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Intervento della Santa Sede al Consiglio di sicurezza dell’Onu

16 gennaio 2009

CITTA’ DEL VATICANO – Venerdì, 16 gennaio 2009 (Vatican Diplomacy). Pubblichiamo in anteprima l’articolo che apparirà nella giornata di domani sulle pagine dell’Osservatore Romano :

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Intervento della Santa Sede al Consiglio di sicurezza dell’Onu

Tutela dei civili nei conflitti armati

Pubblichiamo la traduzione dell’intervento pronunciato il 14 gennaio dall’Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, nell’ambito del dibattito aperto sulla protezione dei civili nei conflitti armati.

Signor Presidente,

da più di dieci anni il Consiglio di Sicurezza affronta il tema della tutela dei civili nei conflitti armati. Tuttavia la sicurezza dei civili durante il conflitto sta divenendo sempre più critica, se non, a volte, drammatica, come abbiamo visto negli scorsi mesi, settimane e giorni nella Striscia di Gaza, in Iraq, in Darfur e nella Repubblica Democratica del Congo, per portare solo alcuni esempi.

L’anno 2009 celebra, fra le altre cose, il sessantesimo anniversario delle Convenzioni di Ginevra. Dal momento che la protezione dei civili deriva dalle norme stabilite in tali convenzioni e nei protocolli successivi, la mia delegazione confida nel fatto che questo nuovo anno sarà anche un’occasione per valutare l’impegno delle parti nel garantire la protezione di civili mediante un maggiore rispetto per le norme del diritto umanitario.

L’Aggiornamento del 2003 della piattaforma in 10 punti sulla protezione dei civili è uno strumento importante per chiarire le responsabilità, migliorare la cooperazione, facilitare la realizzazione e rafforzare ulteriormente il coordinamento nel sistema delle Nazioni Unite e resta oggi una road map più che mai indispensabile per proteggere i civili intrappolati nei conflitti armati. I suoi 10 punti di azione sono una sfida per la comunità internazionale, in particolare per il Consiglio di Sicurezza, che esige una risposta sollecita, decisiva e operativa. Sebbene tutti i suoi punti siano importanti l’accesso agli aiuti umanitari, la speciale protezione de bambini e delle donne e il disarmo continuano a essere i tre pilastri fondamentali per offrire maggiore protezione ai civili.

Il soverchiante maltrattamento dei civili in troppe parti del mondo non sembra essere solo un effetto collaterale della guerra. Continuiamo a vedere civili deliberatamente bersagliati come mezzo per raggiungere fini politici e militari. Negli scorsi giorni abbiamo assistito al fallimento concreto di tutte le parti nel rispettare la distinzione fra bersagli civili e militari. È tristemente chiaro che i disegni politici e militari soppiantano il rispetto basilare per la dignità e i diritti di persone e comunità, quando vengono utilizzati metodi e armamenti senza prendere alcuna misura ragionevole per evitare danni ai civili, quando donne e bambini vengono utilizzati come scudo dai combattenti, quando l’accesso agli aiuti umanitari viene negato nella Striscia di Gaza, quando persone vengono dislocate e villaggi distrutti in Darfur e quando vediamo che la violenza sessuale devasta la vita di donne e di bambini nella Repubblica Democratica del Congo.

In tale contesto, la protezione dei civili richiede non solo un impegno rinnovato per il diritto umanitario, ma anche e soprattutto buona volontà e azione politiche coerenti. La protezione dei civili deve basarsi sull’esercizio responsabile della leadership da parte di tutti. Ciò esige che i leader politici esercitino il diritto alla legittima difesa o il diritto all’autodeterminazione ricorrendo soltanto a mezzi legittimi; esige pure che riconoscano pienamente le loro responsabilità nei confronti della comunità internazionale e che rispettino il diritto di altri Stati e comunità ad esistere e co-esistere in pace. La vasta gamma di meccanismi utilizzati dalle Nazioni Unite per garantire la protezione dei civili avrà esito positivo se si riuscirà, almeno, a promuove una cultura di esercizio responsabile della leadership fra i suoi membri e a considerare questi ultimi, come ogni parte in conflitto, responsabili per il compimento dei loro obblighi verso gli individui e le comunità.

