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Zapatero e Bertone, incontro segreto per riaprire il dialogo

12 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 12 giugno 2008 (Vatican Diplomacy). Riproponiamo un interessante articolo apparso quest’oggi sul sito della rivista “Panorama”:

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Il premier José Luis Zapatero

Prove tecniche di ricucitura tra Zapatero e il Vaticano. Secondo El Paìs, che cita un articolo apparso sulla rivista di ispirazione cattolica Vida Nueva, il presidente spagnolo ha incontrato il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, a Roma la settimana scorsa durante il summit della Fao. Un incontro “discreto”, lontano dai riflettori, non confermato dal governo spagnolo. Ma l’autore dell’articolo sul settimanale cattolico è Antonio Pelayo, sacerdote e responsabile di questioni religiose nell’ambasciata di Spagna in Vaticano
Il premier socialista ha avuto in passato più di un dissapore con le gerarchie ecclesiastiche in Spagna, tanto che il segretario della conferenza episcopale iberica, l’arcivescovo di Madrid Antonio Maria Rouco Varela, si schierò esplicitamente contro il Psoe durante l’ultima campagna elettorale.”Non votate per chi disprezza la famiglia” esortò il milione di fedeli riuniti durante una manifestazione “per la libertà religiosa” convocata dai vescovi a Madrid lo scorso 30 dicembre per protestare contro le politiche del governo. Per non parlare degli strali che ogni mattina vengono lanciati dalla radio della conferenza episcopale, la Cope, (5 milioni di ascoltatori) dal polemico conduttore Federico Jimenez Losantos, ex comunista convertitosi nel più feroce oppositore del Zapaterismo, “rojo y masòn”. In particolare alla Chiesa sono andate di traverso l’approvazione del matrimonio omosessuale, l’ istituzione di una materia scolastica obbligatoria (educazione civica) considerata “laicista” e le polemiche sulle scuole private. Sempre durante la campagna elettorale Pepe Blanco, il coordinatore dei socialisti spagnoli, si diresse ai vescovi con durezza: “O si presentano alle elezioni o si tengano fuori dalla politica” e, riferendosi ai contributi statali per le scuole cattoliche, minacciò “bisognerà rivederli”.
Insomma, uno scontro a tutto campo. Poi, dopo le elezioni, vinte da Zapatero, un lento riavvicinamento con dichiarazioni più concilianti da parte del premier e della Chiesa. Un processo di cui l’incontro semisegreto tra il presidente spagnolo e il “numero 2″ Vaticano potrebbe essere l’inizio.

© Panorama – Edizione digitale – 12 giugno 2008, articolo disponibile qui.

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Il Papa chiede a Israele di tutelare i cristiani di Terra Santa e auspica una pace giusta con i palestinesi

12 maggio 2008

Il nuovo ambasciatore israeliano, Mordechay Lewy posa assieme Papa Benedetto XVI

CITTA’ DEL VATICANO – Lunedì 12 maggio, 2008 (Vatican Diplomacy). Questa mattina il Santo Padre ha ricevuto in Vaticano il Signor Mordechay Lewy, nuovo Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali.

S.E. il Signor Mordechay Lewy, Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, è sposato ed ha tre figli. Si è laureato in Storia (Hebrew University, 1976).

Entrato nella carriera diplomatica nel 1975, ha ricoperto i seguenti incarichi: Funzionario del Ministero degli Affari Esteri (1975-1976); Segretario di Ambasciata a Bonn (1976-1981); Incaricato dei Paesi di lingua tedesca presso il Ministero degli Affari Esteri (1981-1985); Segretario e poi Consigliere di Ambasciata a Stoccolma (1985-1989); Vice Capo di Divisione presso il Ministero degli Affari Esteri (1989-1991); Console generale a Berlino (1991-1994); Ambasciatore in Thailandia (1994-1997); Vice Capo di Dipartimento presso il Ministero degli Affari Esteri (1997-2000); Ministro di Ambasciata a Berlino (2000-2004); Consigliere del Sindaco di Gerusalemme per le Comunità Religiose (2004-2008).

