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Obama: Testo e video integrale in italiano del discorso inaugurale

22 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 21 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo la seguente traduzione in italiano apparsa sul quotidiano “Corriere della Sera” del 21 gennaio 2009  :

* * *

Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all’incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione.

Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l’America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l’alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani.

Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell’avidità e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un’ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l’energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta.

Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l’inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell’America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l’unità degli scopi sul conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.

Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.

Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.

Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.

Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.

Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo.

Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.

Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo.

Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.

Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.

Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori – e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.

Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù – e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.

Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.

Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.

Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento – un momento che segnerà una generazione – è precisamente questo spirito che deve animarci tutti.

Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.

Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo – il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo – queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità – un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.

E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro… Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere… Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo”.

America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.

© Corriere della Sera – 21 gennaio 2009

© RaiNews24 – 20 gennaio 2009

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Mons. Warduni contro la condanna a morte del rapitore di mons. Rahho

20 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Lunedì, 19 maggio (Radio Vaticana). “Noi perseguiamo la pace, la sicurezza e la riconciliazione dell’Iraq, tutte cose per le quali si è speso in vita mons. Rahho e per le quali continuiamo a lavorare”.

Così mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, ha commentato all’agenzia Sir la condanna a morte – da parte dell’autorità irachena – di Ahmed Ali Ahmed, leader di Al Qaeda coinvolto nel rapimento e nell’uccisione dell’arcivescovo di Mosul Paulos Faraj Rahho. Come è noto il presule caldeo era stato rapito il 29 febbraio scorso e trovato morto il 13 marzo. “Mons. Rahho – ha affermato Warduni – non avrebbe accettato una simile condanna. I principi cristiani affermano che non è consentito condannare a morte nessuno e ci invitano al perdono, alla riconciliazione e alla giustizia. Alla Chiesa irachena interessa la pace, la sicurezza e la riconciliazione del Paese”.

Riferendosi all’attuale situazione, mons. Warduni ha riferito di “un qualche miglioramento ed anche a Mosul la gente dice che va un po’ meglio. La speranza è che duri nel tempo e che Al Qaeda venga sconfitta”. La notizia della condanna di Ahmed Ali Ahmed, noto come Abu Omar, è stata data ieri dal portavoce del Governo Ali al-Dabbagh. Fonti militari già due giorni dopo il ritrovamento di mons. Rahho dissero di aver arrestato un uomo coinvolto nel rapimento. La condanna a morte è stata salutata con soddisfazione dall’Ambasciata americana a Baghdad. Non è nota la data dell’esecuzione. (R.G.)

© Radio Vaticana

Catturato al-Masri, leader di al-Qaeda in Iraq

6 maggio 2008

Al-MasriAbu Ayyab al-Masri

BAGHDAD (AsiaNews/Agenzie) – Il capo di al-Qaeda in Iraq, Abu Ayyub al-Masri, è stato arrestato. Lo riferisce il ministro iracheno della Difesa. Ancora nessuna conferma della notizia, però, da parte delle forze statunitensi nel Paese. Il portavoce del ministero dell’Interno, il generale Abdel Karim Khalaf, ha riferito che “a mezzanotte le forze di sicurezza hanno catturato nella provincia di Niniveh uno dei leader di al Qaeda, l’uomo durante l’interrogatorio ha confessato di essere Abu Hamza al Muhajir” (l’altro nome con cui è noto al-Masri). L’arresto è avvenuto durante un’operazione delle truppe irachene in un villaggio a nord di Mosul, capoluogo della provincia e ultima roccaforte urbana dei fondamentalisti sunniti.

Cautela e scetticismo nell’esercito Usa in Iraq, secondo il cui portavoce “sono ancora in corso verifiche”. Un ufficiale americano a Baghdad, invece, sostiene addirittura di dubitare della veridicità dei fatti.

Al-Masri è un egiziano, noto per essere uno dei fedelissimi del giordano al-Zarkawi, il leader di riferimento della rete terroristica in Iraq, rimasto ucciso nel giugno 2006 durante un bombardamento delle forze statunitensi. Ufficialmente l’uomo è dall’aprile 2007 “ministro della Guerra” dell’ “Esercito islamico in Iraq”, organizzazione terroristica comprendente vari gruppi di militanti sunniti e guidata da Abu Omar al Baghdadi. Ma secondo Washington, quest’ultimo è un personaggio fittizio, e il vero capo è al Masri.