Il fardello sempre più pesante di morti e di conseguenze imposte ai civili a causa della guerra deriva anche dalla produzione massiccia, dalla costante innovazione e dalla sofisticatezza degli armamenti. La qualità e la disponibilità sempre più elevate di armi piccole e leggere, di mine anti-uomo e di munizioni a grappolo rendono tragicamente più facile e più certa l’uccisione di esseri umani. In questo contesto, la mia delegazione sostiene pienamente e incoraggia gli obiettivi della recente risoluzione dell’Assemblea Generale Verso un Trattato sul commercio degli armamenti, che è un primo passo importante verso uno strumento legalmente vincolante relativamente al commercio e al trasferimento degli armamenti. Parimenti, la mia delegazione accoglie con favore l’adozione della Convenzione sulle Munizioni a Grappolo e incoraggia i Paesi a ratificare questo trattato come priorità e segno del loro impegno per affrontare le morti di civili.

Grazie, signor Presidente

©L’Osservatore Romano – 17 gennaio 2009

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Il Papa chiede a Israele di tutelare i cristiani di Terra Santa e auspica una pace giusta con i palestinesi

12 maggio 2008

Il nuovo ambasciatore israeliano, Mordechay Lewy posa assieme Papa Benedetto XVI

CITTA’ DEL VATICANO – Lunedì 12 maggio, 2008 (Vatican Diplomacy). Questa mattina il Santo Padre ha ricevuto in Vaticano il Signor Mordechay Lewy, nuovo Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali.

S.E. il Signor Mordechay Lewy, Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, è sposato ed ha tre figli. Si è laureato in Storia (Hebrew University, 1976).

Entrato nella carriera diplomatica nel 1975, ha ricoperto i seguenti incarichi: Funzionario del Ministero degli Affari Esteri (1975-1976); Segretario di Ambasciata a Bonn (1976-1981); Incaricato dei Paesi di lingua tedesca presso il Ministero degli Affari Esteri (1981-1985); Segretario e poi Consigliere di Ambasciata a Stoccolma (1985-1989); Vice Capo di Divisione presso il Ministero degli Affari Esteri (1989-1991); Console generale a Berlino (1991-1994); Ambasciatore in Thailandia (1994-1997); Vice Capo di Dipartimento presso il Ministero degli Affari Esteri (1997-2000); Ministro di Ambasciata a Berlino (2000-2004); Consigliere del Sindaco di Gerusalemme per le Comunità Religiose (2004-2008).

È autore di molti articoli di carattere storico sui Cristiani e Gerusalemme.

Parla l’inglese e il tedesco e conosce lo svedese ed il latino.

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Testo del discorso del Santo Padre a sua eccellenza il signor Mordechay Lewy nuovo ambasciatore dello Stato di Israele presso la Santa Sede

Eccellenza,

sono lieto di porgerle il benvenuto all’inizio della sua missione e di accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario dello Stato di Israele presso la Santa Sede. La ringrazio per le cordiali parole che mi ha rivolto e le chiedo di trasmettere al Presidente Shimon Peres i miei rispettosi saluti e l’assicurazione delle mie preghiere per il popolo del suo Paese.

Ancora una volta, offro i miei cordiali auspici in occasione della celebrazione di Israele dei sessanta anni della sua esistenza come Stato. La Santa Sede si unisce a Lei nel rendere grazie al Signore perché le aspirazioni del popolo ebraico a una casa nella terra dei loro padri si sono realizzate e, al contempo, spera che giunga presto un tempo di maggiore letizia, quando una pace giusta risolverà il conflitto con i palestinesi. In particolare, la Santa Sede considera preziose le proprie relazioni diplomatiche con Israele, instaurate quindici anni fa, e attende con ansia l’ulteriore sviluppo di un maggior rispetto, di una maggiore stima e di una crescente collaborazione che ci uniscano.

