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Morto il cardinale Pio Laghi, il diplomatico delle missioni impossibili

12 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Lunedì, 12 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Riportiamo l’articolo dell’Osservatore Romano sulla morte del cardinale Pio Laghi:

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Nelle prime ore di domenica 11 in un ospedale romano

La morte del cardinale Pio Laghi

Il Cardinale Pio Laghi, Prefetto emerito della Congregazione per l’Educazione Cattolica, è morto nelle prime ore di domenica 11 gennaio, in un ospedale romano dove era ricoverato da tempo a causa di una grave malattia. Il Cardinale Laghi era nato a Castiglione, diocesi di Forlì-Bertinoro, il 21 maggio del 1922. Ordinato sacerdote il 20 aprile del 1946 era stato eletto il 24 maggio 1969 alla Chiesa titolare di Mariana con la dignità di Arcivescovo, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il 22 giungo successivo. Il 6 aprile 1990 era stato nominato Pro-prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica (dei Seminari e degli Istituti di Studi). Fu creato Cardinale da Giovanni Paolo II nel Concistoro del 28 giugno 1991, della diaconia di Santa Maria Ausiliatrice al Tuscolano. L’8 maggio 1993 era stato nominato Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel novembre del 1999 aveva lasciato il suo incarico in Congregazione. Il 26 febbraio del 2002 era stato trasferito all’ordine presbiterale e gli era stato assegnato il titolo di San Pietro in Vincoli. Le esequie del Cardinale Laghi saranno celebrate martedì 13 gennaio alle ore 11 nella Basilica di San Pietro.Il cardinale Pio Laghi

