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La Chiesa non “fa” politica, ma educa all’impegno politico

24 giugno 2008

Afferma il Cardinal Martino

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 giugno 2008 (ZENIT.org).- “La Chiesa non fa politica; la Chiesa non forma alla politica”, ma “deve formare ed educare all’impegno sociale e politico, facendo tesoro della sua dottrina sociale”.

E’ quanto ha affermato il Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, al termine del Seminario internazionale sul tema “La politica, forma esigente di carità”, svoltosi il 20 e il 21 giugno in Vaticano alla presenza di circa 60 esperti tra politologi, studiosi e personalità impegnate nel sociale.

“Il cristiano è chiamato a dare alla politica uno statuto autenticamente umano, liberandola costantemente da illusioni messianiche e recuperandone il ruolo fondamentale dalle delusioni che la circondano”, ha affermato il Cardinale secondo quanto riporta “L’Osservatore Romano”.

La politica, infatti, “resta una questione seria per un cristiano: a essa egli guarda per arricchirne il ruolo con quel formidabile complesso di principi e di valori proposti dalla dottrina sociale della Chiesa”.

Tra gli oratori del Seminario, l’Arcivescovo Jean-Louis Bruguès, segretario della Congregazione vaticana per l’Educazione Cattolica, che è intervenuto su politica, politici, virtù e santità; Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che ha proposto una lettura storica del passaggio dalle ideologie forti alla politica debole; il parlamentare statunitense Christopher Smith, che ha affrontato le tematiche della tutela della vita e della famiglia; la biogenetista Carmen Romero Paredes, che ha illustrato la questione delle biotecnologie nel contesto della politica e dell’ecologia umana e naturale.

Sintetizzando quanto detto durante il Seminario, il Cardinal Martino ha sottolineato come la dottrina sociale sia uno strumento strategico fondamentale nell’impegno politico dei cristiani e nell’approccio cristiano alla politica.

L’incontro ha anche fornito l’occasione per una presa di coscienza e un esame delle sfide che la politica deve affrontare nel mondo globalizzato, che il porporato ha ricondotto alle questioni della verità e dell’autorità, “ignorate, purtroppo da molto tempo, dalla riflessione teorica sulla comunità politica, non senza danno”.

Nel corso del Seminario è infatti emersa la convinzione che la questione della verità sarà sempre più importante in futuro, “a causa della domanda drammatica di senso che la tecnica sta ponendo a tutti noi”.

Ciò si pone su una dimensione triplice, ricorda “L’Osservatore Romano”: “nell’ambito politico, ove incombe il rischio della tecnocrazia, nell’ambito della manipolazione della vita, là dove ci si affida ciecamente alle biotecnologie, nell’ambito della comunicazione, rimodellato e sconvolto dalla tecnologia informatica”.

In questi ambiti, ha affermato il Cardinal Martino, “si pone con forza il problema della verità, in quanto senza riferimento a essa la democrazia si trasforma in tecnica procedurale, la biotecnologia in ‘fabbricazione’ della vita e dell’uomo, e le tecnologie dell’informazione in produzione di mondi virtuali”, con il rischio di arrivare a “forme inedite di asservimento dell’uomo all’uomo”.

Quanto alla questione dell’autorità, anch’essa sarà decisiva in futuro e “dovrà essere pensata e articolata in modo nuovo, più orizzontale e flessibile, con una maggiore coerenza al principio di sussidiarietà”.

Solo così, infatti, sarà possibile “vincere le dinamiche centrifughe della società di oggi e sviluppare invece dinamiche aggregative e solidali”.