Fra lo Stato di Israele e la Santa Sede esistono numerose aree di interesse reciproco che si possono esplorare con profitto. Come ha sottolineato, l’eredità giudaico-cristiana dovrebbe spingerci a prendere l’iniziativa di promuovere molte forme di azione umanitaria e sociale nel mondo, non da ultimo combattendo tutte le forme di discriminazione razziale. Condivido con Lei, Eccellenza, l’entusiasmo per gli scambi culturali e accademici che si svolgono fra istituzioni cattoliche nel mondo e quelle in Terra Santa, e anche io spero che tali iniziative verranno maggiormente sviluppate nei prossimi anni. Il dialogo fraterno, condotto a livello internazionale fra cristiani ed ebrei, sta recando molti frutti e deve proseguire con impegno e generosità. Le città sante di Roma e di Gerusalemme sono importantissime fonti di fede e saggezza per la civiltà occidentale, e, di conseguenza, i vincoli fra Israele e la Santa Sede hanno ripercussioni più profonde di quelle che derivano formalmente dalla dimensione giuridica delle nostre relazioni.

Eccellenza, so che condivide la mia preoccupazione per l’allarmante declino della popolazione cristiana nei Paesi del Medio Oriente, incluso Israele, a causa dell’emigrazione. Di certo, i cristiani non sono gli unici a risentire degli effetti dell’insicurezza e della violenza che sono conseguenze dei vari conflitti nella regione, ma, per molti aspetti, sono ora particolarmente vulnerabili. Prego affinché, per la crescente amicizia fra Israele e la Santa Sede, si possano elaborare modi per rassicurare i membri della comunità cristiana affinché possano nutrire la speranza di un futuro sicuro e pacifico nelle loro patrie ancestrali, senza sentirsi costretti a doversi trasferire in altre parti del mondo per costruirsi una nuova vita.

I cristiani in Terra Santa intrattengono da tempo buoni rapporti sia con i musulmani sia con gli ebrei. La loro presenza e il libero esercizio della vita e della missione della Chiesa lì, hanno il potenziale di contribuire in modo significativo a sanare le divisioni fra le due comunità. Prego affinché possa essere così e invito il suo governo a continuare a elaborare modi per utilizzare la buona volontà dei cristiani sia verso i discendenti naturali del popolo che per primo ha udito la Parola di Dio sia verso i nostri fratelli e le nostre sorelle musulmani che da secoli vivono e praticano il proprio culto nella terra che tutte e tre le tradizioni religiose definiscono “santa”.

Comprendo che le difficoltà dei cristiani in Terra Santa sono legate anche alla tensione continua fra le comunità ebrea e palestinese. La Santa Sede riconosce la legittima necessità di sicurezza e di autodifesa di Israele e condanna fortemente tutte le forme di antisemitismo. Sostiene anche che tutti i popoli hanno il diritto di ricevere uguali opportunità di prosperare. Proprio per questo, esorto con urgenza il suo governo a compiere ogni sforzo per alleviare le difficoltà sofferte dalla comunità palestinese, permettendole la libertà necessaria per svolgere le sue legittime attività, incluso il raggiungere i luoghi di culto affinché possa godere di pace e sicurezza maggiori. È evidente che questi problemi si possono affrontare soltanto nel più ampio contesto del processo di pace per il Medio Oriente. La Santa Sede accoglie l’impegno espresso dal suo governo di portare avanti lo slancio riacceso ad Annapolis e prega affinché le speranze e le aspettative suscitate in quella sede non vengano deluse. Come ho osservato nel mio recente discorso alle Nazioni Unite, a New York, è necessario percorrere ogni possibile via diplomatica e prestare attenzione “ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione” se si vogliono risolvere conflitti annosi. Quando tutte le persone della Terra Santa vivranno in pace e in armonia, in due stati sovrani indipendenti, il beneficio per la pace del mondo sarà inestimabile e Israele sarà realmente (“luce delle nazioni” Is 42, 6), esempio luminoso di risoluzione del conflitto che il resto del mondo potrà seguire.