È autore di molti articoli di carattere storico sui Cristiani e Gerusalemme.

Parla l’inglese e il tedesco e conosce lo svedese ed il latino.

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Testo del discorso del Santo Padre a sua eccellenza il signor Mordechay Lewy nuovo ambasciatore dello Stato di Israele presso la Santa Sede

Eccellenza,

sono lieto di porgerle il benvenuto all’inizio della sua missione e di accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario dello Stato di Israele presso la Santa Sede. La ringrazio per le cordiali parole che mi ha rivolto e le chiedo di trasmettere al Presidente Shimon Peres i miei rispettosi saluti e l’assicurazione delle mie preghiere per il popolo del suo Paese.

Ancora una volta, offro i miei cordiali auspici in occasione della celebrazione di Israele dei sessanta anni della sua esistenza come Stato. La Santa Sede si unisce a Lei nel rendere grazie al Signore perché le aspirazioni del popolo ebraico a una casa nella terra dei loro padri si sono realizzate e, al contempo, spera che giunga presto un tempo di maggiore letizia, quando una pace giusta risolverà il conflitto con i palestinesi. In particolare, la Santa Sede considera preziose le proprie relazioni diplomatiche con Israele, instaurate quindici anni fa, e attende con ansia l’ulteriore sviluppo di un maggior rispetto, di una maggiore stima e di una crescente collaborazione che ci uniscano.

Fra lo Stato di Israele e la Santa Sede esistono numerose aree di interesse reciproco che si possono esplorare con profitto. Come ha sottolineato, l’eredità giudaico-cristiana dovrebbe spingerci a prendere l’iniziativa di promuovere molte forme di azione umanitaria e sociale nel mondo, non da ultimo combattendo tutte le forme di discriminazione razziale. Condivido con Lei, Eccellenza, l’entusiasmo per gli scambi culturali e accademici che si svolgono fra istituzioni cattoliche nel mondo e quelle in Terra Santa, e anche io spero che tali iniziative verranno maggiormente sviluppate nei prossimi anni. Il dialogo fraterno, condotto a livello internazionale fra cristiani ed ebrei, sta recando molti frutti e deve proseguire con impegno e generosità. Le città sante di Roma e di Gerusalemme sono importantissime fonti di fede e saggezza per la civiltà occidentale, e, di conseguenza, i vincoli fra Israele e la Santa Sede hanno ripercussioni più profonde di quelle che derivano formalmente dalla dimensione giuridica delle nostre relazioni.

Eccellenza, so che condivide la mia preoccupazione per l’allarmante declino della popolazione cristiana nei Paesi del Medio Oriente, incluso Israele, a causa dell’emigrazione. Di certo, i cristiani non sono gli unici a risentire degli effetti dell’insicurezza e della violenza che sono conseguenze dei vari conflitti nella regione, ma, per molti aspetti, sono ora particolarmente vulnerabili. Prego affinché, per la crescente amicizia fra Israele e la Santa Sede, si possano elaborare modi per rassicurare i membri della comunità cristiana affinché possano nutrire la speranza di un futuro sicuro e pacifico nelle loro patrie ancestrali, senza sentirsi costretti a doversi trasferire in altre parti del mondo per costruirsi una nuova vita.

I cristiani in Terra Santa intrattengono da tempo buoni rapporti sia con i musulmani sia con gli ebrei. La loro presenza e il libero esercizio della vita e della missione della Chiesa lì, hanno il potenziale di contribuire in modo significativo a sanare le divisioni fra le due comunità. Prego affinché possa essere così e invito il suo governo a continuare a elaborare modi per utilizzare la buona volontà dei cristiani sia verso i discendenti naturali del popolo che per primo ha udito la Parola di Dio sia verso i nostri fratelli e le nostre sorelle musulmani che da secoli vivono e praticano il proprio culto nella terra che tutte e tre le tradizioni religiose definiscono “santa”.

