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The concert of the Chinese orchestra at the Vatican

6 maggio 2008

VATICAN CITY (AsiaNews) – The leading orchestra of China will perform tomorrow in front of Benedict XVI.  The  China Philharmonic Orchestra of Beijing, on a tour of Europe, has decided to include a stop at the Vatican.  In the Paul VI audience hall, the orchestra conducted by Long Yu, one the most renowned Chinese conductors with international experience, will perform Mozart’s Requiem in honour of the pontiff, followed by some Chinese folk songs, including the famous “Molihua” (“Jasmine Flower”).  The orchestra will be accompanied by the chorus of the Shanghai Opera.

Benedict XVI will give an address at the end of the concert.

The Vatican has not issued any official invitations to the diplomatic corps accredited to the Holy See for this occasion.  Given the low profile of the event, the Vatican can permit the presence of both the ambassador of the Republic of China (Taiwan), accredited to the Holy See, and that of the ambassador to Italy of the People’s Republic.  The Chinese embassy has confirmed the presence of the diplomat of Beijing, but it did not want to release any statement on the significance of the event.  The ambassador of Taiwan will not be present, because of prior commitments.

China and the Vatican do not have diplomatic relations, although for some time there have been signs of openness to from both sides, which have been blocked by inflexibility, arrests of the faithful, and isolation.

There are various interpretations of the meaning of this event.  Some, especially Long Yu himself, speak of a “ping pong diplomacy”, recalling the ping pong matches between Chinese and Americans in 1971 that facilitated diplomatic relations between China and the U.S.

On the part of the Vatican, emphasis is being given to the concert and to the hospitality of the pope.  L’Osservatore Romano and Vatican Radio emphasise that with this concert, “music is confirming its role as a language and the most precious medium for dialogue among peoples and cultures”.

The Chinese foreign ministry also affirms that “music is a universal language that can bring together people from different countries, and from different religious and cultural backgrounds”. Expressing his hope that the concert will be “a big success”, a spokesman of the ministry nevertheless specifies that this is “a people-to-people exchange event through culture and art”.

Downplaying the significance of the event even more is Ye Xiaowen, director of the state administration for religious affairs, who has stated in a Chinese newspaper: “The concert at the Vatican is only one stop in the orchestra’s European tour; they are not going deliberately to the Vatican for the performance”.

He added, however, that “the cultural exchange certainly serves to promote reciprocal contacts”.

Chinese Catholics of the official and underground Church, contacted by AsiaNews, are happy to hear of this gesture of “détente”, but note that all of this seems to be “a publicity campaign by China, at a time when it is looked upon unfavourably by the international community because of the repression against the Tibetans and human rights activists”.

Something similar has taken place in the recent past.  A few months ago, several days after director Steven Spielberg refused to participate in preparation for the Olympics, Ye Xiaowen had to polish China’s public image by making very favourable statements on China-Vatican relations (see AsiaNews 22/02/2008).  A few weeks later, in an interview with a Chinese newspaper, he spoke instead of the “double face of the Vatican”, and of the pope’s attempts to “colonise” the Chinese national Church (see AsiaNews 21/3/2008).

After many signals, it now appears evident that within the Chinese leadership – and above all in the foreign ministry – there is interest in diplomatic relations with the Holy See and in increasing the contribution of religion to the development of the country.  But there is also part of the leadership that is tied to old ideological views and to the totalitarian and Confucian conception of power, which admits only religious experience that is strictly controlled by the state.  For them, the requests for religious freedom on the part of the Catholic Church and the pope are unacceptable.

© AsiaNews, reperibile qui.

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Il concerto dell’orchestra cinese in Vaticano

6 maggio 2008

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì 6 maggio, 2008 (AsiaNews). La maggiore orchestra della Repubblica popolare cinese si esibirà domani davanti a Benedetto XVI. La China Philarmonic Orchestra di Pechino, in un suo tour in Europa, ha voluto infatti inserire anche una tappa in Vaticano. Nell’aula Paolo VI, l’orchestra guidata da Long Yu, uno dei più rinomati direttori cinesi con esperienza internazionale, eseguirà in onore del pontefice il Requiem di Mozart per poi passare a qualche canto popolare cinese, fra cui il famoso “Molihua” (“Fiori di gelsomino”). L’orchestra è accompagnata dal coro dell’Opera di Shanghai.

Al termine del concerto Benedetto XVI terrà un discorso.