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Il cardinale Pio Laghi


“Ho percorso un lungo cammino da un capo all’altro del mondo guidato da un’unica consapevolezza:  quella di agire sempre in persona Christi”. Così sintetizzò la sua missione il Cardinale Pio Laghi nel celebrare il cinquantesimo dell’ordinazione sacerdotale. Ed è stata certamente questa la sua profonda essenza sacerdotale. Non amava molto parlare di sé. E quando si fermava nei crocicchi di giovani che, soprattutto in questi ultimi anni, gli si facevano intorno sui campetti di calcio dell’oratorio San Pietro, si presentava come “un vecchio girovago che porta a spasso Gesù sulle strade del mondo”. E poi tutte le domeniche dall’altare dello stesso oratorio, dove raramente mancava da quando era divenuto presidente, cercava di trasmettere a centinaia di giovani, dai sei ai vent’anni, allineati tra i banchi e vestiti delle loro divise sportive, quel suo amore per Gesù che lo aveva portato in vari Paesi del mondo.
Quei giovani hanno riempito il suo ministero da quando era rientrato a Roma:  sacerdoti, seminaristi, studenti, operai, sportivi nei quali ha trasfuso fede, fiducia, speranza.
Nato in Castiglione, diocesi di Forlì-Bertinoro, il 21 maggio 1922, da una famiglia contadina di radicata fede cristiana, compì gli studi elementari e secondari a Faenza, presso l’Istituto salesiano. Nella città del Lamone seppe da subito conquistarsi la simpatia dei suoi compagni di studio, dei suoi professori e di quanti lo frequentarono. Lui stesso conservò sempre ottimi legami con la popolazione di quella cittadina nella quale, tra l’altro, ha celebrato i passaggi più significativi della sua missione all’interno della Chiesa:  dalla celebrazione della prima Messa all’Ordinazione episcopale. E Faenza lo annovera nei suoi registri comunali come natione et moribus faentino.
Tra l’altro proprio qui avvenne l’incontro che avrebbe impresso la svolta decisiva alla sua vita, quello con monsignor Piero Costa. Frequentava assiduamente la parrocchia di Santo Stefano dove don Costa svolgeva il suo lavoro pastorale. “Mi raccontava la vita di Gesù – ricordò una volta ai bambini della Petriana – come si raccontava una storia meravigliosa. A poco a poco suscitò in me il desiderio di conoscerla più a fondo, quella storia. E quando la conobbi sentii nascere in me il desiderio di viverla in primapersona”.
Scelse così di proseguire gli studi nel seminario vescovile. Vi fece gli studi di filosofia. Poi si iscrisse alla facoltà di teologia presso la Pontificia Università Lateranense e nel 1942 conseguì la laurea in teologia.
Il suo cammino sacerdotale iniziò il Sabato Santo del 1946:  era il 20 aprile. L’Ordinazione avvenne a Faenza, nella cappella del vescovado. Lo ordinò sacerdote monsignor Giuseppe Battaglia. Celebrò la prima Messa proprio il giorno di Pasqua, un evento che considerò sempre “una grazia speciale”. Chi era presente il giorno della sua Ordinazione sacerdotale, ricorda che il “giovane chierico Laghi non riusciva, per la grande emozione, a pronunciare le parole chiave della consacrazione in persona Christi. Lo aiutò a farlo il sacerdote che gli era vicino e che lo aveva seguito negli ultimi anni della sua formazione sacerdotale”.
Nel 1950, portò a compimento gli studi in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense. Di quel periodo conserva un forte ricordo il cardinale Achille Silvestrini. “Eravamo tre faentini – egli ricorda – don Monduzzi, don Laghi ed io. Eravamo legati da un’amicizia fraterna. Al Laterano don Pio era già noto per aver frequentato gli studi di Teologia ed era conosciuto come uno dei più quotati alunni, circondato di stima e considerazione. Ricordo che monsignor Violardo, prelato piemontese che aveva abbandonato la carriera diplomatica per l’insegnamento, gli affidò l’incarico di stendere le dispense del suo corso monografico De bonis Ecclesiae temporalibus”.
Dopo la laurea in Diritto canonico, proprio per la sua intelligenza e per la sua preparazione umana, fu chiamato a Roma per frequentare la Pontificia Accademia Ecclesiastica. Nel marzo del 1952 era stato assunto al servizio della Santa Sede ed inviato come addetto alla Nunziatura di Managua, in Nicaragua. Vi trascorse tre anni durante i quali, oltre agli impegni del suo ufficio, si dedicò alla pastorale nel barrio de Altagracia, uno dei più poveri quartieri della città. Vi fondò anche una parrocchia dedicata a Nostra Signora de Altagracia, e una scuola elementare per quattrocento bambini, poi affidata alle suore della Divina Pastora.
Tre anni dopo fu trasferito, prima come Segretario e quindi come Uditore, alla Delegazione Apostolica di Washington. Nel 1961, come uditore, alla Nunziatura di Delhi, in India. Anche in questa sua nuova destinazione, oltre che agli incarichi d’ufficio, si dedicò al lavoro pastorale. In particolare visitava spesso i lebbrosari. Fu durante queste visite che incontrò Madre Teresa, un’altra di quelle figure che lasciarono un’impronta indelebile nel suo animo.
Richiamato a Roma nel 1964 servì per un quinquennio presso la Segreteria di Stato nel Consiglio per gli Affari Pubblici, ora Sezione per i Rapporti con gli Stati. Nel 1968 fece, tra l’altro, parte della Delegazione della Santa Sede che partecipò alla conferenza delle Nazioni Unite sui diritti umani tenutasi a Teheran.
Eletto alla sede titolare arcivescovile di Mauriana il 24 maggio 1969 e designato Delegato Apostolico in Gerusalemme e in Palestina, ricevette l’ordinazione episcopale il 22 giugno 1969 nella cattedrale di Faenza. Consacrante fu il cardinale Cicognani; conconsacranti i Vescovi Casaroli e Battaglia. Ad assisterli due inseparabili amici del neo arcivescovo:  i sacerdoti Achille Silvestrini e Dino Monduzzi. Nei cinque anni trascorsi a Gerusalemme ricoprì anche l’incarico di pro-nunzio a Cipro e di visitatore apostolico per la Grecia. A Gerusalemme lasciò un’impronta indelebile. Si può dire che fu lui l’iniziatore, il catalizzatore del progetto di una Università Cattolica, maturato nell’animo di Papa Paolo VI a conclusione del suo storico pellegrinaggio in Terra Santa, nel 1964. Per la verità furono tre i progetti di Paolo VI per la Terra Santa, portati a compimento dal Cardinale Laghi e che tuttora sono fiorenti:  a Betlemme, l’istituto per sordomuti “Effeta”, l’unico che porta ancora il nome di Paolo VI, l’istituto ecumenico per gli studi teologici di Tantur e, appunto, l’Università Cattolica. Inoltre istituì il Segretariato di Giustizia e pace per la Palestina.
Nell’aprile del 1974 fu trasferito in Argentina in qualità di Nunzio Apostolico:  vi rimase fino al dicembre 1980, quando fu nominato Delegato Apostolico negli Stati Uniti. Nel marzo 1984, allacciati i rapporti ufficiali tra Santa Sede e il Governo di Washington, ne divenne Pro-nunzio Apostolico.
Il 6 aprile 1990 fu richiamato al servizio della Curia Romana come pro-prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Giovanni Paolo ii lo creò Cardinale nel Concistoro del 28 giugno 1991 della diaconia di Santa Maria Ausiliatrice al Tuscolano. Fu nominato presidente del Pontificio Oratorio di San Pietro il 5 dicembre 1992. Anche questa nomina in qualche modo costituì una tappa importante per la sua vita sacerdotale. L’8 maggio 1993 era stato designato Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta.
Il 15 novembre 1999, aveva lasciato il suo incarico di Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Il 26 febbraio del 2002 era stato passato all’ordine presbiterale e gli era stato assegnato il titolo di San Pietro in Vincoli. Da quando lasciò il suo incarico ufficiale dedicò tutta la sua vita sacerdotale al servizio dei giovani. Trascorreva diverse ore in oratorio. Difficilmente rinunciava a celebrare la Messa oratoriana delle Domeniche. Lo faceva solo quando, per incarico del Papa, doveva recarsi in luoghi in cui era richiesta una discreta opera di mediazione. Cosa che è avvenuta diverse volte in questi anni, almeno sino a quando una fastidiosa operazione agli arti non lo aveva costretto a limitare i suoi viaggi.

