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Caso Boffo, comunicato della Santa Sede

10 febbraio 2010

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 10 febbraio 2010 (Vatican Diplomacy). Riportiamo il pezzo apparso sull’Osservatore Romano di oggi.

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Comunicato della Segreteria di Stato

Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione.

Dal 23 gennaio si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano “Avvenire”, con l’evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore de “L’Osservatore Romano”, arrivando a insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento.

In particolare, è falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore de “L’Osservatore Romano” abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di “Avvenire”; è falso che il direttore de “L’Osservatore Romano” abbia dato – o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo – informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate.

Appare chiaro dal moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili – ripetute sui media con una consonanza davvero singolare – che tutto si basa su convinzioni non fondate, con l’intento di attribuire al direttore de “L’Osservatore Romano”, in modo gratuito e calunnioso, un’azione immotivata, irragionevole e malvagia. Ciò sta dando luogo a una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice.

Il Santo Padre Benedetto XVI, che è sempre stato informato, deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia.

Dal Vaticano, 9 febbraio 2010.

©L’Osservatore Romano – 10 febbraio 2010

La Chiesa non “fa” politica, ma educa all’impegno politico

24 giugno 2008

Afferma il Cardinal Martino

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 giugno 2008 (ZENIT.org).- “La Chiesa non fa politica; la Chiesa non forma alla politica”, ma “deve formare ed educare all’impegno sociale e politico, facendo tesoro della sua dottrina sociale”.

E’ quanto ha affermato il Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, al termine del Seminario internazionale sul tema “La politica, forma esigente di carità”, svoltosi il 20 e il 21 giugno in Vaticano alla presenza di circa 60 esperti tra politologi, studiosi e personalità impegnate nel sociale.

“Il cristiano è chiamato a dare alla politica uno statuto autenticamente umano, liberandola costantemente da illusioni messianiche e recuperandone il ruolo fondamentale dalle delusioni che la circondano”, ha affermato il Cardinale secondo quanto riporta “L’Osservatore Romano”.

La politica, infatti, “resta una questione seria per un cristiano: a essa egli guarda per arricchirne il ruolo con quel formidabile complesso di principi e di valori proposti dalla dottrina sociale della Chiesa”.

Tra gli oratori del Seminario, l’Arcivescovo Jean-Louis Bruguès, segretario della Congregazione vaticana per l’Educazione Cattolica, che è intervenuto su politica, politici, virtù e santità; Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che ha proposto una lettura storica del passaggio dalle ideologie forti alla politica debole; il parlamentare statunitense Christopher Smith, che ha affrontato le tematiche della tutela della vita e della famiglia; la biogenetista Carmen Romero Paredes, che ha illustrato la questione delle biotecnologie nel contesto della politica e dell’ecologia umana e naturale.

Sintetizzando quanto detto durante il Seminario, il Cardinal Martino ha sottolineato come la dottrina sociale sia uno strumento strategico fondamentale nell’impegno politico dei cristiani e nell’approccio cristiano alla politica.

L’incontro ha anche fornito l’occasione per una presa di coscienza e un esame delle sfide che la politica deve affrontare nel mondo globalizzato, che il porporato ha ricondotto alle questioni della verità e dell’autorità, “ignorate, purtroppo da molto tempo, dalla riflessione teorica sulla comunità politica, non senza danno”.

Nel corso del Seminario è infatti emersa la convinzione che la questione della verità sarà sempre più importante in futuro, “a causa della domanda drammatica di senso che la tecnica sta ponendo a tutti noi”.

Ciò si pone su una dimensione triplice, ricorda “L’Osservatore Romano”: “nell’ambito politico, ove incombe il rischio della tecnocrazia, nell’ambito della manipolazione della vita, là dove ci si affida ciecamente alle biotecnologie, nell’ambito della comunicazione, rimodellato e sconvolto dalla tecnologia informatica”.

In questi ambiti, ha affermato il Cardinal Martino, “si pone con forza il problema della verità, in quanto senza riferimento a essa la democrazia si trasforma in tecnica procedurale, la biotecnologia in ‘fabbricazione’ della vita e dell’uomo, e le tecnologie dell’informazione in produzione di mondi virtuali”, con il rischio di arrivare a “forme inedite di asservimento dell’uomo all’uomo”.

