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Padre Funes ringrazia Galileo

27 novembre 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 27 novembre 2008 (Vatican Diplomacy). Padre Funes, dopo l’articolo sulla salvezza di eventuali altri abitanti dell’universo ritorna a scrivere sulle pagine de L’Osservatore Romano in occasione del convegno “La scienza 400 anni dopo Galileo Galilei”:

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Il 2009 sarà l’Anno internazionale dell’astronomia

Grazie, Galileo

di José G. Funes
Gesuita Direttore della Specola Vaticana

“Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per alcuni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi”:  ha ragione il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Molte volte per noi astronomi i pianeti, le stelle, le galassie sono dei punti interrogativi, dei “problemi” che chiedono una risposta impegnativa, ragionevole, scientifica. Forse il piccolo principe ha seguito qualche corso di astronomia. Perché questa è l’immagine diffusa dello scienziato:  un uomo serio, che parla di cose difficili, incomprensibili per tutti tranne che per i suoi colleghi.

I quali, a loro volta, pongono altre domande alle quali è difficilissimo dare una risposta. Credo che il piccolo principe sarebbe felice di sapere che il 2009 sarà l’Anno internazionale dell’astronomia, dichiarato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per celebrare il quattrocentesimo anniversario delle prime osservazioni astronomiche che Galileo Galilei realizzò nel 1609 puntando il suo cannocchiale verso il cielo su iniziativa dell’Unione internazionale di astronomia – della quale la Santa Sede fa parte come Stato membro dal 1932 – e dell’Unesco. In Italia, paese promotore dell’iniziativa, questa è nota anche come Anno galileiano.

Alcuni grandi interrogativi che l’umanità si pone da secoli saranno riproposti e approfonditi per l’occasione da molti astronomi, i quali si impegneranno – pur nei limiti dell’operare scientifico – a elaborare risposte sempre più esaustive e soddisfacenti. Forse questo Anno servirà a convincere tutti cittadini del mondo che le stelle non vanno guardate solo come delle piccole luci, ma come delle amiche. “Quando tu guarderai il cielo, la notte, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero”, ci ricorda ancora il piccolo principe.

L’astronomia ha avuto un ruolo di rilievo in quasi tutte le culture, ispirando le domande più profonde dell’uomo. Dal canto suo, la Chiesa ha sempre compreso l’importanza di questa scienza, incoraggiandola e promuovendola. Si pensi, solo per ricordare un esempio poco conosciuto, che nelle “riduzioni” del Paraguay, in particolare in quella dei Santi Cosma e Damiano, il gesuita argentino Buenaventura Suárez (1700-1750) era stato in grado di allestire un vero e proprio osservatorio astronomico nel mezzo della foresta tropicale. Riuscendo, con strumenti che si era fatto portare dall’Europa e altre apparecchiature costruite grazie all’aiuto dei guaraní, a compiere osservazioni e costruire delle tabelle astronomiche.

Proprio mentre sta per iniziare questo Anno internazionale, è inevitabile che si riproponga una delle questioni che ha segnato in questi secoli il dibattito sul rapporto tra fede e scienza:  qual è la posizione della Chiesa in relazione al caso Galileo? Non posso rispondere da esperto, né da persona neutrale. Appartengo alla Chiesa. E conosco quanto basta per rendermi conto che la complessità di questo argomento impedisce probabilmente di arrivare a conclusioni chiare e distinte. Penso che il caso Galileo non si potrà mai chiudere in un modo soddisfacente tutti. Io credo che l’umanità e la Chiesa debbano essergli riconoscenti per il suo impegno a favore del copernicanesimo e della Chiesa stessa. Il drammatico scontro di alcuni uomini di Chiesa con Galileo ha lasciato delle ferite che ancora oggi sono aperte. La Chiesa in qualche modo ha riconosciuto i suoi sbagli. Forse si poteva fare meglio:  sempre si può far meglio.

Un primo aspetto del caso Galileo riguarda l’ermeneutica biblica. Recentemente Benedetto XVI ha ricordato ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze che “Galileo vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio così come lo è delle Scritture”. Un secondo aspetto del conflitto fu pastorale. Credo che Giovanni Paolo ii abbia dato qui una regola d’oro che dobbiamo sempre avere presente, avvertendo i teologi che è un dovere “tenersi regolarmente informati sulle acquisizioni scientifiche per esaminare, all’occorrenza, se è il caso o meno di tenerne conto nella loro riflessione o di operare delle revisioni nel loro insegnamento”.