Pio Laghi e George W. Bush - 5 marzo 2003

Pio Laghi e George W. Bush - 5 marzo 2003

©L’Osservatore Romano – 12-13 gennaio 2009

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Il programma della visita del cardinale Tarcisio Bertone in Bielorussia

17 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 17 giugno 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblicato il programma della visita che il cardinale Tarcisio Bertone effettuerà in Bielorussia dal dal 18 al 22 giugno, dove incontrerà il presidente della Repubblica e il metropolita ortodosso Filaret:

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E’ stato reso noto stamane il programma della visita ufficiale in Bielorussia, già annunciata, del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, che si tratterrà nell’ex Repubblica sovietica per cinque giorni. Il porporato giungerà nella capitale bielorussa, alle 18 di mercoledì prossimo 18 giugno, dove all’aeroporto di Minsk, sarà accolto dalle autorità ecclesiastiche e civili. In serata la visita alla sede della Caritas diocesana.

Giovedì in mattinata, l’atteso incontro con il Metropolita ortodosso di Minsk e Sluck, Filaret, Esarca patriarcale di tutta la Bielorussia; quindi i colloqui con il presidente del Comitato per gli Affari religiosi e le Minoranze etniche del Consiglio dei Ministri, Guljako, e con il ministro degli Esteri, Martynov. Nel pomeriggio la Lectio Magistralis al mondo della cultura, ai docenti ed agli studenti dell’Università Statale bielorussa, sul tema “Fede e ragione: parlare di Dio all’uomo di oggi”. Poi la visita alla comunità greco-cattolica e l’appuntamento al Teatro Nazionale di Balletto, dove sarà in scena “La Creazione del Mondo”.