Comprendo che le difficoltà dei cristiani in Terra Santa sono legate anche alla tensione continua fra le comunità ebrea e palestinese. La Santa Sede riconosce la legittima necessità di sicurezza e di autodifesa di Israele e condanna fortemente tutte le forme di antisemitismo. Sostiene anche che tutti i popoli hanno il diritto di ricevere uguali opportunità di prosperare. Proprio per questo, esorto con urgenza il suo governo a compiere ogni sforzo per alleviare le difficoltà sofferte dalla comunità palestinese, permettendole la libertà necessaria per svolgere le sue legittime attività, incluso il raggiungere i luoghi di culto affinché possa godere di pace e sicurezza maggiori. È evidente che questi problemi si possono affrontare soltanto nel più ampio contesto del processo di pace per il Medio Oriente. La Santa Sede accoglie l’impegno espresso dal suo governo di portare avanti lo slancio riacceso ad Annapolis e prega affinché le speranze e le aspettative suscitate in quella sede non vengano deluse. Come ho osservato nel mio recente discorso alle Nazioni Unite, a New York, è necessario percorrere ogni possibile via diplomatica e prestare attenzione “ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione” se si vogliono risolvere conflitti annosi. Quando tutte le persone della Terra Santa vivranno in pace e in armonia, in due stati sovrani indipendenti, il beneficio per la pace del mondo sarà inestimabile e Israele sarà realmente (“luce delle nazioni” Is 42, 6), esempio luminoso di risoluzione del conflitto che il resto del mondo potrà seguire.

Molto è stato fatto nella formulazione degli accordi che sono stati firmati finora da Israele e dalla Santa Sede ed è auspicabile che i negoziati relativi a questioni economiche e fiscali giungano a una conclusione soddisfacente. Grazie per le sue parole rassicuranti sull’impegno del governo di Israele per una soluzione positiva e rapida dei problemi ancora da risolvere. So di parlare a nome di molti quando esprimo la speranza che questi accordi possano presto essere integrati nel sistema giuridico interno di Israele e costituire così una base per una cooperazione feconda. Dato l’interesse personale che Lei, Eccellenza, nutre per la situazione dei cristiani in Terra Santa, e che è molto apprezzato, so che comprende le difficoltà causata dalle continue incertezze sui loro diritti e sul loro status legali, in particolare a proposito della questione dei visti per il personale ecclesiastico. Sono certo che farà tutto il possibile per facilitare la soluzione dei restanti problemi in un modo accettabile per tutte le parti in causa. Solo quando si supereranno queste difficoltà, la Chiesa potrà svolgere le proprie opere religiose, morali, educative e caritative nella terra in cui è nata.

Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi rafforzi ulteriormente i vincoli di amicizia fra la Santa Sede e il suo Paese. Sia certo che i vari dicasteri della Curia Romana saranno sempre pronti a offrirle aiuto e sostegno nello svolgimento dei suoi doveri. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di Lei, sulla sua famiglia e su tutto il popolo dello Stato di Israele le abbondanti benedizioni di Dio.

Il nuovo ambasciatore israeliano, Mordechay Lewy, consegna le lettere credenziali a Papa Benedetto XVI

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Address of His Holiness Benedict XVI to His Excellency Mr. Mordechay Lewy ambassador of Israel to the Holy See

Your Excellency,

I am pleased to welcome you at the start of your mission and to accept the Letters accrediting you as Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary of the State of Israel to the Holy See. I thank you for your kind words, and I ask you to convey to President Shimon Peres my respectful greetings and the assurance of my prayers for the people of your country.

Once again I offer cordial good wishes on the occasion of Israel’s celebration of sixty years of statehood. The Holy See joins you in giving thanks to the Lord that the aspirations of the Jewish people for a home in the land of their fathers have been fulfilled, and hopes soon to see a time of even greater rejoicing when a just peace finally resolves the conflict with the Palestinians. In particular, the Holy See values its diplomatic relations with Israel, established fifteen years ago, and looks forward to developing further the growing respect, esteem and collaboration that unites us.