Per l’occasione il Vaticano non ha fatto inviti ufficiali al corpo diplomatico presso la Santa Sede. In questa veste poco ufficiale, può permettere la presenza sia dell’ambasciatore della Repubblica di Cina (Taiwan), accreditato presso la Santa Sede, sia quello della Repubblica popolare presso il Quirinale. L’ambasciata della Cina popolare ha confermato la presenza del diplomatico di Pechino, ma non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione sul significato dell’evento. L’ambasciatore di Taiwan non sarà presente, a causa di impegni precedenti.

Cina e Vaticano non hanno relazioni diplomatiche, anche se da tempo vi sono segnali di apertura da una parte e dall’altra, pur frenati da durezze, arresti di fedeli e chiusure.

Sul senso di questo gesto ci sono varie interpretazioni. Alcuni, soprattutto lo stesso Long Yu, parlano di una “diplomazia del ping pong”, ricordando le partite di ping pong fra cinesi e americani che nel ’71 hanno facilitato le relazioni diplomatiche Cina-Usa.

Da parte vaticana, si dà molto risalto al concerto e all’ospitalità del pontefice. L’Osservatore romano e la Radio Vaticana sottolineano che con questo concerto “la musica si conferma linguaggio e tramite preziosissimo di dialogo fra i popoli e le culture”.

Anche il ministero cinese degli Esteri afferma che “la musica è un linguaggio universale che può mettere insieme persone di Paesi differenti e da diversi mondi culturali e religiosi”. Augurando al concerto “un grande successo”, un portavoce del ministero ha però precisato che si tratta di “un contatto da persona a persona, attraverso la cultura e l’arte”.

A sminuire ancora di più il valore del gesto vi è Ye Xiaowen, direttore dell’amministrazione statale per gli affari religiosi che in un giornale cinese ha dichiarato: “Il concerto in Vaticano è solo una tappa della tournée europea dell’Orchestra; non sono andati apposta in Vaticano per l’esecuzione”.

“Lo scambio culturale – ha però aggiunto – serve sicuramente a promuovere i contatti reciproci”.

Cattolici cinesi della Chiesa ufficiale e sotterranea, contattati da AsiaNews sono felici di questo gesto di “distensione”, ma fanno notare che il tutto sembra essere “una campagna pubblicitaria della Cina, in un momento come questo in cui è malvista dalla comunità internazionale a causa della repressione contro tibetani e attivisti per i diritti umani”.

Nel recente passato è successo qualcosa di simile. Alcuni mesi fa, qualche giorno dopo il rifiuto del regista Steven Spielberg a partecipare alla preparazione delle Olimpiadi, è toccato a Ye Xiaowen, a rialzare le sorti dell’immagine pubblica della Cina facendo dichiarazioni molto favorevoli ai rapporti sino-vaticani (v. AsiaNews 22/02/2008). Alcune settimane dopo, in un’intervista a un giornale cinese, egli ha invece parlato della “doppia faccia del Vaticano” e dei tentativi del pontefice di “colonizzare” la Chiesa cinese nazionale (v. AsiaNews 21/3/2008).

Da molti segnali appare ormai evidente che all’interno della leadership cinese – soprattutto nel ministero degli esteri – vi è un interesse ai rapporti diplomatici con la Santa Sede e a valorizzare l’apporto delle religioni allo sviluppo del Paese. Vi è però anche una parte della leadership legata a vecchi schemi ideologici e alla concezione totalitaria e confuciana del potere, che ammette solo esperienze religiose controllate strettamente dallo Stato. Per essi le richieste di libertà religiosa da parte della Chiesa cattolica e del papa sono inaccettabili.

© AsiaNews, reperibile qui.

L’ambasciatrice USA presso la Santa Sede Mary Ann Glendon: abbiamo bisogno l’uno dell’altro. I contrasti sulla guerra in Iraq sono archiviati

8 marzo 2008


Presentazione delle Lettere Credenziali di S.E. la Signora Mary Ann Glendon, Ambasciatore degli Stati Uniti d’America

«Vaticano alleato prezioso dell’America per il dialogo con il mondo islamico»

Massimo Franco

ROMA — «I contrasti sulla guerra in Iraq ci sono stati. Ma sappiamo bene quanto adesso il Vaticano stia appoggiando lo sforzo americano di riportare quel Paese alla normalità. Qualcuno sostiene che l’alleanza fra Stati Uniti e Santa Sede sia più preziosa oggi che qualche anno fa. Di certo, la Chiesa cattolica è presente in ogni parte del mondo: anche dove noi siamo assenti o non riusciamo a farci capire. E può contare su un flusso continuo di informazioni che ci possono aiutare a comprendere meglio quanto succede in realtà difficili da decifrare… ».