Quanto alla questione dell’autorità, anch’essa sarà decisiva in futuro e “dovrà essere pensata e articolata in modo nuovo, più orizzontale e flessibile, con una maggiore coerenza al principio di sussidiarietà”.

Solo così, infatti, sarà possibile “vincere le dinamiche centrifughe della società di oggi e sviluppare invece dinamiche aggregative e solidali”.

© Copyright ZENIT.org

Mons. Pietro Sambi, dopo il viaggio in USA: “E’ cambiata l’immagine del Papa”

10 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 10 giugno 2008 (Vatican Diplomacy). Ripubblichiamo l’intervista del nunzio apostolico per gli Stati Uniti d’America, mons. Pietro Sambi, rilasciata all’Osservatore Romano:

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Intervista all’arcivescovo Pietro Sambi
nunzio apostolico a Washington

Benedetto XVI ha ridato coraggio alla Chiesa cattolica statunitense

di Gianluca Biccini

“È cambiata l’immagine che gli americani avevano di Benedetto XVI ed è cambiata anche l’immagine della Chiesa cattolica, che ha ripreso coraggio”. Alla vigilia della visita del presidente George W. Bush in Vaticano, il nunzio apostolico Pietro Sambi traccia un bilancio molto positivo del viaggio del Papa negli Stati Uniti d’America (15-20 aprile). In quest’intervista al nostro giornale ricorda il clima cordiale, familiare ed entusiastico con cui Benedetto XVI è stato accolto in terra statunitense, evidenziando che il Papa è stato “scoperto” dagli americani come “apostolo della speranza”: un esperto “di ciò che passa dentro il cuore dell’uomo di oggi”, un “portatore di risposte sostanziose e vivificanti, offerte con chiarezza, con umiltà, quasi con timidezza; come un appassionato conoscitore di Gesù Cristo e servitore della sua Chiesa”. Per questo si è guadagnato “la simpatia, l’attenzione, il rispetto, l’amore di un intero popolo”. Un successo che ha la sua spiegazione nella capacità del Pontefice di penetrare nell’anima della società americana e di apportarvi, con umiltà, le risposte di cui essa sembra avere bisogno. Soprattutto per quel che riguarda la dimensione religiosa “non da relegare nella sfera del privato, ma valorizzata quale garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell’uomo”. Il rappresentante pontificio a Washington ha anche individuato un tema di sottofondo, che al di là di quello principale “Cristo è la nostra speranza”, ha permeato tutti gli interventi di Benedetto XVI: “L’urgenza della formazione come base per rilanciare la nuova evangelizzazione negli Stati Uniti”.

Benedetto XVI parlando del viaggio in America ha detto più volte che i cattolici del Paese lo hanno “confermato nella speranza”. Questo feeling tra il Papa e gli americani è stato dettato dall’emozione del momento o ha radici più profonde. In quest’ultimo caso, quali sono tali radici?

Alla radio cattolica dell’arcidiocesi di New York, il Papa ha detto: “Io ero venuto per confermarvi nella fede, ma in realtà siete stati anche voi che mi avete confermato, con la vostra risposta, con il vostro entusiasmo, con il vostro affetto”. Queste parole spontanee hanno raggiunto il cuore dei cattolici americani e sono state percepite come apprezzamento e incoraggiamento.

Domenica 27 aprile, al momento del Regina Caeli, Benedetto XVI ha ringraziato Dio che gli ha concesso di farsi strumento della speranza di Cristo per la Chiesa negli Stati Uniti e per il Paese: “In pari tempo lo ringrazio perché io stesso sono stato confermato nella speranza dai cattolici americani: ho trovato infatti una grande vitalità e la decisa volontà di vivere e di testimoniare la fede in Gesù”.

Sul tema della speranza si è creata subito una profonda sintonia degli animi tra il Papa e gli americani. Nell’omelia allo stadio nazionale di Washington il Pontefice ha detto: “Gli americani sono sempre stati un popolo della speranza… Ma la speranza, la speranza nel futuro fa profondamente parte del carattere americano. La virtù cristiana della speranza… ha anche caratterizzato, e continua a caratterizzare, la vita della comunità cattolica in questo Paese”.