Between the State of Israel and the Holy See there are numerous areas of mutual interest that can be profitably explored. As you have pointed out, the Judeo-Christian heritage should inspire us to take a lead in promoting many forms of social and humanitarian action throughout the world, not least by combating all forms of racial discrimination. I share Your Excellency’s enthusiasm for the cultural and academic exchanges that are taking place between Catholic institutions worldwide and those of the Holy Land, and I too hope that these initiatives will be developed further in the years ahead. The fraternal dialogue that is conducted on an international level between Christians and Jews is bearing much fruit and needs to be continued with commitment and generosity. The holy cities of Rome and Jerusalem represent a source of faith and wisdom of central importance for Western civilization, and in consequence, the links between Israel and the Holy See have deeper resonances than those which arise formally from the juridical dimension of our relations.

Your Excellency, I know that you share my concern over the alarming decline in the Christian population of the Middle East, including Israel, through emigration. Of course Christians are not alone in suffering the effects of insecurity and violence as a result of the various conflicts in the region, but in many respects they are particularly vulnerable at the present time. I pray that, in consequence of the growing friendship between Israel and the Holy See, ways will be found of reassuring the Christian community, so that they can experience the hope of a secure and peaceful future in their ancestral homelands, without feeling under pressure to move to other parts of the world in order to build new lives.

Christians in the Holy Land have long enjoyed good relations with both Muslims and Jews. Their presence in your country, and the free exercise of the Church’s life and mission there, have the potential to contribute significantly to healing the divisions between the two communities. I pray that it may be so, and I invite your Government to continue to explore ways of harnessing the good will that Christians bear, both towards the natural descendants of the people who were the first to hear the word of God, and towards our Muslim brothers and sisters who have lived and worshipped for centuries in the land that all three religious traditions call “holy”.

I do realize that the difficulties experienced by Christians in the Holy Land are also related to the continuing tension between Jewish and Palestinian communities. The Holy See recognizes Israel’s legitimate need for security and self-defence and strongly condemns all forms of anti-Semitism. It also maintains that all peoples have a right to be given equal opportunities to flourish. Accordingly, I would urge your Government to make every effort to alleviate the hardship suffered by the Palestinian community, allowing them the freedom necessary to go about their legitimate business, including travel to places of worship, so that they too can enjoy greater peace and security. Clearly, these matters can only be addressed within the wider context of the Middle East peace process. The Holy See welcomes the commitment expressed by your Government to carry forward the momentum rekindled at Annapolis and prays that the hopes and expectations raised there will not be disappointed. As I observed in my recent address to the United Nations in New York, it is necessary to explore every possible diplomatic avenue and to remain attentive to “even the faintest sign of dialogue or desire for reconciliation” if long-standing conflicts are to be resolved. When all the people of the Holy Land live in peace and harmony, in two independent sovereign states side by side, the benefit for world peace will be inestimable, and Israel will truly serve as אור לגוים (“light to the nations”, Is 42:6), a shining example of conflict resolution for the rest of the world to follow.

Much work has gone into formulating the agreements which have been signed thus far between Israel and the Holy See, and it is greatly hoped that the negotiations regarding economic and fiscal affairs may soon be brought to a satisfactory conclusion. Thank you for your reassuring words concerning the Israeli Government’s commitment to a positive and expeditious resolution of the questions that remain. I know that I speak on behalf of many when I express the hope that these agreements may soon be integrated into the Israeli internal legal system and so provide a lasting basis for fruitful cooperation. Given the personal interest taken by Your Excellency in the situation of Christians in the Holy Land, which is greatly appreciated, I know you understand the difficulties caused by continuing uncertainties over their legal rights and status, especially with regard to the question of visas for church personnel. I am sure you will do what you can to facilitate the resolution of the problems that remain in a manner acceptable to all parties. Only when these difficulties are overcome, will the Church be able to carry out freely her religious, moral, educational and charitable works in the land where she came to birth.