Molto è stato fatto nella formulazione degli accordi che sono stati firmati finora da Israele e dalla Santa Sede ed è auspicabile che i negoziati relativi a questioni economiche e fiscali giungano a una conclusione soddisfacente. Grazie per le sue parole rassicuranti sull’impegno del governo di Israele per una soluzione positiva e rapida dei problemi ancora da risolvere. So di parlare a nome di molti quando esprimo la speranza che questi accordi possano presto essere integrati nel sistema giuridico interno di Israele e costituire così una base per una cooperazione feconda. Dato l’interesse personale che Lei, Eccellenza, nutre per la situazione dei cristiani in Terra Santa, e che è molto apprezzato, so che comprende le difficoltà causata dalle continue incertezze sui loro diritti e sul loro status legali, in particolare a proposito della questione dei visti per il personale ecclesiastico. Sono certo che farà tutto il possibile per facilitare la soluzione dei restanti problemi in un modo accettabile per tutte le parti in causa. Solo quando si supereranno queste difficoltà, la Chiesa potrà svolgere le proprie opere religiose, morali, educative e caritative nella terra in cui è nata.

Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi rafforzi ulteriormente i vincoli di amicizia fra la Santa Sede e il suo Paese. Sia certo che i vari dicasteri della Curia Romana saranno sempre pronti a offrirle aiuto e sostegno nello svolgimento dei suoi doveri. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di Lei, sulla sua famiglia e su tutto il popolo dello Stato di Israele le abbondanti benedizioni di Dio.

Il nuovo ambasciatore israeliano, Mordechay Lewy, consegna le lettere credenziali a Papa Benedetto XVI

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Address of His Holiness Benedict XVI to His Excellency Mr. Mordechay Lewy ambassador of Israel to the Holy See

Your Excellency,

I am pleased to welcome you at the start of your mission and to accept the Letters accrediting you as Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary of the State of Israel to the Holy See. I thank you for your kind words, and I ask you to convey to President Shimon Peres my respectful greetings and the assurance of my prayers for the people of your country.

Once again I offer cordial good wishes on the occasion of Israel’s celebration of sixty years of statehood. The Holy See joins you in giving thanks to the Lord that the aspirations of the Jewish people for a home in the land of their fathers have been fulfilled, and hopes soon to see a time of even greater rejoicing when a just peace finally resolves the conflict with the Palestinians. In particular, the Holy See values its diplomatic relations with Israel, established fifteen years ago, and looks forward to developing further the growing respect, esteem and collaboration that unites us.

Between the State of Israel and the Holy See there are numerous areas of mutual interest that can be profitably explored. As you have pointed out, the Judeo-Christian heritage should inspire us to take a lead in promoting many forms of social and humanitarian action throughout the world, not least by combating all forms of racial discrimination. I share Your Excellency’s enthusiasm for the cultural and academic exchanges that are taking place between Catholic institutions worldwide and those of the Holy Land, and I too hope that these initiatives will be developed further in the years ahead. The fraternal dialogue that is conducted on an international level between Christians and Jews is bearing much fruit and needs to be continued with commitment and generosity. The holy cities of Rome and Jerusalem represent a source of faith and wisdom of central importance for Western civilization, and in consequence, the links between Israel and the Holy See have deeper resonances than those which arise formally from the juridical dimension of our relations.

Your Excellency, I know that you share my concern over the alarming decline in the Christian population of the Middle East, including Israel, through emigration. Of course Christians are not alone in suffering the effects of insecurity and violence as a result of the various conflicts in the region, but in many respects they are particularly vulnerable at the present time. I pray that, in consequence of the growing friendship between Israel and the Holy See, ways will be found of reassuring the Christian community, so that they can experience the hope of a secure and peaceful future in their ancestral homelands, without feeling under pressure to move to other parts of the world in order to build new lives.

Christians in the Holy Land have long enjoyed good relations with both Muslims and Jews. Their presence in your country, and the free exercise of the Church’s life and mission there, have the potential to contribute significantly to healing the divisions between the two communities. I pray that it may be so, and I invite your Government to continue to explore ways of harnessing the good will that Christians bear, both towards the natural descendants of the people who were the first to hear the word of God, and towards our Muslim brothers and sisters who have lived and worshipped for centuries in the land that all three religious traditions call “holy”.