Per chi ha fede, la storia non è solo storia della scienza ma storia di salvezza. Da questo punto di vista dobbiamo ringraziare Dio per i nostri peccati che ci permettono di far esperienza della sua misericordia. È proprio questo che la Chiesa celebra quando canta l’Exultet nella veglia pasquale:  O felix culpa. In questo senso io spero che ciò che fu – e che forse ancora è – un terreno di conflitto possa diventare un terreno di incontro, di dialogo. Qualcuno potrà dire che questo è un atteggiamento un po’ ingenuo. Ma non dobbiamo smettere di sognare. Se lo facessimo, quel giorno smetteremmo di essere umani.

Sarebbe ingiusto dire che la Chiesa si è impegnata per le scienze solo dopo Galileo:  egli stesso è la prova di questo impegno, già allora plurisecolare. Forse non ci sarebbe stato Galileo senza la Chiesa cattolica. E forse non ci sarebbe stata una Specola Vaticana senza Galileo.

©L’Osservatore Romano 27 novembre 2008

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Vatican astronomer says believing in aliens does not contradict faith in God

13 maggio 2008

La crezione di Adamo

VATICAN CITY – May 13, 2008 (Vatican Diplomacy). Rev. Jose Gabriel Funes, a 45-year-old Jesuit priest who directs the Vatican’s observatory at Castel Gandolfo, near Rome, in a interview headlined “The extraterrestrial is my brother” released to the Osservatore Romano, said there is no conflict between believing in God and in the possibility of intelligent life on other planets.

“As an astronomer, I continue to believe that God is the creator of the universe and that we are not the product of something casual but children of a good father who has a project of love in mind for us.”

Even if “we don’t currently have any proof… the hypothesis” of extraterrestrial life cannot be ruled out, said Father Funes.

“Just as there are a plethora of creatures on Earth, there could be others, equally intelligent, created by God,” he said.

Original sin, which by Christian tradition occurred in the Garden of Eden when Adam and Eve ate the forbidden fruit of a particular tree, refers to the fallen state from which humans can be saved only by God’s grace.

Asked about the difficult theological question, Father Funes said: “If other intelligent beings exist, it’s not certain that they need redemption.”

They could “have remained in full friendship with their creator” without committing the original sin, he said.

If not, extraterrestrials would benefit equally from the “incarnation,” in which Jesus Christ, the Son of God, assumed earthlings’ flesh, body and soul in order to redeem them, which Father Funes called “a unique event that cannot be repeated”.

The Vatican Observatory is one of the world’s oldest astronomical institutes. As early as the end of the 1700s, three Vatican-sponsored observatories were studying the stars from Rome, and in 1891 Pope Leo XIII formally established the Vatican Observatory inside the Vatican behind St Peter’s dome.

By 1935, Rome’s urban sprawl made stargazing difficult, so Pius XI moved the observatory to the summer palace south of Italy’s capital. Since 1981, the principal observing site has been the Vatican’s research institute in Tucson, Arizona.

Vaticano: per padre Funes l’ipotesi sull’esistenza di extraterrestri non contrasta con la fede

13 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 13 maggio 2008 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima un interessante articolo che apparirà sull’Osservatore Romano di domani 14 maggio:

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L’extraterrestre è mio fratello

Il rapporto tra astronomia e fede in un’intervista a padre Funes, direttore della Specola Vaticana

E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Cita Dante – il celebre verso che chiude l’ultimo canto dell’Inferno – per descrivere la missione dell’astronomia. Che è anzitutto quella di “restituire agli uomini la giusta dimensione di creature piccole e fragili davanti allo scenario incommensurabile di miliardi e miliardi di galassie”. E se poi scoprissimo di non essere i soli ad abitare l’universo? L’ipotesi non lo inquieta più di tanto. È possibile credere in Dio e negli extraterrestri. Si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione, nella redenzione. Parola di astronomo e di sacerdote. Parola di José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana.