L’11 settembre 2001, quando sono state attaccate le Torri gemelle a New York e il Pentagono a Washington, il popolo americano, come sempre nei momenti difficili, si è riversato nelle chiese e nei templi, trovando alla presenza di Dio fiducia, unità e coraggio. Questo popolo non si è mai separato dalla Parola di Dio: la Bibbia resta il libro che maggiormente accompagna il cittadino americano; non si è mai separato dalla preghiera, che continua a scandire i momenti più significativi della vita personale, familiare e nazionale; il Giorno del ringraziamento a Dio è la festività più sentita negli Stati Uniti e non vi è cittadino che non si senta in dovere di osservarla. Gesù Cristo non è mai stato qui un’icona, ma una persona, il termine ultimo della speranza.
Parlando della speranza, il Papa ha toccato un tema profondamente radicato nella storia e nella cultura di questo popolo, e ha fatto vibrare una corda particolarmente sensibile in questi tempi.

In più di un’occasione il Pontefice ha definito il soggiorno a Washington e a New York una “singolare esperienza missionaria”. Gli Stati Uniti hanno bisogno oggi di una nuova evangelizzazione?

Anche gli Stati Uniti, come tutti i Paesi del mondo, hanno bisogno oggi di una nuova evangelizzazione. Essa deve cominciare in casa, cioè in seno alla Chiesa stessa perché il cristiano ritrovi la gratitudine, la gioia e la forza di esserlo. Il Papa ha aperto il cammino, ha dato il via con i suoi discorsi ai vescovi, ai sacerdoti e alle religiose, agli insegnanti, ai fedeli, ai giovani: tutti i settori della Chiesa sono stati chiamati a questo impegno, a essere gli strumenti dello Spirito Santo per una nuova Pentecoste.

Specialmente quando si è minoranza, quattro atteggiamenti fondamentali sono necessari per avere un influsso positivo sulla società. Primo, una chiara identità cattolica: sapere cosa si è e si vuole essere, altrimenti si diventa come una goccia di vino che si perde in un bicchiere d’acqua. Secondo, un forte senso di appartenenza: ciascuno ha bisogno di una comunità e la comunità ha bisogno di ciascuno; chi cammina da solo finisce per perdersi. Terzo, il culto dell’eccellenza nella vita personale, familiare, professionale, per essere la lampada sul moggio, la città sul monte. Infine, arricchiti da una chiara identità, dal forte senso di appartenenza e dal culto dell’eccellenza, ecco il quarto atteggiamento: piena disponibilità a collaborare con chiunque vuole costruire un futuro migliore.

Allo stadio nazionale di Washington il Papa ha detto: “Le sfide che ci vengono incontro richiedono un’istruzione ampia e sana nella verità della fede. Ma richiedono anche di coltivare un modo di pensare, una “cultura” intellettuale che sia genuinamente cattolica, fiduciosa nell’armonia profonda tra fede e ragione, e preparata a portare la ricchezza della visione della fede a contatto con le questioni urgenti che riguardano il futuro della società americana”.

Altrove Benedetto XVI ha parlato di urgenza della formazione: questo stesso tema mi sembra costituire il sottofondo di tutti i suoi interventi negli Stati Uniti, come base per rilanciare la nuova evangelizzazione.

Nell’incontro con George W. Bush da entrambe le parti sono state sottolineate le convergenze tra la visione del Papa e quella del presidente. Eppure nella storia recente è sembrato che ci fossero divergenze evidenti in alcuni campi, come la guerra in Iraq e la pena di morte. Cosa ne pensa in proposito?

L’accoglienza che il presidente Bush ha riservato al Papa è stata del tutto straordinaria. Quanto al colloquio tra i due, esso è stato di natura privata. Conosciamo quanto le parti hanno reso pubblico, senza poter escludere che altri temi siano stati affrontati.