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Mons. Giordano sul no di Dublino al Trattato di Lisbona: l’Europa deve ritrovare le sue radici

15 giugno 2008

Prosegue in Europa il dibattito politico dopo che l’Irlanda ha bocciato in un referendum il Trattato di Lisbona che riformava la Costituzione dell’Unione Europea affossata a sua volta nel 2005 dalle consultazioni popolari in Francia e Olanda. Con il no di Dublino il Trattato non può entrare in vigore anche se gli altri 26 Stati dell’Unione Europea lo ratificassero. Tra le ipotesi più verosimili c’è la possibilità di riportare gli irlandesi alle urne o abbandonare il Trattato di Lisbona, optando per un’Europa a più velocità. Per un commento sul risultato del referendum irlandese, che sembra dare voce agli euroscettici, ascoltiamo mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, al microfono di Mario Galgano:

R. – Riguardo al referendum, devono essere i politici a giudicarlo. Certo, sono dei segnali che i responsabili della Costituzione europea devono tenere in conto. Noi, come Chiesa, naturalmente siamo interessati sempre alla “grande Europa” e non solo alle nazioni dell’Unione Europea. Siamo, quindi, interessati soprattutto all’Europa della storia, all’Europa della cultura, a quell’Europa che oggi sa confrontarsi con il mondo. Riguardo al progetto politico, la Chiesa guarda con molto interesse a tutto ciò che può contribuire ad una maggiore stabilità ed unità dell’Europa, per meglio contribuire anche al resto del mondo.

D. – Quale potrebbe essere il contributo concreto che può dare la Chiesa per la costruzione anche di un’Europa comune?

R. – L’Europa deve ritrovare i suoi fondamenti, le sue radici; deve trovare il fondamento dei valori. L’Europa ha bisogno di una idealità, ha bisogno di una visione, ha bisogno di un’idea. Ma ha anche bisogno che i cittadini europei si impegnino su un progetto che è un’idea e questa idea deve essere fondata. Oggi non basta, quindi, una vuota retorica dei valori. Non possiamo dire che l’Europa si impegna per la dignità umana, ma si tratta poi di vedere in concreto cosa significa dignità umana, dov’è il fondamento della dignità umana ed anche quali sono i progetti concreti che possiamo perseguire per difendere la dignità umana. Altrimenti queste rischiano di essere parole piuttosto vuote. Siamo, d’altra parte, però interessati anche ad un’Europa che considera le sfide del mondo e le sfide del mondo sono tantissime. Noi siamo preoccupati proprio di prendere sul serio queste sfide dell’umanità e come europei di riuscire a dare un contributo. Quindi non un’Europa che cerca di diventare una fortezza, che guarda soltanto a se stessa, ma un’Europa che ritrova una sua identità, ritrova una sua vocazione, perchè soltanto così è poi capace di affrontare queste grandi sfide del mondo. Io credo che se fosse chiaro che l’Europa si sta attrezzando per il tema della fame, per il tema dell’ambiente, per il tema della pace, sarebbe certamente un’Europa seguita dai popoli, seguita dai giovani e per la quale merita essere dei protagonisti.

D. – La voce della Chiesa in Europa come viene ascoltata, secondo lei, dal punto di vista dei politici, dei leader dei Paesi?

R. – Su questi grandi temi – come quelli etici, che vanno dal tema della vita umana e quindi dalla sua nascita alla sua crescita, alla sua educazione, alla sua fine, ai temi della famiglia; ma ancora i temi morali come la giustizia, la pace e l’ambiente – io noto che c’è una grande attesa da parte della politica per la voce della Chiesa. Naturalmente non c’è soltanto attesa, ma c’è anche una dimensione critica. C’è poi anche una problematica ecumenica all’interno delle Chiese e le Chiese devono anche tra di loro trovare un consenso e dare un contributo comune. Ma c’è anche la questione interreligiosa, perché l’Europa ha un pluralismo religioso e quindi dobbiamo riuscire a presentare delle proposte o a dare delle visioni condivise anche a livello di religioni. Questo sarebbe molto utile. Credo che più siamo uniti come cristiani e quindi anche come uomini di religione, più la politica è attenta soprattutto proprio a queste questioni etiche. Ci sono delle minoranze che spesso fanno la voce grossa, che lanciano sempre critiche agli interventi della Chiesa, ma io ritengo che queste siano soltanto delle minoranze. Se noi riusciamo ad avere proposte serie e mature, se noi riusciamo a non far circolare delle maschere delle religioni o delle maschere del cristianesimo, se noi riusciamo a donare l’autenticità delle religioni e la cosa più autentica del cristianesimo, credo che allora venga dato spazio a questo. E’ soltanto una minoranza quella che ha una allergia a donare spazio alla religione. Da parte di chi gestisce la cosa pubblica sarebbe una arroganza pensare di poter rispondere da soli a queste enormi domande, come il senso della vita, come la domanda della convivenza o le domande della pace. C’è bisogno di creare spazio, affinché tutte le forze e tutti coloro che hanno qualcosa da dire possono farlo.