Argentino, quarantacinque anni, gesuita, dall’agosto del 2006 padre Funes ha le chiavi della storica sede nel Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, che Pio XI concesse all’osservatorio vaticano nel 1935. Fra circa un anno le restituirà, per ricevere quelle del monastero delle basiliane situato al confine tra le Ville Pontificie e Albano, dove si trasferiranno gli studi, i laboratori e la biblioteca della Specola. Unisce modi cortesi e pacati a quel leggero distacco dalle cose terrene di chi è abituato a tenere gli occhi rivolti verso l’alto. Un po’ filosofo e un po’ investigatore, come tutti gli astronomi. Contemplare il cielo è per lui l’atto più autenticamente umano che si possa fare. Perché – spiega a “L’Osservatore Romano” – “dilata il nostro cuore e ci aiuta a uscire dai tanti inferni che l’umanità si è creata sulla terra: le violenze, le guerre, le povertà, le oppressioni”.

Come nasce l’interesse della Chiesa e dei Papi per l’astronomia?

Le origini si possono far risalire a Gregorio XIII, che fu l’artefice della riforma del calendario nel 1582. Padre Cristoforo Clavio, gesuita del Collegio romano, fece parte della commissione che studiò questa riforma. Tra Settecento e Ottocento sorsero ben tre osservatori per iniziativa dei Pontefici. Poi nel 1891, in un momento di conflitto tra il mondo della Chiesa e il mondo scientifico, Papa Leone XIII volle fondare, o meglio rifondare, la Specola Vaticana. Lo fece proprio per mostrare che la Chiesa non era contro la scienza ma promuoveva una scienza “vera e solida”, secondo le sue stesse parole. La Specola è nata dunque con uno scopo essenzialmente apologetico, ma col passare degli anni è divenuta parte del dialogo della Chiesa col mondo.

Lo studio delle leggi del cosmo avvicina o allontana da Dio?

L’astronomia ha un valore profondamente umano. È una scienza che apre il cuore e la mente. Ci aiuta a collocare nella giusta prospettiva la nostra vita, le nostre speranze, i nostri problemi. In questo senso – e qui parlo come prete e come gesuita – è anche un grande strumento apostolico che può avvicinare a Dio.

Eppure molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo.

Direi che è un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio. Più di tante parole conta il nostro lavoro. Contano la credibilità e i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale, le collaborazioni con colleghi e istituzioni di ogni parte del mondo, i risultati delle nostre ricerche e delle nostre scoperte. La Chiesa ha lasciato un segno nella storia della ricerca astronomica.

Ci faccia qualche esempio.

Basterebbe ricordare che una trentina di crateri della luna portano i nomi di antichi astronomi gesuiti. E che un asteroide del sistema solare è stato intitolato al mio predecessore alla direzione della Specola, padre George Coyne. Si potrebbe richiamare inoltre l’importanza di contributi come quelli di padre O’Connell all’individuazione del “raggio verde” o di fratello Consolmagno al declassamento di Plutone. Per non parlare dell’attività di padre Corbally – vicedirettore del nostro centro astronomico di Tucson – che ha lavorato con un team della Nasa alla recente scoperta di asteroidi residui della formazione di sistemi binari di stelle.

L’interesse della Chiesa per lo studio dell’universo si può spiegare col fatto che l’astronomia è l’unica scienza che ha a che fare con l’infinito e quindi con Dio?

Per essere precisi, l’universo non è infinito. È molto grande ma è finito, perché ha un’età: circa quattordici miliardi di anni, secondo le nostre conoscenze più recenti. E se ha un’età, significa che ha un limite anche nello spazio. L’universo è nato in un determinato momento e da allora si espande continuamente.

Da che cosa ha avuto origine?

Quella del big bang resta, a mio giudizio, la migliore spiegazione dell’origine dell’universo che abbiamo finora dal punto di vista scientifico.

E da allora che cosa è successo?

Per trecentomila anni la materia, l’energia, la luce sono rimaste unite in una sorta di miscela. L’universo era opaco. Poi si sono separate. Così noi adesso viviamo in un universo trasparente, possiamo vedere la luce: quella delle galassie più lontane, per esempio, che è arrivata a noi dopo undici o dodici miliardi di anni. Bisogna ricordare che la luce viaggia a trecentomila chilometri al secondo. Ed è proprio questo limite a confermarci che l’universo oggi osservabile non è infinito.

La teoria del big bang avvalora o contraddice la visione di fede basata sul racconto biblico della creazione?