Your Excellency, I pray that the diplomatic mission which you begin today will further strengthen the bonds of friendship that exist between the Holy See and your country. I assure you that the various departments of the Roman Curia are always ready to offer help and support in the fulfilment of your duties. With my sincere good wishes, I invoke upon you, your family, and all the people of the State of Israel, God’s abundant blessings.

© Copyright 2008 – Libreria Editrice Vaticana

Kosovo, il nunzio apostolico teme la destabilizzazione dei Balcani

13 febbraio 2008

Potrebbe diventare un altro Medio Oriente, osserva

di Will Taylor

BELGRADO, martedì, 12 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Mentre la Serbia si prepara alla dichiarazione di indipendenza della provincia del Kosovo, a maggioranza albanese, il Nunzio Apostolico nel Paese balcanico ha espresso la speranza che la regione non si destabilizzi diventando un altro Medio Oriente.

Il Presidente serbo Boris Tadic ha chiesto questa settimana consultazioni internazionali sullo status del Kosovo, affermando che la leadership albanese della provincia sta minacciando di dichiarare “illegalmente” l’indipendenza il 17 febbraio.

Il Primo Ministro del Kosovo Hashim Thaci non ha confermato la data, ma venerdì ha proclamato che, avendo ricevuto il sostegno di circa 100 Nazioni, la separazione del Kosovo dalla Serbia è “un fatto compiuto”.

Interpellato sui disordini nella regione, il Nunzio Apostolico in Serbia, l’Arcivescovo Eugenio Sbarbaro, ha detto a Radio Vaticana che si è “in una situazione molto difficile e non sappiamo cosa accadrà. La grande maggioranza non è felice e c’è la possibilità che si possa sfociare in un altro Medio Oriente; spero di no, ma le premesse ci sono”.

La Serbia si oppone strenuamente alla secessione della provincia, che considera la culla del suo Stato e della sua religione. Secondo un sondaggio del 2002, la popolazione della Serbia – Kosovo escluso – è per l’85% ortodossa serba, per il 5.5% cattolica e per il 3.2% musulmana.

Resistenza

In Kosovo la popolazione è per il 90% musulmana albanese, per il 6% ortodossa serba e per il 4% cattolica albanese, e gli ortodossi serbi mantengono stretti legami con monasteri ortodossi storicamente e culturalmente rilevanti nella regione.

Prevedendo l’imminente dichiarazione di indipendenza, circa 200 rappresentanti della minoranza serba in Kosovo si sono incontrati questa settimana per discutere la situazione e si sono impegnati a respingere ogni dichiarazione del genere, a boicottare il Parlamento del Kosovo e a predisporre le proprie istituzioni nella parte settentrionale della provincia scissionista – inclusa un’assemblea che regolerà la vita dei serbi in Kosovo.

La decisione ricorda gli inizi degli anni Novanta, quando gli abitanti di etnia albanese hanno ignorato l’annullamento serbo dell’autonomia della provincia e hanno organizzato le loro istituzioni, provocando una protesta dell’etnia albanese repressa dalle forze serbe che ha portato la NATO a bombardare la regione instaurando l’amministrazione delle Nazioni Unite.

Mentre la sorte del territorio conteso si avvicina a una conclusione, le tensioni politiche e religiose continuano a montare.

Sottolineando la complessità delle circostanze, l’Arcivescovo Sbarbaro ha detto a Radio Vaticana che “non si possono separare le questioni politiche da quelle religiose. Emotivamente, sono alla base delle tradizioni storiche”.

La Chiesa ortodossa serba ha chiarito la sua posizione circa l’indipendenza del Kosovo nel maggio scorso alla Santa Assemblea dei Vescovi a Belgrado, affermando che il cambiamento “significherebbe calpestare la giustizia umana e divina e abrogare gli antichi diritti di una delle Nazioni cristiane europee riconosciuti e confermati a livello internazionale, e creerebbe un precedente dalle conseguenze ingiuste, non solo per i Balcani e per l’Europa, ma per tutto il mondo”.