I do realize that the difficulties experienced by Christians in the Holy Land are also related to the continuing tension between Jewish and Palestinian communities. The Holy See recognizes Israel’s legitimate need for security and self-defence and strongly condemns all forms of anti-Semitism. It also maintains that all peoples have a right to be given equal opportunities to flourish. Accordingly, I would urge your Government to make every effort to alleviate the hardship suffered by the Palestinian community, allowing them the freedom necessary to go about their legitimate business, including travel to places of worship, so that they too can enjoy greater peace and security. Clearly, these matters can only be addressed within the wider context of the Middle East peace process. The Holy See welcomes the commitment expressed by your Government to carry forward the momentum rekindled at Annapolis and prays that the hopes and expectations raised there will not be disappointed. As I observed in my recent address to the United Nations in New York, it is necessary to explore every possible diplomatic avenue and to remain attentive to “even the faintest sign of dialogue or desire for reconciliation” if long-standing conflicts are to be resolved. When all the people of the Holy Land live in peace and harmony, in two independent sovereign states side by side, the benefit for world peace will be inestimable, and Israel will truly serve as אור לגוים (“light to the nations”, Is 42:6), a shining example of conflict resolution for the rest of the world to follow.

Much work has gone into formulating the agreements which have been signed thus far between Israel and the Holy See, and it is greatly hoped that the negotiations regarding economic and fiscal affairs may soon be brought to a satisfactory conclusion. Thank you for your reassuring words concerning the Israeli Government’s commitment to a positive and expeditious resolution of the questions that remain. I know that I speak on behalf of many when I express the hope that these agreements may soon be integrated into the Israeli internal legal system and so provide a lasting basis for fruitful cooperation. Given the personal interest taken by Your Excellency in the situation of Christians in the Holy Land, which is greatly appreciated, I know you understand the difficulties caused by continuing uncertainties over their legal rights and status, especially with regard to the question of visas for church personnel. I am sure you will do what you can to facilitate the resolution of the problems that remain in a manner acceptable to all parties. Only when these difficulties are overcome, will the Church be able to carry out freely her religious, moral, educational and charitable works in the land where she came to birth.

Your Excellency, I pray that the diplomatic mission which you begin today will further strengthen the bonds of friendship that exist between the Holy See and your country. I assure you that the various departments of the Roman Curia are always ready to offer help and support in the fulfilment of your duties. With my sincere good wishes, I invoke upon you, your family, and all the people of the State of Israel, God’s abundant blessings.

© Copyright 2008 – Libreria Editrice Vaticana

Nuovo incontro della Commissione Santa Sede – Israele

7 febbraio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Giovedì, 7 febbraioo 2008 (Vatican Diplomacy). Continua il dialogo fra Santa Sede e Israele:

 

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di Arieh Cohen
Il laconico comunicato congiunto dice che le due parti hanno discusso con “grande cordialità” e hanno fissato un altro incontro per il 17 marzo. I negoziati durano da quasi 15 anni.

TEL AVIV (AsiaNews) – La Commissione bilaterale permanente di lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele ha tenuto un incontro lo scorso 4 febbraio. Le delegazioni si sono radunate nella sede del Ministero israeliano degli affari esteri. E’ stato il loro primo incontro dopo la sessione Plenaria della Commissione tenutasi, il 13 dicembre scorso nella medesima sede. Il laconico comunicato congiunto conferma che le due Parti hanno continuato i negoziati sulle questioni fiscali e di proprietà pendenti tra la Chiesa Cattolica e lo Stato di Israele, parlando di un’atmosfera di “grande cordialità”. I negoziatori si riuniranno di nuovo il 17 marzo.

All’ultimo incontro, il 13 dicembre scorso, nel comunicato finale, le due delegazioni avevano espresso la loro “determinazione ad accelerare il loro lavoro per giungere a ulteriori progressi nei prossimi mesi e concludere l’Accordo quanto prima possibile”.