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Iraqi forces: al-Masri, al Qaeda leader, captured

BAGHDAD (AsiaNews/Agencies) –The head of al-Qaeda in Iraq, Abu Ayyab al-Masri, has been arrested. This according to the Iraqi Defense Minister. The news has yet to be confirmed however by the US security forces. Spokesman for the State Minister, general Abdel Karim Khalaf, referred that they “arrested one of al-Qaeda’s leaders at midnight and during the primary investigations he admitted that he was Abu Hamza al-Muhajir” (also known as al-Masri). The capture took place during an Iraqi troop operation on a village north of Mosul, the provincial capital and the last bastion of Sunni fundamentalism.

The US army in Iraq is cautious and sceptical, their spokesman declaring; “we are still attempting to verify the report”. An American official in Baghdad has also said outright that he doubts the truth of events.

The Egyptian-born militant Al-Masri took over the leadership of the group from Abu Musab al-Zarqawi shortly after he was killed in a US air strike in June 2006. Officially in April 2007, he was named “minister of war” in the 10-man cabinet of the Islamic State of Iraq, an umbrella organisation of Sunni militant groups led by Abu Omar al Baghdadi. But according to Washington the latter is a fictitious identity, and the true head of the organisation is in fact Masri.

Processo a Tareq Aziz, vescovo di Kirkuk: “giustizia, ma nel rispetto dell’uomo”

30 aprile 2008

Tareq Aziz

Dopo 5 anni di detenzione l’ex vice premier di Saddam si presenta davanti al giudice, imputato per l’esecuzione di decine di commercianti nel ‘92. Unico cristiano nell’entourage del raìs è citato, erroneamente, come prova del favore “goduto” da questa comunità sotto la dittatura. Ora rischia la pena di morte.

BAGHDAD (AsiaNews) – “Giustizia, ma nel rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, contro ogni condanna capitale”, è l’appello che l’arcivescovo caldeo di Kirkuk, mons. Louis Sako, lancia oggi all’apertura del processo che vede imputato, e a rischio di pena di morte, l’ex vice premier iracheno Tareq Aziz, unico cristiano ai vertici del regime di Saddam Hussein.

Volto pubblico internazionale della dittatura del raìs, è accusato dell’esecuzione di 42 commercianti nel 1992, colpevoli di avere speculato sui prezzi dei generi alimentari, in violazione dei controlli di Stato. L’ex ministro degli Esteri, cristiano caldeo, è spesso citato come prova del favore che i cristiani avrebbero goduto sotto Saddam. “Niente di più falso”, dicono alcuni caldei iracheni profughi in Italia. Nato nel 1936, vicino Mosul da famiglia caldea, Tareq Aziz ha sempre messo in secondo piano la sua appartenenza religiosa, presentandosi prima di tutto come arabo iracheno e membro del Baath. Ha cambiato il suo nome originale, Michael Yohanna, per uno meno compromettente. Davanti alla nazionalizzazione delle scuole cristiane “non ha mosso ciglio”, stessa cosa con il provvedimento per l’insegnamento obbligatorio del Corano.
 
In un’intervista ad AsiaNews del 2003, mons. Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad per i cattolici latini, spiegava che “Tareq Aziz non era vice premier perché cristiano, ma perché era un grande amico di gioventù di Saddam. Con lui aveva compiuto anche alcune stragi nei loro primi anni di azione e aveva contribuito alla presa di potere del partito Baath”. Lo stesso presule ricordava che “spesso come minoranza cristiana ottenevamo concessioni non da Aziz, ma da altri ministri musulmani”.
 
E’ la prima volta, da quando si è arreso alle forze Usa nell’aprile 2003, che Aziz, 72 anni, risponde delle accuse che gli sono contestate. Il suo avvocato definisce “infondate” le accuse. A presiedere il processo è il giudice curdo Rauf Rasheed Abdel, lo stesso che pronunciò la condanna a morte di Saddam Hussein. Al banco degli imputati insieme ad Aziz anche altri sette gerarchi dell’ex regime, tra cui il fratellastro di Saddam, Watban Ibrahim Al Hassan, e “Ali il chimico”, già condannato a morte a giugno per il suo ruolo nella campagna Anfal negli anni ‘80, in cui furono uccisi decine di migliaia di curdi. 