Ascolta l’intervista:

© Copyright Radio Vaticana, articolo disponibile qui.

Mons. Aldo Giordano, Osservatore permanente presso il Consiglio d’Europa

8 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 8 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato monsignor Aldo Giordano, attuale Segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo.

Monsignor Aldo Giordano inizierà il suo nuovo incarico a Strasburgo il 1° settembre prossimo.

Nato a Cuneo il 20 agosto 1954 è stato ordinato sacerdote il 28 luglio 1979 nella diocesi di Cuneo.

Ha compiuto studi di teologia presso la sessione di Fossano (CN) della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e ha fatto una specializzazione in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Dal 1982 al 1995 ha ricoperto i seguenti incarichi: insegnante di Filosofia morale presso lo Studentato Teologico Interdiocesano di Fossano; insegnante di Filosofa nel Liceo classico del Seminario di Cuneo; insegnante di Teologia per i laici e vicario parrocchiale nella Parrocchia San Pio X a Cuneo.

Autore di diversi saggi, la sua ricerca riguarda in particolare il campo etico e la filosofia contemporanea.

E’ stato nominato Segretario Generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE) il 15 maggio 1995 per un primo mandato di tre anni, e rieletto il 4 ottobre 1998 e il 3 ottobre 2003 per altri due mandati di cinque anni.

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Vaticano: Delusione per i risultati del Vertice FAO

6 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 6 giugno 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima gli articoli che appariranno sull’Osservatore Romano di domani 7 giugno:

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I risultati del vertice della Fao

Tante parole
Nessuna soluzione

Alla fine hanno prevalso le divisioni e gli interessi particolari. Sono state spese molte parole, ma – dopo tre giorni di lavori – nessuna vera soluzione è stata proposta dal vertice internazionale della Fao sulla sicurezza alimentare. Ottocento milioni di persone nel mondo ancora attendono una risposta alla tragedia della fame. In silenzio.

Nella dichiarazione finale, approvata dal comitato plenario, temi chiave quali la regolamentazione dei prezzi sul mercato agricolo internazionale, l’uso delle bioenergie, la speculazione sui costi dei generi alimentari, le misure per un coinvolgimento diretto dei piccoli agricoltori e della società civile, non sono stati nemmeno toccati o sono stati trattati solo superficialmente. Molti osservatori rilevano che è mancata una seria volontà politica di cambiare le cose, il coraggio di assumersi impegni forti. In tanti hanno già sollevato domande circa la vera utilità della stessa Fao, o quantomeno la necessità di una sua profonda riforma.

Nel discorso di apertura del vertice il direttore generale, Jacques Diouf, aveva informato che per fermare la crisi sarebbero serviti trenta miliardi di dollari l’anno. Due giorni dopo ha annunciato che sono stati raccolti poco più di otto miliardi di dollari e ha elencato tante promesse di donazioni. Una cifra inattesa per la sua modestia – si è giustificato Diouf – considerando però che il vertice di Roma non è stata una conferenza di donatori. Tutto sommato i risultati del vertice sono stati soddisfacenti, ha detto Diouf, senza tuttavia specificare l’uso della somma raccolta.