I negoziati durano però ormai da quasi 15 anni. Il loro fine è la firma di un “trattato globale” su tutte le questioni di tasse e proprietà attualmente pendenti, per dare alla Chiesa in Israele sicurezza giuridica e fiscale. In termini pratici, la Chiesa Cattolica desidera veder riconfermate le storiche esenzioni fiscali, che aveva già acquisito nel 1948, al momento della creazione dello Stato di Israele. Allo stesso tempo, la Chiesa spera per la restituzione di proprietà ecclesiastiche confiscate – per esempio, la chiesa-santuario di Cesarea, confiscata negli anni ’50 e successivamente rasa al suolo. In particolare poi, si ritiene importante per la sicurezza dei luoghi sacri di proprietà della Chiesa, assicurare che gli eventuali contenziosi che li riguardano siano decisi dalle corti giudiziarie di Israele, secondo il diritto, e non, come può accadere oggi, dai politici, in maniera puramente discrezionale.

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Holy See-Israel Commission meet again

by Arieh Cohen
The short press release says talks between the parties were conducted in “great cordiality.” another meeting has been set for 17 March. Negotiations have been going on for 15 years.

TEL AVIV (AsiaNews) – A meeting took place on Tuesday, 4 February, of the Bilateral Permanent Working Commission between the Holy See and the State of Israel. The delegations met at the Israeli Ministry for Foreign Affairs. It was their first meeting since the Commission had met in plenary session last 13 December.

The brief joint communiqué confirmed that the two sides have continued their negotiations on the fiscal and property questions pending between Israel and the Catholic Church, and described the atmosphere at the talks as one of “great cordiality.” The negotiators will meet again on 17 March.

At the previous meeting on 13 December, the two delegations had “expressed their determination to accelerate their work in order to achieve further advances in the coming months and to conclude the Agreement as soon as possible.” However the negotiations have continued for almost 15 years. Their purpose is to work out a “comprehensive agreement” on all tax and property matters, which would give the Church in Israel legal and fiscal security.

In practical terms, the Catholic Church wishes to see re-confirmed the historic tax exemptions that she already possessed at the time that Israel came into being, in 1948. Likewise the Church in Israel hopes for the return of some confiscated ecclesiastical properties, for example the church-shrine in Caesarea, which was confiscated in the 1950’s and later razed to the ground.

In particular too, the agreement is important for the security of Catholic sacred places owned by the Church, to ensure that any legal disputes concerning them should be decided by the courts, according to the law (i.e. “due process”), and never, as is possible today, by politicians, in purely discretionary fashion.

 

Mons. Franco, nunzio apostolico in Israele: dare una risposta alla tragedia umanitaria di Gaza

26 gennaio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Sabato 26 gennaio 2008 (Radio Vaticana). Israele stamani ha chiuso ai civili larghi tratti della zona di frontiera con l’Egitto, dopo l’apertura, ieri pomeriggio da parte dei miliziani di Hamas, di nuove brecce nel muro che delimita la linea di confine tra la cittadina palestinese di Rafah e la sua parte egiziana. La polizia locale, intanto, assiste impotente al continuo transito di migliaia di palestinesi in cerca di rifornimenti in territorio egiziano dopo il blocco di Gaza imposto da Israele. Ma quali sono le cause alla base di questa situazione? Federico Piana ha raccolto il commento di mons. Antonio Franco, nunzio apostolico in Israele e Cipro e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina:

R. – La situazione a Gaza era diventata molto seria per quanto riguarda la mancanza di generi di prima necessità e dell’energia. Quindi, questa apertura che hanno provocato ai confini con l’Egitto è stata il risultato della forza della disperazione. Come questo potrà evolversi chiaramente non si sa. L’Egitto ha già detto che bisogna chiudere. Hamas dice che non chiuderanno la frontiera, ma certamente alla fine dovranno trovare un compromesso. Io mi auguro che da parte israeliana si eviti questo ricorso a misure che colpiscano tutta la popolazione.