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Tariq Aziz on trial, bishop of Kirkuk: “justice, but in respect of man”

After five years of detention, Saddam’s former deputy prime minister goes before the judge, charged with the execution of dozens of merchants in 1992. The only Christian in the entourage of the rais is wrongly cited as proof of the favour “enjoyed” by this community under the dictatorship. Aziz now risks the death penalty.

BAGHDAD (AsiaNews) – “Justice, but in respect for human rights and of the dignity of the person, against any capital sentence”, is the appeal that the Chaldean archbishop of Kirkuk, Louis Sako, issued today at the opening of the trial, with risk of the death penalty, against former Iraqi deputy prime minister Tariq Aziz, the only Christian among the leadership of the regime of Saddam Hussein.

The international public face of the dictatorship of the rais, Aziz is accused of executing 42 merchants in 1992, guilty of having speculated on food prices in violation of state controls.  The former foreign minister, a Chaldean Christian, is often cited as proof of the favour that Christians enjoyed under Saddam.  “Nothing could be more false”, say some Chaldean Iraqi refugees in Italy.  Born to a Chaldean family near Mosul in 1936, Tariq Aziz always put his religious affiliation in second place, presenting himself first of all as an Iraqi Arab and a member of the Baath party.  He changed his original name, Michael Yohanna, for less compromising one.  He “did not bat an eye” at the nationalisation of the Christian schools, nor at the provision for the obligatory teaching of the Qur’an.

In an interview with AsiaNews in 2003, Jean Benjamin Sleiman, archbishop of Baghdad for the Latin Catholics, explained that “Tariq Aziz was not prime minister because he was Christian, but because he was a great childhood friend of Saddam.  He had participated in several massacres with him in their first years of action, and had contributed to the Baath party’s rise to power”.  The archbishop also recalled that “as a Christian minority, we often obtained concessions not from Aziz, but from other Muslim ministers”.

It is the first time since he surrendered to U.S. forces in April of 2003 that Aziz, aged 72, is responding to the accusations against him.  His lawyer calls the accusations “unfounded”.  The trial will be presided over by Kurdish judge Rauf Rasheed Abdel, the same one who pronounced the death sentence against Saddam Hussein.  Also facing charges together with Aziz are seven other top officials of the former regime, including Saddam’s stepbrother Watban Ibrahim Al Hassan and “chemical Ali”, already condemned to death in June for his role in the Anfal campaign in the 1980’s, in which tens of thousands of Kurds were killed.

 

© AsiaNews.it

 

 

Il testamento di mons. Rahho: amore per i “fratelli musulmani e l’Iraq”

18 aprile 2008

MOSUL – Venerdì, 18 aprile 2008 (AsiaNews.it). Pubblicato il testamento dell’arcivescovo caldeo ucciso dal terrorismo islamico il mese scorso. Nessuna eredità materiale, ma un forte messaggio per costruire la pace e l’amore tra le comunità religiose. La concezione della morte, come l’apertura ad un “donarci a Dio nuovo e infinito”.

