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Ecco come nacque la bandiera dello Stato del Vaticano

9 luglio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 9 luglio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo un interessante articolo apparso su L’Osservatore Romano di oggi:

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Il giallo e il bianco da due secoli colori pontifici

Voluti da Pio VII nel 1808 per la coccarda dei soldati rimasti fedeli, divennero quelli della bandiera dello Stato

di CLAUDIO CERESA

Alla Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano del 26 novembre 2000, come alla precedente Legge fondamentale del 7 giugno 1929, è allegata la riproduzione della bandiera ufficiale, con la descrizione «drappo partito di giallo e bianco, col bianco caricato al centro delle Chiavi incrociate (decussate) sormontate dal Triregno». Come si rileva dal disegno, l’asta è cimata di lancia ornata di coccarda degli stessi colori della bandiera e frangiata d’oro. Le dimensioni non vengono specificate; tuttavia, l’altezza e la larghezza risultano uguali.

Esiste, probabilmente, un collegamento con i colori dell’oro e dell’argento; sono state quasi sempre così raffigurate le Chiavi di San Pietro, ed erano costituite con i suddetti metalli le due chiavi che, secondo un’antica tradizione, venivano presentate al Pontefice quando prendeva possesso della sua cattedrale, l’arcibasilica Lateranense.

La bandiera dello Stato non è da confondere con il vessillo di Santa Romana Chiesa; tale insegna, le cui più antiche rappresentazioni risalgono all’VIII/IX secolo, assunse sotto il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303), la forma che ha in seguito mantenuto. Si trattava di un drappo di seta vermiglia, il cui fondo era cosparso simmetricamente di stelle a sei punte ricamate in oro, e che recava al centro le chiavi incrociate sormontate dal padiglione; il drappo terminava in due punte, ciascuna delle quali era ornata da un fiocco d’oro.

Il vessillo, quindi, richiamava l’oro e la porpora, i cui colori erano quelli tradizionali dell’antica Roma. Nei primi anni dell’800, il rosso e il giallo comparivano ancora nella coccarda delle milizie pontificie; per spiegare l’uso degli attuali colori della bandiera vaticana, dobbiamo fare riferimento all’occupazione dell’urbe da parte delle truppe napoleoniche, avvenuta nel febbraio 1808.

Il comandante delle milizie francesi, generale Miollis, fece ben presto comparire sui muri della città dei manifesti, con i quali si imponeva l’incorporazione delle forze armate del Papa in quelle imperiali. Per gli ufficiali che rimasero fedeli al regnante Pio VII Chiaramonti (1800-1823) vi furono arresti e deportazioni; le reazioni non furono però notevoli, anche perché era stata fatta circolare la notizia che il Pontefice fosse al corrente, e non avesse sollevato difficoltà. Si ribellò solo un piccolo gruppo di ufficiali, che venne deportato nel carcere di Mantova.

Per sottolineare l’unificazione, e probabilmente anche per aumentare la situazione  di  incertezza, venne permesso ai militari di continuare a portare la coccarda rosso-gialla, fissata sui copricapi.
Bandiera Vaticano

Drappo partito di giallo e bianco, con al centro le chiavi incrociate sormontate dal triregno.
Riconosciuta in occasione dei Patti lateranensi

Il Papa aveva però ben chiaro che Napoleone voleva assoggettare lo Stato Pontificio, e il 13 marzo 1808 protestò  energicamente. Ordinò, tra l’altro, ai corpi che gli erano rimasti fedeli di sostituire la coccarda dai colori romani con una bianca e gialla. Nel diario di un contemporaneo, l’abate Luca Antonio Benedetti, alla data del 13 marzo 1808 è così scritto: «II Papa per non confondere li soldati romani che stanno sotto il comando francese, con li pochi rimasti al suo servizio, ha ordinato una nuova  coccarda gialla e bianca. L’hanno adottata le guardie nobili e li svizzeri. La cosa è piaciuta».

Tre giorni dopo, il 16 marzo, Pio VII comunicò per iscritto tale disposizione al Corpo Diplomatico, e il relativo documento è da  considerare come l’atto di nascita dei colori dell’attuale bandiera dello  Stato della Città del Vaticano.

Anche questa volta, non mancarono repressioni tra quanti eseguirono la volontà del legittimo Sovrano, e, in particolare, furono arrestate molte Guardie nobili; inoltre, il generale Miollis fece adottare il nuovo distintivo anche ai militi pontifici passati alla sua obbedienza. Il Papa protestò nuovamente, con una nota che venne inviata il 20 marzo all’Incaricato d’Affari di Francia a Roma, unitamente a una lettera a firma del pro-segretario di Stato, cardinale Giuseppe Doria Pamphili. Veniva reso noto che il Santo Padre considerava l’incorporazione delle truppe e l’adozione della nuova coccarda come un più alto segno dell’oltraggio alla sua dignità.

Napoleone venne ben presto a conoscenza dell’opposizione di Pio VII; l’Imperatore, scrivendo il 27 marzo da Saint Cloud al viceré d’Italia Eugenio de Beauharnais, suo figliastro, ingiunse l’adozione della coccarda tricolore, italiana o francese, con previsione, per i trasgressori, della pena di morte.

