preghiera di tutti i fedeli, affinché il Signore illumini il cammino della Chiesa. Cresca l’impegno dei Pastori e di tutti i fedeli a sostegno della delicata e gravosa missione del Successore dell’Apostolo Pietro quale “custode dell’unità” nella Chiesa.
Dal Vaticano, 4 febbraio 2009

(©L’Osservatore Romano – 5 febbraio 2009)

Giornata della Memoria: Benedetto XVI ad Auschwitz

28 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 28 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo un passaggio video del discorso del papa nella visita al campo di Auschwitz-Birchenau il 28 maggio 2006, edi il testo completo :

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Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.

Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: “Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro della morte e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa”. Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: “Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell’uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: “Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…”.

Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco.  Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest’ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell’odio e sotto la violenza fomentata dall’odio.

Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo grido d’angoscia che l’Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d’aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che  riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.

Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria, è il luogo della Shoa. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l’immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C’è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: “Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello” si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte. C’è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l’élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un’altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l’utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c’è la lapide in russo che evoca l’immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: hanno liberato i popoli da una dittatura, ma sottomettendo anche gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell’Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell’intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell’orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: “Solo il nostro Dio  può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto” (cfr Dan 3,17s.).

Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: “Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare”.

Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell’inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oświęcim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l’Olocausto. C’è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l’Accademia per i Diritti dell’Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell’orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.

L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una “valle oscura”. Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni” (Sal 23, 1-4. 6.).

© Copyright 2006 – Libreria Editrice Vaticana