È una consegna piena, totale e senza limiti nelle mani di Dio il testamento di mons. Paulos Faraj Rahho, l’arcivescovo caldeo di Mosul, trovato morto dopo 14 giorni di sequestro lo scorso 13 marzo. Nel testo, pubblicato dal sito in arabo Ankawa.com e che porta la data del 15 agosto 2003, il presule ucciso dal terrorismo islamico lascia un forte messaggio di amore e di fratellanza per tutte le comunità religiose dell’’“amato Iraq” e ricorda con particolare tenerezza i disabili della “Fraternità di Carità e Gioia”, da lui fondata nel 1989: “Da voi ho imparato l’amore, voi mi avete insegnato ad amare”. Rivolgendosi poi ai suoi famigliari ammette con semplicità: “Io non possiedo niente e tutto quello che possiedo non è mio. Io stesso ero una proprietà della Chiesa, e dalla Chiesa non potete rivendicare niente”.
Commentando il testamento, p. Amer Youkhanna, sacerdote caldeo di Mosul si dice “molto colpito” dalle parole di quello che era il suo vescovo sulla morte: “Nell’indicare la vita dopo la morte come il proseguimento più grande e infinito del donarsi a Dio, egli vuole dirci che quello che ci attende non è solo una ricompensa ‘passiva’ ma una vita in cui il Signore ci rende attivi con Lui”.
Di seguito riportiamo alcuni stralci del testamento, tradotti dall’arabo da AsiaNews.
“Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.” (Romani 14,7-8).
La morte è una realtà tremenda, la più tremenda di ogni altra realtà, ed ognuno di noi dovrà attraversarla. L’uomo, che dona la sua vita, se stesso e il suo essere e tutto ciò che possiede a Dio e all’altro esprime così la profonda fede che ha in Dio e la sua fiducia in Lui. Il Padre Eterno si prende cura di tutti e non fa mai male a nessuno. Perché il suo amore è infinito. Lui è Amore, ed è anche la pienezza della paternità. Così si comprende la morte: morire è interrompere questo donarsi a Dio e all’altro (nella vita terrena, ndt) per aprirsi ad un donarsi nuovo e infinito, senza macchia. La vita è il consegnarci pienamente tra le mani di Dio; con la morte questo consegnarci diventa infinito nella vita eterna.
Chiedo a tutti voi di essere sempre aperti verso i nostri fratelli musulmani, yazidi e tutti i figli della nostra Patria amata, di collaborare insieme per costruire solidi vincoli di amore e fratellanza tra i figli del nostro amato Paese, Iraq.
Il servo del Vangelo di Cristo
Paolo Faraj Rahho

Love for our “Muslim brothers and for Iraq” in Mgr Rahho’s Will


MOSUL – Friday, 18 April 2008 (AsiaNews.it). The Will of the Chaldean archbishop slain by Islamic terrorists last month is published. It includes no material bequests but a strong message upon which to build peace and love among religious communities. His notion of death is one of openness, of “giving oneself to a new and infinite God”.

In his Will Mgr Paulos Faraj Rahho, the Chaldean archbishop of Mosul who was found dead last 13 March 14 days after he was abducted, delivers himself fully, totally and without limits into the hands of God. In his last wishes, published by the Arabic-language website Ankawa.com and dated 15 August 2003, the prelate killed by Islamic terrorists sends a strong message of love and brotherhood to all religious communities in his “Beloved Iraq”, remembering with particular tenderness the disabled people cared for by the ‘Charity and Joy Brotherhood” he founded in 1989.“From you I learnt about love; you taught me to love,” he wrote about them, whilst to his relatives he simply said: “I own nothing and whatever I have is not mine. Even I belong to the Church and on the Church you have no claim.”

In commenting the Will Fr Amer Youkhanna, a Chaldean clergyman from Mosul, said he was “struck” by what his bishop had to say about death.

“In saying that life after death is the continuation of giving oneself to God, but in ways that are greater and more infinite, he is telling us that what awaits us is not only a ‘passive’ reward but a life in which the Lord involves us more with Him.”

Here are a few excerpts from the Will, translated from the Arabic by AsiaNews.

“None of us lives for oneself, and no one dies for oneself. For if we live, we live for the Lord, 3 and if we die, we die for the Lord; so then, whether we live or die, we are the Lord’s,” (Romans, 14:7-8).

Death is a dreadful reality, more dreadful than any other reality, and each one of us must deal with it. People who give their lives, themselves, their being and all they possess to God and to others express this way the profound faith they have in God and their trust in Him. The Eternal Father takes care of everyone and harms no one because his love is infinite. He is Love as well as fatherhood at its fullest. This way we understand death. Death means a stop to this giving to God and others (i.e. in this life) in order to open up and give oneself again, without end or flaw. Life means fully placing oneself in the hands of God. In death giving becomes infinite in eternal life.

I call upon all of you to be open to our Muslim and Yazidi brothers and to all the children of our Beloved Homeland, to work together to build solid ties of love and brotherhood among the children of our Beloved Country, Iraq.

Servant in the Gospel of Christ

Paulos Faraj Rahho

© AsiaNews.it