Da astronomo, io continuo a credere che Dio sia il creatore dell’universo e che noi non siamo il prodotto della casualità ma i figli di un padre buono, il quale ha per noi un progetto d’amore. La Bibbia fondamentalmente non è un libro di scienza. Come sottolinea la Dei verbum, è il libro della parola di Dio indirizzata a noi uomini. È una lettera d’amore che Dio ha scritto al suo popolo, in un linguaggio che risale a duemila o tremila anni fa. All’epoca, ovviamente, era del tutto estraneo un concetto come quello del big bang. Dunque, non si può chiedere alla Bibbia una risposta scientifica. Allo stesso modo, noi non sappiamo se in un futuro più o meno prossimo la teoria del big bang sarà superata da una spiegazione più esauriente e completa dell’origine dell’universo. Attualmente è la migliore e non è in contraddizione con la fede. È ragionevole.

Ma nella Genesi si parla della terra, degli animali, dell’uomo e della donna. Questo esclude la possibilità dell’esistenza di altri mondi o esseri viventi nell’universo?

A mio giudizio questa possibilità esiste. Gli astronomi ritengono che l’universo sia formato da cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali è composta da cento miliardi di stelle. Molte di queste, o quasi tutte, potrebbero avere dei pianeti. Come si può escludere che la vita si sia sviluppata anche altrove? C’è un ramo dell’astronomia, l’astrobiologia, che studia proprio questo aspetto e che ha fatto molti progressi negli ultimi anni. Esaminando gli spettri della luce che viene dalle stelle e dai pianeti, presto si potranno individuare gli elementi delle loro atmosfere – i cosiddetti biomakers – e capire se ci sono le condizioni per la nascita e lo sviluppo della vita. Del resto, forme di vita potrebbero esistere in teoria perfino senza ossigeno o idrogeno.

Si riferisce anche ad esseri simili a noi o più evoluti?

È possibile. Finora non abbiamo nessuna prova. Ma certamente in un universo così grande non si può escludere questa ipotesi.

E questo non sarebbe un problema per la nostra fede?

Io ritengo di no. Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come “fratello” e “sorella”, perché non potremmo parlare anche di un “fratello extraterrestre”? Farebbe parte comunque della creazione.

E per quanto riguarda la redenzione?

Prendiamo in prestito l’immagine evangelica della pecora smarrita. Il pastore lascia le novantanove nell’ovile per andare a cercare quella che si è persa. Pensiamo che in questo universo possano esserci cento pecore, corrispondenti a diverse forme di creature. Noi che apparteniamo al genere umano potremmo essere proprio la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore. Dio si è fatto uomo in Gesù per salvarci. Così, se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore.

Insisto: se invece fossero peccatori, sarebbe possibile una redenzione anche per loro?

Gesù si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini.

Il prossimo anno si celebra il bicentenario della nascita di Darwin e la Chiesa torna a confrontarsi con l’evoluzionismo. L’astronomia può offrire un contributo a questo confronto?

Come astronomo posso dire che dall’osservazione delle stelle e delle galassie emerge un chiaro processo evolutivo. Questo è un dato scientifico. Anche qui io non vedo contraddizione tra quello che noi possiamo imparare dall’evoluzione – purché non diventi un’ideologia assoluta – e la nostra fede in Dio. Ci sono delle verità fondamentali che comunque non mutano: Dio è il creatore, c’è un senso alla creazione, noi non siamo figli del caso.

Su queste basi, è possibile un dialogo con gli uomini di scienza?

Direi che anzi è necessario. La fede e la scienza non sono inconciliabili. Lo diceva Giovanni Paolo II e lo ha ripetuto Benedetto XVI: fede e ragione sono le due ali con cui si eleva lo spirito umano. Non c’è contraddizione tra quello che noi sappiamo attraverso la fede e quello che apprendiamo attraverso la scienza. Ci possono essere tensioni o conflitti, ma non dobbiamo averne paura. La Chiesa non deve temere la scienza e le sue scoperte.

Come invece è avvenuto con Galileo.

Quello è certamente un caso che ha segnato la storia della comunità ecclesiale e della comunità scientifica. È inutile negare che il conflitto ci sia stato. E forse in futuro ce ne saranno altri simili. Ma penso che sia arrivato il momento di voltare pagina e guardare piuttosto al futuro. Questa vicenda ha lasciato delle ferite. Ci sono stati malintesi. La Chiesa in qualche modo ha riconosciuto i suoi sbagli. Forse si poteva fare di meglio. Ma ora è il momento di guarire queste ferite. E ciò si può realizzare in un contesto di dialogo sereno, di collaborazione. La gente ha bisogno che scienza e fede si aiutino a vicenda, pur senza tradire la chiarezza e l’onestà delle rispettive posizioni.