Nelle sue riflessioni sul viaggio apostolico negli Stati Uniti d’America, durante l’udienza generale del 30 aprile, il Papa stesso si è riferito a un argomento di grande spessore: “Nell’incontro con il signor presidente nella sua residenza, ho avuto modo di rendere omaggio a quel grande Paese, che fin dagli albori è stato edificato sulla base di una felice coniugazione tra i principi religiosi, etici e politici, e che tuttora costituisce un valido esempio di sana laicità, dove la dimensione religiosa, nella diversità delle sue espressioni, è non solo tollerata, ma valorizzata quale “anima” della Nazione e garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell’uomo”.

La dimensione religiosa non da rilegare, dunque, nella sfera del privato, ma valorizzata quale anima della Nazione e garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell’uomo.

Benedetto XVI non ha dimenticato di trovarsi sul territorio di una super-potenza mondiale e ha delineato la missione della Chiesa locale in tale contesto: “La Chiesa può svolgere con libertà e impegno la sua missione di evangelizzazione e promozione umana, e anche di “coscienza critica” contribuendo alla costruzione di una società degna della persona umana e, al tempo stesso, stimolando un Paese come gli Stati Uniti, a cui tutti guardano quale uno dei principali attori della scena internazionale, verso la solidarietà globale, sempre più necessaria e urgente, e verso l’esercizio paziente del dialogo nelle relazioni internazionale”.

Giovanni Paolo ii ricordò all’America: “Lazzaro è seduto alla tua porta”. Se la tentazione del potente è di imporsi con la forza, il costruttore del futuro si affida alla pazienza del dialogo che non piega, ma convince.
Nel “comunicato congiunto” sono poi recensiti numerosi argomenti del colloquio, tra i quali la pace, le comunità cristiane in Medio Oriente, la povertà e la malattia in Africa, l’America Latina e il problema dell’immigrazione.

Le folle considerevoli accorse alle celebrazioni eucaristiche, lungo le strade e all’incontro del Papa con i giovani hanno offerto una testimonianza senza precedenti. Qual è la chiave di lettura di questo successo?

Benedetto XVI era poco e mal conosciuto negli Stati Uniti. Quelli che si aspettavano “l’inflessibile carabiniere del Sant’Ufficio” sono stati conquistati dal pastore, dal padre, dal maestro suadente. Il Papa è stato “scoperto” come un attento conoscitore di ciò che passa dentro il cuore dell’uomo di oggi, come portatore di risposte sostanziose e vivificanti, offerte con chiarezza, con umiltà, quasi con timidezza; come un appassionato conoscitore di Gesù Cristo e servitore della sua Chiesa, come apostolo della speranza. E sono esplosi la simpatia, l’attenzione, il rispetto, l’amore di un popolo intero. Gli incontri ecumenico e quello interreligioso hanno creato un legame personale del Papa con le altre denominazioni cristiane e con gli appartenenti ad altre religioni. La visita a Ground Zero è stato un momento di intensa identificazione del popolo americano, indipendentemente dalla propria fede, con Benedetto XVI. Anche quei mass media, che di solito non nascondono la propria acredine contro la Chiesa cattolica, hanno scritto o trasmesso con interesse, rispetto e simpatia le attività del Papa. Le espressioni più comuni utilizzate, nel mondo cattolico, sono state: “Una visita pastorale piena di benedizioni per tutta la Chiesa, per il Paese”; nel mondo laico: “Un successo al di là di ogni aspettativa”. E, dati il potere e la risonanza dei mass media degli Stati Uniti, un successo qui, significa successo nel mondo intero.

Nell’incontro del Papa con i giovani a New York, ognuno ha potuto vedere la gioia di Benedetto XVI e la gioia dei giovani; quando egli ha detto loro: “Vi prometto che vi ricorderò ogni giorno nella mia preghiera”, è esploso spontaneo e potente il grido: “Noi ti amiamo”. Il discorso rivolto loro sarà per molti una guida a trovare il senso della gioventù e la missione nella vita. A un giovane seminarista ho chiesto come avesse vissuto l’incontro col Papa; ha risposto: “Ho concluso che è esaltante, gratificante diventare prete oggi”.

Il successo del Papa ha la sua spiegazione nella capacità di Benedetto XVI di capire l’animo americano e di apportarvi, con umiltà, le risposte di cui ha bisogno.