Venerdì al mattino, l’incontro con la Conferenza episcopale bielorussa, e a seguire con il presidente della Repubblica Lukasenko, per poi partecipare al pranzo offerto dal ministro degli Esteri. Nel tardo pomeriggio, nella Cattedrale di Pinsk – città a sudovest di Minsk – l’incontro con il cardinale Kazimierz Świątek e la recita dei Vespri.

Sabato, al mattino a Grodno, la celebrazione della Santa Messa nella Cattedrale e l’incontro con i sacerdoti e i religiosi; al pomeriggio a Minsk, la benedizione della prima Pietra della chiesa di S. Giovanni Battista e l’incontro con i giovani.

Domenica mattina, l’incontro con la comunità parrocchiale, nella chiesa dei Santi Simone ed Elena; e poi la deposizione di una corona di fiori in piazza della Vittoria; quindi solenne celebrazione della Santa Messa nella cattedrale di Minsk. Alle 12.45 la conferenza stampa, prima del pranzo con i vescovi ed il visitatore apostolico per i fedeli greco-cattolici. Infine la partenza alle 18 dallo stesso aeroporto della capitale e il rientro a Roma.

© Copyright Radio Vaticana, articolo disponibile qui.

Vaticano, è deceduto oggi il cardinale Gantin primo africano in curia

13 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 13 maggio (Apcom) È morto oggi, all’età di 86 anni, a Parigi, il cardinale Bernardin Gantin, originario del Benin, per 30 anni a servizio del Vaticano e primo cardinale di origine africana ad essere messo a capo di un dicastero vaticano. Lo rende noto l’agenzia I.Media.

Prefetto della Congregazione per i Vescovi dal 1984, il 5 giugno 1993 venne eletto decano del collegio dei cardinali, mentre nel 1998, raggiunto il limite di età di 75 anni, si dimise dalla carica di prefetto. Il 30 novembre 2002, perdendo la qualifica di cardinale elettore per il superamento dell’età di 80 anni, preferì dimettersi dalla carica di decano e tornare in Benin.

È stato, con Joseph Ratzinger, l’altro cardinale creato da Paolo VI nel giugno 1977. Con la sua morte il collegio cardinalizio conta 194 membri di cui 118 cardinali elettori. Nel 1956, a 34 anni, è diventato uno dei vescovi più giovani del mondo.

Nominato da Pio XII vescovo ausiliare di Cotonou, ne è divenuto arcivescovo quattro anni dopo, sotto il pontificato di Giovanni XXIII e nel 1960 è stato il primo arcivescovo metropolita nero. Nel 1971 è stato chiamato da Paolo VI a svolgere il suo servizio presso la Curia romana come segretario assistente della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Nel 1976 il Papa lo ha nominato presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace e sei mesi dopo lo ha creato cardinale. Nel breve pontificato di Giovanni Paolo I è stato nominato presidente del Pontificio consiglio Cor Unum, unica nomina di Albino Luciani, e si ricorda anche l’udienza di Giovanni Paolo I al cardinale, nell’ultimo giorno del suo pontificato, durata circa 45 minuti, di cui il cardinale conservava le foto parlandone come del ‘ricordo più prezioso’. Il cardinale Gantin era molto vicino a Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto durante il Concilio.

Alla Congregazione per i vescovi firmò insieme all’allora cardinale Ratzinger, nel 1988, il decreto che stabiliva lo scisma di monsignor Lefebvre, che egli conosceva bene. Il cardinale è stato in primo piano anche nel 1995 quando Giovanni Paolo II decise la destituzione di monsignor Gaillot da vescovo di Evreux (Francia).

Bertone sulla crisi di governo: “Spero in un accordo per il bene comune”

26 gennaio 2008
ROMA–  Sabato 26 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Il cardinal Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, ha espresso stasera la speranza che le forze politiche italiane “si mettano d’accordo per il bene comune”. Il porporato è stato avvicinato dai giornalisti, stasera a Roma, al termine di una messa da lui celebrata in una chiesa del quartiere Trionfale.