Circa l’aspetto religioso delle tensioni attuali, l’Arcivescovo Sbarbaro ha affermato che “ecumenicamente è una situazione molto delicata perché la Chiesa ortodossa in Serbia sta pensando che per il Kosovo sia come se si togliesse il Vaticano ai cattolici – è così che si sentono”.

“E pensano anche che l’Occidente sia contro il loro Paese perché sono ortodossi; credono che dietro questa posizione possano esserci i cattolici. Parlare ecumenicamente, ancora una volta, è una questione molto delicata e dovrebbe essere affrontata con grande tatto”.

Udienza papale

Benedetto XVI ha ricevuto in udienza il Presidente del Kosovo il 2 febbraio. Dopo l’incontro con Fatmir Sejdiu, il Vaticano ha affermato in una nota che il Santo Padre ha espresso “la sua vicinanza all’intera popolazione di quella terra, in cui il cristianesimo è presente sin dai primi secoli della nostra era”.

L’attuale popolazione cattolica di circa 65.000 fedeli “svolge un apprezzato servizio, soprattutto nei campi assistenziale ed educativo, in favore di tutti i kosovari, indipendentemente della loro appartenenza etnica o religiosa”.

“Per quanto riguarda un’eventuale dichiarazione dell’indipendenza del Kosovo”, aggiungeva il comuincato, “la Santa Sede seguirà con particolare attenzione gli sviluppi in loco e, nella sua valutazione, terrà conto dell’orientamento della Comunità internazionale”.

© ZENIT.org

Spagna, Zapatero andra’ a pranzo col nunzio apostolico martedi’

7 febbraio 2008

MADRID, 7 febbraio 2008 (Vatican Diplomacy/Apcom). Il capo del governo spagnolo José Luis Zapatero ha annunciato oggi che martedì prossimo pranzerà con il nunzio apostolico in Spagna, Manuel Monteiro de Castro. Zapatero ha confermato l’incontro – che ieri aveva definito imminente – in un’intervista all’emittente Punto Radio, in cui ha ribadito che dopo le elezioni del prossimo nove marzo i rapporti fra Stato e Chiesa cattolica dovranno cambiare.

Il pranzo con il rappresentante del Vaticano si terrà nella sede della nunziatura a Madrid, in un momento assai teso per i rapporti fra Spagna e Santa Sede. Con una ‘nota orientativa’ ai fedeli che ha suscitato una grande polemica, i vescovi spagnoli la settimana scorsa hanno di fatto sconsigliato di votare per il Partito socialista (Psoe) nelle prossime elezioni del nove marzo. Lo scorso 30 dicembre, l’ala più dura dell’episcopato spagnolo, capeggiata dall’arcivescovo di Madrid Antonio Rouco Varela, aveva organizzato a Madrid una manifestazione ‘per la famiglia cristiana’ che aveva riunito circa 160.000 persone per protestare contro le leggi del governo Zapatero su matrimonio omosessuale e ‘divorzio express’.

La congiuntura politica è delicata perché sia il governo che la Conferenza episcopale spagnola (Cee) vanno incontro ad elezioni all’inizio del prossimo mese. E in quelle dei vescovi (il 3 marzo) potrebbe essere eletto presidente proprio Rouco Varela, anche grazie all’appoggio del Vaticano. Zapatero ha affermato oggi che sarà “felicissimo” di pranzare con il nunzio, ed è sembrato emettere sottotraccia segnali di distensione nei confronti della gerarchia ecclesiastica. Come già ieri, infatti, il premier ha mantenuto un tono fermo e ha chiesto rispetto per il governo dello Stato, ma ha anche auspicato un chiarimento fatto “con serenità e calma”, dopo gli appuntamenti con le urne.

Due giorni fa il segretario organizzativodel Psoe José Blanco aveva agitato la minaccia di rinegoziare l’accordo finanziario fra lo Stato spagnolo e la Chiesa cattolica, ma già ieri Zapatero – pur non escludendo questa ipotesi – l’aveva definita solo come una “possibilità”, da affrontare eventualmente in un’ottica di “dialogo e consenso”. Secondo diversi osservatori, i reiterati attacchi dei vescovi più intransigenti contro il governo fanno in realtà il gioco del Psoe, perché gli spagnoli hanno in grande maggioranza accettato e ‘assorbito’ le riforme dei diritti civili attuate da Zapatero: anche, e soprattutto, quegli elettori ‘indecisi’ di centro che vanno conquistati.