Il Papa ha parlato degli Stati Uniti come di un “Paese laico per amore della religione”. Secondo lei questo è un modello a cui possono guardare anche le altre società occidentali alla prese con il problema della secolarizzazione?

Il Papa ha parlato di “valido esempio di sana laicità” negli Stati Uniti e ne ha descritto i contenuti: “Dove la dimensione religiosa, nella diversità delle sue espressioni, è non solo tollerata, ma valorizzata quale “anima” della Nazione e garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell’uomo”. Una descrizione della “sana laicità”, che merita di essere attentamente studiata.

Ogni Paese ha la sua storia dei rapporti tra fede e ragione, tra religione e nazione. Ma i valori della “sana laicità” sopra descritti sono una ricchezza per tutti.

I reiterati ed espliciti interventi del Papa sullo scandalo degli abusi sessuali del clero hanno chiuso definitivamente la partita o restano ancora questioni aperte?

Il Papa ha parlato sullo scandalo degli abusi sessuali del clero ripetutamente: alla Conferenza Episcopale, ai sacerdoti, ai fedeli; in un incontro pieno di emozione ha poi ricevuto un gruppo di vittime. Negli Stati Uniti c’era il timore che “il Vaticano” non avesse capito la gravità del fenomeno. Questa idea è scomparsa dopo gli interventi del Papa, ispirati dalla verità e dalla misericordia. Egli ha indicato il cammino per il superamento definitivo di questi comportamenti umilianti. La sorveglianza sarà sempre necessaria.

Dopo la partenza di Benedetto XVI, quanto è rimasto sui mezzi di comunicazione sociale statunitensi nei giorni successivi?

Dopo la partenza del Papa sono stati compiuti sondaggi di opinione circa la sua visita: è impressionante e non comune negli Stati Uniti l’altissima percentuale di gradimento. È cambiata l’immagine che gli americani avevano di Benedetto XVI; è cambiata anche l’immagine della Chiesa cattolica, che ha ripreso coraggio. Dalle parrocchie arrivano informazioni che molti fedeli, i quali da tempo avevano abbandonato la pratica religiosa, sono tornati alla confessione e alla messa domenicale. Finite le cronache, diversi quotidiani e settimanali hanno pubblicato analisi, in generale molto positive, sull’intero evento; le pubblicazioni diocesane sono piene di fotografie e dei testi pronunciati dal Pontefice; la sua visita resta presente soprattutto nei discorsi della gente. La Chiesa è cosciente e desiderosa di continuare il cammino aperto dal Papa: “Fare nuova ogni cosa in Cristo, nostra speranza”.

© L’Osservatore Romano – 10 giugno 2008

Vaticano: Delusione per i risultati del Vertice FAO

6 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 6 giugno 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima gli articoli che appariranno sull’Osservatore Romano di domani 7 giugno:

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I risultati del vertice della Fao

Tante parole
Nessuna soluzione

Alla fine hanno prevalso le divisioni e gli interessi particolari. Sono state spese molte parole, ma – dopo tre giorni di lavori – nessuna vera soluzione è stata proposta dal vertice internazionale della Fao sulla sicurezza alimentare. Ottocento milioni di persone nel mondo ancora attendono una risposta alla tragedia della fame. In silenzio.

Nella dichiarazione finale, approvata dal comitato plenario, temi chiave quali la regolamentazione dei prezzi sul mercato agricolo internazionale, l’uso delle bioenergie, la speculazione sui costi dei generi alimentari, le misure per un coinvolgimento diretto dei piccoli agricoltori e della società civile, non sono stati nemmeno toccati o sono stati trattati solo superficialmente. Molti osservatori rilevano che è mancata una seria volontà politica di cambiare le cose, il coraggio di assumersi impegni forti. In tanti hanno già sollevato domande circa la vera utilità della stessa Fao, o quantomeno la necessità di una sua profonda riforma.

Nel discorso di apertura del vertice il direttore generale, Jacques Diouf, aveva informato che per fermare la crisi sarebbero serviti trenta miliardi di dollari l’anno. Due giorni dopo ha annunciato che sono stati raccolti poco più di otto miliardi di dollari e ha elencato tante promesse di donazioni. Una cifra inattesa per la sua modestia – si è giustificato Diouf – considerando però che il vertice di Roma non è stata una conferenza di donatori. Tutto sommato i risultati del vertice sono stati soddisfacenti, ha detto Diouf, senza tuttavia specificare l’uso della somma raccolta.