Agli inizi, Bertone è apparso restio a fare qualsiasi dichiarazione sulla crisi del governo Prodi. “Non parlo, non parlo”, ha detto ai cronisti che lo assediavano in sagrestia. Ma come cittadino, gli è stato chiesto, non ha alcun auspicio per l’Italia? “Beh, un auspicio di speranza”, ha risposto Bertone. Che tipo di speranza? “La speranza che si mettano d’accordo per il bene comune”, è stata la replica. Al rito religioso, celebrato dal Segretario di Stato Vaticano, al termine di un incontro dell’Opera don Guanella su “come affrontare il momento della morte”, era presente anche il vicesindaco di Roma, Maria Pia Garavaglia.

Tarcisio Bertone
 Il Card. Tarcisio Bertone

“La ragione e il coraggio della verità”: il cardinale Ruini commenta il discorso mai pronunciato del papa alla Sapienza

23 gennaio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 23 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). Di seguito per il quotidiano “Avvenire” il commento del card. Camillo Ruini sul discorso mai pronunciato dal papa alla Sapienza.

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“La ragione e il coraggio della verità”

DI CAMILLO RUINI

Il discorso di Benedetto XVI per l’università ‘La Sapienza’ prosegue e sviluppa ulteriormente due sue grandi riflessioni: quella tenuta a Monaco di Baviera, in dialogo con il filosofo tedesco Jürgen Habermas, il 19 gennaio 2004, e quella del celebre discorso di Ratisbona.

La prima riguardava piuttosto il versante etico­politico, la seconda era dedicata anzitutto al rapporto tra fede e ragione, nel contesto del compito dell’università.

Il testo preparato per ‘La Sapienza’ è densissimo e però molto chiaro, frutto di un pensiero e di un’esperienza della vita e della storia quanto mai maturi e insieme giovani e aperti; sorretto inoltre da una profonda certezza e al tempo stesso ricco di interrogativi e di stimolazioni a pensare ancora.
Non possiamo tentare di approfondirlo qui. Cercherò semplicemente di riassumerne alcuni nodi che toccano più immediatamente il sentire comune.
Benedetto XVI si rivolge alla più antica università di Roma, come Vescovo di Roma: a questo titolo infatti è «stato invitato». Perciò egli si pone in primo luogo la domanda: qual è la natura e la missione del papato? Il Papa è colui che da un punto di osservazione più elevato guarda all’insieme, prendendosi cura dell’intera comunità credente. Questa comunità però vive nel mondo, le sue buone condizioni o il suo degrado si ripercuotono perciò, inevitabilmente, su tutto il resto della comunità umana. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

All’obiezione che il Papa parla alla luce della fede, e quindi non può pretendere che le sue parole valgano per quanti non condividono questa fede, Benedetto XVI risponde, in dialogo con il grande filosofo della politica americano John Rawls, che l’esperienza dei secoli, il fondo storico del sapere umano, quale si esprime nelle grandi tradizioni religiose, contiene, assai più che una ragione a­storica, concezioni etiche preziose anche oggi per l’umanità.

Tutto ciò senza integralismi e chiusure difensive che non guardino in faccia la realtà: infatti molte affermazioni dei teologi e dell’autorità ecclesiastica sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono.