Ma nell’ultima fase della campagna elettorale, il governo ha interesse a non iperreagire, e a mostrarsi deciso, ma abbastanza conciliante. Sempre che, naturalmente, non ci siano nuovi attacchi da parte dei vescovi più conservatori.

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Zapatero tratará con el nuncio del Vaticano el conflicto con la Conferencia Episcopal

MADRID – 7 de febrero, 2008 (Vatican Diplomacy/EFE). El presidente del Gobierno, José Luis Rodríguez Zapatero, ha anunciado hoy que el próximo martes almorzará con el Nuncio del Vaticano en España, Manuel Monteiro de Castro, después de la polémica generada por la Nota de la Conferencia Episcopal ante las elecciones del 9 de marzo.

Zapatero ha anunciado ese almuerzo, que tendrá lugar en la sede de la Nunciatura, en una entrevista en Punto Radio en la que ha insistido en que después de esas elecciones algo debe cambiar en la relación con la Iglesia católica porque ésta debe tener al Estado el mismo respeto que el Estado le tiene a ella.

El jefe del Ejecutivo ha informado de que la reunión con Monteiro de Castro se cerró en el acto en el que coincidieron ayer en Madrid y en el que ya avanzó que tenía intención de quedar la próxima semana para compartir el “caldito” que tenía comprometido con él desde hace tiempo.

Zapatero ha asegurado que irá “encantado” a la Nunciatura (lugar elegido para la comida después de que ambos barajaran también la posibilidad de reunirse en el Palacio de la Moncloa) porque tiene una buena relación personal con Manuel Monteiro.

El presidente del Gobierno ha insistido en la necesidad de que las autoridades eclesiásticas respeten al Ejecutivo elegido por los ciudadanos y ha subrayado que en las últimas semanas ha habido algunas actitudes de la Conferencia Episcopal que necesitan una aclaración. Algo que cree que debe hacerse “con serenidad y con calma” después de las elecciones.

Rodríguez Zapatero ha reiterado que él no acepta algunas de las consideraciones realizadas por obispos en la concentración a favor de la familia celebrada el pasado mes de diciembre en Madrid y en las que se acusaba a algunas leyes aprobadas esta legislatura de poner en riesgo la democracia y hacer retroceder derechos humanos.

Zapatero y el nuncio, Manuel Monteiro (EFE).

L’Iran propone al Vaticano un Comitato permanente per il dialogo

7 febbraio 2008

CITTA’ DEL VATICANOGiovedì, 7 febbraio 2008 (Vatican Diplomacy/Apcom) – Teheran vuole costituire “un comitato permanente per il dialogo tra il Vaticano e l’Iran”. A fare la proposta è stato il ministro degli Esteri iraniano Manoucher Mottaki, durante la cerimonia di ricevimento di accredito del nunzio apostolico della Santa Sede in Iran, Monsignor Jean-Paul Gobel, come ha riferito l’agenzia stampa iraniana Mehr.

L’agenzia stampa semi ufficiale della Repubblica islamica, riferisce che Mottaki ha sottolineato il “desiderio di consolidare e sviluppare le relazioni”, tra l’Iran e la Santa Sede. Per il ministro degli Esteri iraniano, di fronte alle “offese recate negli ultimi anni a fede e divinta religiose”, “i leader religiosi sono chiamati oggi ad assumere severe responsabilità superiori a quella degli anni passati.

La stessa agenzia riporta la “disponibilità del Vaticano a formare un comitato permanente per il dialogo con la Repubblica islamica”, espressa dal nunzio apostolico durante l’incontro.

Il ministro degli esteri iraniano Manoucher Mottaki, foto LeParisien