Ma, secondo alcuni, la realtà è ben diversa. Nella dichiarazione finale ci si è limitati a esortare i Governi e le organizzazioni internazionali “a cogliere a pieno un quadro di politica di sostegno ai poveri nelle zone rurali, sub-urbane e urbane e per i mezzi di sostegno nei Paesi in via di sviluppo e per aumentare gli investimenti in agricoltura”. Parole queste che sono state interpretate come impegni generici, quasi giochi semantici che alla fine lasciano ai singoli Governi la libertà di decidere le misure da adottare.

Stessa conclusione su terreni ben più decisivi. Anzitutto le bioenergie, definite “sfide e opportunità” e in merito alle quali la dichiarazione finale auspica la realizzazione di studi approfonditi per garantirne l’ecocompatibilità. Nessun accenno invece a misure politiche concrete che ne regolamentino la gestione – quali cereali usare per produrre energia e quali no – e la diffusione: se debbano essere prodotti e usati solo localmente o possano essere esportati.

Altra domanda rimasta senza risposta è quella sulla liberalizzazione del commercio agricolo. A questo proposito la dichiarazione incoraggia a proseguire gli sforzi chiedendo la riduzione delle barriere commerciali e delle distorsioni politiche. Su questo punto si è levata la protesta dell’Argentina, che si è opposta alla riduzione dei dazi, rivendicando il diritto di stabilire liberamente il prezzo delle esportazioni dei suoi prodotti.

Il vertice ha dunque mancato molti dei suoi obiettivi. Eppure, una chiara indicazione sui modi per uscire dalla crisi era giunta dal messaggio di Benedetto XVI. Le riforme strutturali in esso auspicate per non arrendersi alla fame sembrano essere state le uniche soluzioni concrete proposte durante il summit.

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Il documento approvato per acclamazione ma con le espressioni di dissenso di alcune delegazioni

I «se» e i «ma»
della dichiarazione finale del vertice Fao

Roma, 6. Alla fine di una giornata segnata da continui rinvii sulla proclamazione del documento finale, si è concluso ieri, a Roma, il vertice internazionale della Fao sulla sicurezza alimentare. La dichiarazione finale è stata approvata per acclamazione, ma alcune delegazioni hanno chiesto che le loro espressioni di dissenso su specifici punti fossero messe agli atti dei lavori.

L’Unione europea ha chiesto la sospensione dei lavori. Lo ha annunciato il ministro dell’Agricoltura della Repubblica Domenicana che aveva riunito nella sala plenaria del palazzo Fao i delegati presenti. “Come sapete – ha detto – rispondendo ad un rappresentante che chiedeva se si potesse procedere alle votazioni del documento, le procedure Fao prevedono che, quando una parte chiede una sospensione, bisogna ottemperare”.

Nella dichiarazione finale, i delegati hanno definito “essenziale procedere lungo due linee principali”. La prima è “rispondere urgentemente alle richieste di assistenza da parte dei Paesi colpiti”. A tal fine, le agenzie delle Nazioni Unite coinvolte dovrebbero garantire di espandere le risorse per migliorare l’assistenza alimentare, mentre le organizzazioni regionali dovrebbero rafforzare la loro cooperazione per fare fronte in modo efficace all’aumento dei prezzi alimentari.

La seconda linea d’azione riguarda l’immediato sostegno per la produzione agricola e il commercio. In quest’ambito si incoraggia l’iniziativa della Fao, lanciata il 17 dicembre 2007, per misure rivolte agli agricoltori a basso reddito alimentare, attraverso la fornitura di fertilizzanti, mangimi per animali e altri fattori di produzione, così come l’assistenza tecnica, al fine di aumentare la produzione agricola.

Tra le misure considerate necessarie, il documento cita altresì la revisione del debito internazionale dei Paesi in stato di necessità e la semplificazione da parte degli istituti finanziari internazionali delle procedure di ammissibilità degli attuali meccanismi finanziari per sostenere l’agricoltura e l’ambiente.