Allo stesso tempo però la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla base della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica.
La seconda domanda intorno a cui ruota il discorso di Benedetto XVI riguarda la natura e la missione dell’università. In base al suo stesso concetto fondativo, l’università deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità, e perciò libera e autonoma da altre autorità sia politiche sia ecclesiastiche. La vera, intima origine dell’università sta infatti nel desiderio, anzi in quella autentica brama di conoscere che è propria dell’uomo: egli vuole sapere chi sia egli stesso e cosa sia tutto ciò che lo circonda, vuole verità. L’interrogarsi di Socrate può dunque essere considerato l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Socrate, accusato di empietà, era invece alla ricerca del Dio veramente divino: da questo punto di vista i cristiani dei primi secoli si sono riconosciuti in lui. La loro fede, pertanto, non poteva prendere le distanze dall’interrogarsi della ragione, e così l’università poteva nascere nel mondo cristiano del medioevo.
La verità è anzitutto ricerca e comprensione del vero, non è mai però soltanto teorica. La conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. La verità ci rende buoni e la bontà è vera: è questo l’ottimismo tipico della fede cristiana, che crede nella Ragione creatrice fattasi uomo per amore dell’uomo. Come possiamo però individuare quei criteri di giustizia che rendono possibile vivere insieme la nostra libertà in maniera positiva e buona? In concreto, per quanto riguarda la sfera pubblica, si tratta dei processi democratici di formazione del consenso, che hanno il loro presupposto, come giustamente osserva Habermas, nella partecipazione pubblica egualitaria di tutti i cittadini e nella forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti, attraverso «un processo di argomentazione sensibile alla verità».
Proprio questo però è di fatto assai difficile, perché nella lotta politica gli interessi particolari spesso prevalgono sulla sensibilità per la verità e per il bene comune.
In ogni caso, rientra così in campo la domanda: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Una tale domanda rimanda inevitabilmente a quelle discipline, come la filosofia e la teologia, che insieme alla medicina e alla giurisprudenza costituivano l’università medievale e che, riguardando la ricerca sulla totalità del nostro essere, hanno il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Il rapporto reciproco tra filosofia e teologia deve essere «senza confusione e senza separazione»: ciascuna delle due deve conservare cioè la propria identità e in concreto la filosofia deve rimanere una ricerca compiuta dalla ragione nella propria libertà e responsabilità, mentre la teologia deve continuare ad attingere a un tesoro di conoscenza che essa non ha inventato, ma ricevuto in dono, e che sempre la supera e proprio perciò sempre di nuovo rilancia il pensiero.
Al tempo stesso, la filosofia non ricomincia ogni volta da capo con il singolo pensatore: sta infatti nel grande dialogo della sapienza storica, che essa accoglie e sviluppa criticamente. Non deve dunque chiudersi davanti a ciò che le religioni, e in particolare la fede cristiana, hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Molti contenuti della fede cristiana rimangono certamente inaccessibili alla ragione, e quindi non possono presentarsi come esigenze della ragione, ma il messaggio della fede è anche una forza purificatrice che aiuta la ragione ad essere più e meglio se stessa.

Nell’epoca moderna si sono aperte nuove dimensioni del sapere, che si riconducono a due grandi ambiti universitari: quello delle scienze naturali, che si sviluppano attraverso la sinergia tra sperimentazione e matematica, che presuppone la razionalità della materia, e quello delle scienze storiche e umanistiche, attraverso le quali l’uomo cerca di conoscere meglio se stesso. Si è dischiusa così per l’umanità una misura immensa di sapere e di potere e sono anche cresciuti la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo.

Il cammino dell’uomo, però, non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai del tutto scongiurato, come mostra purtroppo la storia del nostro tempo. Per il mondo occidentale il pericolo è oggi che l’uomo si arrenda di fronte alla questione della verità e così la ragione si pieghi davanti alla pressione degli interessi e accetti come suo criterio ultimo quello dell’utilità. Nell’ambito dell’università, il pericolo è che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi nel positivismo e che la teologia venga confinata nella sfera privata di un gruppo, sia pure grande come la Chiesa. Allora però la ragione inaridisce e diventa non più grande ma più piccola: così la cultura europea, se vuole autocostruirsi soltanto in base alle proprie argomentazioni e intende la sua laicità come distacco dalle radici delle quali vive, non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Benedetto XVI conclude tornando alla domanda iniziale: che cosa ha da fare o da dire il Papa all’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritativo la fede, che può essere solo donata in libertà. È suo compito, invece, mantenere desta la sensibilità per la verità e sollecitare la ragione a scorgere le luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia e aiuta a trovare la via verso il futuro.

La conclusione di questo riassunto, che ha cercato di essere soltanto fedele, è chiaramente una sola: un caldo invito a leggere il testo integrale di un discorso che è un contributo duraturo a quel desiderio di conoscere e di vivere bene che ciascuno di noi porta dentro di sé.

© Copyright Avvenire, 23 gennaio 2008