Ma, secondo alcuni, la realtà è ben diversa. Nella dichiarazione finale ci si è limitati a esortare i Governi e le organizzazioni internazionali “a cogliere a pieno un quadro di politica di sostegno ai poveri nelle zone rurali, sub-urbane e urbane e per i mezzi di sostegno nei Paesi in via di sviluppo e per aumentare gli investimenti in agricoltura”. Parole queste che sono state interpretate come impegni generici, quasi giochi semantici che alla fine lasciano ai singoli Governi la libertà di decidere le misure da adottare.

Stessa conclusione su terreni ben più decisivi. Anzitutto le bioenergie, definite “sfide e opportunità” e in merito alle quali la dichiarazione finale auspica la realizzazione di studi approfonditi per garantirne l’ecocompatibilità. Nessun accenno invece a misure politiche concrete che ne regolamentino la gestione – quali cereali usare per produrre energia e quali no – e la diffusione: se debbano essere prodotti e usati solo localmente o possano essere esportati.

Altra domanda rimasta senza risposta è quella sulla liberalizzazione del commercio agricolo. A questo proposito la dichiarazione incoraggia a proseguire gli sforzi chiedendo la riduzione delle barriere commerciali e delle distorsioni politiche. Su questo punto si è levata la protesta dell’Argentina, che si è opposta alla riduzione dei dazi, rivendicando il diritto di stabilire liberamente il prezzo delle esportazioni dei suoi prodotti.

Il vertice ha dunque mancato molti dei suoi obiettivi. Eppure, una chiara indicazione sui modi per uscire dalla crisi era giunta dal messaggio di Benedetto XVI. Le riforme strutturali in esso auspicate per non arrendersi alla fame sembrano essere state le uniche soluzioni concrete proposte durante il summit.

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Il documento approvato per acclamazione ma con le espressioni di dissenso di alcune delegazioni

I «se» e i «ma»
della dichiarazione finale del vertice Fao

Roma, 6. Alla fine di una giornata segnata da continui rinvii sulla proclamazione del documento finale, si è concluso ieri, a Roma, il vertice internazionale della Fao sulla sicurezza alimentare. La dichiarazione finale è stata approvata per acclamazione, ma alcune delegazioni hanno chiesto che le loro espressioni di dissenso su specifici punti fossero messe agli atti dei lavori.

L’Unione europea ha chiesto la sospensione dei lavori. Lo ha annunciato il ministro dell’Agricoltura della Repubblica Domenicana che aveva riunito nella sala plenaria del palazzo Fao i delegati presenti. “Come sapete – ha detto – rispondendo ad un rappresentante che chiedeva se si potesse procedere alle votazioni del documento, le procedure Fao prevedono che, quando una parte chiede una sospensione, bisogna ottemperare”.

Nella dichiarazione finale, i delegati hanno definito “essenziale procedere lungo due linee principali”. La prima è “rispondere urgentemente alle richieste di assistenza da parte dei Paesi colpiti”. A tal fine, le agenzie delle Nazioni Unite coinvolte dovrebbero garantire di espandere le risorse per migliorare l’assistenza alimentare, mentre le organizzazioni regionali dovrebbero rafforzare la loro cooperazione per fare fronte in modo efficace all’aumento dei prezzi alimentari.

La seconda linea d’azione riguarda l’immediato sostegno per la produzione agricola e il commercio. In quest’ambito si incoraggia l’iniziativa della Fao, lanciata il 17 dicembre 2007, per misure rivolte agli agricoltori a basso reddito alimentare, attraverso la fornitura di fertilizzanti, mangimi per animali e altri fattori di produzione, così come l’assistenza tecnica, al fine di aumentare la produzione agricola.

Tra le misure considerate necessarie, il documento cita altresì la revisione del debito internazionale dei Paesi in stato di necessità e la semplificazione da parte degli istituti finanziari internazionali delle procedure di ammissibilità degli attuali meccanismi finanziari per sostenere l’agricoltura e l’ambiente.

Le misure suggerite dal documento prevedono che le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni regionali, come l’Asean, garantiscano l’espansione delle risorse per migliorare la loro assistenza alimentare e per sostenere le “reti di sicurezza” per fame e malnutrizione. Sulla questione degli organismi geneticamente modificati (ogm) il documento non si pronuncia, non potendo entrare nelle politiche nazionali.