Le misure suggerite dal documento prevedono che le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni regionali, come l’Asean, garantiscano l’espansione delle risorse per migliorare la loro assistenza alimentare e per sostenere le “reti di sicurezza” per fame e malnutrizione. Sulla questione degli organismi geneticamente modificati (ogm) il documento non si pronuncia, non potendo entrare nelle politiche nazionali.

Quanto al tema più scottante, quello delle politiche di limitazione e di dazi sulle importazioni applicate da alcuni Paesi in chiave protezionistica e che hanno pesato negli ultimi mesi sull’impennata dei prezzi, il documento si limita a invitare “a prendere iniziative per moderare le fluttuazioni dei prezzi”. Sui biocarburanti è stato lo stesso direttore generale della Fao Jacques Diouf – che pure ha parlato di “risultati all’altezza delle aspettative” del vertice – ad ammettere che l’accordo è stato raggiunto solo sul “minimo comune denominatore”.

Nel documento non c’è traccia né riferimenti alla convenzione quadro sul clima alla quale hanno aderito gran parte degli Stati membri, come ha fatto notare il delegato venezuelano. Anche la delegazione cubana ha sottolineato tale punto, denunciando la mancata denuncia dell’effetto sui cambianmenti climatici “degli insostenibili standard di produzione e di consumo del nord”.

Particolarmente critiche, come era nelle previsioni, sono state infatti le delegazioni sudamericane. Argentina, Venezuela e Cuba hanno dato il via libera con riserva al testo del documento finale del vertice, ma hanno espresso forti critiche e contestato l’analisi, le misure e l’effettività degli impegni presi. La delegazione argentina si è opposta, tra l’altro, a ogni implicito avallo delle limitazioni sulle esportazioni agricole. Anche la delegazione cubana, come altre, ha lamentato che nel documento non si faccia riferimento a “l’impatto dei sussidi agricoli e del controllo monopolista della distribuzione degli alimenti nella rovina di molti agricoltori del sud”. Sempre la dichiarazione cubana ha denunciato la “sinistra strategia di convertire il grano e i cereali in conbustibili” e le “conseguenze della speculazione finanziaria nell’aumento dei prezzi dei generi alimentari”.

Anche il Venezuela ha lamentato la mancanza di un impegno strutturale per vincere il “nemico fame”. Argentina, Cuba e Venezuela hanno chiesto che le loro dichiarazioni di dissenso sull’intero documento approvato dall’assemblea fossero allegate alle conclusioni dei lavori, mentre la delegazione dell’Ecuador ha accettato il documento sottolineando però che il suo, come quello di molti altri Paesi, non è un silenzio-assenso.

Più amare sono state le dichiarazioni delle delegazioni dei Paesi dell’Africa, il continente più colpito dalla tragedia della fame. In particolare, la delegata dello Zambia ha ricordato che “la fame non va ridotta ad un gioco semantico”.

Su un punto, comunque, l’accordo è stato trovato: quello cioè che la fame crea rivolte e instabilità. Il fatto nuovo è che lo fa sia nei Paesi poveri sia in quelli considerati sviluppati, come ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Proprio il richiamo dei disordini sociali ha convinto i capi di Stato e di Governo che bisogna agire subito e agire insieme con “azioni di lotta coordinate” nei Paesi in via di sviluppo e quelli in transizione.

In ogni caso, anche alcuni tra i Paesi più critici hanno sottolineato che il vertice ha avuto il merito di mettere in luce la gravità dei problemi. In questo senso, ad esempio, si è espresso il vicepresidente cubano José Ramón Machado Ventura, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Granma” dopo aver essere stato ricevuto ieri in Vaticano dal cardinale Tarciso Bertone, segretario di Stato.

Nell’intervista, Machado Ventura ha fatto riferimento al messaggio di Benedetto XVI letto dal cardinale Bertone nella giornata inaugurale del vertice, martedì 3, messaggio nel quale il Papa sottolinea come fame e denutrizione siano inaccettabili in un mondo che dispone di livelli di produzione, risorse e conoscenze sufficienti per porre fine a questo dramma e alle sue conseguenze.

© Copyright L’Osservatore Romano – 7 giugno 2008