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Obama: Testo e video integrale in italiano del discorso inaugurale

22 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 21 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la seguente traduzione in italiano apparsa sul quotidiano “Corriere della Sera” del 21 gennaio 2009  :

* * *

Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all’incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione.

Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l’America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l’alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani.

Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell’avidità e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un’ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l’energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta.

Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l’inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell’America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l’unità degli scopi sul conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.

Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.

Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.

Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.

Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.

Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo.

Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.

Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo.

Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.

Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.

Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori – e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.

Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù – e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.

Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.

Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.

Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento – un momento che segnerà una generazione – è precisamente questo spirito che deve animarci tutti.

Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.

Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo – il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo – queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità – un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.

E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro… Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere… Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo”.

America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.

© Corriere della Sera – 21 gennaio 2009

© RaiNews24 – 20 gennaio 2009

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Mons. Warduni contro la condanna a morte del rapitore di mons. Rahho

20 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Lunedì, 19 maggio (Radio Vaticana). “Noi perseguiamo la pace, la sicurezza e la riconciliazione dell’Iraq, tutte cose per le quali si è speso in vita mons. Rahho e per le quali continuiamo a lavorare”.

Così mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, ha commentato all’agenzia Sir la condanna a morte – da parte dell’autorità irachena – di Ahmed Ali Ahmed, leader di Al Qaeda coinvolto nel rapimento e nell’uccisione dell’arcivescovo di Mosul Paulos Faraj Rahho. Come è noto il presule caldeo era stato rapito il 29 febbraio scorso e trovato morto il 13 marzo. “Mons. Rahho – ha affermato Warduni – non avrebbe accettato una simile condanna. I principi cristiani affermano che non è consentito condannare a morte nessuno e ci invitano al perdono, alla riconciliazione e alla giustizia. Alla Chiesa irachena interessa la pace, la sicurezza e la riconciliazione del Paese”.

Riferendosi all’attuale situazione, mons. Warduni ha riferito di “un qualche miglioramento ed anche a Mosul la gente dice che va un po’ meglio. La speranza è che duri nel tempo e che Al Qaeda venga sconfitta”. La notizia della condanna di Ahmed Ali Ahmed, noto come Abu Omar, è stata data ieri dal portavoce del Governo Ali al-Dabbagh. Fonti militari già due giorni dopo il ritrovamento di mons. Rahho dissero di aver arrestato un uomo coinvolto nel rapimento. La condanna a morte è stata salutata con soddisfazione dall’Ambasciata americana a Baghdad. Non è nota la data dell’esecuzione. (R.G.)

© Radio Vaticana

Catturato al-Masri, leader di al-Qaeda in Iraq

6 maggio 2008

Al-MasriAbu Ayyab al-Masri

BAGHDAD (AsiaNews/Agenzie) – Il capo di al-Qaeda in Iraq, Abu Ayyub al-Masri, è stato arrestato. Lo riferisce il ministro iracheno della Difesa. Ancora nessuna conferma della notizia, però, da parte delle forze statunitensi nel Paese. Il portavoce del ministero dell’Interno, il generale Abdel Karim Khalaf, ha riferito che “a mezzanotte le forze di sicurezza hanno catturato nella provincia di Niniveh uno dei leader di al Qaeda, l’uomo durante l’interrogatorio ha confessato di essere Abu Hamza al Muhajir” (l’altro nome con cui è noto al-Masri). L’arresto è avvenuto durante un’operazione delle truppe irachene in un villaggio a nord di Mosul, capoluogo della provincia e ultima roccaforte urbana dei fondamentalisti sunniti.

Cautela e scetticismo nell’esercito Usa in Iraq, secondo il cui portavoce “sono ancora in corso verifiche”. Un ufficiale americano a Baghdad, invece, sostiene addirittura di dubitare della veridicità dei fatti.

Al-Masri è un egiziano, noto per essere uno dei fedelissimi del giordano al-Zarkawi, il leader di riferimento della rete terroristica in Iraq, rimasto ucciso nel giugno 2006 durante un bombardamento delle forze statunitensi. Ufficialmente l’uomo è dall’aprile 2007 “ministro della Guerra” dell’ “Esercito islamico in Iraq”, organizzazione terroristica comprendente vari gruppi di militanti sunniti e guidata da Abu Omar al Baghdadi. Ma secondo Washington, quest’ultimo è un personaggio fittizio, e il vero capo è al Masri.

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Iraqi forces: al-Masri, al Qaeda leader, captured

BAGHDAD (AsiaNews/Agencies) –The head of al-Qaeda in Iraq, Abu Ayyab al-Masri, has been arrested. This according to the Iraqi Defense Minister. The news has yet to be confirmed however by the US security forces. Spokesman for the State Minister, general Abdel Karim Khalaf, referred that they “arrested one of al-Qaeda’s leaders at midnight and during the primary investigations he admitted that he was Abu Hamza al-Muhajir” (also known as al-Masri). The capture took place during an Iraqi troop operation on a village north of Mosul, the provincial capital and the last bastion of Sunni fundamentalism.

The US army in Iraq is cautious and sceptical, their spokesman declaring; “we are still attempting to verify the report”. An American official in Baghdad has also said outright that he doubts the truth of events.

The Egyptian-born militant Al-Masri took over the leadership of the group from Abu Musab al-Zarqawi shortly after he was killed in a US air strike in June 2006. Officially in April 2007, he was named “minister of war” in the 10-man cabinet of the Islamic State of Iraq, an umbrella organisation of Sunni militant groups led by Abu Omar al Baghdadi. But according to Washington the latter is a fictitious identity, and the true head of the organisation is in fact Masri.