D. – Dobbiamo dire che migliaia di egiziani ieri hanno manifestato a Il Cairo, in sostegno dei palestinesi della Striscia di Gaza. Quindi, probabilmente l’Egitto sopporterà ancora un po’ questa situazione…

R. – Sì, io credo che alla fine si tratti di una situazione umanitaria. Non è una situazione di terrorismo, di violenza o di altro. Quindi, certamente questa popolazione non si può lasciare a morire di fame o di infermità: non si possono curare con i rimedi più elementari o con operazioni e altri interventi. E’ una tragedia umanitaria alla quale bisogna trovare una risposta: sia l’Egitto, sia la comunità internazionale.

D. – Mi pare di capire, però, che la comunità internazionale non si stia muovendo nel verso giusto…

R. – Non è la prima volta che ci troviamo davanti a situazioni che magari non vengono affrontate come si dovrebbero affrontare. Queste sono le frustrazioni che si vivono quotidianamente, per i tanti problemi che affliggono tante parti dell’umanità del mondo di oggi. Dispiace che si lascino questi problemi alla loro sorte. Come si dice: “Che si arrangino”. C’è un disinteresse di fatto, anche se di principio si ripetono alle volte quelle esortazioni, quelle dichiarazioni che vogliono dire agli altri: “Dovete fare questo o quell’altro”. Sporcarsi le mani, poi, però, è un po’ difficile.

mons. Antonio Franco

 

 

© Radio Vaticana

I capi delle Chiese a Gerusalemme: “Porre fine all’assedio di Gaza”

22 gennaio 2008

“E’ una punizione collettiva illegale”

GERUSALEMME – Martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- I capi delle Chiese a Gerusalemme hanno rivolto un appello a “porre fine all’assedio di Gaza” “nel nome di Dio”, perché “un milione e mezzo di persone è imprigionato e non ha cibo e medicinali”.In base a un comunicato dei Patriarchi e delle guide delle Chiese cristiane a Gerusalemme, 800.000 persone sono senza elettricità.

“E’ una punizione collettiva illegale, un atto immorale di violazione del diritto umanitario e naturale di base, così come del Diritto Internazionale. Non può essere più tollerato. L’assedio di Gaza dovrebbe finire subito”, affermano.

Le misure sono un mezzo di pressione per fermare il lancio di razzi Qassam da parte dei miliziani palestinesi.

I leader cristiani rivolgono il loro appello alla comunità internazionale, al Presidente degli Stati Uniti George W. Bush e ai leader israeliani.

In particolare, chiedono “a Israele di attivare l’iniziativa del Primo Ministro Salam Fayyad per il controllo a responsabilità palestinese dei confini, assicurando in questo modo un flusso sufficiente di medicinali, cibo, combustibile e beni verso Gaza”.

“Negare ai bambini e ai civili le le derrate di base non è un mezzo per garantire la sicurezza, ma piuttosto provoca nella regione una situazione ancor più deteriorata e pericolosa”, denunciano.

Il comunicato esorta “la comunità internazionale e l’Unione Europa ad agire in base alle loro recenti richieste. Non c’è tempo da perdere quando la vita umana è in pericolo”.

La leadership palestinese è esortata “a unirsi per porre fine alle controversie interne per il bene del popolo a Gaza”.

“Mettete da parte i contrasti e fate fronte a questa crisi per il bene di tutti gli esseri umani, dimostrando che vi importa dei vostri fratelli e delle vostre sorelle che hanno già sofferto abbastanza”, si chiede.

Rivolgendosi ai miliziani palestinesi che hanno lanciato i razzi, il documento afferma: “finché insisterete a lanciare razzi su Israele incoraggerete l’opinione pubblica fuori da queste terre a pensare che questo assedio sia giustificato”.

Di fronte alle crescenti pressioni internazionali, il Governo israeliano ha allentato il blocco del traffico di merci e di combustibile imposto da giovedì scorso alla Striscia di Gaza. Martedì nel Territorio è arrivata una limitata quantità di gasolio destinata agli ospedali e ai servizi di emergenza.

Israele ha inoltre consentito l’ingresso di medicinali e di altre forniture di carattere umanitario, ma non quello di benzina né di prodotti alimentari.