Ma perché oggi è così difficile questa collaborazione?

Credo che uno dei problemi del rapporto tra scienza e fede sia l’ignoranza. Da una parte, gli scienziati dovrebbero imparare a leggere correttamente la Bibbia e a comprendere le verità della nostra fede. Dall’altra, i teologi e gli uomini di Chiesa dovrebbero aggiornarsi sui progressi della scienza, per riuscire a dare risposte efficaci alle questioni che essa pone continuamente. Purtroppo anche nelle scuole e nelle parrocchie manca un percorso che aiuti a integrare fede e scienza. I cattolici spesso rimangono fermi alle conoscenze apprese al tempo del catechismo. Credo che questa sia una vera e propria sfida dal punto di vista pastorale.

Cosa può fare in questo senso la Specola?

Diceva Giovanni XXIII che la nostra missione deve essere quella di spiegare agli astronomi la Chiesa e alla Chiesa l’astronomia. Noi siamo come un ponte, un piccolo ponte, tra il mondo della scienza e la Chiesa. Lungo questo ponte c’è chi va in una direzione e chi va in un’altra. Come ha raccomandato Benedetto XVI a noi gesuiti in occasione dell’ultima congregazione generale, dobbiamo essere uomini sulle frontiere. Credo che la Specola abbia questa missione: essere sulla frontiera tra il mondo della scienza e il mondo della fede, per dare testimonianza che è possibile credere in Dio ed essere buoni scienziati

© Copyright L’Osservatore Romano – 14 maggio 2008

Italian professors copy and paste from Wikipedia to attack the Pope

6 febbraio 2008

.  The Vatican newspaper L’Osservatore Romano is reporting that 67 professors from La Sapienza University in Rome who wrote a letter opposing a visit by Pope Benedict XVI based their opposition on a quote taken out of context from Wikipedia.org.

The Vatican daily also referred to the declaration signed by the 1,479 subsequent protesters, as mark of solidarity with the 67 in wich is stated that they “would have acted the same in the name of liberty and the investigation of science.”

“Perhaps,”  L’Osservatore Romano  continued, “the 1,479  professors do not know that, In the name of ‘freedom of research and of knowledge,’ they have taken false information to be true, accepting an assertion without checking whether it is factual”.

In their letter, the 67 professors maintained that “on March 15, 1990, during a speech in the city of Parma when he was still a cardinal, Joseph Ratzinger quoted a statement by Feyerabend (a philosopher of science): ‘During the era of Galileo the Church was more faithful to reason that Galileo himself.  The trial of Galileo was reasonable and just.  These are words that, as scientists faithful to reason and teachers who devote their lives to the advance and spread of knowledge, offend and humiliate us.  In the name of the lay nature of science and culture and out of respect for our forum open to teachers and students of all creeds and ideologies, we urge that this event be canceled.”

“If before rushing to express their solidarity with the 67, one of the 1,479 would have verified the affirmation (of the original letter), they would have discovered that the one who wrote the letter took the citation of Ratzinger’s discourse from the entry Papa Benedetto XVI in Wikipedia, the well-known Internet encyclopedia, composed by its users, which no scientific person uses as an exclusive source of his investigations, without carefully verifying its credibility,” L’Osservatore Romano noted.

“That Wikipedia in all likelihood is the source of the quote is evident by the fact that the letter from the 67 professors makes reference to a speech by Cardinal Ratzinger on March 15, 1990 in Parma.  The speech was given, but it took place in Rome, at La Sapienza University on exactly that day,” L’ Osservatore continued.  “The surprising thing is that whoever took the quote from Feyerabend could not have read the rest of the entry in Wikipedia, as he would have realized that the meaning of Ratzinger’s statement is exactly the opposite of what the 67 claimed the Pope was saying.”
The complete text of Cardinal Ratzinger’s conference was published in 1992 with the title “Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti.”

In a footnote to the conference text in that volume, the author explained that the address was delivered at La Sapienza University in Rome, on Feb. 15, 1990.

“Now then,” L’Osservatore Romano continued, “what’s surprising is that the person who took the Feyerabend citation could not have read the complete Wikipedia entry, which enables one to realize that the meaning of Ratzinger’s phrase is exactly the contrary to what the 67 professors have aimed to attribute to the Pope.”