Dalla villa che ospita l’ambasciata presso la Santa Sede, affacciata sul Circo Massimo, Mary Ann Glendon archivia i contrasti fra USA e Vaticano sul conflitto iracheno. E in questa intervista al Corriere, la prima dopo la nomina, racconta un’alleanza cresciuta al di là di ogni previsione.
Un secolo e mezzo fa, un soffio per la storia, a Washington i protestanti entravano in chiesa per verificare la diceria secondo la quale gli inviati del papa avevano le corna.

Il 16 aprile prossimo, invece, nella stessa città un pontefice metterà piede per la prima volta alla Casa Bianca, accolto con tutti gli onori.

«D’altronde, sarà il giorno del compleanno di Benedetto XVI. E non credo che il presidente Bush perderà l’occasione per ospitarlo: anche se la visita del papa sarà pastorale », spiega la Glendon, finora professore di diritto a Harvard. Ma l’ambasciatore è apprezzata anche in Vaticano: fino a pochi mesi fa presiedeva la Pontificia Accademia per le Scienze sociali.

Che significa un papa in visita alla Casa Bianca, ambasciatore?

«Mi sembra l’evoluzione naturale dei rapporti che il presidente George Bush ha avuto prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI».

In precedenza nessun pontefice ci era mai andato.

«Credo che dipenda dal carattere molto personale del presidente Bush. È un uomo amichevole. E anche questo papa non è soltanto il professore timido di cui si parla: è una persona amichevole anche lui. Al fondo, credo ci siano le preoccupazioni comuni che Stati Uniti e Vaticano condividono a livello mondiale».

Finora si è trattato di rendere normali le relazioni. Adesso che lo sono, come possono svilupparsi?

«Non ho una sfera di cristallo. Ma è facile prevedere che in un mondo così turbolento, si tratti di due entità destinate ad essere partner naturali per la proiezioni mondiale che mostrano di avere. C’è un comune desiderio di proteggere e promuovere la dignità umana e la libertà religiosa. E non solo la necessità ma l’urgenza di promuovere il dialogo fra le culture e le religioni. In questo campo la Santa Sede ha un’esperienza unica, con il suo prestigio morale».

Che cosa rimane del contrasto fra il presidente Bush e papa Giovanni Paolo II sulla la guerra in Iraq?

«C’è stato. Ma sappiamo quanto oggi il Vaticano stia sostenendo gli Stati Uniti per ricostruire e riportare quel Paese alla normalità ».

L’esodo delle comunità cristiane nel mondo islamico continua, però.

«Credo che la situazione per i cristiani in quei Paesi rimanga difficile. È una realtà estremamente precaria e ci vorrà del tempo per stabilizzarla».

Ha l’impressione che sia il Vaticano ad avere più bisogno di voi, o voi del Vaticano?

«Credo che abbiamo bisogno l’uno dell’altro. E che sia assolutamente necessaria anche la collaborazione di altri Stati in quella regione del mondo. Da soli, né USA né Vaticano possono bastare; forse non basta più nemmeno un’alleanza limitata a loro due».

Sull’embargo a Cuba avete posizioni divergenti.

«Sui mezzi, forse. Ma Stati Uniti e Vaticano puntano entrambi a fare in modo che Cuba diventi una libera democrazia».

Seguirete il consiglio vaticano di togliere l’embargo?

«Credo che i governanti cubani abbiano in tasca la chiave che servirebbe a togliere l’embargo: basterebbe che liberassero gli oppositori, e che non facessero aggredire e arrestare le persone che distribuiscono la Dichiarazione per i diritti dell’uomo, com’è accaduto di recente».

Qualcuno negli USA ha criticato la sua nomina ad ambasciatore per le cariche che ricopre in Vaticano. Si è parlato di conflitto di interessi.

«Le cariche che ricoprivo: mi sono dimessa. E comunque mi erano state date come accademica. Il fatto è che anche noi siamo in un anno elettorale, e tutto diventa motivo di contesa. Ma alla fine il Congresso mi ha votato senza distinzioni. D’altronde non ho un profilo politico: sono registrata nelle liste elettorali americane come indipendente, e faccio il professore universitario. Poi, capita che la mia Chiesa sia quella della Santa Sede. Credo tuttavia che questo retroterra e il dettaglio di non essere estranea al Vaticano non siano un handicap ma un’opportunità. Mi aiuteranno a servire meglio gli interessi del mio Paese».

© Copyright Corriere della sera, 7 marzo 2008