L’ambasciatrice USA presso la Santa Sede Mary Ann Glendon: abbiamo bisogno l’uno dell’altro. I contrasti sulla guerra in Iraq sono archiviati

8 marzo 2008


Presentazione delle Lettere Credenziali di S.E. la Signora Mary Ann Glendon, Ambasciatore degli Stati Uniti d’America

«Vaticano alleato prezioso dell’America per il dialogo con il mondo islamico»

Massimo Franco

ROMA — «I contrasti sulla guerra in Iraq ci sono stati. Ma sappiamo bene quanto adesso il Vaticano stia appoggiando lo sforzo americano di riportare quel Paese alla normalità. Qualcuno sostiene che l’alleanza fra Stati Uniti e Santa Sede sia più preziosa oggi che qualche anno fa. Di certo, la Chiesa cattolica è presente in ogni parte del mondo: anche dove noi siamo assenti o non riusciamo a farci capire. E può contare su un flusso continuo di informazioni che ci possono aiutare a comprendere meglio quanto succede in realtà difficili da decifrare… ».

Dalla villa che ospita l’ambasciata presso la Santa Sede, affacciata sul Circo Massimo, Mary Ann Glendon archivia i contrasti fra USA e Vaticano sul conflitto iracheno. E in questa intervista al Corriere, la prima dopo la nomina, racconta un’alleanza cresciuta al di là di ogni previsione.
Un secolo e mezzo fa, un soffio per la storia, a Washington i protestanti entravano in chiesa per verificare la diceria secondo la quale gli inviati del papa avevano le corna.

Il 16 aprile prossimo, invece, nella stessa città un pontefice metterà piede per la prima volta alla Casa Bianca, accolto con tutti gli onori.

«D’altronde, sarà il giorno del compleanno di Benedetto XVI. E non credo che il presidente Bush perderà l’occasione per ospitarlo: anche se la visita del papa sarà pastorale », spiega la Glendon, finora professore di diritto a Harvard. Ma l’ambasciatore è apprezzata anche in Vaticano: fino a pochi mesi fa presiedeva la Pontificia Accademia per le Scienze sociali.

Che significa un papa in visita alla Casa Bianca, ambasciatore?

«Mi sembra l’evoluzione naturale dei rapporti che il presidente George Bush ha avuto prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI».

In precedenza nessun pontefice ci era mai andato.

«Credo che dipenda dal carattere molto personale del presidente Bush. È un uomo amichevole. E anche questo papa non è soltanto il professore timido di cui si parla: è una persona amichevole anche lui. Al fondo, credo ci siano le preoccupazioni comuni che Stati Uniti e Vaticano condividono a livello mondiale».

Finora si è trattato di rendere normali le relazioni. Adesso che lo sono, come possono svilupparsi?

«Non ho una sfera di cristallo. Ma è facile prevedere che in un mondo così turbolento, si tratti di due entità destinate ad essere partner naturali per la proiezioni mondiale che mostrano di avere. C’è un comune desiderio di proteggere e promuovere la dignità umana e la libertà religiosa. E non solo la necessità ma l’urgenza di promuovere il dialogo fra le culture e le religioni. In questo campo la Santa Sede ha un’esperienza unica, con il suo prestigio morale».

Che cosa rimane del contrasto fra il presidente Bush e papa Giovanni Paolo II sulla la guerra in Iraq?

«C’è stato. Ma sappiamo quanto oggi il Vaticano stia sostenendo gli Stati Uniti per ricostruire e riportare quel Paese alla normalità ».

L’esodo delle comunità cristiane nel mondo islamico continua, però.

«Credo che la situazione per i cristiani in quei Paesi rimanga difficile. È una realtà estremamente precaria e ci vorrà del tempo per stabilizzarla».

Ha l’impressione che sia il Vaticano ad avere più bisogno di voi, o voi del Vaticano?

«Credo che abbiamo bisogno l’uno dell’altro. E che sia assolutamente necessaria anche la collaborazione di altri Stati in quella regione del mondo. Da soli, né USA né Vaticano possono bastare; forse non basta più nemmeno un’alleanza limitata a loro due».

Sull’embargo a Cuba avete posizioni divergenti.

«Sui mezzi, forse. Ma Stati Uniti e Vaticano puntano entrambi a fare in modo che Cuba diventi una libera democrazia».

Seguirete il consiglio vaticano di togliere l’embargo?

«Credo che i governanti cubani abbiano in tasca la chiave che servirebbe a togliere l’embargo: basterebbe che liberassero gli oppositori, e che non facessero aggredire e arrestare le persone che distribuiscono la Dichiarazione per i diritti dell’uomo, com’è accaduto di recente».

Qualcuno negli USA ha criticato la sua nomina ad ambasciatore per le cariche che ricopre in Vaticano. Si è parlato di conflitto di interessi.

«Le cariche che ricoprivo: mi sono dimessa. E comunque mi erano state date come accademica. Il fatto è che anche noi siamo in un anno elettorale, e tutto diventa motivo di contesa. Ma alla fine il Congresso mi ha votato senza distinzioni. D’altronde non ho un profilo politico: sono registrata nelle liste elettorali americane come indipendente, e faccio il professore universitario. Poi, capita che la mia Chiesa sia quella della Santa Sede. Credo tuttavia che questo retroterra e il dettaglio di non essere estranea al Vaticano non siano un handicap ma un’opportunità. Mi aiuteranno a servire meglio gli interessi del mio Paese».

© Copyright Corriere della sera, 7 marzo 2008