“Each person is free to judge if this way of using reason is correct or if it is an act of disloyalty.  The risk of reason folding to the pressure of interests and to the attractiveness of utility is exactly the risk which the Pope would have warned the staff of La Sapienza about had he been able to speak there,” the Vatican newspaper stated in conclusion.

Copia e incolla da Wikipedia: 67 docenti per un errore

6 febbraio 2008

Svela “L’Osservatore Romano”

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 6 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Di fronte alla raccolta di firme – tra professori, ricercatori e dottorandi delle università italiane – in segno di solidarietà con i 67 professori la cui lettera ha impedito la visita del Papa all’università “La Sapienza” di Roma, “L’Osservatore Romano” (6 febbraio 2008) avverte della diffusione di un errore sottoscritto, ora, da altre 1.479 persone.Riportiamo integralmente l’articolo del quotidiano della Santa Sede dal titolo “Copia e incolla da Wikipedia: 67 docenti per un errore”.

 

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I 1.479 firmatari dell’appello di solidarietà coi 67 docenti de La Sapienza che con la loro lettera hanno, di fatto, impedito a Benedetto XVI di parlare in università, hanno scritto: «Noi firmatari affermiamo che ci saremmo comportati come i 67 in nome della libertà della ricerca e della scienza» (ne dà notizia il «Corriere della sera» del 5 febbraio). Forse i 1.479 non sanno che, «in nome della libertà della ricerca e della scienza», hanno preso per buono un falso, cogliendo un’affermazione senza verificarne l’affidabilità.

Nella lettera dei 67 si legge: «Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un’affermazione di Feyerabend: “All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato».

Se prima di affrettarsi a sottoscrivere la solidarietà ai 67 qualcuno dei 1.479 avesse verificato tale affermazione, avrebbe scoperto che chi ha scritto la lettera ha tratto la citazione del discorso di Ratzinger dalla voce Papa Benedetto XVI di Wikipedia, la nota enciclopedia della rete che viene redatta dai lettori che navigano in rete e che nessun uomo di scienza utilizzerebbe come fonte esclusiva delle sue ricerche, se non verificandone accuratamente l’attendibilità.

Che Wikipedia sia con tutta probabilità la fonte da cui è tratta la citazione lo testimonia il fatto che nella lettera dei 67 si fa riferimento a una conferenza del cardinale Ratzinger del 15 marzo 1990 a Parma. La conferenza ci fu, ma si svolse a Roma, all’Università «La Sapienza», esattamente in quella data.

Il testo di quella conferenza è contenuto in un libro, pubblicato nel 1992 dalle Edizioni San Paolo col titolo Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti. A piè di pagina c’è la seguente «Avvertenza» dell’Autore: «La prima stesura di questo contributo fu presentata il 16 dicembre 1989 a Rieti – ancora sotto la viva impressione degli eventi appena verificatisi nell’Europa orientale – come tentativo di un’iniziale riflessione sulle cause e le conseguenze di quanto accaduto. La versione qui riportata è quella utilizzata per una conferenza all’Università “La Sapienza” di Roma, lo scorso 15 febbraio 1990. In occasione della celebrazione del millequattrocentesimo anniversario del terzo concilio di Toledo ho presentato a Madrid, il 24 febbraio 1990, un’ulteriore stesura, modificata in relazione alla specifica circostanza».

Ora, la cosa sorprendente è che chi ha preso la citazione di Feyerabend non può non avere letto la continuazione di quel brano, contenuta in Wikipedia, dove ci si può rendere ben conto che il senso della frase di Ratzinger è esattamente il contrario di quello che i 67 professori hanno preteso di attribuire al Papa.

Ciascuno è libero di giudicare se questo modo di usare la ragione sia corretto o non piuttosto un atto di slealtà: il rischio di piegare la ragione davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, è esattamente ciò da cui il Papa avrebbe messo in guardia il corpo docente de La Sapienza, se avesse potuto parlare. Ognuno giudichi chi ha difeso davvero la ragione.

[Ndr: la versione originale del paragrafo in questione di Wikipedia, prima della sua modifica, era la seguente: “Il 15 marzo 1990 Ratinger, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, riprese un’affermazione di Paul Feyerabend: «All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto»[21], aggiungendo però : «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica»; mostrando quindi di criticare le idee di Feyerabend su Galileo, sul cui processo Giovanni Paolo II aveva chiesto ufficialmente scusa per l’errore della Chiesa”; http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Benedetto_XVI].

Adattamento a cura di ZENIT

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