Posts Tagged ‘Trattato’

Mons. Giordano sul no di Dublino al Trattato di Lisbona: l’Europa deve ritrovare le sue radici

15 giugno 2008

Prosegue in Europa il dibattito politico dopo che l’Irlanda ha bocciato in un referendum il Trattato di Lisbona che riformava la Costituzione dell’Unione Europea affossata a sua volta nel 2005 dalle consultazioni popolari in Francia e Olanda. Con il no di Dublino il Trattato non può entrare in vigore anche se gli altri 26 Stati dell’Unione Europea lo ratificassero. Tra le ipotesi più verosimili c’è la possibilità di riportare gli irlandesi alle urne o abbandonare il Trattato di Lisbona, optando per un’Europa a più velocità. Per un commento sul risultato del referendum irlandese, che sembra dare voce agli euroscettici, ascoltiamo mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, al microfono di Mario Galgano:

R. – Riguardo al referendum, devono essere i politici a giudicarlo. Certo, sono dei segnali che i responsabili della Costituzione europea devono tenere in conto. Noi, come Chiesa, naturalmente siamo interessati sempre alla “grande Europa” e non solo alle nazioni dell’Unione Europea. Siamo, quindi, interessati soprattutto all’Europa della storia, all’Europa della cultura, a quell’Europa che oggi sa confrontarsi con il mondo. Riguardo al progetto politico, la Chiesa guarda con molto interesse a tutto ciò che può contribuire ad una maggiore stabilità ed unità dell’Europa, per meglio contribuire anche al resto del mondo.

D. – Quale potrebbe essere il contributo concreto che può dare la Chiesa per la costruzione anche di un’Europa comune?

R. – L’Europa deve ritrovare i suoi fondamenti, le sue radici; deve trovare il fondamento dei valori. L’Europa ha bisogno di una idealità, ha bisogno di una visione, ha bisogno di un’idea. Ma ha anche bisogno che i cittadini europei si impegnino su un progetto che è un’idea e questa idea deve essere fondata. Oggi non basta, quindi, una vuota retorica dei valori. Non possiamo dire che l’Europa si impegna per la dignità umana, ma si tratta poi di vedere in concreto cosa significa dignità umana, dov’è il fondamento della dignità umana ed anche quali sono i progetti concreti che possiamo perseguire per difendere la dignità umana. Altrimenti queste rischiano di essere parole piuttosto vuote. Siamo, d’altra parte, però interessati anche ad un’Europa che considera le sfide del mondo e le sfide del mondo sono tantissime. Noi siamo preoccupati proprio di prendere sul serio queste sfide dell’umanità e come europei di riuscire a dare un contributo. Quindi non un’Europa che cerca di diventare una fortezza, che guarda soltanto a se stessa, ma un’Europa che ritrova una sua identità, ritrova una sua vocazione, perchè soltanto così è poi capace di affrontare queste grandi sfide del mondo. Io credo che se fosse chiaro che l’Europa si sta attrezzando per il tema della fame, per il tema dell’ambiente, per il tema della pace, sarebbe certamente un’Europa seguita dai popoli, seguita dai giovani e per la quale merita essere dei protagonisti.

D. – La voce della Chiesa in Europa come viene ascoltata, secondo lei, dal punto di vista dei politici, dei leader dei Paesi?

R. – Su questi grandi temi – come quelli etici, che vanno dal tema della vita umana e quindi dalla sua nascita alla sua crescita, alla sua educazione, alla sua fine, ai temi della famiglia; ma ancora i temi morali come la giustizia, la pace e l’ambiente – io noto che c’è una grande attesa da parte della politica per la voce della Chiesa. Naturalmente non c’è soltanto attesa, ma c’è anche una dimensione critica. C’è poi anche una problematica ecumenica all’interno delle Chiese e le Chiese devono anche tra di loro trovare un consenso e dare un contributo comune. Ma c’è anche la questione interreligiosa, perché l’Europa ha un pluralismo religioso e quindi dobbiamo riuscire a presentare delle proposte o a dare delle visioni condivise anche a livello di religioni. Questo sarebbe molto utile. Credo che più siamo uniti come cristiani e quindi anche come uomini di religione, più la politica è attenta soprattutto proprio a queste questioni etiche. Ci sono delle minoranze che spesso fanno la voce grossa, che lanciano sempre critiche agli interventi della Chiesa, ma io ritengo che queste siano soltanto delle minoranze. Se noi riusciamo ad avere proposte serie e mature, se noi riusciamo a non far circolare delle maschere delle religioni o delle maschere del cristianesimo, se noi riusciamo a donare l’autenticità delle religioni e la cosa più autentica del cristianesimo, credo che allora venga dato spazio a questo. E’ soltanto una minoranza quella che ha una allergia a donare spazio alla religione. Da parte di chi gestisce la cosa pubblica sarebbe una arroganza pensare di poter rispondere da soli a queste enormi domande, come il senso della vita, come la domanda della convivenza o le domande della pace. C’è bisogno di creare spazio, affinché tutte le forze e tutti coloro che hanno qualcosa da dire possono farlo.

Ascolta l’intervista:

© Copyright Radio Vaticana, articolo disponibile qui.