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Church Leaders Urge End to Gaza Violence

Say Situation Is an “Illegal Collective Punishment” of the Innocent

JERUSALEM – Jan. 22, 2008 (Zenit.org).- Church leaders in the Holy Land are appealing to international leaders to end what they called the siege of Gaza, an “illegal collective punishment.”A statement released by religious leaders of Jerusalem and the Holy Land said that some 1.5 million people in Gaza are “imprisoned” without proper food and medicine, more than half of them also without electricity.

“This is illegal collective punishment,” the statement said, “an immoral act in violation of the basic human and natural laws as well as international law. It cannot be tolerated anymore. The siege over Gaza should end now.”

The leaders urge “the international community, [U.S.] President Bush and the leaders of Israel, to put an end to this suffering.” They called upon Israel to ensure “sufficient, normal flow of medicine, food, fuel and goods to Gaza.”

Both sides

The religious leaders called on both Israelis and Palestinians to work toward peace.

The statement said: “We urge the Palestinian leadership to unite in ending their differences for the sake of their people in Gaza. Put the differences aside and deal with this crisis for the good of all human beings demonstrating that you care for your brothers and sisters who have suffered enough already. We would say to all concerned parties: while ever you persist in firing rockets into Israel you encourage public opinion outside this land to feel there is a justification for this siege.

“We urge Israel to act responsibly and to immediately end this inhuman siege. To deny children and civilians their necessary basic commodities is not the way to security but rather throws the region into further and more dangerous deteriorations.

“This siege will not guarantee the end to rocket firing, but will only increase the bitterness and suffering and invite more revenge, while the innocents keep dying. True peace-building is the only way to bring the desired security.”

The religious leaders concluded their statement with the promise of prayer: “We pray for the Israelis and Palestinians to respect human life and God’s love for every human life, and to take all possible measures to end this suffering. Only bold steps towards just peace and ending the violence will protect the human life and dignity of both peoples.”

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Líderes cristianos de Jerusalén exigen el final del asedio a Gaza

«Es un castigo colectivo ilegal», afirman

JERUSALÉN – martes, 22 enero 2008 (ZENIT.org).- Los líderes cristianos de Tierra Santa han lanzado un llamamiento «en nombre de Dios» a «acabar con el asedio de Gaza», pues «millón y medio de personas están prisioneras, sin comida ni medicinas adecuadas».Según un comunicado emitido por los patriarcas y cabezas de las iglesias y comunidades cristianas locales, 800.000 personas se han quedado sin electricidad.

«Es un castigo colectivo ilegal, un acto inmoral en violación de las leyes humanas y naturales básicas, así como del derecho internacional. No se puede seguir tolerando. El asedio de Gaza tiene que acabar ahora», afirman.

Con esas medidas, Israel quiere hacer presión para acabar con el lanzamiento de cohetes por parte de milicianos palestinos contra su población.

Los líderes cristianos dirigen su llamamiento a la comunidad internacional, al presidente George W, Bush y a los líderes de Israel.

«Negar a niños y a civiles sus necesidades básicas no es la manera de garantizar seguridad, sino más bien de arrastrar a la región en una deterioración ulterior y más peligrosa», afirman.

El comunicado urge a la Unión Europea «a actuar según sus recientes llamamientos. No hay tiempo que perder cuando en peligro hay vidas humanas», afirman.

A los líderes palestinos exigen «que superen sus diferencias por el bien de su pueblo en Gaza» y que demuestren que están preocupados por sus compatriotas, «que ya han sufrido suficientemente».

Dirigiéndose a los milicianos palestinos que lanzan los proyectiles el documento afirma: «si seguís lanzando cohetes contra Israel, alentáis la opinión pública en el exterior de este país a pensar que el asedio está justificado».

Ante la presión internacional, el gobierno israelí ha suavizado el bloqueo del tráfico de mercancías y combustible, impuesto desde el jueves pasado a la franja de Gaza.

Este martes llegó al territorio una cantidad limitada de gasóleo, destinado a las turbinas y generadores de los hospitales y servicios de emergencia. Israel ha permitido, además, la entrada de medicinas y otros géneros de carácter humanitario, pero ha bloqueado la gasolina y productos alimenticios.

© ZENIT.org