Quanto al tema più scottante, quello delle politiche di limitazione e di dazi sulle importazioni applicate da alcuni Paesi in chiave protezionistica e che hanno pesato negli ultimi mesi sull’impennata dei prezzi, il documento si limita a invitare “a prendere iniziative per moderare le fluttuazioni dei prezzi”. Sui biocarburanti è stato lo stesso direttore generale della Fao Jacques Diouf – che pure ha parlato di “risultati all’altezza delle aspettative” del vertice – ad ammettere che l’accordo è stato raggiunto solo sul “minimo comune denominatore”.

Nel documento non c’è traccia né riferimenti alla convenzione quadro sul clima alla quale hanno aderito gran parte degli Stati membri, come ha fatto notare il delegato venezuelano. Anche la delegazione cubana ha sottolineato tale punto, denunciando la mancata denuncia dell’effetto sui cambianmenti climatici “degli insostenibili standard di produzione e di consumo del nord”.

Particolarmente critiche, come era nelle previsioni, sono state infatti le delegazioni sudamericane. Argentina, Venezuela e Cuba hanno dato il via libera con riserva al testo del documento finale del vertice, ma hanno espresso forti critiche e contestato l’analisi, le misure e l’effettività degli impegni presi. La delegazione argentina si è opposta, tra l’altro, a ogni implicito avallo delle limitazioni sulle esportazioni agricole. Anche la delegazione cubana, come altre, ha lamentato che nel documento non si faccia riferimento a “l’impatto dei sussidi agricoli e del controllo monopolista della distribuzione degli alimenti nella rovina di molti agricoltori del sud”. Sempre la dichiarazione cubana ha denunciato la “sinistra strategia di convertire il grano e i cereali in conbustibili” e le “conseguenze della speculazione finanziaria nell’aumento dei prezzi dei generi alimentari”.

Anche il Venezuela ha lamentato la mancanza di un impegno strutturale per vincere il “nemico fame”. Argentina, Cuba e Venezuela hanno chiesto che le loro dichiarazioni di dissenso sull’intero documento approvato dall’assemblea fossero allegate alle conclusioni dei lavori, mentre la delegazione dell’Ecuador ha accettato il documento sottolineando però che il suo, come quello di molti altri Paesi, non è un silenzio-assenso.

Più amare sono state le dichiarazioni delle delegazioni dei Paesi dell’Africa, il continente più colpito dalla tragedia della fame. In particolare, la delegata dello Zambia ha ricordato che “la fame non va ridotta ad un gioco semantico”.

Su un punto, comunque, l’accordo è stato trovato: quello cioè che la fame crea rivolte e instabilità. Il fatto nuovo è che lo fa sia nei Paesi poveri sia in quelli considerati sviluppati, come ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Proprio il richiamo dei disordini sociali ha convinto i capi di Stato e di Governo che bisogna agire subito e agire insieme con “azioni di lotta coordinate” nei Paesi in via di sviluppo e quelli in transizione.

In ogni caso, anche alcuni tra i Paesi più critici hanno sottolineato che il vertice ha avuto il merito di mettere in luce la gravità dei problemi. In questo senso, ad esempio, si è espresso il vicepresidente cubano José Ramón Machado Ventura, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Granma” dopo aver essere stato ricevuto ieri in Vaticano dal cardinale Tarciso Bertone, segretario di Stato.

Nell’intervista, Machado Ventura ha fatto riferimento al messaggio di Benedetto XVI letto dal cardinale Bertone nella giornata inaugurale del vertice, martedì 3, messaggio nel quale il Papa sottolinea come fame e denutrizione siano inaccettabili in un mondo che dispone di livelli di produzione, risorse e conoscenze sufficienti per porre fine a questo dramma e alle sue conseguenze.

© Copyright L’Osservatore Romano – 7 giugno 2008