“Basta confondere Cei e Vaticano”: L’articolo dell’Osservatore Romano per l’anniversario della firma dei Patti lateranensi con l’Italia

12 febbraio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 12 febbraio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo l’articolo apparso sull’Osservatore Romano di ieri per la ricorrenza del 79° anniversario della stipula degli “accordi del Laterano” fra Italia e Vaticano:

* * *

“11 febbraio”

La ricorrenza del settantanovesimo anniversario della stipula dei Patti Lateranensi coincide, quest’anno, con un’altra ricorrenza particolarmente significativa per la storia d’Italia: l’entrata in vigore sessanta anni or sono della Costituzione repubblicana. Si tratta di due eventi diversi temporalmente, che hanno prodotto testi normativi differenti per qualificazione giuridica, per finalità, per contenuti. Tra di essi esiste però una relazione strettissima, degna di nota, che può essere colta almeno sotto un duplice profilo. Innanzitutto dal punto di vista storico, in quanto la Conciliazione tra Stato e Chiesa sancita l’11 febbraio 1929 pose le premesse per un contributo fattivo dei cattolici italiani alla nascita del nuovo Stato democratico. Grazie in particolare al Concordato, che venne ad assicurare alcune essenziali libertà alla Chiesa ed ai cattolici in un ordinamento allora illiberale, si poté tra l’altro promuovere e sviluppare un’opera educativa e formativa a livello non solo di élites, ma anche più ampiamente popolare, ispirata ad una antropologia e segnata da una cultura della cittadinanza e, quindi, dell’impegno socio-politico, che produsse coerentemente un progetto politico-istituzionale in molta parte passato nella Costituzione del 1948. È questo un dato indiscutibile e indiscusso: alla cultura cattolica la Carta molto deve su punti assai qualificanti, come la centralità della persona umana, nella sua originaria dignità e nei suoi diritti inalienabili, il rilievo delle formazioni sociali, la solidarietà, l’eguaglianza non solo formale ma anche sostanziale, l’apertura internazionale, l’ideale della pace, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la finalizzazione sociale del diritto di proprietà, le autonomie locali. La formazione di quella cultura e l’elaborazione di quel progetto sarebbero state difficilmente immaginabili senza le garanzie di una libertà, per quanto parziale, assicurata dal Concordato alle associazioni di Azione Cattolica, all’Università cattolica, alle scuole cattoliche, in genere alle istituzioni formative della Chiesa. Così come sarebbe stata inimmaginabile la formazione, negli anni del totalitarismo, di parte consistente della classe politica che avrebbe poi guidato la giovane democrazia: classe politica confluita, tra l’altro, in diverse formazioni partitiche. Ma la relazione tra Patti Lateranensi e Costituzione italiana è strettissima anche dal punto di vista giuridico grazie, come noto, al richiamo che di quei Patti si fa nell’articolo 7 della Carta fondamentale. Si tratta di una disposizione che fu espressione di un enorme consenso popolare, essendo stata approvata a stragrande maggioranza e grazie ad un voto trasversale agli schieramenti partitici.

Qui giova notare una cosa. E cioè che prima ancora che per i contenuti dei Patti, il loro richiamo in Costituzione fu un fatto assai rilevante e positivo non solo perché servì a mantenere, come bene si disse nell’Assemblea Costituente, la pace religiosa in Italia; ma anche perché fu in qualche modo propedeutico alla affermazione dei principi di indipendenza e di sovranità dello Stato e della Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, che apre l’articolo 7 della Costituzione e che costituisce uno dei pilastri su cui poggia il principio di laicità dello Stato. Uno Stato autenticamente laico, infatti, riconosce che la propria sovranità non si estende anche sul terreno spirituale e religioso. E viceversa.

Il richiamo dei Patti Lateranensi in Costituzione, del resto, venne a confermare l’assoluta peculiarità della situazione prodottasi nel Paese a seguito del moto di unificazione nazionale, per la quale proprio in Italia, addirittura nella sua capitale, è la sede del governo della Chiesa universale: il Sommo Pontefice, infatti, è il Vescovo di Roma. Ma quel richiamo venne ad esprimere pure la consapevolezza che i Patti non avevano avuto solo la funzione di chiudere, una volta per tutte, un doloroso passato, la Questione romana, ma avevano anche una funzione da assicurare permanentemente nel tempo. La peculiarità in questione si riflette nei due atti che compongono i Patti: il Trattato e il Concordato. Il primo, infatti, è destinato a garantire alla Santa Sede, cioè al Pontefice, la piena indipendenza e libertà per l’adempimento della sua missione nel mondo; il secondo è invece destinato, alla stregua di ogni Concordato, a regolare la vita della Chiesa che è in Italia e prima ancora a definire di comune accordo quello che certamente rientra nell’ordine proprio della Chiesa. Questo sostanzialmente il senso del primo comma dell’articolo 2 del Concordato, così come novellato dall’Accordo di Villa Madama del 18 febbraio 1984, per il quale «la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica».

Trattato e Concordato, dunque: due atti connessi — simul stabunt simul cadent, come disse Pio XI — eppure del tutto distinti per finalità e contenuti. Alla luce di tale distinzione appaiono assolutamente improprie, anzi senz’altro erronee, le confusioni che non di rado si fanno, nella polemica politica e sui mass media, tra la Santa Sede e la Chiesa italiana; tra la Città del Vaticano, che rispetto all’Italia è uno Stato straniero, e l’episcopato italiano riunito nella Conferenza Episcopale Italiana; tra le istituzioni della Santa Sede o vaticane e le istituzioni della Chiesa italiana. La concordia ritrovata nel 1929, e prolungatasi nel lungo arco di tempo che giunge fino ad oggi, è prova della bontà delle soluzioni allora trovate. Grazie ad essa Stato e Chiesa hanno potuto collaborare, in un clima di vera laicità, per la promozione dell’uomo e per il bene del paese.

© Copyright L’Osservatore Romano – 11 febbraio 2008