Il Principe Eugenio eseguì prontamente gli ordini imperiali, con un editto che fu emanato a Milano l’11 aprile; la previsione della pena capitale, che non può non destare meraviglia, conferma che ci si trovava in un momento di grande difficoltà, con il massimo rischio per il potere temporale del Papa.

In effetti, circa un anno più tardi, il 17 maggio 1809, Napoleone decretò l’unione di Roma e dello Stato Pontificio alla Francia. Pio VII scomunicò i persecutori della Chiesa; nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809 il vescovo di Roma fu arrestato, e iniziò per lui un lungo periodo di esilio e prigionia a Grenoble, a Savona, a Fontainebleau. Solo nel 1814 il Pontefice poté rientrare nella sua diocesi.

Papa Chiaramonti non aveva dimenticato l’episodio di sei anni prima, e sul copricapo delle truppe romane tornò la coccarda bianca e gialla, segno di fedeltà al legittimo Sovrano.

Risale al 1824 la prima notizia di una bandiera pontificia bianca e gialla, quella della Marina, che aveva sede in Civitavecchia. I colori, che erano allora posti in diagonale, furono adottati nel 1831, per la bandiera, dalla Guardia Civica; nel 1848 Pio IX li mise «a palo», con il giallo all’asta. Lo stesso Pontefice, dopo il ritorno dall’esilio nel Regno delle due Sicilie, che si era protratto dal novembre 1848 all’aprile 1850, fece aggiungere lo stemma papale. Il vessillo, però, non fu adottato da tutte le milizie; ad esempio, la bandiera dell’artiglieria era di colore azzurro, e quella dei dragoni verde.

Tra gli stendardi dei corpi militari pontifici sciolti nel 1970, solo quello della guardia palatina era diviso nei due campi bianco e giallo; esso, però, recava al centro lo stemma del Pontefice regnante, e non aveva nel campo bianco le chiavi decussate sormontate dal triregno. Pertanto, era diverso dall’attuale bandiera dello Stato.

Nella Città del Vaticano, la bandiera viene esposta in solennità religiose e civili. Per esempio, nei giorni di Natale, Pasqua, Festività di Maria Santissima Madre di Dio, Epifania, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, festa dei Santi Pietro e Paolo, Assunzione di Maria; inoltre, per l’onomastico, il genetliaco e l’anniversario dell’elezione e del solenne inizio del ministero del Papa, l’anniversario della Conciliazione fra la Santa Sede e l’Italia, i Ricevimenti ufficiali di Capi di Stato, le visite ufficiali del Santo Padre in Roma, le beatificazioni, le canonizzazioni, le cerimonie di apertura e chiusura della Porta Santa. La bandiera si issa all’alba e si toglie al tramonto.

© L’Osservatore Romano, 9 luglio 2008, p. 8.

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Il Vaticano: “Accuse infamanti su Marcinkus”

24 giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 24 giugno 2008 (Vatican Diplomacy). Rilanciamo la dichiarazione di Padre Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede in merito le recenti notizie sulle dichiarazioni alla magistratura circa un ipotetico coinvolgimento di mons. Marcinkus nel rapimento di Manuela Orlandi:

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Paul Marcinkus
Mons. Paul Casimir Marcinkus

DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, REV.DO PADRE FEDERICO LOMBARDI, S.J., 24.06.2008

La tragica vicenda della scomparsa della giovane Emanuela Orlandi è tornata di attualità nel mondo della informazione italiana.

Colpisce il modo in cui ciò avviene, con l’amplissima divulgazione giornalistica di informazioni riservate, non sottoposte a verifica alcuna, provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio.

Si ravviva così il profondissimo dolore della famiglia Orlandi, senza dimostrare rispetto e umanità nei confronti di persone che già tanto hanno sofferto.

Si divulgano accuse infamanti senza fondamento nei confronti di S.E. Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi.

Non si vuole in alcun modo interferire con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica rigorosa di fatti e responsabilità. Ma allo stesso tempo non si può non esprimere un vivo rammarico e biasimo per modi di informazione più debitori al sensazionalismo che alle esigenze della serietà e dell’etica professionale.

Dal Bollettino della Santa Sede

“Basta confondere Cei e Vaticano”: L’articolo dell’Osservatore Romano per l’anniversario della firma dei Patti lateranensi con l’Italia

12 febbraio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 12 febbraio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo l’articolo apparso sull’Osservatore Romano di ieri per la ricorrenza del 79° anniversario della stipula degli “accordi del Laterano” fra Italia e Vaticano:

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“11 febbraio”

La ricorrenza del settantanovesimo anniversario della stipula dei Patti Lateranensi coincide, quest’anno, con un’altra ricorrenza particolarmente significativa per la storia d’Italia: l’entrata in vigore sessanta anni or sono della Costituzione repubblicana. Si tratta di due eventi diversi temporalmente, che hanno prodotto testi normativi differenti per qualificazione giuridica, per finalità, per contenuti. Tra di essi esiste però una relazione strettissima, degna di nota, che può essere colta almeno sotto un duplice profilo. Innanzitutto dal punto di vista storico, in quanto la Conciliazione tra Stato e Chiesa sancita l’11 febbraio 1929 pose le premesse per un contributo fattivo dei cattolici italiani alla nascita del nuovo Stato democratico. Grazie in particolare al Concordato, che venne ad assicurare alcune essenziali libertà alla Chiesa ed ai cattolici in un ordinamento allora illiberale, si poté tra l’altro promuovere e sviluppare un’opera educativa e formativa a livello non solo di élites, ma anche più ampiamente popolare, ispirata ad una antropologia e segnata da una cultura della cittadinanza e, quindi, dell’impegno socio-politico, che produsse coerentemente un progetto politico-istituzionale in molta parte passato nella Costituzione del 1948. È questo un dato indiscutibile e indiscusso: alla cultura cattolica la Carta molto deve su punti assai qualificanti, come la centralità della persona umana, nella sua originaria dignità e nei suoi diritti inalienabili, il rilievo delle formazioni sociali, la solidarietà, l’eguaglianza non solo formale ma anche sostanziale, l’apertura internazionale, l’ideale della pace, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la finalizzazione sociale del diritto di proprietà, le autonomie locali. La formazione di quella cultura e l’elaborazione di quel progetto sarebbero state difficilmente immaginabili senza le garanzie di una libertà, per quanto parziale, assicurata dal Concordato alle associazioni di Azione Cattolica, all’Università cattolica, alle scuole cattoliche, in genere alle istituzioni formative della Chiesa. Così come sarebbe stata inimmaginabile la formazione, negli anni del totalitarismo, di parte consistente della classe politica che avrebbe poi guidato la giovane democrazia: classe politica confluita, tra l’altro, in diverse formazioni partitiche. Ma la relazione tra Patti Lateranensi e Costituzione italiana è strettissima anche dal punto di vista giuridico grazie, come noto, al richiamo che di quei Patti si fa nell’articolo 7 della Carta fondamentale. Si tratta di una disposizione che fu espressione di un enorme consenso popolare, essendo stata approvata a stragrande maggioranza e grazie ad un voto trasversale agli schieramenti partitici.

Qui giova notare una cosa. E cioè che prima ancora che per i contenuti dei Patti, il loro richiamo in Costituzione fu un fatto assai rilevante e positivo non solo perché servì a mantenere, come bene si disse nell’Assemblea Costituente, la pace religiosa in Italia; ma anche perché fu in qualche modo propedeutico alla affermazione dei principi di indipendenza e di sovranità dello Stato e della Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, che apre l’articolo 7 della Costituzione e che costituisce uno dei pilastri su cui poggia il principio di laicità dello Stato. Uno Stato autenticamente laico, infatti, riconosce che la propria sovranità non si estende anche sul terreno spirituale e religioso. E viceversa.

Il richiamo dei Patti Lateranensi in Costituzione, del resto, venne a confermare l’assoluta peculiarità della situazione prodottasi nel Paese a seguito del moto di unificazione nazionale, per la quale proprio in Italia, addirittura nella sua capitale, è la sede del governo della Chiesa universale: il Sommo Pontefice, infatti, è il Vescovo di Roma. Ma quel richiamo venne ad esprimere pure la consapevolezza che i Patti non avevano avuto solo la funzione di chiudere, una volta per tutte, un doloroso passato, la Questione romana, ma avevano anche una funzione da assicurare permanentemente nel tempo. La peculiarità in questione si riflette nei due atti che compongono i Patti: il Trattato e il Concordato. Il primo, infatti, è destinato a garantire alla Santa Sede, cioè al Pontefice, la piena indipendenza e libertà per l’adempimento della sua missione nel mondo; il secondo è invece destinato, alla stregua di ogni Concordato, a regolare la vita della Chiesa che è in Italia e prima ancora a definire di comune accordo quello che certamente rientra nell’ordine proprio della Chiesa. Questo sostanzialmente il senso del primo comma dell’articolo 2 del Concordato, così come novellato dall’Accordo di Villa Madama del 18 febbraio 1984, per il quale «la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica».

Trattato e Concordato, dunque: due atti connessi — simul stabunt simul cadent, come disse Pio XI — eppure del tutto distinti per finalità e contenuti. Alla luce di tale distinzione appaiono assolutamente improprie, anzi senz’altro erronee, le confusioni che non di rado si fanno, nella polemica politica e sui mass media, tra la Santa Sede e la Chiesa italiana; tra la Città del Vaticano, che rispetto all’Italia è uno Stato straniero, e l’episcopato italiano riunito nella Conferenza Episcopale Italiana; tra le istituzioni della Santa Sede o vaticane e le istituzioni della Chiesa italiana. La concordia ritrovata nel 1929, e prolungatasi nel lungo arco di tempo che giunge fino ad oggi, è prova della bontà delle soluzioni allora trovate. Grazie ad essa Stato e Chiesa hanno potuto collaborare, in un clima di vera laicità, per la promozione dell’uomo e per il bene del paese.

© Copyright L’Osservatore Romano – 11 febbraio 2008